
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Altri stati mitteleuropei -definizione polverosa però piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- sono destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.] Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.» [Continua su East Journal.]
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17 aprile 2011On «East Journal.»
8 aprile 2011[Su East Journal Magazine n.2]
«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.] E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.] Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.» [Continua on East Journal.]
On «East Journal.»
14 gennaio 2011
«Le recenti polemiche scatenate dalla nuova legge sui media approvata in Ungheria dal governo di Viktor Orbán [East Journal ne ha parlato qui] contribuiscono, tra le altre cose, a porre l’accento su un aspetto piuttosto spinoso per l’Europa centro-orientale, vale a dire il rapporto non propriamente agevole che i singoli stati dell’area si sono trovati ad avere con i vertici comunitari ogni qualvolta sia toccata a loro la presidenza di turno dell’Unione; è capitato nel 2009 alla Repubblica Ceca e accade ora all’Ungheria, la quale presiede il consiglio EU dal primo gennaio duemilaundici e in carica resterà fino al trenta giugno. Naturalmente si tratta di una casistica ancora limitata [nei fatti solo Repubblica Ceca e Ungheria hanno rappresentato l’Europa centrale nel ruolo, più la Slovenia per l’area balcanica] tuttavia sono stati tantissimi gli scivoloni cechi, così come non si direbbe iniziata nel migliore dei modi l’avventura ungherese [la Slovenia, viceversa, se l’è cavata con agilità sebbene -dicono gli inguaribili scettici- soltanto perché s’è ritrovata sullo scranno prima della crisi economica che ha rovesciato il banco comunitario, e non solo.] Inoltre pare doveroso sottolineare quanto l’Ungheria non sia che all’inizio del proprio percorso e avrà tutto il tempo che le serve per dimostrare di essere una democrazia sulla quale poter fare affidamento, guidata da un solido e rispettabile esecutivo.» [On East Journal.]


