Posts Tagged ‘Unione Europea’
7 febbraio 2012

…also on East Journal: 10-01-2010.
Da qui la lieve polvere tematica.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio duemilanove] e una di area balcanica, la Slovenia dal duemilasette. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino [si direbbe] scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero ilcollasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med: le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Ciononostante si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto vale a dire scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo. Alcune anche curiose.»
Continua qui.
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Tags: Euro, Gabriele Merlini, Mitteleuropa, Patto di Varsavia, Unione Europea
16 gennaio 2012

Primo dicembre duemiladieci per East Journal.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]
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Tags: Euro, Europa Futura, Gabriele Merlini, Germania, Unione Europea
23 giugno 2011

«E’ noto il celebratissimo dogma giornalistico secondo cui negli articoli non bisognerebbe mai usare la prima persona singolare: io l’ho imparato da un capo-redattore molto disponibile, poi trasferito dalla capitale in una sperduta provincia a seguito del fallimento della piccola testata che lo sottopagava. Però bisogna fare uno strappo alla regola stavolta poiché la contestualizzazione necessaria dell’argomento passa dalla mia esperienza diretta: ho avuto infatti l’onore di essere stato uno tra gli ultimi ad entrare in Danimarca prima del [relativo] polverone conseguente il ripristino dei controlli di frontiera in entrata. Viaggio comodo nel nord della Germania su bus da Berlino fino Rostock, quindi traghetto notturno e ti svegli che sei già in quei paesini dai nomi adorabili tipo Gedser o Bøtø By. Adesso tocca mostrare i documenti, talvolta o sempre, dipende da tanti fattori e sopportare un po’ di fila. Sia come sia, parte proprio dal caso danese la giornalista ceca Kateřina Šafaříková per constatare l’atteggiamento -a suo parere piuttosto ambiguo- di alcuni governi della Europa centro-orientale a seguito della rinascita di nuovi muri all’interno del continente. L’articolo sta su periodico Časopis Respek.» [Continua su East Journal.]
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Tags: Gabriele Merlini, Germania, Kateřina Šafaříková, Repubblica Ceca, Slovenia, Unione Europea
11 maggio 2011

«Berlino. Sebbene la nostra [dei tedeschi] storia non sia mai stata solo nostra e non lo sarà nemmeno in futuro, ebbe a sostenere Hans-Dietrich Genscher, ministro degli esteri della Germania Ovest quindi della Germania unificata, il nostro è un popolo al centro dell’Europa ed è, tra tutti, quello che ha il maggior numero di vicini: nel bene e nel male tutto ciò che accade in Germania si ripercuote sull’intero continente e dico questo senza presunzione poiché ciò comporta responsabilità maggiori. Il centro dell’Europa, dunque. Nonché il rapporto aumento-di-potere/aumento-di-responsabilità come già in Spiderman. Senza contare il numero dei vicini. Inoltre c’è vicino e vicino e se la Svizzera evoca fantasmi meno inquietanti, il confine tedesco-polacco finisce sempre per essere area particolare in qualsiasi modo venga messa: sarà destino. Infatti, per quanto nessun paragone possa essere proposto con il passato, qualche scricchiolio in zona viene percepito anche di questi tempi e principalmente riguarda il mercato del lavoro e il flusso reale o potenziale di individui a svallare sulla direttiva Est-Ovest dell’Oder [Odra in ceco e polacco, Wódra nelle lingue lusiziane, sia mai possa servire da gancio.] D’altronde le cose stanno così da un ventennio e parrebbero i cambiamenti sociali e/o politici di Germania e Polonia avere scalfito ben poco la percezione -specialmente tedesca- del viavai di lungo corso. Alcune contestualizzazioni.» [Continua su East Journal.]
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6 maggio 2011

«Il 2010 sarà ricordato come un anno movimentato all’interno della breve storia ceca e, consequenzialmente, nell’intimo di coloro i quali abitano la zona; al contrario, da fuori si continuerà ad avere l’impressione di un luogo piuttosto statico e poco utile da mettere sotto il vetrino poiché incapace di fornire ai golosi media esteri il cibo che più preferiscono, la news con il botto, l’esagerato che si fa funzionale e vendibile, il colpo di scena ad effetto. La Repubblica Ceca non è la Madre Russia dei ripetuti omicidi, dei liberticidi e del gas per ricattare, ma neanche l’Europa propriamente detta, la Germania e la Francia del mercato unico o l’Inghilterra dei veti, dei tagli e delle banche azzoppate [l'Italia -grazie al duro lavoro di equipe governative determinate- è riuscita a mantenere il comodo status di provincia dell'impero e nulla parrebbe indicare un qualsiasi tipo di upgrade nei mesi a venire.] Eppure nel 2010 in Repubblica Ceca si sono accavallati un bel numero di eventi degni di nota e forse alcuni con una rilevanza maggiore rispetto a quanto riportato ultimamente da certi articoli a tema [tracce boemo/morave nella stampa del Belpaese: in Repubblica Ceca manichini di poliziotte con minigonna per far rallentare il traffico sul Corriere della Sera, per altro proprio durante i giorni nei quali a Praga il traffico si rallentava davvero per una grande manifestazione contro il decurtamento del dieci percento nei salari dei dipendenti pubblici.] [Continua.]
Il «Numero Zero» di East Journal, magazine scaricabile in .pdf e per e-book, sta qui.
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29 aprile 2011

«I principali parametri di analisi politica applicati alla ex Europa dell’Est [adesso Europa centrale, Europa centro-orientale o Mitteleuropa 2.0] sono la corruzione e le spinte nazionalistiche. Pratico elemento dal quale partire e sul quale formulare un numero apparentemente infinito di teorie, salvo poi constatare come corruzione e spinte nazionalistiche esistano in misura del tutto paritaria anche nei principali paesi della Europa occidentale, nelle Americhe e in Oceania, e tutto il castello tenda a sgretolarsi.*» [On «East Journal» qui.]
* A tale proposito segnalo una mappa dell’Europa riportata qualche giorno fa da Repubblica nella quale si illustra la nuova onda nera di estrema destra calata in EU sia a Ovest che a Est, per quanto alla voce «destra austriaca» venga, sulla cartina, segnalata la Repubblica Ceca: sarà l’abitudine.
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22 aprile 2011

«Qualsiasi individuo partorito prima del 1993 nella fetta di terra comprendente l’attuale Boemia, la Moravia, più le regioni di Trnava, Trenčín, Nitra, Žilina, Banská Bystrica, Prešov e Košice, tendenzialmente può affermare di essere nato in Cecoslovacchia dunque di essere cecoslovacco. Tuttavia, al netto della non particolare brillantezza della constatazione, per Martin Šimečka [venuto al mondo nel 1957 a Bratislava, quindi cecoslovacco fatto e rifinito] risulta migliore la definizione di ceco-slovacco. Potere del trattino e spiegazione quantomai semplice: buona parte dei propri scritti e studi Šimečka li ha dedicati alle nature nazionali e le dinamiche che hanno accompagnato, nel ventennio appena trascorso, la genesi, la crescita e lo sviluppo di Repubblica Ceca e Slovacchia come stati autonomi e indipendenti, nonché i rispettivi ruoli all’interno della appartenenza continentale riconquistata [il fatto che Šimečka sia di padre ceco e madre slovacca mette tutti al riparo da eventuali accuse di eccessivo trasporto per l’argomento o scarsa conoscenza dei fatti.]» [Continua su East Journal.]
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19 aprile 2011

«Da una parte c’erano annunci pubblicitari [...], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere.» Così Schlögel nel «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik.» Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai. [Continua su Domani Arcoiris.]
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18 aprile 2011

«Un leak meno intrigante rispetto a quello che descriverebbe il premier italiano soddisfatto per la decisione statunitense di stoppare lo scudo difensivo in Repubblica Ceca e Polonia [una serie di missili con il sedere in Europa centrale ma il naso puntato dritto contro l’amico Putin] lo si deve al server Natoaktual.cz: da Praga partiranno infatti più di mezzo miliardo di corone destinate alla NATO, e nello specifico al sistema satellitare che l’organizzazione sta progettando con lo scopo di garantire maggiore protezione ai propri soldati in missioni all’estero. Oltretutto in un momento di drastici tagli di bilancio dalle parti del Pražský hrad.» [Continua su East Journal.]
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17 aprile 2011

«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Altri stati mitteleuropei -definizione polverosa però piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- sono destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.] Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.» [Continua su East Journal.]
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8 aprile 2011

«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.] E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.] Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.» [Continua on East Journal.]
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13 marzo 2011

«Ho avuto modo di scoprire che esiste un neologismo per la faccenda: il memorizzabile Vergangenheitsbewältingung, ossia affrontare e [se possibile] comprendere il passato; certo uno potrebbe anche usare Geschichtsaufarbeitung, non fosse più raro dunque rischioso. Ad ogni modo: « la storia tedesca non è mai stata solo nostra e non lo sarà nemmeno in futuro. Il nostro è un popolo al centro dell’Europa ed è tra tutti quello che ha il maggior numero di vicini: nel bene e nel male ogni cosa accada in Germania si ripercuote sull’intero continente. E dico ciò senza presunzione poiché questo comporta responsabilità maggiori.» Così Hans Dietrich Genscher, ponendosi sulla linea di Spiderman [«da grandi poteri derivano grandi responsabilità»], Max Weber e altri pensatori più o meno noti. Questo weekend i festeggiamenti per il ventennale della unificazione tedesca hanno smosso coscienze e riaperto dibattiti comunque mai conclusi; illuminato le strade delle maggiori città con l’oro e il rosso e il nero della bandiera e indotto un fiume di giornalisti a un numero impressionante di riflessioni tra il realista, il fantascientifico, il comico, l’utopico.» [Continua su East Journal.]
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5 marzo 2011

«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]
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2 marzo 2011

«Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi. Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.» [Continua su Domani Arcoiris.]
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25 febbraio 2011

«L’aspetto curioso è la ciclicità del fenomeno. Ovverosia, durante il semestre ceco di presidenza europea, il capo di stato Klaus ebbe a impuntarsi [lo fa spesso e riguardo un numero impressionante di argomenti] sul seguente dato: l’eccessivo simbolismo risulta essere quasi sempre controproducente poiché induce le persone a sviare dalla essenza reale delle cose dunque, al fine di focalizzare al meglio i problemi veri dell’agenda comunitaria e non perderci in superficiali cretinate, accogliamo i delegati europei al Castello cortesemente e da persone civili ma senza neanche una bandierina azzurra con le stelline a penzolare [il vessillo EU per come quasi tutti lo intendono.] Una pensata che fece molto infuriare Nicolas Sarkozy, ossia il tizio che precedette Klaus alla guida del semestre comunitario, premuroso e attento riguardo simili tematiche. Ma Klaus è solito non farsi toccare più di tanto dalla insofferenza del mondo esterno nei confronti delle pensate che escogita, quindi nessun cambiamento sensibile fu attuato: un mucchio di bandiere ceche e pesantissime assenze della controparte azzurra invasero Praga.» [Continua on East Journal.]
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21 gennaio 2011

«L’abituale e pratica coltre di nebbia che parrebbe avvolgere tutto è di nuovo scesa su Minsk, a seguito del picco mediatico risalente a qualche settimana fa [East Journal ha trattato l’argomento qui e qui.] D’altronde si tratta di prassi radicata e c’era da aspettarsi la fuga di cameraman terminati gli scontri post-elettorali. Questo il motivo per il quale riportare notizie inerenti le vicende bielorusse è sia il classico dovere di cronaca quanto un modo per provare a tenere vivo l’interesse -e alto il livello di guardia- nei confronti di realtà così stridenti all’interno del panorama europeo. L’occasione per tornare a puntare lo sguardo in zona viene fornita stavolta dal ministro degli esteri ceco Schwarzenberg, invitato ad esprimersi al riguardo nel corso di una conferenza sulle priorità delle politiche estere praghesi all’interno della scena comunitaria: posizioni contrarie a un taglio dei rapporti con la Bielorussia ma sanzioni che siano reali contro i politici bielorussi, per esempio limitando loro le opportunità di viaggiare all’estero.» [On East Journal.]
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14 gennaio 2011

«Le recenti polemiche scatenate dalla nuova legge sui media approvata in Ungheria dal governo di Viktor Orbán [East Journal ne ha parlato qui] contribuiscono, tra le altre cose, a porre l’accento su un aspetto piuttosto spinoso per l’Europa centro-orientale, vale a dire il rapporto non propriamente agevole che i singoli stati dell’area si sono trovati ad avere con i vertici comunitari ogni qualvolta sia toccata a loro la presidenza di turno dell’Unione; è capitato nel 2009 alla Repubblica Ceca e accade ora all’Ungheria, la quale presiede il consiglio EU dal primo gennaio duemilaundici e in carica resterà fino al trenta giugno. Naturalmente si tratta di una casistica ancora limitata [nei fatti solo Repubblica Ceca e Ungheria hanno rappresentato l’Europa centrale nel ruolo, più la Slovenia per l’area balcanica] tuttavia sono stati tantissimi gli scivoloni cechi, così come non si direbbe iniziata nel migliore dei modi l’avventura ungherese [la Slovenia, viceversa, se l’è cavata con agilità sebbene -dicono gli inguaribili scettici- soltanto perché s’è ritrovata sullo scranno prima della crisi economica che ha rovesciato il banco comunitario, e non solo.] Inoltre pare doveroso sottolineare quanto l’Ungheria non sia che all’inizio del proprio percorso e avrà tutto il tempo che le serve per dimostrare di essere una democrazia sulla quale poter fare affidamento, guidata da un solido e rispettabile esecutivo.» [On East Journal.]
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5 gennaio 2011

Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «i ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano grandi fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era elegante d’aspetto e non manifestava alcun interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco – così come da uno di Dresda o un viennese – parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. [Oggi su Arcoiris.]
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