Posts Tagged ‘Vaclav Klaus’

On «East Journal.»

31 dicembre 2011


Succede che il duemiladodici sarà per Václav Klaus l’ultimo anno da capo di stato in Repubblica Ceca. Lascito dell’individuo un impegno politico di durata trentennale all’interno del quale è possibile scovare centinaia di spunti per una riflessione [beninteso: sia mai che qualcuno intenda riflettere su Klaus al di fuori dei confini nazionali].
La recente scomparsa di Václav Havel può senza dubbio fornire un funzionale punto di partenza. Profondissime infatti le differenze tra i due presidenti della repubblica -gli unici nella storia del paese- ma senza dubbio entrambe figure imprescindibili per capirne le dinamiche.
Emersi dal periodo che precedette la caduta del regime, e di esso artefici indiscutibili, Havel e Klaus scelsero di aderire a parrocchie differenti una volta ristabilita la democrazia nell’area, e per le rispettive si spesero molto. Se arcinote risultano essere le battaglie di Havel, forse più oscure sono quelle di Klaus. Il costante invito a tenere le antenne ben drizzate contro una Europa della quale fidarsi ma fino un certo punto e cui aderire ma fino un certo punto, l’estenuante battaglia con il Trattato di Lisbona più l’impegno nella divulgazione a tema ambientale/ecologico con costante negazione dell’esistenza del surriscaldamento globale o qualsiasi relazione tra l’aumento della temperatura e le emissioni di CO2 [cito un brano al riguardo ma sarebbe possibile copia-incollarne altre migliaia dai suoi libretti: «il clima del pianeta rimane sostanzialmente immutato ma gli allarmisti sono riusciti a convincere i politici e molte persone comuni che il giorno del Giudizio si sta approssimando e, sulla base di questo falso assunto, hanno cercato di porre un freno alla nostra libertà e di limitare la nostra prosperità». Proverbiale l’ossessione del nostro per gli ecologisti, concepiti alla stregua di demoni persecutori o snervanti piazzisti.] Il tutto in contesti dei più vari: fasi d’ombra come anche momenti nei quali sulla Repubblica Ceca vennero a puntarsi i fari dell’intero continente per il semestre di presidenza*. [Continua su East Journal.]

* Inciso: il 2009. Periodo nel quale l’allora premier Mirek Topolánek vide bene di
cadere. Seguì l’ascesa del tecnico Jan Fisher poi, dopo le politiche del 2010,
l’arrivo di Petr Nečas: a conti fatti sono sei i primi ministri nominati da Klaus.

Václav vs. Václav.

20 dicembre 2011


Uno dice bianco. L’altro dice nero. Da trent’anni. Adorabili.

[9-3-2011.]

On «East Journal.»

14 dicembre 2011


«Un buon cronista deve possedere il dono della sintesi e rapportarsi con Václav Klaus, capo di stato ceco, aiuta sempre in questo senso. Infatti, suonando musiche assai simili tra loro da circa un ventennio, il presidente lo inquadri facile facile. Stando agli avvenimenti di questi giorni eccolo quindi a dichiarare esattamente ciò che tutti immaginavano avrebbe dichiarato alla prima occasione propizia [nello specifico una intervista radiofonica]: la Repubblica Ceca convive con un deficit che, come potete constatare, non è in grado di eliminare. In questa situazione sarebbe [perciò] da irresponsabili aumentare il nostro debito fornendo ulteriori prestiti a paesi fortemente indebitati, cosa che rimanderebbe l’identificazione di una soluzione reale [qui messa giù lievemente editata. Per chi masticasse con fluidità l’idioma locale ecco il testo riportato da České Noviny: Česká republika sama žije s deficitem, který, jak je vidět, není schopna eliminovat. V této situaci by bylo nezodpovědné naše zadlužení zvyšovat poskytováním dalších půjček pro extrémně zadlužené země.] Contestualizzando: la Repubblica Ceca dovrebbe contribuire al fondo salva-stati [l’Efsf: European financial stability facility] con 3,5 miliardi di Euro, l’equivalente di 89 miliardi di corone. Sulla decisione Klaus ha poi aggiunto che nessuna scelta dovrà essere dettata dalla paura per il possibile isolamento conseguente un no, che in ceco sarebbe un ne.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

4 novembre 2011


«Periodo di congressi in Repubblica Ceca. Riunite le bande Top 09 e Ods, ovvero due dei tre movimenti di centrodestra attualmente al governo [il terzo è il Věci veřejné di Radek John, tizi che nel fine settimana preferiscono fare altro]. E tra attacchi al multiculturalismo -niente di eccessivo: non sarebbe in linea con lo stile locale, da sempre improntato ad un presupposto bon ton- o conseguenti dibattiti sull’Euro [«non possiamo curare mali altrui» etc.], ipotesi di coalizioni große o meno große per fare fronte alla crisi internazionale miscelata alla connaturata instabilità partitica ceca, ecco spuntare la dichiarazione che molti attendevano con ansia e nell’aria fluttuava da anni. Karel Schwarzenberg, ministro degli esteri e chairman di Top 09, si candiderà a Presidente della Repubblica nelle elezioni [indirette] che si terranno nel duemilatredici. Lo schematismo richiesto al buon articolo sullo stato delle cose impone la divisione in tre punti-chiave. Primo: chi è Karel Schwarzenberg? Secondo: chi è l’attuale Presidente della Repubblica rintanato nel Pražský hrad? Terzo: come si elegge un Presidente della Repubblica in Repubblica Ceca e di che professione stiamo parlando? Partiamo dalla fine.» [Continua su East Journal.]

La scena del sassofono.

22 giugno 2011


«Czech President Václav Klaus is celebrating his 70th birthday with a jazz concert at Prague Castle tonight with hundreds of guests attending. Klaus who regularly starts the jazz cycle at Prague Castle is a devotee of the genre*.»
Ok. Devoto del genere.  E proprio per questo tornano a mente le umiliazioni che il predecessore Václav Havel gli riservava nei ruggenti anni novanta non invitandolo ai concerti più cool della città, anche con Bill Clinton e signora a giro.
Per chi avesse modo la scena del sassofono [eccola] sta nel bellissimo documentario Občan Havel - Scény z prezidentské kuchyně.** Più o meno a metà. Loro a ridere e Klaus a casa: ecco spiegato come mai gli girano le palle da circa quindici anni e se la prende con gli ecologisti.

* Fonte: České Noviny.
** Di Pavel Koutecký e Míra Janek. 2007.

Hoplà.

12 aprile 2011


Il problema non è che ruba le penne. Il problema è che le usa.

On «East Journal.»

12 marzo 2011

«Anche i più convinti denigratori di Václav Klaus [ce ne sono un buon numero e alcuni vantano motivazioni decisamente convincenti] non potranno negare come si tratti di personaggio centrale all’interno della breve storia della Repubblica Ceca; per il ruolo attuale e per quanto in passato ha fatto, detto, scritto, creduto, dimostrato, costruito, distrutto. Fondatore del principale partito conservatore del paese, l’Občanská demokratická strana. Ministro delle Finanze dall’ottantanove al novantadue. Primo Ministro dal novantatré al novantasette. Presidente della Repubblica dal duemilatré ad oggi. Euroscettico brontolone dallo sguardo appassionato [lui ama definirsi «dissidente europeo», etichetta certo più intrigante e dalle graditissime sfumature eroiche] capace di pensate colorite tipo ricevere delegati da Bruxelles senza nemmeno una bandierina europea penzolante dal Pražský hrad [«giusto ridurre al minimo ogni simbolismo» ebbe a sostenere] o firmare la ratifica del Trattato di Lisbona per ultimo e solo poiché messo spalle-al-muro dal fatto di avere esaurito ogni scusa umanamente comprensibile.» [Continua su East Journal.]

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11 marzo 2011


«È evidente come la situazione in Libia potrebbe divenire un serio problema per moltissime nazioni o organismi sovranazionali, e non solo per i principali stati [o potenze] mediterranei come Francia, Spagna e Italia. Dunque sulle faccende riguardanti Gheddafi più o meno tutti mettono bocca in queste settimane, da coloro i quali avrebbero modo di intervenire militarmente [gli Stati Uniti] a chi riuscirebbe a influire davvero sulla economia di guerra [la Russia bloccando non solo parzialmente il commercio di armi] fino a tizi che meno peso hanno nelle dinamiche nordafricane ma per i quali la radicata tendenza all’analisi dimostrata nell’ultimo ventennio -nonché i ruoli, effettivi e formali, ricoperti- comporta l’obbligo di dire qualcosa [Havel e Klaus per la Repubblica Ceca, vale a dire i capi di stato a Praga nel post-89.]» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

25 febbraio 2011


«L’aspetto curioso è la ciclicità del fenomeno. Ovverosia, durante il semestre ceco di presidenza europea, il capo di stato Klaus ebbe a impuntarsi [lo fa spesso e riguardo un numero impressionante di argomenti] sul seguente dato: l’eccessivo simbolismo risulta essere quasi sempre controproducente poiché induce le persone a sviare dalla essenza reale delle cose dunque, al fine di focalizzare al meglio i problemi veri dell’agenda comunitaria e non perderci in superficiali cretinate, accogliamo i delegati europei al Castello cortesemente e da persone civili ma senza neanche una bandierina azzurra con le stelline a penzolare [il vessillo EU per come quasi tutti lo intendono.] Una pensata che fece molto infuriare Nicolas Sarkozy, ossia il tizio che precedette Klaus alla guida del semestre comunitario, premuroso e attento riguardo simili tematiche. Ma Klaus è solito non farsi toccare più di tanto dalla insofferenza del mondo esterno nei confronti delle pensate che escogita, quindi nessun cambiamento sensibile fu attuato: un mucchio di bandiere ceche e pesantissime assenze della controparte azzurra invasero Praga.» [Continua on East Journal.]

On «East Journal.»

5 febbraio 2011


«I risultati delle urne che a fine maggio indicheranno i nuovi equilibri politici in Repubblica Ceca potrebbero presentare aspetti interessanti per coloro che fossero misteriosamente interessati alle faccende locali; oltretutto piuttosto inedita è stata anche la fase pre-elettorale dalle parti del Pražský hrad, tra nuove formazioni, promesse di cambiamento e colpi di [in] testa. Proviamo a fare un po’ di ordine. Fino dalle prime legislature vi è sempre stato un numero ridotto di partiti, con rappresentanze parlamentari abbastanza stabili; d’altronde è cosa nota quanto la Repubblica Ceca sia uno tra i paesi dell’Europa ex socialista la cui transizione sia avvenuta nel modo più rapido, senza eccessivi scossoni o inquietanti virate verso territori osceni. I due maggiori movimenti nazionali, il ČSSD e la ODS, nelle forme attuali risalgono entrambi alla fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, ossia il periodo a ridosso della caduta del regime socialista e quello immediatamente successivo. Il partito di centrosinistra ČSSD [Česká strana sociálně demokratická] si è rinnovato attraverso la Rivoluzione di Velluto plasmandosi adeguatamente ai tempi, mentre il corrispettivo di centrodestra ODS [Občanská demokratická strana] re-inventandosi come costola autonoma del Forum Civico di Havel, in una operazione la cui paternità va attribuita all’attuale presidente della repubblica Václav Klaus, che ne sarebbe stato effettivo padrone per dodici anni.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

3 febbraio 2011


«Da qualche giorno si aggira per Praga un nuovo ambasciatore degli Stati Uniti d’America; il signore risponde al nome di Norman Eisen e -faccenda tirata in ballo come credenziale imprescindibile all’incarico- ha madre slovacca e padre polacco [a Washington è fondamentale che tutto torni, almeno su un livello areale.] Notizia degna di menzione poiché si trattava di incarico vacante da un biennio, ossia dal giorno nel quale Richard Graber lasciò la città a seguito della scadenza del mandato assegnatogli da Bush jr. Eisen -la cui permanenza risulta essere al momento di un solo anno, sebbene prorogabile- è stato ricevuto sia dal capo di stato Václav Klaus che dal Ministro degli Esteri Schwarzenberg: i primi mesi del nuovo ambasciatore paiono fitti di impegni e pendenze quindi nessuna perdita di tempo. Sul taccuino a spiccare il nodo inerente l’ampliamento della centrale nucleare di Temelín, l’aggiunta di due reattori [opera in agenda da un pezzo ma stoppata per il crollo della Unione Sovietica: vallo a immaginare] tramite una gara d’appalto. Tra le società partecipanti la statunitense Westinghouse, i russi – cechi Škoda JS-Atomstroyexport e la francese Areva. Inoltre, con Schwarzenberg Eisen ha discusso di politiche estere, ringraziando la Repubblica Ceca per la partecipazione attiva all’impegno militare in Afganistan.» [Continua su East Journal.]

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