Posts Tagged ‘Válečky’

Berlino: reich und schön.

31 maggio 2012


-Se mi diverto? Oh. Da matti.
-Sicuro.
-I tuoi nuovi amici sono uno spasso.
-Come no.
-Davvero. Adoro parlare di circoscrizioni elettorali.
-Ah.
[Una precisazione: la signorina in questione mi ha sempre reputato più dinamico e intraprendente di lei. Ma anche abbastanza idiota. Non fatico dunque ad immaginare che mi abbia smascherato.]
-Germania- la sento ridere mentre si allontana in direzione della cucina.
-Non è vero un cazzo, giusto?- borbotta quando provo a raddrizzare una cornice alla parete.
-Non toccarla. Senti- continua facendosi di nuovo vicina.
-Ancora mi sfugge il motivo per il quale non ti abbia già cacciato a calci nel culo. Vuoi rinfrescarmi la memoria?
Le risate della sala arrivano ovattate. Probabilmente qualcuno ha raccontato la storiella di Westerwelle sulla tazza del cesso al quale spiegano il concetto di Mitte [centro]. La guardo.
-Posso dirti una cosa?- domando.
-Spara- fa lei con già una mano sulla maniglia
-Viviamo in un mondo di coppie e non abbiamo neppure quarant’anni.
-Cosa intendi insinuare, scusa?
-Speravo che avresti trovato una via di fuga per restare a galla.
-Invece?
-Invece sei sprofondata come un sasso.
Silenzio e solo dopo qualche secondo sottovoce ribatte: «se invece fossi felice sul serio
-Tu felice? Impossibile. Guarda il mondo nel quale vivi. Niente è vero.
Tocco il bonsai che cade. -Oh mein Gott. Ma allora è vero che parli per stereotipi. La gente realizzata e ricca è sempre stronza. Giusto? Ma chi te li formula i pensieri? Il regista di Reich und Schön?*
Fuori dalla finestra la città splende di neon.

Arcade fire.

29 maggio 2012


«-Ora come ora negare è la cosa più utile. E noi neghiamo.
-Tutto?
-Tutto.
-Ma come? Non solo l’arte e la poesia…ma persino…
-Tutto- ripeté Bazarov con indescrivibile compostezza.»

Ivan Sergeevič Turgenev.
Padri e figli [Отцы и Дети.]
1862.

«Semiseria cronaca sentimentale» etc.

21 maggio 2012

«Alla fine arrivò davvero. Ma questo è l’aspetto meno rilevante della faccenda. Il ricordo è un tempo bloccato nonostante la pioggia lungo la strada perfettamente in grado di lanciare il messaggio più chiaro che mai ossia quanto la stasi, l’immobilismo, di fatto fosse qualcosa esistente solo nel cervello del tizio al portone. Il resto in qualche modo scivola via. E le luce del taxi e il profilo della passeggera nell’abitacolo. La sagoma all’interno a muoversi appena mentre l’auto inizia a rallentare. La strada ha un nome ma non è tanto importante. Basti sapere che è tipica strada tedesco-orientale con le luci e le terrazze e i fiori stremati dal freddo. La neve del mese e biciclette bianche. In casa -al terzo piano del palazzo- il letto è rifatto. Anzi due sono i letti rifatti perché è buona norma dormire in letti separati adesso o meglio: un solo letto è rifatto poiché l’altro non è un letto ma un tappeto piegato con un lenzuolo sopra. Il tizio sul portone si sistemerà lì una volta tornato in casa con la tizia sul taxi, cui spetta di diritto l’onore del letto vero. In fondo lo merita per il contributo alla causa dato in passato. Senza parlare inoltre dei riti dell’attesa appena terminata. Loro sì che hanno un ruolo fondamentale in questa storia [il taxi invece no. Scaricata la presenza infatti se ne andrà silenzioso come è arrivato.] E le frasi ripetute sul tappeto piegato mentre sono le quattro del mattino e il tizio ancora si trova in attesa del messaggio con scritto: sto arrivando. Sono nel taxi. Dieci minuti e ci vediamo giù. Quindi la casa dove tutto avrebbe dovuto svolgersi secondo non meglio definiti piani. Ma niente. La casa tirata a lucido come se l’assenza di polvere o calzini sporchi potesse bastare lei sola a stravolgere il corso delle cose, probabilmente già definite da un pezzo. Breve visita in cucina per un bicchiere d’acqua -serve sempre alle cinque del mattino- e le prime frasi di circostanza. Lui aspetta un segnale: lei spiega che forse sarebbe meglio dormire un po’ prima di iniziare il tour della città previsto per domani e buona idea fa lui. Che naturalmente non lo pensa affatto.»

Continua.

La parte del sofà.

20 maggio 2012

Prepararsi al Renzi*. Ma ci torneremo.

Contestualizzare please [1991.]

9 maggio 2012

«Ma non è finita e dal materasso riesco a sentire i passi sulla moquette. Il click degli interruttori spenti al suo passaggio assieme al suono del cellulare cui viene disattivata la suoneria. E come spesso accade quando si infila tra le lenzuola opta per cingermi stesa sul fianco. Poi solo in un secondo momento usa informarsi su cosa abbia fatto durante il giorno. E dopo averle servito la più irritante tra le risposte [manicure] eccola deflagrare in una di quelle risate composte che la caratterizzano e per le quali si è sopraffatti all’istante dall’incontenibile stimolo di gettarla dal letto. Ci metto poco a tornare composto e mi concedo un respiro da apneista. Anche stavolta osservarla franare a terra tirandosi dietro le coperte mi riempie di una gioia profonda. Infantile e totalizzante. Perché lì stesa, con una mano al fianco e l’altra alla spaziosa fronte, ricorda la grazia inquietante di un pitone o qualcosa di similmente esotico mentre io come un bambino spaventato attendo i suoi nodi e la sua pelle a strappare la mia. La necessità di soffocare per scomparire tra le uniche spire che sono disposto ad accettare e non rinnegare. Una ofidiofobia di ritorno che stritola e soffoca. L’ambiguità circolare che avviluppa gli arti pressando il malandato cuore e i trascurati polmoni nel vortice di una danza di tortura eseduzione che fu sua madre a insegnarle quando erano piccole e ancora il regime sceglieva per loro.»

Incipit[s] capitoli 1-3. Studi[o] dal vero.

30 aprile 2012

Praga.
Karmelitská

1. «Mi viene richiesta una sorta di cronistoria degli eventi con esplicita crudeltà poiché niente per me sarebbe più complesso. Due i motivi. Il primo è l’ordine intrinseco che simile esercizio sottintenderebbe [avendone la possibilità, per recarmi in cucina dal salotto sceglierei di passare dal tetto] mentre il secondo è strettamente tematico. Ovvero quanto più un argomento risulta essere per me personale e intimo, più lo tratterei con la delicatezza di un suonatore di grancassa. Si tratterà magari di qualcosa relazionabile alla frustrante prudenza con la quale uso accostarmi a tutto, oppure l’essere così chiuso [il corsivo va inquadrato nell'ottica di certe considerazioni familiari delle quali forse un giorno scriverò]. Sia come sia, fosse possibile gradirei affrontare il presente excursus sentimentale tramite i miei usuali parametri cioè sproloquiando senza la minima traccia di chiarezza e/o gettando direttamente il computer nel fondo di un pozzo. In molti sapranno essermi vicini lo stesso e d’altronde vi è un numero altissimo di evidenze con pochi elementi di dubbio.

Berlino.
Schönleinstraße.

2. «-Se proprio vuoi saperlo -biascica al telefono la mia amica slovacca Fraňa pulendo con l’indice il bordo di un portacenere in lamiera comprato in Marocco- penso l’amicizia sia un gioco delle parti piuttosto squallido da qualsiasi posizione tu intenda vederla. Lei, sin dai tempi dell’università, è sempre stata quella che per me ha deciso smuovendo montagne e di contro a me è sempre toccato il vergognoso ruolo di yes-woman. Mi segui?
Piccola pausa.
-Ti seguo.
-La durezza che ha mostrato non mi sconvolge affatto. Inoltre non va sottovalutata affatto la location, essendo il notturno praghese un luogo scenico e di sicuro impatto.
Come ogni volta, avevo rimosso un’infinità di aspetti.
-Se fosse rientrato nelle sue possibilità, te lo avrebbe gridato da un blindato del Reich.
Questa penso l’abbia rubata a Borges. Mi sfilo i calzini e chiedo quale abito stia indossando.
-Eh?
-Dico, adesso che parli con me. Come sei vestita?
-Lascia stare e pensa a ricostruirti.
-Ti prego. Voglio saperlo.
-Indosso uno yukata giapponese. Sarai contento.
Taccio.»

Bratislava.
Obchodná. 

3. «Allora brucio i tempi e mi avvicino al volto di K. Curioso come si somiglino, lei e sua sorella, specie da distanze così ridotte. Gli occhi ma anche la forma dei pollici. E rifletto su quante sfumature da lontano siano particolari risibili di contesti ben più ampi. Forse evitabili o comunque aggirabili. Mentre da pochi centimetri tornino a farsi elementi imprescindibili dei quali tenere conto. Qualsiasi sviluppo possa verificarsi nella trattazione. Così scelgo di cingerla tra le braccia e poggio la testa sopra la sua spalla. I colli si sfiorano rendendo avvertibili le pulsazioni di quelle vene che sempre dimentico come si chiamano ed esamino la conformazione di un neo lievemente asimmetrico che magari dovrebbe farsi controllare. I capelli a contatto con la gota e il calore della fronte nella classica posa per la quale un esercito di registi andrebbe in subbuglio, con mani di poco più basse rispetto a quanto verrebbe consentito dagli usuali standard relazionali tra un mammifero della mia stazza e una operosa formica come lei.»

Rigore tedesco.

26 aprile 2012

L’esponibile e l’indicibile.

16 aprile 2012


«Per come è lecito intenderla, la percezione tedesca del gigantesco spazio slavo oltre il confine orientale della Germania è da sempre un aspetto intrigante da passare sotto il vetrino e continua a rivelarsi, ogni qualvolta venga tirata in ballo, anche un pratico contenitore cui attingere per chiunque intenda inventare storielle a tema nel modo più proficuo. Forse si tratta di un mix di invidia verso aspetti del carattere diffuso in media oltre la staccionata, oppure fascinazione per qualcosa che è sempre stato a un tiro di schioppo tuttavia mai ritenuto coinvolgente al punto giusto perché nei fatti inconciliabile con qualche forma di rigore prettamente teutonico. Non so. Ad ogni modo [e provo davvero ad essere il più neutro possibile, almeno in questa occasione] da un po’ di tempo viviamo in un microcosmo di coppie e tutto arriva troppo in fretta. La velocità è il problema. Ora come ora. Vale a dire: non è che stiamo diventando idioti vecchi e insipidi con gigantesche tendenze ad autoincensarci, quanto che stiamo facendolo troppo velocemente rispetto ai piani. Siamo persone che necessitano calma nei movimenti e non siamo stati abituati a correre: farlo ci rende ridicoli e infelici. Ecco come mai, tornando alla percezione tedesca della sfera slava, qualche sera fa un avvocato bavarese di circa trent’anni brucia le tappe con me dimostrandosi troppo in fretta il coglione che è. Vale a dire: discutendo ad una cena vicino Bernauerstraße lo sento abbandonarsi con spiacevole rapidità a suggestioni stonate con il contesto o quantomeno meritevoli di reprimenda. Infatti, riferendosi alle frequenti visite in Boemia che mi sarei concesso nel passato più o meno recente, il tizio sostiene di avere letto una cosa simpatica su Praga vale a dire, nell’ambito della grande predisposizione cittadina all’arte contemporanea, in pieno centro avrebbero da poco inaugurato un museo di cazzi.
-Cazzi?
-Sì. L’hai visto?
Scuoto la testa.
-Enormi e colorati.
-Ah.
-Pure con le vene. Realistico.
-Davvero non conosco.
-Capisco. Beh, spero tuttavia tu possa rimediare.
Annuisco.
-Ok -fa lui- …un po’ di insalata, amico mio?»

Ostern. Baffi neri. E mandolino.

7 aprile 2012

Incipit delle «Pillole» [2005 e 2007.]

9 marzo 2012

«Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva
preso in affitto sulla 17ª strada, qualche volta si immaginava
di essere una industria per la produzione di racconti autobiografici.
E si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita fino alla morte.
Su un foglietto arrivò ad ammettere: «non trovo giustificazione».
Saul Bellow. Herzog.

Accenno di plot. A. e B. coronarono i rispettivi sogni di gloria dopo circa un anno di scuola. A. era un mediocre portiere. Io [C.] un’ala imprendibile. Fui io a presentare B. ad A. [fui io a sparare all’Arciduca a Sarajevo] dopo che D. conobbe B. al corso di teatro.
A. e B. finiti gli esami* nidificarono come una coppia di avvoltoi in una casa che trovai loro sul Loot tuttavia qualche tempo dopo si separarono prendendo ognuno la propria strada. Dunque, in linea con i pronostici, anche io e D. durammo poco in quella strana situazione di isolamento e scegliemmo di farla finita nel giro di qualche settimana.

* Dio fulmini l’autore.

You’ll find my favorite axe.

2 marzo 2012


Finita Belforter Straße svolto a sinistra e imbocco Kollwitzstraße. Prenzlauerberg è un curioso quartiere di Berlino e non sbaglierebbe chi scegliesse di descriverlo come un enorme asilo con qualche dentista per bambini ricchi [o almeno la parte più vicina a Mitte, quella che da Torstraße va alla Wasserturm e Odebergerstraße. Oltre non mi sentirei di arrivare a tanto.] Un distretto nel quale ogni coppia di androidi pare felice, pacificata, in carriera, rapida di gambe e di cervello nonché abilissima nel gestire la propria prole composta principalmente da gnomi che riescono ad andare in bici nella più totale autonomia su strade trafficatissime fin dentro lindi supermercati dove fare la fila e pagare in scioltezza i loro gelati prima di togliere le tende con la sicurezza dei pensionati. Settore che fu della ex Berlino Est, Prenzlauerberg si direbbe avere cancellato gran parte del proprio passato meno agiato attraverso una abile opera di rimozione, o almeno così la vede il mio nuovo padrone di casa Stefan P. che qui ha trascorso l’intera esistenza e ancora ricorda quando scarseggiavano i forni [Stefan P. ha quarantatré anni e adora i Genesis, pur non sopportandone le individualità.] -Sei mai stato a Greifswalderstraße?- mi domandò il primo giorno che ci incontrammo. Scossi la testa e gli chiesi cosa ci fosse da vedere a Greifswalderstraße.
-Niente. Escluso un commovente monumento ai lavoratori.
-Davvero?
-Sì. Ernst Thälmann, amico mio. Alla testa di una colonna di centomila manifestanti. Rivoluzione e fronte unito nelle fabbriche fra socialdemocratici e comunisti. Mi segui? Rivoluzione. E ascesi.

Pictures of you.

Partecipazioni azionarie.

22 febbraio 2012
«Blessed are the penny rookers.
Cheap hookers. Groovy lookers.»

«Che Guevara v domě u Prahy.»

27 gennaio 2012

Oldies but goldies
: due.

«Tutto qui è noioso, grigio e senza vita» sembra sostenesse Che Guevara di Praga. Motivando: «questo non è il socialismo ma il suo fallimento.» Ecco perché se n’è andato a Vienna. Dove ci si diverte duro e il socialismo è di quelli cazzuti.

Chitty chitty deutsche bang.

18 gennaio 2012


Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.

* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»

Brum brum.

16 ottobre 2011


«In termini kierkegaardiani un processo rivoluzionario non implica un progresso graduale ma un movimento ripetitivo, un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Ed è esattamente qui che ci troviamo oggi, dopo l’oscuro disastro del 1989, la conclusione definitiva dell’epoca iniziata con la Rivoluzione d’ottobre. Si deve dunque rigettare ogni senso di continuità con ciò che la sinistra ha significato negli ultimi due secoli. Sebbene momenti sublimi come il climax giacobino della Rivoluzione francese e della Rivoluzione d’ottobre rimarranno per sempre una parte chiave della nostra memoria, il quadro generale deve essere superato e ogni cosa deve essere ripensata, iniziando dal punto zero.»

Slavoj Žižek, Dalla tragedia alla farsa.
Ideologia della crisi e superamento del capitalismo.
Ponte alle Grazie 2009.

Lo stato delle cause.

9 settembre 2011


Si percepisce l’assoluta necessità di partorire al più presto la versione definitiva del libercolo e spedirla. Informazione questa che non interesserà a pressoché nessuno tuttavia serva qui a giustificazione del sensibile menefreghismo con il quale mi sto approcciando in questi giorni al Válečky 2.0 puntando tutto sul Válečky cartaceo e, consequenzialmente, infiammabile [mi sono arrivate certe lamentele]. Inoltre ce ne sarebbero di cose da dire. In primis le amministrative berlinesi, tornata nella quale la CDU prenderà l’ennesima trombata. Oppure la visita del Papa, capatina nella Heimat annunciata online da un tremendo countdown stile Nasa* [solo, da queste parti, il missile si infila dall'alto verso]. Punti di vista. Tuttavia ritengo corretto fornire a coloro i quali fossero finiti in zona più o meno volontariamente le seguenti impressioni da revisione finale™: si perde, dopo un po’, qualsiasi forma di controllo sul testo ruttato. Banale ma tant’è. Miei piccoli Puškin, il fatto di sapere pressoché a memoria ogni singola riga riconduce alla adorabile condizione dello studentello in grado di ripetere l’Infinito [qui in tedesco, sia mai] pure con la testa nello scarico, e neppure si capisce di cosa stiamo blaterando. Inoltre servirebbe, per sviare le goccioline calmanti di notte, un qualcuno che possa dirti all’istante «ok, figliolo. Il testo è buono così. Fermati. Qui le mani, da bravo. Ecco. Ammanettati al termosifone», di modo tu possa smetterla di limare ogni giorno ogni singola frase crucca e assassina. Senza contare quanto [e qui mi ricollego con l'incipit di questo delirio, amata Tigggre che Dorme: ma nessun problema. Siamo quasi alla fine della messa cantata] perda un fiume di tempo potenzialmente buono per altro, esempio aggiornare questo blog o lavorare agli articoli seri commissionati da gente seria o tradurre o sfasciare insegne al neon [pratica nella quale rientra anche il partecipare a dibattiti inebrianti sullo stato delle lettere.]
C’è un vecchio proverbio ceco che dice: «i fancazzisti non perdono mai il loro tempo ma osservano le finestre del buon Dio.» Ecco una cosa che i tedeschi mai si sognerebbero di dire. Ad ogni modo li vedo [mi ci vedo] quest’esercito di statue di sale davanti a grosse vetrate illuminate e musica di cherubini per sottofondo, intenti a grattarsi le palle. Sia dall’altra parte la versione definitiva del testo definitivo? La Thule cui brami arrivare ogni beota che scelga di misurarsi con la stesura di un testo più lungo d’un telegramma? Minima idea. Oggi occhi stanchi e distanti. Suppongo, a qualche miglia a largo di Rostock, vi sia una balena uguale sputata.

Continua.
«Molti anni fa, dal rifugio austriaco cui venne obbligato, lo slavista Angelo Maria Ripellino ebbe a scrivere quanto segue: mi consolerò sfogliando l’elenco telefonico di Vienna, zeppo di cognomi cechi. Vávra, Zajíc, Petříček. Pure in questo caso non siamo tanto distanti, temo.»

Recensione in fieri per libro appena finito.

21 agosto 2011


«Com’è scontato che sia, covo una naturale antipatia [figlia di invidia e tremendo rancore] verso chiunque riesca a pubblicare un libro a tema più o meno narrativo che abbia come nucleo centrale il rapporto tra Germania e Repubblica Ceca o Slovacchia. Sentimenti ignobili amplificati dal fatto che il testo in questione possa anche vantare un titolo oscuro, dunque in netta controtendenza con i più basilari dogmi editoriali [leggi: semplicità. Mai dimenticare che il potenziale lettore è sempre un coglione analfabeta.] Però stavolta devo fare uno strappo e ammettere quanto XXXXX sia un bellissimo romanzo storico -sebbene ogni definizione scivoli da queste parti- e l’autore, YYYYY, potenzialmente tra quelli da seguire sul serio.»

Continua appena riordino le idee.
E’ agosto, santo cielo. C’è tutto il tempo. 

Tranche de vie.

12 agosto 2011

Latte «Ja!» e birra Duckstein [4.9°]

Qualche nota rimossa dal Válečky.*

28 luglio 2011

* Al fine di evitare spiacevoli
accuse. Il mio prezioso editor
TQ sa bene di cosa parlo.

Uno. Letiště Praha-Ruzyně. Ossia l’aeroporto internazionale di Praga, vincitore nel trentasette di una medaglia d’oro a Parigi per la «concezione tecnica dell’intero scalo» ma soprattutto l’innovativa architettura del check-in**. Luogo [inutile sottolinearlo] da me associato ad una riuscitissima succursale dell’inferno nonostante esercizi anche gradevoli [souvenir del Ponte di Carlo e piccole birre Budějovický Budvar in versione portachiavi] o la wi-fi gratuita.

** Minima idea al riguardo.

Due. Ostalgie. Neologismo ad indicare la supposta nostalgia da parte di certi tizi nei confronti della vita all’interno del sistema socialista. Trend capace di generare alcuni film decorosi, alcuni gadgets osceni, e alcuni locali arredati in modo oggettivamente carino. Tra le icone più venerate dagli affetti da o., in Germania gli omini del semaforo di Berlino Est [Ampelmännchen], la Club Cola, le Trabant. Tuttavia, essendo faccenda strettamente connessa alla sfera del vissuto personale e la modalità di metabolizzazione del ricordo, ognuno potrebbe [e di fatto lo fa] proporre la propria lista/classifica di memorabilia ostalgica, ponendosi poi con con supponenza e irritazione rispetto le altrui scelte.

Tre. Wessi. Cittadini della vecchia Germania Ovest [ossi invece quella della vecchia Germania Est.] Nel testo -se mi conosco bene: sbagliando- da intendersi come tizi provenienti dal vecchio Occidente d’Europa tout court. [Nota nella nota. A coloro i quali possano pensare che la definizione ossi -ma anche wessi- sia datata e soprattutto offensiva, credo doveroso ricordare che in giro se ne possono sentire di altre sensibilmente peggiori.]

Quattro. Il piedistallo del mausoleo di Stalin a Praga. «The remaining socle is considered to be one of the best skateboarding spots in the world, and is daily frequented by local skaters» scrive al riguardo Wikipedia. Inoltre sarà forse utile ricordare che nel novantasei la base del monumento venne usata anche come piattaforma sulla quale issare, a scopo promozionale, una gigantesca riproduzione di Michael Jackson [il tour da promuovere si chiamava HIStory Tour e quella di Praga fu la prima data europea.] Michael Jackson al posto di Stalin era rappresentato con stivali appuntiti, pantaloni fascianti e sul petto qualcosa di simile a una coppia di cartucciere modellate sullo stile di quella indossata da Chewbacca in Star Wars. Capelli più riccioli di come possono apparire una qualsiasi foto ritraente il Re del Pop, e misteriosa appendice alla fine dei pantaloni non tanto diversa da un morbido pannolino per la terza età. La statua venne rimossa nel giro di poco.

Leggi il seguito di questo post »

Ci sta che sia un po’ rincoglionito.*

27 luglio 2011

* Sono stati dieci anni duri.

a. Il 19 gennaio 2001 è stato aggredito su un tram in centro a Torino e colpito da uno sconosciuto.
b. Il 17 dicembre del 2005 balza alle cronache per un pestaggio subìto in treno sulla tratta Torino-Milano.
c. A febbraio 2006 la situazione si ripete a Livorno, dove stava tenendo un comizio organizzato dalla Lega Nord Toscana.
d. L’11 settembre 2007, sesto anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, è stato fermato dalla polizia prima di una manifestazione contro l’islamizzazione e racconta di essere stato malmenato.
e. Il 9 giugno 2011 viene malmenato dagli uomini della sicurezza della riunione del Gruppo Bilderberg a St. Moritz in Svizzera.

Fonte: Wikipedia.

Piccolo esempio di nota bastarda.*

19 luglio 2011

* Potenzialmente.

«E dopo certi inquietanti naufragi si può trovare riparo sotto la statua in cartapesta di un pirata. Luogo ideale per ascoltare con interesse il punto di vista di Basti del Baden-Württemberg sulla cucina tailandese: insetti di merda ma li puoi anche mangiare. Qualcosa ci distrae. Prima una macchia, ora alcune voci.
-Deduco tu abbia letto la relazione.
-Ovvio. Mio dio.
-Come sono stereotipati, no?
-Ma figurati chi li considera, loro- ribatte una tizia in decoroso tedesco con solo lievi accenti slavi.
Trovo un apprezzabile equilibrio attorno alle [circa] 2:11 fingendo un senso di normalità e agio per situazioni del genere che neppure i più scafati autoctoni sognerebbero di ostentare. Con naturalezza sistemo il collo della camicia liso e provo a calmarmi. Tuttavia l’ingresso nel locale su Jugoslávských partyzánů della più smisurata comunità rockabilly cittadina alle [circa] 2:31 è sintomatico del fragilissimo equilibrio cui tutti siamo sottoposti, e l’ansia torna a salire. Sembra si conoscano da secoli e lo si può capire da come tastano i rispettivi ciuffi.** Si avverte la necessità di fissare la porta d’uscita e ululare come il vecchio Ozzy in Bark at the Moon però sarebbe meglio limitarsi a guardare in basso respirando a fatica. Anche questo è un modo per erigere un muro e c’è da sperare che qualcuno sappia interpretare la mia disperata richiesta di aiuto: poiché in questi tempi delicati e taglienti si respira sempre peggio e il sudore lungo la schiena nei momenti più tesi imbarazza. L’ansia si tocca: spasmi bronchiali, dolori addominali, nausea, bruciore di stomaco, vomito impulso e/o frequenza nell’orinare. Poiché se c’è una lezione in questo è che credere d’avere muse alle quali affidarsi è proprio da coglioni e serve ammetterlo: non c’è salvezza, o almeno da queste parti, se scegli di donarti e chiudere gli occhi davanti l’evidenza.»

** Tecnicamente: pomp o pompadour, acconciatura resa celebre da personaggi del calibro di Buddy Holly o Jerry Lee Lewis. Ma d’altronde, come per ogni movimento, anche nel mondo rockabilly è possibile riscontrare una infinita gamma di termini specifici, molti anche curiosi. Solo per citarne alcuni, le auto hot rod, le scarpe brother creeper o [questa la migliore] il sottogenere strettamente correlato psychobilly, capace di farti pensare a certe band di cerebropatici  intenti a cantare in sella a grosse moto a zonzo per le pianure dell’Ovest. Cosa che probabilmente, di fatto, accadeva.

Papà e mamma del Partito dell’Amore.

5 maggio 2011

«Questo partito [il Partito della Birra] non ha nulla a che vedere con la birra. E’ apparso sulla scena politica per scherzo e i suoi ideatori sono stati i primi a stupirsi del successo. Però l’aspetto pericoloso del fenomeno è che così si ridicolizza la politica e il suo campo d’azione. Il Partito della Birra è un partito-antipartito tipico di questa tendenza. Per altro c’erano anche un Partito del Whisky in Cecoslovacchia, ed un Partito della Iniziativa Erotica in Ungheria.»

Bronisław Geremek, La democrazia in Europa.
Pag. 29-9. Nero su bianco Laterza. 1992.

On «East Journal.»

6 marzo 2011


«Questa volta [non l’unica per altro] gli slovacchi sono stati più rapidi dei cechi: il governo a Bratislava c’è già mentre a Praga toccherà aspettare ancora un po’. Inghippi di nomine e qualche meccanismo bloccato; faccende che possono succedere, chiaro. Tuttavia lodevole il pragmatismo dimostrato dal nuovo premier slovacco Signora Radičová, e assai importanti le parole di Karel Schwarzenberg, futuro [presente e passato] responsabile per gli esteri ceco in trasferta, primo ospite del neonato esecutivo di centrodestra formato dalla unione dei cristiano-democratici del SDKÚ con SasKresťanskodemokratické hnutie ed il Most-Híd della minoranza ungherese.» [Continua su East Journal.]

«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.

5 marzo 2011


«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]

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