
Così Karl Schlögel nel suo Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik: «da una parte c’erano annunci pubblicitari [...] dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere». Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia di questi tempi Est e Ovest non esistono più. O quantomeno nei termini di Schlögel. Senza contare quanto la faccenda sia radicalizzata al punto tale che l’Est odierno [contrapponibile al vaghissimo Ovest odierno] abbia scelto di inglobare non più Praga, Budapest o Varsavia ma tenda a localizzarsi in un territorio indefinito che va da Dubai e Shanghai passando per l’India. Ossia quei posti che sono anche il nuovo Ovest. Dovrò aggiornarmi.
Al vecchio Est parrebbe essersi sostituita stabilmente l’Europa centro-orientale tornata di fatto al proprio posto. Un luogo rispetto al quale i principali parametri di analisi politica sono quasi sempre gli stessi: corruzione e spinte nazionalistiche. Come se altre zone della terra ne fossero esenti o macchiate in maniera minore. Di rado filtrano news di altro stampo escludendo sporadiche esondazioni di fiumi, pandemie di oche, festival culturali e altre sciagure.
La televisione -che ronza in un angolo dell’appartamento di Prenzlauerberg- passa dettagliati aggiornamenti sulle discutibili attività del presidente bielorusso Aljaksandar Lukašenko il quale, comunque la si voglia vedere, vanta l’innegabile dote di riproporsi perennemente uguale a sé stesso e incurante di tutto al netto degli estemporanei tuoni che talvolta possono abbattersi nelle vicinanze del suo culo. Tipologia comportamentale non dissimile da quella dell’ex premier italiano che per lui sbrodolò parole di lode circa due anni fa tipo «il popolo ti ama e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti.»*
La televisione dice che Vladimir Neklyayev è un poeta ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Andrei Sannikov è un diplomatico ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Entrambi al momento risultano in cella assieme alla signora Khalip del quotidiano Novaya Gazeta, per altro moglie di Sannikov.
Cupe restrizioni bielorusse cui fa eco l’Ungheria con le svariate leggi restrittive approvate dal governo di quel fenomeno di Viktor Orbán: cosa succede alla graziosissima Europa centro-orientale? A Praga il presidente della repubblica Klaus e Václav Havel si sono a battibeccati per mesi su politica interna e l’intervento militare in Libia contro «l’insano criminale» [testuale: «šílený zločinec»] Mu’ammar Gheddafi ora dissoltosi nel niente. Mentre un medico gira film porno nell’ambasciata vaticana. In parallelo a Berlino la Merkel continua a prendere batoste come mette il naso fuori l’urna.
Slavoj Žižek tira in ballo Søren Aabye Kierkegaard per sostenere quanto un processo rivoluzionario non implichi un progresso graduale ma un movimento ripetitivo. Un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Il quadro generale deve essere perennemente superato e ogni cosa ripensata iniziando dal punto zero. Tutti i miei vestiti ed i pochi libri che ho comprato si trovano al momento dentro grosse scatole di cartone poiché sto lasciando la Germania senza tormenti al proprio verde e denuclearizzato destino. Ho deciso di tornarmene a casa per re-iniziare dal mio personalissimo punto zero poi, casomai si rivelasse una scelta sbagliata, amen.
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Personal notes of an infantryman [cit.]
11 febbraio 2012On «East Journal.»
14 gennaio 2011
«Le recenti polemiche scatenate dalla nuova legge sui media approvata in Ungheria dal governo di Viktor Orbán [East Journal ne ha parlato qui] contribuiscono, tra le altre cose, a porre l’accento su un aspetto piuttosto spinoso per l’Europa centro-orientale, vale a dire il rapporto non propriamente agevole che i singoli stati dell’area si sono trovati ad avere con i vertici comunitari ogni qualvolta sia toccata a loro la presidenza di turno dell’Unione; è capitato nel 2009 alla Repubblica Ceca e accade ora all’Ungheria, la quale presiede il consiglio EU dal primo gennaio duemilaundici e in carica resterà fino al trenta giugno. Naturalmente si tratta di una casistica ancora limitata [nei fatti solo Repubblica Ceca e Ungheria hanno rappresentato l’Europa centrale nel ruolo, più la Slovenia per l’area balcanica] tuttavia sono stati tantissimi gli scivoloni cechi, così come non si direbbe iniziata nel migliore dei modi l’avventura ungherese [la Slovenia, viceversa, se l’è cavata con agilità sebbene -dicono gli inguaribili scettici- soltanto perché s’è ritrovata sullo scranno prima della crisi economica che ha rovesciato il banco comunitario, e non solo.] Inoltre pare doveroso sottolineare quanto l’Ungheria non sia che all’inizio del proprio percorso e avrà tutto il tempo che le serve per dimostrare di essere una democrazia sulla quale poter fare affidamento, guidata da un solido e rispettabile esecutivo.» [On East Journal.]

