Nöstalgia [nove.]

18 giugno 2012

Pesce.

Originale [con titolo «Tony Judt vs.
John L. Gaddis.
»] su Slipperypond.
Era gennaio duemiladieci.

Il capitolo ventunesimo del libro dello storico inglese Tony Judt «L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del novecento» è una recensione decisamente sfavorevole [testuale] alla «Storia della Guerra Fredda» scritta da John L. Gaddis. Cito dalla note di apertura: «questa recensione è stata pubblicata nel marzo 2006 sulla New York Review of Books. John L. Gaddis si è comprensibilmente offeso per la mia mancanza di entusiasmo verso la sua versione più recente e commercialmente redditizia dei decenni della Guerra Fredda. Ma ciò non cambia il fatto che il suo libro contribuisca in maniera significativa a diffondere negli Stati Uniti malintesi e ignoranza sulla vera natura della Guerra Fredda, sul suo esito problematico e perdurante nel nostro paese e all’estero.» Ci do un’occhiata. «La Guerra Fredda nell’analisi di Gaddis fu allo stesso tempo inevitabile e necessaria. Non era possibile fare retrocedere l’impero sovietico ed i suoi alleati però bisognava quantomeno contenerli. Lo stallo durò quarant’anni» scrive Judt. Sia come sia -continua Gaddis- alla fine, grazie a maggiori risorse e un modello economico e politico molto più attraente nonché alla iniziativa di pochi uomini [e una donna: la Tatcher] giusti, i nostri hanno avuto la meglio. In soldoni qui va identificato il nodo centrale secondo Judt del fiume di pagine scritte da Gaddis. Un testo che pecca di una visione troppo americanocentrica degli eventi in pressoché ogni riga e sul quale [aiutati da alcune immagini*] chiunque sarebbe portato a dare ragione a Judt e torto marcio a Gaddis. Però tocca proseguire sforzandosi di fingere una non credibile dose di imparzialità e tornare a sistemarsi il monocolo. «Le sue [di Gaddis] descrizioni degli statisti statunitensi e delle loro azioni è dettagliata e vivida. Al contrario, quando decide di occuparsi della parte sovietica è convenzionale e bidimensionale.» D’altronde il corposo saggio di Gaddis è stato concepito durante gli anni del potere repubblicano e non è un caso che trasudi un qualche unipolarismo. «Il risultato è così una storia della Guerra Fredda narrata come confronto tra superpotenze ma quasi sempre dalla prospettiva di una di esse». Punto di vista parziale che genera perplessità e la constatazione che Gaddis sia un trionfalista senza mezze misure non fa che peggiorare le cose: l’America ha vinto la Guerra Fredda perché meritava di vincere e basta. A molti senza dubbio potrebbe avanzare come spiegazione. «La narrazione di Gaddis riflette lo stesso provincialismo che egli attribuisce con certa approvazione ai suoi protagonisti americani. In parte è una questione di stile.»
Dunque andiamo a guardare un poco lo stile. Nel testo Gaddis ricorre spesso a obsoleti cliché tra i più amati dal pubblico che bazzica il settore. Per esempio nel cinquantasei l’Europa dell’Est era «una polveriera» e il comunismo «un palazzo costruito sulle sabbie mobili.» Dio ce ne scampi. Richard Nixon fu sconfitto da un avversario più potente dell’URSS o del movimento comunista internazionale -«la Costituzione degli Stati Uniti d’America»- e roba di questo tipo. Per non parlare inoltre di quanto grave sia il silenzio che viene fatto calare su molti aspetti centrali per la migliore comprensione del periodo. Il cosiddetto Terzo Mondo africano ignorato ma anche il Medio Oriente. L’Est asiatico e il Sud America, zone imprescindibili per una corretta comprensione dei fenomeni epperò, quando non ignora qualcosa e ne scrive, può capitare che Gaddis scriva una cazzata. Judt definisce infatti poco degno di fiducia la tesi di Gaddis a proposito dei paesi dell’ex blocco sovietico. Pure qui guardiamo un po’ nello specifico. Ovvero all’interno della «Storia della Guerra Fredda» Gaddis parla di Havel come del cronista della disillusione del comunismo più influente della sua generazione. Un comunista in grado di analizzare al meglio, quindi distaccarsene, il mondo che lo circondava. Ottimo. Non fosse che Havel non fu mai comunista. Argomenta Judt: «nato da una famiglia abbastanza facoltosa [il nonno fu celebre architetto] in seguito espropriata e discriminata dalle autorità comuniste, Havel non seguì i suoi contemporanei nella breve passione per il marxismo». Secondo Gaddis Havel diede voce a una visione diffusa della Europa dell’Est come di una società nella quale la moralità universale, statale e dell’individuo potessero essere una unica cosa [«Gaddis non è molto a suo agio con le astrazioni politiche ma si capisce lo stesso ciò che intende.»] Comunque anche qui -punzecchia Judd- sarebbe bello se fosse vero. Tuttavia sfortunatamente negli anni tra la nascita e la caduta del comunismo meno di duemila uomini su quindici milioni in Cecoslovacchia firmarono la Charta 77 di Havel. Non certo una percentuale da urlo.
Havel fu il primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista proprio perché egli aveva trascorso una buona fetta di vita in galera e con il passato regime non aveva avuto rapporti ambigui. Magari all’identikit di Gaddis si sposa meglio il polacco Michnik o l’ungherese Kornai. Nessuno dei due viene citato da Gaddis.
Quindi il capitolo spie. A occhio quello più appetitoso. Secondo Judt sarebbe un errore non dare il giusto spazio, all’interno di una cronaca della Guerra Fredda, ai servizi segreti di ambo le parti. Come prevedibile, nel testo di Gaddis quel poco che c’è ancora una volta riguarda solo le spie americane. Rimozione oltremodo strana visto l’intelligence era una delle poche cose che il blocco sovietico riusciva a fare decorosamente.
In conclusione la versione di John Gaddis -scrive Judt- si adatta alla perfezione agli Stati Uniti contemporanei [era il 2006]. «Un paese ansioso stranamente separato dal proprio passato e dal resto del mondo, che necessita disperatamente di una favola a lieto fine.» [Ma adesso le cose sono cambiate o -come diceva quel signore cinese del quale non ricordo il nome- «ancora è troppo presto per dare un giudizio anche sulla rivoluzione francese?»**] Ad ogni modo la «Storia della Guerra Fredda» di Gaddis è stato letto e verrà letto da molti americani. Come testo di storia e -tra le parole ammirative citate sulla sovraccoperta della edizione inglese- per «quello che ha da insegnare a noi tutti» circa il metodo migliore con il quale affrontare  minacce sempre nuove. Un pensiero davvero deprimente, conclude Tony Judt [1948-2010.]

** Sebbene probabilmente  il riferimento fosse al Maggio Francese del sessantotto: capita.

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