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I pezzi su «Domani» in Arcoiris: 2010-2011.

4 gennaio 2012


8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»

…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla
domenicale. A fare i seriosi c’è da spisciarsi.

Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.*

26 dicembre 2011

Machiavelli.
7. Caccia ai rom. Massacri in Slovacchia dove girano troppe armi [più o meno] da caccia.

*Reprise. Tre anni: 16-09-2010. Bratislava.
Questo era rimasto fuori dai post precedenti.
Il titolo [escluso le quadre] non è mio.

Il «fronte freddo autunnale», per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto]. Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro nei prezzi e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue. Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri da vetrine scintillanti, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto].
Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia. Tuttavia stupisce il senso di calma facilmente avvertibile nell’aria, sensazione che -agevolata forse dal tramonto rossastro e la bella luce dietro il Castello- conferisce alla scena un’idea piacevole di sospensione e fissità. Un sentore difficile da spiegare [specie se chiamato a scriverne: meglio mimarlo] ciò nonostante ripreso e gentilmente avallato da due bratislavesi fatti e rifiniti che siedono al mio tavolo. Nonostante tutto, spiegano -ovvero nonostante la crescita della città e il proprio dinamismo- Bratislava era e rimane un luogo calmo. Composto. Misurato. Sostanzialmente pacifico. Dimensioni ridotte o sortilegi di vario tipo, non è dato saperlo. Resta il fatto che la trascurata magnificenza di alcuni palazzi e le esplosioni di modernità di altri si fanno fondali ideali per questo deciso e mai entrante viavai di anime. Non è tanto la modernità quanto la graziosa riproduzione teatrale della modernità.
Qualcuno ha parlato di perdita dell’innocenza. Nei fatti un bagno di sangue può causarla. Difficile, se non impossibile, tirarci fuori altro. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni e metabolizzi la faccenda come meglio crede. Però resta il dato: ciò che è avvenuto a fine agosto è stata la prima strage omicida nella storia della Slovacchia. La prima ad opera di uno psicopatico prodotto dall’interno. Sui giornali si è anche azzardato: la prima volta che una mattanza di questo tipo ce la ritroviamo in salotto e non nella televisione a metà circa di un film americano [qui cito la Pravda]. Ora, in qualche doloroso modo, siamo una nazione adulta.
Devínska Nová Ves -luogo nel quale tutto è accaduto- è un quartiere periferico piuttosto verde e ben tenuto. Sulle dinamiche della strage si è scritto parecchio e trattasi di numeri oramai cupamente noti: otto morti e diversi feriti, alcuni messi malissimo. Servirà però forse spendere qualche parolina anche sulle modalità attraverso le quali la società ha risposto alla follia e le mosse che il governo preparerebbe per scongiurare altre azioni del genere. Come spesso accade infatti le telecamere dei media sono state rapide a spegnersi una volta inquadrato l’asfalto e le macchioline di sangue. Partiamo dall’esecutivo e nello specifico dal Ministro dell’Interno, nelle cui mani è finito l’incarto. Proposta di revisione di una legge [la 190/2003] riguardante il possesso di armi, con conseguenti restrizioni. Riduzione di validità del permesso da dieci a cinque anni e severi [nonché ravvicinati] esami psicologici, da qualche tempo rimossi [dicono] a causa della potente lobby dei cacciatori. Tutto entro breve. Magari entro la fine di settembre.
Secondo le informazioni fornite al quotidiano Slovak Spectator da Viktor Plézel, un portavoce del Corpo di Polizia, in Slovacchia ci sarebbero attualmente circa 157.500 titolari di licenze per armi da fuoco; cifra che rappresenta più o meno il tre per cento della popolazione [ma, ribatte Ľudovít Miklánek il presidente di una associazione di settore, il suddetto numero non tiene conto dei possessori di pistole ad aria compressa, armi sportive o simili amenità: i primi che finiranno schedati al prossimo giro di boa e che dunque stanno ergendosi polemici contro il Ministro e le sue sciabolate.] Rimanendo ai parametri esposti -qualcuno fa notare più o meno provocatoriamente- finirebbero illegali anche i cannoni in vendita da certi antiquari del centro storico.
Non trascurabili inoltre i controlli sulle vendite di armi giocattolo, spesso modificabili con relativa facilità in aggeggi capaci di pescare con precisione un potenziale bersaglio e omaggiarlo di servizietti sgradevoli.
Poi viene la popolazione, viene la società civile. Il contenitore delicatissimo di vittime e carnefici. Nota essenziale: sempre, dopo una mattanza come quella di Devínska Nová Ves, leggiamo che spunterebbero tra le persone versioni più o meno oneste di esami di coscienza collettivi con domande tipo: «…ma questo bagno di sangue dice qualcosa anche di me? Del sistema nel quale vivo?». Naturalmente è complicatissimo stabilire gli esiti di introspezioni simili, specie nel breve. Alcuni analisti nel mese appena trascorso hanno scritto che volontà di questo tenore non siano state così evidenti all’interno della cittadinanza; tuttavia -nonostante l’etnia delle vittime, quei rom che tante discussioni e polemiche hanno generato qui- è stato registrabile un profondo e [parrebbe] reale turbamento accompagnato da pochi scivoloni ambigui [le reazioni più temute, tipo «le vittime sicuramente spacciavano droga oppure erano troppo rumorosi», cavalcando così i più triti stereotipi sulla minoranza rom in Slovacchia]. Né bene né male. Cioè anche la reazione al massacro è stata composta, silente. Contenuta. Forse troppo? Certo in questa sottile ambiguità magari c’entra qualcosa la compostezza di cui sopra. Chiadere altro sarebbe fuorviante. In molti se lo domandano. Al nuovo esecutivo guidato dalla signora Radičová il compito di monitorare la situazione. Di perdite della innocenza, di ingressi nel mondo adulto è bene che ce ne sia solo uno, dicono gli amanti del parallelismo. Numeri maggiori forse l’organismo non potrebbe reggerli. Tutti concordi nell’affermare che quando capita poi sono sempre guai seri.

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

23 dicembre 2011

Materiale pubblicato tra il 2010 e il 2011
su Europa Orientale di Domani. In vista
della chiusura del sito riscaldo la zuppa.
La mia pagina è [era?] questa.
I titoli non sono miei.

1. «I turchi votano sinistra ma non lo vogliono dire» [cit.]

29-03-2010. Berlino.

Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di «lavoratori ospiti» dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco.
La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini «vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico». Le polemiche e il dibattito che ne seguì furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future.
Da sempre orientata con decisione verso la Spd e i verdi, la componente turca in Germania ebbe secondo alcuni un ruolo notevole ai tempi della ultima campagna elettorale di Schröder, quando il cancelliere si spese per l’adesione della Turchia alla EU contrapponendosi ad Angela Merkel, la quale invece avrebbe preferito lavorare per una «partnership privilegiata», che per altro già esisteva. La tesi di Schröder era di accogliere un Islam moderato che sarebbe stato la migliore precauzione contro derive e fanatismi. Vinse la Merkel.
I dati riportano come la posizione della comunità turca non sia cambiata sostanzialmente con le elezioni del duemilanove; il grande successo -già ridimensionato, per altro- dei liberali di Westerwelle non può certo essere accreditato al voto turco.
Berlino è città particolare sotto una moltitudine di aspetti tuttavia è la capitale e il più esteso centro urbano dunque una decorosa torretta sulla quale arrampicarsi per dare un’occhiata al fenomeno. La comunità turca cittadina dovrebbe contare circa 150.000 individui e mentre alcuni zone -tra le quali le centralissime Mitte e Prenzaluer Berg- ne sono quasi totalmente prive, altre come Wedding, Neukolln e Kreuzberg hanno ormai radicata una forte connotazione etnica. Per la maggior parte si tratta di persone nate in Germania o residenti in suolo tedesco da anni e nelle chiacchiate si preferisce evitare di esprimersi sui singoli partiti, o forse questo succede soltanto quando l’interlocutore è uno sconosciuto come me. Piuttosto viene ribadito quanto, soprattutto in un periodo come questo di notevoli distanze da elezioni di vario tipo, sarebbe preferibile focalizzare l’attenzione su richieste e necessità che dovrebbero prescindere dai singoli schieramenti [è utopia diffusa questa che, in determinate situazioni, conservatori e progressisti possano agire nello stesso modo]. Più sicurezza sociale e risposte alla crisi, magari in fase decrescente ma ancora evidentemente ben capace di destare preoccupazioni.
Il fatto che gli adolescenti turchi facciano gruppo a parte nei locali e sulle pensiline della U-Bahn non viene letto come un grosso guaio, o indice di qualche guerra in vista contro coetanei tedeschi. Il guaio -si conclude- è piuttosto quando la politica a qualsiasi livello dimentica o finge di spendersi per le fasce più deboli della popolazione. Farà comodo ricordare che questo vale esattamente per i turchi-tedeschi come per i tedeschi-tedeschi.
Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, anche con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano e certe frasi di Erdoğan che avrebbe negato il genocidio degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano.


2. Praga [che] vuole cambiare faccia.

12-04-2010. Praga.

Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «I ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era molto elegante d’aspetto e non manifestava interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco -così come da uno di Dresda o un viennese- parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. Mi ricollego a quanto scrive Angela de Gregorio in La Repubblica Ceca:

Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società (ceca) anche grazie a una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte d’Europa.

Dunque riappropriazione della propria natura continentale dopo l’uscita dall’«ombrello sovietico» e sempre minori differenze sia con i coetanei dei paesi confinanti che con quelli provenienti dalla [termine orrendo] «vecchia Europa». Ecco a grandi linee un quadretto dei trentenni in Repubblica Ceca, prima generazione ad affermarsi nel mondo del lavoro dopo una bella fetta di esistenza trascorsa in democrazia e con ampie possibilità -spesso sfruttate- di gironzolare in Europa e nel mondo. Ma quali sono le priorità che chiedono alla politica? Domanda complicata ed a enorme rischio generalizzazione, tuttavia attuale visto che tra quaranta giorni circa ci saranno le elezioni e tutti a Praga e dintorni saranno chiamati a esprimersi.
Breve riassuntino, forse necessario, della situazione in zona: al momento in Repubblica Ceca governa un esecutivo guidato dal tecnico Jan Fischer, che ha sostituito il primo ministro Mirek Topolánek durante lo sgangherato semestre di presidenza europea, mentre al Pražský hrad siede come presidente quel Václav Klaus che l’Europa non la può vedere nemmeno in cartolina. Topolánek e la OdsObčanská demokratická strana, il partito civico democratico di centrodestra- ha vinto le passate elezioni battendo assieme ai verdi del Demokratická strana zelených i socialdemocratici del ČSSD di Jiří Paroubek.
Il tentativo di chiarirmi le idee avviene in una birreria di Dejvická, prima periferia della capitale. I miei interlocutori sono tutti giovani professionisti più o meno stabili da un punto di vista lavorativo; principalmente architetti, designer e pubblicitari con mansioni che fingo di capire, nessuno di loro ha perso il lavoro con la crisi. E certo la tendenza a screditare la politica è faccenda piuttosto diffusa anche qui e in pochi si aspetterebbero un futuro migliore dalla elezione di questo o quest’altro individuo. Molti si trovano d’accordo su quanto alla fine sia possibile andare avanti solo per spinte e spintarelle [ebbene la cosa accadrebbe anche al di fuori dell’Italia] tuttavia -per quanto debba specificare che si tratti di un campione piuttosto ristretto e reduce da molte pinte- è possibile notare una certa uniformità di pensiero nelle risposte alla mia prima domanda: «quali dovrebbero essere le priorità del partito da votare?» Risposta: ricambio generazionale, maggiore presenza di donne [ovviamente ad affermare ciò le signorine in sala, ma anche i ragazzi paiono onestamente convinti] e soprattutto un deciso cambio di marcia nelle politiche estere, con conseguente maggiore peso, prestigio e responsabilità della Repubblica Ceca in seno all’EU. Successivo quesito, anch’esso piuttosto scontato ma inevitabile: «e quali partiti o movimenti meglio rappresentano ciò?» La risposta contiene elementi interessanti.
Rapido salto oltre il confine. Nella vicina Germania si è assistito di recente a ciò che comunemente viene chiamato «il lento declino dei Volksparteien», vale a dire dei maggiori partiti che hanno segnato la storia della nazione pre e post-unificazione: la Spd e la Cdu, capaci di prendere il novanta percento dei consensi nel settanta, l’ottanta negli ottanta, il sessanta nei novanta e via a scendere. Al momento sembrerebbe che la stessa cosa stia verificandosi anche in Repubblica Ceca attraverso la preferenza che i miei interlocutori concederebbero a due nuovi movimenti guidati da una coppia di individui diversissimi tra loro, per quanto entrambi abili a capire gli umori di una buona fetta di elettorato: i nomi dei partiti sono Top 09 e Věci veřejné, quest’ultimo traducibile più o meno con «la cosa pubblica, l’amministrazione di tutti».
I rispettivi leader si chiamano Radek John e Karel Schwarzenberg, tizi opposti sia da un punto di vista fisico-mediatico che di storie personali: il primo infatti è un giovanilistico scrittore/giornalista/sceneggiatore con trascorsi da attivista in difesa di prostitute e tossicodipendenti, mentre il secondo un esperto ex ministro e Sua Altezza Serena [il nome completo di Schwarzenberg è Johannes Nepomuk Karl Josef Norbert Friedrich Antonius Mena Wratislaw zu und von Schwarzenberg.]
Fattori a premiarne i programmi -pur con la consapevolezza che imporsi in solitaria sarà impossibile e servirà accordarsi con i fratelli maggiori- appunto un ventilato rinnovamento generazionale, una maggiore presenza di donne nella dirigenza nonché lo sguardo più europeista in politica estera di cui sopra.
E sebbene cosa ciò voglia dire nello specifico resti ancora un po’ fumoso nella bocca di molti, è ben delineata l’assoluta necessità di non ripetere i recenti errori screditanti di Klaus e Topolánek nei mesi appena trascorsi, i continui rinvii alla ratifica del Trattato di Lisbona, le frasi fuori posto e il conseguente scetticismo nei confronti della Repubblica Ceca da parte di gran parte della stampa -e non soltanto- estera. Chi è cresciuto in una Europa diversa si aspetta un diverso approccio con l’Europa; è la nuova generazione sulla quale molto si è scritto, drammatizzandoci e ricamandoci a dovere, capace di mischiare i ricordi d’infanzia delle vacanze sul Baltico a quelli di qualche anno dopo in Spagna o in Italia, e le file ai posti di blocco con quelle al gate Ryanair; che ha saputo scoprire un mondo diverso senza cadere nella facilissima trappola del nazionalismo, come invece è accaduto in stati vicini, e che con la propria ottima educazione sta contribuendo al progresso scientifico e culturale non solo nazionale ma di tutta Europa. Affrontare e comprendere il passato ma anche superarlo e guardare avanti. In tedesco c’è una parola per questo, un po’ complicata ma dal suono  elegante: Vergangenheitsbewältingung. In ceco non so. Ad ogni modo gli zonenkinder della Hensel piano piano iniziano a ricoprire incarichi di rilievo in Repubblica Ceca, votano e talvolta il voto lo chiedono. È la prima volta che accade e sarà interessante seguirne gli sviluppi.

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«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

19 aprile 2011


«Da una parte c’erano annunci pubblicitari […], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere.» Così Schlögel nel «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik.» Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai. [Continua su Domani Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

9 marzo 2011

«Il fronte freddo autunnale -per riciclare una adeguatissima espressione di Franzen- inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti.» [Continua su Domani.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

5 marzo 2011


«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

2 marzo 2011


«Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi. Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.» [Continua su Domani Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

10 febbraio 2011


«Non sono molti i luoghi nei quali ancora risulti possibile annusare l’originale fragranza della Guerra Fredda, poiché il tempo ha compiuto il proprio dovere livellando e sommergendo ormai la gran parte delle cose e un rassicurante strato di polvere si è depositato pressoché su tutto [senza contare inoltre il dato secondo cui della suddetta fragranza originale a molti sembra importare ogni giorno di meno.] E certo un nutrito gruppetto di persone ha iniziato a speculare sul fenomeno ostalgico da una decina di anni a questa parte, tuttavia si tratta di esplosioni circoscritte, frazioni ristrette e identificabili all’interno dei rispettivi contesti e per questo, volendo, evitabili [musei sul comunismo e la grossa matriosca al neon che digrigna i denti, bancarelle con le maschere anti-gas tra i turisti, cunicoli dal passato altamente simbolico vendibili come montagne russe, qualche fiume in secca o torrette sparse nella nebbia senza nessuno più cui sparare.] Va da sé quanto le vibrazioni da conflitto Est-Ovesti risultino frequentemente artificiali e un po’ ridicole; non siamo tanto distanti dai gladiatori di plastica davanti al Colosseo sebbene l’entusiasmo di coloro i quali fanno la fila mi fa desistere da ogni aggressione troppo esplicita.» [On Domani Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

19 gennaio 2011

«Nelle ore immediatamente successive l’incidente la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Kaczyński stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con sguardo che pare più sincero e benevolo.» [Oggi su Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

5 gennaio 2011


Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «i ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano grandi fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era elegante d’aspetto e non manifestava alcun interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco – così come da uno di Dresda o un viennese – parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. [Oggi su Arcoiris.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

3 gennaio 2011

«Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, pure con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano, e certe frasi di Erdoğan con le quali avrebbe negato il genocidio armeno compiuto dall’Impero Ottomano.» [Continua su Arcoiris.]