«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

23 dicembre 2011

Materiale pubblicato tra il 2010 e il 2011
su Europa Orientale di Domani. In vista
della chiusura del sito riscaldo la zuppa.
La mia pagina è [era?] questa.
I titoli non sono miei.

1. «I turchi votano sinistra ma non lo vogliono dire» [cit.]

29-03-2010. Berlino.

Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di «lavoratori ospiti» dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco.
La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini «vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico». Le polemiche e il dibattito che ne seguì furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future.
Da sempre orientata con decisione verso la Spd e i verdi, la componente turca in Germania ebbe secondo alcuni un ruolo notevole ai tempi della ultima campagna elettorale di Schröder, quando il cancelliere si spese per l’adesione della Turchia alla EU contrapponendosi ad Angela Merkel, la quale invece avrebbe preferito lavorare per una «partnership privilegiata», che per altro già esisteva. La tesi di Schröder era di accogliere un Islam moderato che sarebbe stato la migliore precauzione contro derive e fanatismi. Vinse la Merkel.
I dati riportano come la posizione della comunità turca non sia cambiata sostanzialmente con le elezioni del duemilanove; il grande successo -già ridimensionato, per altro- dei liberali di Westerwelle non può certo essere accreditato al voto turco.
Berlino è città particolare sotto una moltitudine di aspetti tuttavia è la capitale e il più esteso centro urbano dunque una decorosa torretta sulla quale arrampicarsi per dare un’occhiata al fenomeno. La comunità turca cittadina dovrebbe contare circa 150.000 individui e mentre alcuni zone -tra le quali le centralissime Mitte e Prenzaluer Berg- ne sono quasi totalmente prive, altre come Wedding, Neukolln e Kreuzberg hanno ormai radicata una forte connotazione etnica. Per la maggior parte si tratta di persone nate in Germania o residenti in suolo tedesco da anni e nelle chiacchiate si preferisce evitare di esprimersi sui singoli partiti, o forse questo succede soltanto quando l’interlocutore è uno sconosciuto come me. Piuttosto viene ribadito quanto, soprattutto in un periodo come questo di notevoli distanze da elezioni di vario tipo, sarebbe preferibile focalizzare l’attenzione su richieste e necessità che dovrebbero prescindere dai singoli schieramenti [è utopia diffusa questa che, in determinate situazioni, conservatori e progressisti possano agire nello stesso modo]. Più sicurezza sociale e risposte alla crisi, magari in fase decrescente ma ancora evidentemente ben capace di destare preoccupazioni.
Il fatto che gli adolescenti turchi facciano gruppo a parte nei locali e sulle pensiline della U-Bahn non viene letto come un grosso guaio, o indice di qualche guerra in vista contro coetanei tedeschi. Il guaio -si conclude- è piuttosto quando la politica a qualsiasi livello dimentica o finge di spendersi per le fasce più deboli della popolazione. Farà comodo ricordare che questo vale esattamente per i turchi-tedeschi come per i tedeschi-tedeschi.
Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, anche con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano e certe frasi di Erdoğan che avrebbe negato il genocidio degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano.


2. Praga [che] vuole cambiare faccia.

12-04-2010. Praga.

Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «I ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era molto elegante d’aspetto e non manifestava interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco -così come da uno di Dresda o un viennese- parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. Mi ricollego a quanto scrive Angela de Gregorio in La Repubblica Ceca:

Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società (ceca) anche grazie a una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte d’Europa.

Dunque riappropriazione della propria natura continentale dopo l’uscita dall’«ombrello sovietico» e sempre minori differenze sia con i coetanei dei paesi confinanti che con quelli provenienti dalla [termine orrendo] «vecchia Europa». Ecco a grandi linee un quadretto dei trentenni in Repubblica Ceca, prima generazione ad affermarsi nel mondo del lavoro dopo una bella fetta di esistenza trascorsa in democrazia e con ampie possibilità -spesso sfruttate- di gironzolare in Europa e nel mondo. Ma quali sono le priorità che chiedono alla politica? Domanda complicata ed a enorme rischio generalizzazione, tuttavia attuale visto che tra quaranta giorni circa ci saranno le elezioni e tutti a Praga e dintorni saranno chiamati a esprimersi.
Breve riassuntino, forse necessario, della situazione in zona: al momento in Repubblica Ceca governa un esecutivo guidato dal tecnico Jan Fischer, che ha sostituito il primo ministro Mirek Topolánek durante lo sgangherato semestre di presidenza europea, mentre al Pražský hrad siede come presidente quel Václav Klaus che l’Europa non la può vedere nemmeno in cartolina. Topolánek e la OdsObčanská demokratická strana, il partito civico democratico di centrodestra- ha vinto le passate elezioni battendo assieme ai verdi del Demokratická strana zelených i socialdemocratici del ČSSD di Jiří Paroubek.
Il tentativo di chiarirmi le idee avviene in una birreria di Dejvická, prima periferia della capitale. I miei interlocutori sono tutti giovani professionisti più o meno stabili da un punto di vista lavorativo; principalmente architetti, designer e pubblicitari con mansioni che fingo di capire, nessuno di loro ha perso il lavoro con la crisi. E certo la tendenza a screditare la politica è faccenda piuttosto diffusa anche qui e in pochi si aspetterebbero un futuro migliore dalla elezione di questo o quest’altro individuo. Molti si trovano d’accordo su quanto alla fine sia possibile andare avanti solo per spinte e spintarelle [ebbene la cosa accadrebbe anche al di fuori dell’Italia] tuttavia -per quanto debba specificare che si tratti di un campione piuttosto ristretto e reduce da molte pinte- è possibile notare una certa uniformità di pensiero nelle risposte alla mia prima domanda: «quali dovrebbero essere le priorità del partito da votare?» Risposta: ricambio generazionale, maggiore presenza di donne [ovviamente ad affermare ciò le signorine in sala, ma anche i ragazzi paiono onestamente convinti] e soprattutto un deciso cambio di marcia nelle politiche estere, con conseguente maggiore peso, prestigio e responsabilità della Repubblica Ceca in seno all’EU. Successivo quesito, anch’esso piuttosto scontato ma inevitabile: «e quali partiti o movimenti meglio rappresentano ciò?» La risposta contiene elementi interessanti.
Rapido salto oltre il confine. Nella vicina Germania si è assistito di recente a ciò che comunemente viene chiamato «il lento declino dei Volksparteien», vale a dire dei maggiori partiti che hanno segnato la storia della nazione pre e post-unificazione: la Spd e la Cdu, capaci di prendere il novanta percento dei consensi nel settanta, l’ottanta negli ottanta, il sessanta nei novanta e via a scendere. Al momento sembrerebbe che la stessa cosa stia verificandosi anche in Repubblica Ceca attraverso la preferenza che i miei interlocutori concederebbero a due nuovi movimenti guidati da una coppia di individui diversissimi tra loro, per quanto entrambi abili a capire gli umori di una buona fetta di elettorato: i nomi dei partiti sono Top 09 e Věci veřejné, quest’ultimo traducibile più o meno con «la cosa pubblica, l’amministrazione di tutti».
I rispettivi leader si chiamano Radek John e Karel Schwarzenberg, tizi opposti sia da un punto di vista fisico-mediatico che di storie personali: il primo infatti è un giovanilistico scrittore/giornalista/sceneggiatore con trascorsi da attivista in difesa di prostitute e tossicodipendenti, mentre il secondo un esperto ex ministro e Sua Altezza Serena [il nome completo di Schwarzenberg è Johannes Nepomuk Karl Josef Norbert Friedrich Antonius Mena Wratislaw zu und von Schwarzenberg.]
Fattori a premiarne i programmi -pur con la consapevolezza che imporsi in solitaria sarà impossibile e servirà accordarsi con i fratelli maggiori- appunto un ventilato rinnovamento generazionale, una maggiore presenza di donne nella dirigenza nonché lo sguardo più europeista in politica estera di cui sopra.
E sebbene cosa ciò voglia dire nello specifico resti ancora un po’ fumoso nella bocca di molti, è ben delineata l’assoluta necessità di non ripetere i recenti errori screditanti di Klaus e Topolánek nei mesi appena trascorsi, i continui rinvii alla ratifica del Trattato di Lisbona, le frasi fuori posto e il conseguente scetticismo nei confronti della Repubblica Ceca da parte di gran parte della stampa -e non soltanto- estera. Chi è cresciuto in una Europa diversa si aspetta un diverso approccio con l’Europa; è la nuova generazione sulla quale molto si è scritto, drammatizzandoci e ricamandoci a dovere, capace di mischiare i ricordi d’infanzia delle vacanze sul Baltico a quelli di qualche anno dopo in Spagna o in Italia, e le file ai posti di blocco con quelle al gate Ryanair; che ha saputo scoprire un mondo diverso senza cadere nella facilissima trappola del nazionalismo, come invece è accaduto in stati vicini, e che con la propria ottima educazione sta contribuendo al progresso scientifico e culturale non solo nazionale ma di tutta Europa. Affrontare e comprendere il passato ma anche superarlo e guardare avanti. In tedesco c’è una parola per questo, un po’ complicata ma dal suono  elegante: Vergangenheitsbewältingung. In ceco non so. Ad ogni modo gli zonenkinder della Hensel piano piano iniziano a ricoprire incarichi di rilievo in Repubblica Ceca, votano e talvolta il voto lo chiedono. È la prima volta che accade e sarà interessante seguirne gli sviluppi.



3. I giovani cechi tirano le uova alla sinistra e convincono la nonna a votare la destra.


10-06-2010. Praga.

Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi.
Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: «Era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. […] Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.»
E d’altronde innalzarsi pareva essere l’unica soluzione per non affogare nel fango descritto a più riprese dal Repellino: «Si è appresa alla mia fantasia la nezvaliana metafora che rassomiglia Praga ad una cupa nave attaccata da legni corsari, a cannoneggiare le torri di Hradčany da tutte le parti d’Europa. E mi riaffiorano in mente i pronostici delle sibille che nelle leggende boeme antiveggono la trasformazione della città in un desolato viluppo di fango, sterpaglia e macerie, brulicante di rettili e sozzissimi demoni. Ma tutto questo è delirio, nebbia di una inventiva malata, robaccia da untori. Perché, come il poeta Karel Toman afferma, l’unica legge è germogliare e crescere. Crescere nella tempesta e nelle intemperie, a dispetto di tutto».
Adesso la Repubblica Ceca è un paese tranquillo, stabilmente democratico e prospero. Pochi i corvi a volteggiare sul Castello e i «sozzissimi demoni» espongono menù per turisti lungo Na Příkopě.
La transizione è avvenuta attraverso modalità efficaci e ciò che maggiormente contribuisce a tenere vivo il passato sono le bancarelle con le matrioske e certe spille del Komunistická strana Československa.
Ripensandoci viene da domandarsi dove siano finiti gli intellettuali raffinati dei tempi della segregazione, se ancora parlottino allo Za Branou mentre si recita Krejča o se continuino a scambiarsi foglietti alla Laterna Magica. Alcuni dicono che nella tranquillità scemi l’eroismo; ma tanto coloro che sostengono la teoria del «si stava meglio quando si stava peggio» risultano essere spesso impermeabili a ogni tipo di risposta e spiegazione, dunque lasciamo stare. Da qualche parte saranno ancora quei fascinosi studiosi, oggetti di analisi e ritratti per anni. Vittime di generalizzazioni ma apprezzatissimi e rispettati. Al contrario la nuova generalizzazione [«i giovani in Repubblica Ceca sono tutte di destra, non come i loro padri, zii e nonni»] riscuote meno successo e crea preoccupazioni. I dati d’altronde parlerebbero chiaro e il fatto che io non abbia mai conosciuto un ceco trentenne conservatore significa davvero poco.
Nello specifico è difficile stabilire quanto abbia influito il voto «giovane» nelle ultime elezioni [avvenute la settimana scorsa] e come abbia contribuito alla elezione di un nuovo governo di centrodestra. A lungo i media locali si sono soffermati sul fatto che fossero le prime elezioni con votanti nati nel post-89, ma sballati si sono dimostrati alcuni studi proprio su questo argomento. Fatto sta che un sensibile rifiuto dei ragazzi verso i socialdemocratici del ČSSD sia percepibile e tracce di ciò si trovano ovunque, non ultimi i video su riviste di successo e gruppi su Facebook.
Alcuni analisti sostengono trattarsi di una versione aggiornata dell’amore che folgorava nei lontani ottanta i giovani cecoslovacchi per la coppia Tatcher-Reagan; al contrario altri portano avanti la teoria che la colpa debba essere rovesciata tutta sul leader del principale partito di centro-sinistra Jiří Paroubek, recentemente dimessosi.
Di motivi per i quali l’ex capo della sinistra ceca non venisse digerito dai giovani, folgorati invece dai nuovi movimenti centristi TOP 09 e Věci veřejné, se ne sentono tantissimi: i modi burberi e autoritari che ricorderebbero quelli dei vecchi boss del socialismo, mischiati alla scelta di imparentarsi con i comunisti del KSCM, anche se solo a livello locale. Decisioni non gradite e atteggiamenti troppo duri come l’intransigenza verso feste e raduni under-trenta, che avrebbero portato i ragazzi a formare squadre con il compito specifico di recarsi dai nonni e convincerli a votare centrodestra [non si inventa niente: il video «convinci la nonna» in Repubblica Ceca è diventato un must con quasi 700.000 visite] o gruppi sui social-network per organizzare precisi lanci di uova.
Generalizzazione da media o meno -poiché alla fine, nonostante il supposto rifiuto dei giovani, il ČSSD era e resta il primo partito a livello nazionale- è comunque ovvio che qualcosa si è inceppato tra i socialdemocratici e alcune nicchie della società, specie i più giovani; compito del nuovo corso e del nuovo leader Bohuslav Sobotka dovrebbe dunque essere ricucire questi strappi, magari cominciando proprio dai ragazzi e dalle loro supposte simpatie conservatrici.
Fortunatamente, specie dopo il passaggio dei poteri da Mirek Topolánek a Petr Nečas, la destra ceca non ha niente a che vedere con quelle di alcuni paesi confinanti, essendo immune da rigurgiti nazionalistici e sempre più filo-europeista.
Lo stato di relativa tranquillità che molti indicano come causa della fine dell’eroismo locale, e il pensionamento delle fascinose figure di cui sopra, potrebbe diventare terreno fertile per costruire nuovi percorsi progressisti e chissà, un giorno, tornare ad avere i numeri per formare un governo in santa pace.


4. C’era una volta quel curioso «est» che non esiste più.

08-07-2010. Praga.

Sprofondando nell’appiccicoso caldo dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi e meno statici: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricca di eventi importantissimi all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, più un nuovo Presidente della Repubblica in Polonia. E sebbene alcune similitudini di superficie possano essere scovate qui e lì [governi di colazione conservatrici spuntati sia a Praga che a Bratislava, nonostante il partito maggiormente votato in entrambe le nazioni fossero i socialdemocratici] si fanno sempre più evidenti le differenze tra gli Stati che appartennero al Patto, oramai maturi e autonomi da oltre un ventennio.
Constatazione banalotta ma che spesso va a schiantarsi contro un sentore comune che li vorrebbe più o meno tutti simili, un brodino omogeneo di storie, paesaggi e retaggi a estendersi da Ústí nad Labem fino a Donetsk, doppiando in longitudine la divisione che fu tra Trieste e Stettino, anch’essa morta e sepolta: quel curioso «est» che ogni tanto si materializza.
Ne consegue quanto ogni sparata generalizzante [e ne emergono di nuove in continuazione] lasci il tempo che trova; per questo -raccontando una vicenda che si svolga in quest’area- è sempre bene specificare con la massima precisione dove siamo, a rischio di passare per irritanti puntigliosi. Lo scivolone sta sempre dietro l’angolo e spaventa da matti.
La scrittrice Slavenka Drakulić nel suo La gatta di Varsavia [vengo a saperlo da un articolo uscito su Repubblica] utilizza alcuni animali per raccontare le realtà locali: scopro l’esistenza di una gatta polacca e un topo praghese, assieme a un pappagallo e una maialina anch’essi di paesi che furono satelliti URSS. Il loro esprimersi su quanto è stato -i regimi totalitari crollati nel 1989- ha lo scopo, tra i tanti, di scostarsi dalla usuale saggistica a tema utilizzando voci particolari e parlare così in modo più o meno diretto ai giovani i quali [stavolta riprendo l’intervistatrice Susanna Nirenstein] «pensano che il comunismo sia un fatto morto e sepolto, da vecchi».
Non avendo ancora letto il libro della Drakulić non posso rispondere al topo Bohumil o alla gatta Gorby, così come ignoro quanto davvero sia questo un aspetto di ciò che pensano e comunicano al lettore; perciò mi limiterò solo a riportare alcune brevissime impressioni sull’argomento mutuate dal girovagare oltre-cortina. In primis, il fatto che l’esperienza totalitaria non parrebbe affatto morta e sepolta tra i ragazzi, anzi ben presente. Piuttosto, metabolizzata in modi tra i più diversi e alcuni di essi possono sì tendere a funzionare con decisione da casseforti emotive [d’altronde sarebbe forse eccessivo se l’avere trascorso un paio di lustri in un sistema politico diverso da quello attuale fosse aspetto che emergesse ad ogni discussione e in ogni contesto]. Tuttavia sembra esistere una diffusa consapevolezza di quanto è stato e numerose tracce di ciò avrebbero poi risvolti visibili sia in politica che nel sociale.
Infatti, senza per altro forzare troppo sull’argomento, molti coetanei cechi o slovacchi o cresciuti in quella che fu Berlino Est frequentemente mi hanno raccontato ricordi e vicende legate alle rispettive infanzie in stati non democratici; il trasporto che ho potuto notare è sempre parso adeguato all’importanza dei fatti narrati. A vicende più o meno ilari come la prima banana mangiata a Köpenick [si dice con buccia, ma credo trattarsi di leggenda dalle infinite varianti locali] o l’ostracismo del mostro verde Hulk nella Cecoslovacchia di Gustáv Husák, si contrappongono storie di parenti fuggiti nella notte e ricordi ancora vivi di file e limitazioni. Senza contare le centinaia di riviste letterarie e politiche centro-europee che proprio sulla transizione fanno perno e sono gestite spessissimo da under-quaranta e [sempre nei limiti di audience per simili pubblicazioni] si dimostrano capaci di raccogliere un decoroso successo. Idem -per quanto segua meno la scena- le pellicole locali, specie quelle della gloriosa tradizione balcanica, tra le quali figurano molti film di giovani registi sul tema della vita sotto il comunismo.
Stimolato dallo spunto su Repubblica proverei quindi a ribadire un concetto sul quale mi capita spesso di leggere opinioni e seguire dibattiti piuttosto animati: vi sono -io credo- molte tracce in giro a suggerirci quanto l’esperienza dittatoriale non sia stata dimenticata dai ragazzi dell’Europa centrale e orientale, sia da coloro che ne hanno vissuto una parte sia per chi invece è nato dopo. Non parrebbe un mondo da molti etichettabile come da vecchi. Tuttavia la memoria va sempre rinfrescata e ben vengano libri e articoli a tema. Piuttosto, eventuali problemi come i nascenti nazionalismi in alcuni stati o certe simpatie per movimenti ambigui hanno trovato terreno fertile nei vent’anni successivi la caduta. Per fortuna l’assoluta ricchezza culturale della zona impone un deciso ottimismo; quel che è stato probabilmente non si ripeterà, almeno qui. Anche -ma non solo- perché il ricordo in tanti se lo portano dentro e si direbbe diffuso un bel talento nel tramandarlo.


5. Praga: i libri dimenticati sul bus. 

16-12-2010. Praga.

«Da una parte c’erano annunci pubblicitari […], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere». Così Karl Schlögel nel suo Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik. Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi dello storico tedesco.
Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai.
Sia come sia, essendo chiamato al compito di monitorare la gioventù oltrecortina -un compito non tra i più facili poiché dopo vent’anni i giovani oltrecortina risultano essere pressoché identici alle controparti occidentali- provo a soffermarmi un po’ sul primo enunciato schlögeliano [«da una parte c’erano annunci pubblicitari, dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche»] per sottolineare quanto, ironicamente, a seguito del boom della Europa centrale per la fascinazione pubblicitaria conseguente l’apertura al mercato, stia tornando in zona l’antico amore per il vuoto delle superfici bianche, o per lo meno avviene quando entra in ballo quella che è stata da sempre il principale prodotto da esportazione centro-europeo: la cultura. Analizziamo un attimo il fenomeno.
Io questo lo so perché l’ho letto sul časopis Respekt, uno tra i più seguiti magazine cechi: il guidatore di bus Pavel Patěk una notte termina la propria corsa a Kobylisy, prima periferia praghese. E come sempre si alza in direzione delle ultime file per svegliare gli ubriaconi addormentati. La sorpresa consiste nel non trovare alcolisti ma un libro; un libro con un foglietto sopra: «questo libro è fuggito -c’è scritto- e chi lo ritrova è pregato di contattare il sito uprchlé knihy», che in ceco vuole dire «i libri che scappano.» Pavel Patěk, tizio ligio ai doveri, old school cecoslovacca, esegue e si butta online. Lì scova alcune coordinate [che per dovere di cronaca riporto: «50° 4′ 55.082″ North and 14° 25′ 33.626″ East»] le quali conducono alla libreria della casa editrice promotrice della iniziativa. Nei giorni successivi alla vicenda di Pavel Patěk furono tantissimi i casi di libri fuggiti per Praga, ripescati in luoghi assurdi.
La forma alternativa di promozione in questione si chiama guerrilla marketing e ha almeno trent’anni di vita; nata negli Stati Uniti, consente di sponsorizzare qualcosa senza tanti soldi, utilizzando piuttosto una idea, meglio se non convenzionale e vagamente provocatoria. Scarsa spesa e molte pensate geniali, ossia il mix ottimale per quelle migliaia di giovani menti del luogo vogliose di buttarsi a capofitto nel commercio, ma azzoppate dalla crisi. Torno a Schlögel, sebbene attualizzandolo: «da una parte c’erano gli annunci pubblicitari, dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche.» Poi sono arrivati gli annunci pubblicitari. Poi sono tornate le superfici bianche.
Collina di Letná, sempre Praga: una macchina della polizia si ferma perché vede due ragazzi penzolanti in una galleria. Sono giovani, vestiti da ferrata e hanno aggeggi che spruzzano qualcosa sulle pareti; sudici imbrattatori. I tizi vengono fermati dalle forze dell’ordine. Le loro macchinette spruzzano acqua e sapone; l’acqua con il sapone -lavando lo smog dai muri del tunnel- ha formato l’enorme scritta «Copenaghen 2009-CO²» al fine di dare visibilità al vertice danese per la riduzione dell’anidride carbonica. Più efficace di un cartellone lungo l’autostrada, senza dubbio.
Ad ogni modo la tradizione del guerrilla marketing è molto lunga nell’area, avendo in parte nobili discendenze anche nel periodo comunista [non siamo tanto lontani dalle logiche-samizdat, con i libretti sovversivi infilati dove meno te l’aspetti] e nei primi anni seguenti la caduta quando, interrogandosi su cosa farsene di quella miriade di carri armati abbandonati per le strade, fu deciso da molti giovani artisti di tagliarli a metà [operazione per altro che comporta una buona dose di convincimento] e dipingerli di rosa shocking.
Fenomeno interessante perché si ricorre all’arte per promuovere arte, talvolta, ma anche una compagnia telefonica, un leccalecca o un detersivo [sempre successo a Praga: la faccia allegra di Mastro Lindo spicca su certe strisce pedonali, sensibilmente più bianche di quelle accanto]. È la necessità che si fa virtù? Può essere. I dati, d’altronde, parlano chiaro: in zona tagli alle spese generalizzati a seguito del pacchetto di austerità proposto dal governo di coalizione di centrodestra Ods-Top 09-Věci veřejné, investimenti sui media ridotti quasi del quaranta percento, e proprio per questo anche le grandi imprese starebbero iniziando a sondare il terreno del guerrilla marketing; c’è di buono che è un settore in prevalenza mosso da ragazzi, i numerosi studi creativi dell’area, ben decisi a fare girare l’economia tramite vettori alternativi dopo avere considerato che sugli usuali non si gira più tanto bene. «Da una parte c’erano annunci pubblicitari, dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità». Adesso che la pubblicità c’è sia da una parte che dall’altra pare apprezzabile lo sforzo di renderla, se possibile, quantomeno più stimolante.


6. Europa orientale: l’inossidabile fantasma della guerra fredda.

10-02-2011. Berlino.

Non sono moltissimi i luoghi nei quali ancora risulti possibile annusare l’originale fragranza della Guerra Fredda, poiché il tempo ha compiuto il proprio dovere livellando e sommergendo ormai la gran parte delle cose e un rassicurante strato di polvere si è depositato pressoché su tutto [senza contare il dato secondo cui della suddetta fragranza originale a molti sembra importare ogni giorno di meno]. E certo un nutrito gruppetto di persone ha iniziato a speculare sul fenomeno ostalgico da una decina di anni a questa parte, tuttavia si tratta di esplosioni circoscritte, frazioni ristrette e identificabili all’interno dei rispettivi contesti quindi, volendo, evitabili [musei sul comunismo con la matriosca al neon che digrigna i denti, bancarelle con le maschere anti-gas tra i turisti, cunicoli dal passato altamente simbolico vendibili come montagne russe, qualche fiume in secca o torrette sparse nella nebbia senza nessuno più cui sparare contro]. Va da sé quanto le vibrazioni da conflitto Est-Ovesti risultino frequentemente artificiali e un po’ ridicole. Non siamo tanto distanti dai gladiatori di plastica davanti al Colosseo sebbene l’entusiasmo di coloro i quali fanno la fila mi fa desistere da ogni aggressione troppo esplicita. Dunque il dato sconvolgente è scoprire che esiste ancora una fetta di mondo nella quale le principali caratteristiche della Guerra Fredda siano rimaste pressoché intatte dai bei tempi, e non si tratta di un parco-giochi a tema: diffidenza tra vicini, illazioni lungo la frontiera, polizie in perenne contrasto, maligne speculazioni o dichiarazioni di distanze insanabili al netto di emittenti radiofoniche ascoltabili da entrambe le parti con facilità più qualche campo da calcio nel mezzo del guado zeppo di bambini che scorrazzano felici, ignari del salto nel buio potenziale superando la cortina di centrocampo.
Manfred Alexander in «La percezione tedesca della Primavera di Praga» ebbe a scrivere:

Tale complicata situazione fa da sfondo alla percezione che si ha dei cechi nella Germania di oggi; benché siano i nostri vicini da circa mille anni, essi quasi non vengono ricordati nei libri di scuola e conoscenze precise sulla loro cultura e storia sono limitate, per la maggior parte dei tedeschi, a ricordi di viaggio a Praga. La carta meteorologica alla televisione mostra in corrispondenza della Repubblica Ceca solo un buco.

Il confine tra Baviera e Repubblica Ceca è qualcosa di più d’un semplice scavallamento tra nazioni: per entrambi i mondi si tratta di una distanza ragguardevole e impossibile da accorciare, su tutto perché il fatto che diminuisca non si direbbe una priorità per nessuno tra i contendenti. I punti di scontro politici sono evidenti: conservatore e cattolico il Land tedesco, laica e tendenzialmente progressista la vicina Boemia, oltre al fatto dei Sudeti nella II Guerra Mondiale e il decreto Beneš [*] ancora non metabolizzato.
Quindi curiose antipatie e tafferugli più terra-terra balzati, per altro, spesso agli onori della cronaca con contorni grotteschi: un esempio la guerra automobilisti vs. polizie stradali. Le dinamiche meritano una menzione: almeno una volta al mese spunta in Repubblica Ceca un articolo nel quale i bavaresi vengono messi spalle al muro con l’accusa di perseguitare i cechi al volante che lungo il confine si trovino a transitare. Reati fittizi creati ad hoc per umiliarli o modi troppo bruschi in netto contrasto con l’autentico spirito del posto, quale che sia, ovvero un mix di tolleranza e invidiabile tendenza al perdono.
Viceversa imprecisate quantità di bavaresi criticano i cechi di frontiera, le scarse forniture di cibo e catene da neve negli autogrill, o il prezzo della benzina non più conveniente come nel 1984. Un alone di sospetto e frecciate bipartisan che emerge attraverso parametri singolari e anacronistici. Trattando questo spazio di episodi di vita vissuta posso citare numerosi avvertimenti uditi in Baviera sulla presupposta pericolosità dell’oltre-frontiera [«dio solo sa cosa accade tra Boemia e Moravia, fai attenzione»] così come ho trovato stupefacente ma indicativa la prima pagina dell’importante settimanale ceco con un tizio ad interpretare il tipico bavarese seduto a cavalcioni di una signorina bionda che pulisce il pavimento: non che vi sia una attitudine vltavina a passare il cencio nelle abitazioni dei bavaresi, piuttosto un chiaro messaggio contro lo snobismo e la supposta arroganza dei vicini di sud-ovest.
Di contro va però ammesso quanto procedano alla grande i rapporti tra Repubblica Ceca e Germania tout-court: la visita del premier Nečas a Berlino qualche mese fa è stata ben commentata da entrambe le sponde e la Merkel mai ha fatto mistero di considerare Praga un serio interlocutore sia nelle politiche economiche che come partner strategico in altri settori. Dal Buntestag di Berlino il comunicato finale dell’incontro tra Nečas e la Merkel è stato qualcosa tipo: «Repubblica Ceca e Germania devono guardare al futuro assieme.» Un futuro che sarà di cooperazione e armonia. Per chi come me viene dal paese dei mille campanili, un proposito condivisibile specie se accompagnato alla familiarissima attitudine di coinvolgere pressoché su tutto gli adorabili vicini di casa pur detestandoli cordialmente.

[*] «Il decreto Beneš» -o meglio «i decreti Beneš»- furono causa della espulsione cinquanta anni fa di tre milioni di tedeschi dei Sudeti, privati dal governo di Praga delle proprietà e della cittadinanza cecoslovacca. Horst Seehofer, presidente della Baviera, ha in mente di piazzare l’argomento al centro dei dibattiti in corso nel 2011 con l’omologo praghese, sebbene ad oggi gli incontri tra esponenti di Monaco [Sudetendeutsche Landsmannschafte] e cechi siano stati sterili, non avendo Praga la minima intenzione di risarcire danni di tempi remoti o subire ulteriori impicci da parte di vicini petulanti.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: