Spifferi dalla lavorazione.

26 settembre 2014
Twins.
Nomi omessi per indecisioni che si protrarranno
fino all’ultimo. 
D’altronde, come sostiene Binet,
dare nomi veri a gente finta 
è un’idiozia. 

1.1. «Ora stammi bene a sentire, genio della lampada» disse il ragazzo dogmatico. «Se accompagni qualcuno sulle colline per comprare due bottiglie di olio e l’acquirente si infila in macchina convinto di avere acquisito l’intero terreno – casolare del trecento e frantoio annesso – per un ottimo prezzo, sei obbligato a riflettere sul concetto di capolinea. O sbaglio?»
N. D’A. aveva sedici anni e stava facendo alcuni passi indietro nella navata centrale della basilica della S. A. in Firenze, posizionandosi sotto un raggio solare giallastro. Avesse iniziato a fluttuare attorno al crocifisso, nessuno se ne sarebbe accorto.
«A chi ti riferisci?»
Sua sorella L. teneva gli occhi socchiusi per nascondere l’arrossamento da fumo e vento. Le iridi erano d’un blu accesso e sapevano sposarsi in modo splendido con gli anfibi cobalto acquistati per l’occasione nel negozio preferito in San Lorenzo [lunga fila di t-shirt degli Slayer e toppe Iron Maiden dalle quali si intuiva una certa predilezione dell’espositore per l’album Seventh Son of a Seventh Son].
«Quello – sibilò N. indicando un tizio basculante nei pressi dell’acquasantiera – è Mario. Biscugino del nonno o qualcosa di simile. L’ultimo in ordine cronologico ad avere intrapreso la gloriosa strada del rincoglionimento. Beato lui.»
Il lontano parente Mario D’A. aveva una faccia rugosa, capelli pesantemente ingellati e stava facendosi sempre più vicino alla bara di nonno. Procedeva sulle punte dei piedi come certi uccelli acquatici ed era ovvio quanto avrebbe urtato il catafalco nel giro di un secondo, abbandonandosi al livello di stupore di colui che intraveda l’auto in garage schiacciata sotto il peso d’un pianoforte a coda.
«Nonna ha detto che è stato insolito scoprirlo la scorsa settimana a cacare nel bidet.»
«Ah.»
«Ha detto proprio: insolito. Ce lo vedo appollaiato che spinge sui bordi della tazza.»
«Beh. Lo fanno in tanti» notò L., togliendo qualche grammo di valore all’azione di Mario. Stroncare costrutti altrui era d’altronde uno sport capace di concedere decise impennate di umore alla ragazza, e se poteva lo praticava con slancio. «Confondersi è un attimo» terminò l’analisi osservandosi le unghie.

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