Posts Tagged ‘Slovacchia’
12 marzo 2012

«Parrebbero già molto chiare le indicazioni provenienti dal voto di ieri in Slovacchia: larga vittoria per lo Smer -partito di centrosinistra guidato dell’ex premier Robert Fico- che si attesta attorno al quaranta percento dei voti, conquistando la quasi maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Percentuali decisamente minori per i partiti del centrodestra la cui coalizione ha formato il governo uscente di Iveta Radičová, crollato dopo le spaccature inerenti il fiscal compact. Dalle prime ore successive la chiusura dei seggi [le 22.00 di sabato] numeri infatti ad attestarsi tra il 39.6-37.3 per Smer e il 9.9-10.8 del corrispettivo di centrodestra KDH, dunque rispettivamente 75 contro 19-20 seggi. Circa l’8 percento delle preferenze sono andate invece al nuovo movimento OĽaNO di Igor Matovič [14 o 15 seggi] mentre attorno al 7 dovrebbero assestarsi i liberali di SaS per 11-13 seggi. Cifre simili a quelle ottenute dal maggiore dei due partiti della minoranza ungherese in Slovacchia, il Most-Híd, stimabili tra il 6.5 e il 7 percento dei voti per 12-13 seggi [l’altro, il partito della coalizione ungherese Smk, dovrebbe viceversa restare di poco sotto la soglia di sbarramento del cinque percento, pericolo scampato dallo Slovenská národná strana - SAS, il partito nazionalista che proprio di Fico fu alleato nell’esecutivo 2006-2010 e collocato attorno al 5.1].» [Continua su East Journal.]
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29 febbraio 2012

«Ne riparleremo ma può darsi serva un breve riassunto a due settimane dall’evento. Ossia la tornata elettorale che si terrà in Slovacchia a metà marzo. Trattasi di elezione parlamentare anticipata poiché il governo presieduto dal primo ministro Iveta Radičová è stato sfiduciato sul voto per la ratifica dell’estensione del fondo europeo salva stati dunque è necessaria la chiamata alle urne. Il tutto nel contesto di un diffuso e tangibile distacco verso i partiti capace di generare l’apparente paradosso della moltiplicazione dei partiti stessi: in Slovacchia dal giugno del 2010 ad oggi è stato infatti calcolato quasi un raddoppiamento delle sigle, ricondotto da molti analisti alla necessità di proporre nuovi leader capaci di garantire un ricambio. Dunque oltre ai relativamente nuovi ANO [in slovacco come in ceco significa sì] e al Most-Híd della minoranza ungherese, emblematico in questo senso il caso di Igor Matovič, trentanovenne boss di Obyčajní Ľudia a nezávislé osobnosti [in breve: OL], movimento conservatore nato recentemente da una costola del SaS e ben quotato nei sondaggi. D’altronde nei momenti di scompiglio arriva spesso un tizio dall’aria giovanile a risolvere tutto» [continua su East Journal.]
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26 dicembre 2011

7. Caccia ai rom. Massacri in Slovacchia dove girano troppe armi [più o meno] da caccia.
*Reprise. 16-09-2010. Bratislava.
Questo era rimasto fuori dal post precedente.
Ribadisco che il titolo [escluso le quadre] non è mio.
Il «fronte freddo autunnale», per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto].
Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro nei prezzi e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue.
Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto].
Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia.
Tuttavia stupisce il senso di calma facilmente avvertibile nell’aria, sensazione che -agevolata forse dal tramonto rossastro e la bella luce dietro il Castello- conferisce alla scena un’idea piacevole di sospensione e fissità. Un sentore difficile da spiegare [specie se chiamato a scriverne: meglio mimarlo] ciò nonostante ripreso e gentilmente avallato da due bratislavesi fatti e rifiniti che siedono al mio tavolo. Nonostante tutto, spiegano -ovvero nonostante la crescita della città e il proprio dinamismo- Bratislava era e rimane un luogo calmo. O meglio composto. Misurato. Sostanzialmente pacifico. Dimensioni ridotte o sortilegi di vario tipo, non è dato saperlo. Resta il fatto che la trascurata magnificenza di alcuni palazzi e le esplosioni di modernità di altri si fanno fondali ideali per questo deciso ma mai entrante viavai di anime. Non è tanto la modernità quanto la graziosa riproduzione teatrale della modernità.
Qualcuno ha parlato di perdita dell’innocenza. Nei fatti un bagno di sangue può causarla. Difficile, se non impossibile, tirarci fuori altro. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni e metabolizzi la faccenda come meglio crede. Però resta il dato: ciò che è avvenuto a fine agosto è stata la prima strage omicida nella storia della Slovacchia. La prima ad opera di uno psicopatico prodotto dall’interno. Sui giornali si è anche azzardato: la prima volta che una mattanza di questo tipo ce la ritroviamo in salotto e non nella televisione a metà circa di un film americano [qui cito la Pravda]. Ora, in qualche doloroso modo, siamo una nazione adulta.
Devínska Nová Ves -luogo nel quale tutto è accaduto- è un quartiere periferico piuttosto verde e ben tenuto. Sulle dinamiche della strage si è scritto parecchio e trattasi di numeri oramai cupamente noti: otto morti e diversi feriti, alcuni messi malissimo. Servirà però forse spendere qualche parolina anche sulle modalità attraverso le quali la società ha risposto alla follia e le mosse che il governo preparerebbe per scongiurare altre azioni del genere. Come spesso accade infatti le telecamere dei media sono state rapide a spegnersi una volta inquadrato l’asfalto e le macchioline di sangue. Partiamo dall’esecutivo e nello specifico dal Ministro dell’Interno, nelle cui mani è finito l’incarto. Proposta di revisione di una legge [la 190/2003] riguardante il possesso di armi, con conseguenti restrizioni. Riduzione di validità del permesso da dieci a cinque anni e severi [nonché ravvicinati] esami psicologici, da qualche tempo rimossi [dicono] a causa della potente lobby dei cacciatori. Tutto entro breve. Magari entro la fine di settembre.
Secondo le informazioni fornite al quotidiano Slovak Spectator da Viktor Plézel, un portavoce del Corpo di Polizia, in Slovacchia ci sarebbero attualmente circa 157.500 titolari di licenze per armi da fuoco; cifra che rappresenta più o meno il tre per cento della popolazione [ma, ribatte Ľudovít Miklánek il presidente di una associazione di settore, il suddetto numero non tiene conto dei possessori di pistole ad aria compressa, armi sportive o simili amenità: i primi che finiranno schedati al prossimo giro di boa e che dunque stanno ergendosi polemici contro il Ministro e le sue sciabolate.] Rimanendo ai parametri esposti -qualcuno fa notare più o meno provocatoriamente- finirebbero illegali anche i cannoni in vendita da certi antiquari del centro storico.
Non trascurabili inoltre i controlli sulle vendite di armi giocattolo, spesso modificabili con relativa facilità in aggeggi capaci di pescare con precisione un potenziale bersaglio e omaggiarlo di servizietti sgradevoli.
Poi viene la popolazione, viene la società civile. Il contenitore delicatissimo di vittime e carnefici. Nota essenziale: sempre, dopo una mattanza come quella di Devínska Nová Ves, leggiamo che spunterebbero tra le persone versioni più o meno oneste di esami di coscienza collettivi con domande tipo: «…ma questo bagno di sangue dice qualcosa anche di me? Del sistema nel quale vivo?». Naturalmente è complicatissimo stabilire gli esiti di introspezioni simili, specie nel breve. Alcuni analisti nel mese appena trascorso hanno scritto che volontà di questo tenore non siano state così evidenti all’interno della cittadinanza; tuttavia -nonostante l’etnia delle vittime, quei rom che tante discussioni e polemiche hanno generato qui- è stato registrabile un profondo e [parrebbe] reale turbamento accompagnato da pochi scivoloni ambigui [le reazioni più temute, tipo «le vittime sicuramente spacciavano droga oppure erano troppo rumorosi», cavalcando così i più triti stereotipi sulla minoranza rom in Slovacchia]. Né bene né male. Cioè anche la reazione al massacro è stata composta, silente. Contenuta. Forse troppo? Certo in questa sottile ambiguità magari c’entra qualcosa la compostezza di cui sopra. Chiadere altro sarebbe fuorviante. In molti se lo domandano. Al nuovo esecutivo guidato dalla signora Radičová il compito di monitorare la situazione. Di perdite della innocenza, di ingressi nel mondo adulto è bene che ce ne sia solo uno, dicono gli amanti del parallelismo. Numeri maggiori e forse l’organismo non potrebbe reggerli. Tutti concordi nell’affermare che quando capita poi sono sempre guai seri.
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29 aprile 2011

«I principali parametri di analisi politica applicati alla ex Europa dell’Est [adesso Europa centrale, Europa centro-orientale o Mitteleuropa 2.0] sono la corruzione e le spinte nazionalistiche. Pratico elemento dal quale partire e sul quale formulare un numero apparentemente infinito di teorie, salvo poi constatare come corruzione e spinte nazionalistiche esistano in misura del tutto paritaria anche nei principali paesi della Europa occidentale, nelle Americhe e in Oceania, e tutto il castello tenda a sgretolarsi.*» [On «East Journal» qui.]
* A tale proposito segnalo una mappa dell’Europa riportata qualche giorno fa da Repubblica nella quale si illustra la nuova onda nera di estrema destra calata in EU sia a Ovest che a Est, per quanto alla voce «destra austriaca» venga, sulla cartina, segnalata la Repubblica Ceca: sarà l’abitudine.
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22 aprile 2011

«Qualsiasi individuo partorito prima del 1993 nella fetta di terra comprendente l’attuale Boemia, la Moravia, più le regioni di Trnava, Trenčín, Nitra, Žilina, Banská Bystrica, Prešov e Košice, tendenzialmente può affermare di essere nato in Cecoslovacchia dunque di essere cecoslovacco. Tuttavia, al netto della non particolare brillantezza della constatazione, per Martin Šimečka [venuto al mondo nel 1957 a Bratislava, quindi cecoslovacco fatto e rifinito] risulta migliore la definizione di ceco-slovacco. Potere del trattino e spiegazione quantomai semplice: buona parte dei propri scritti e studi Šimečka li ha dedicati alle nature nazionali e le dinamiche che hanno accompagnato, nel ventennio appena trascorso, la genesi, la crescita e lo sviluppo di Repubblica Ceca e Slovacchia come stati autonomi e indipendenti, nonché i rispettivi ruoli all’interno della appartenenza continentale riconquistata [il fatto che Šimečka sia di padre ceco e madre slovacca mette tutti al riparo da eventuali accuse di eccessivo trasporto per l’argomento o scarsa conoscenza dei fatti.]» [Continua su East Journal.]
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19 aprile 2011

«Da una parte c’erano annunci pubblicitari [...], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere.» Così Schlögel nel «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik.» Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai. [Continua su Domani Arcoiris.]
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17 aprile 2011

«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Altri stati mitteleuropei -definizione polverosa però piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- sono destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.] Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.» [Continua su East Journal.]
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15 aprile 2011

«The cold autumnal front -recycling an adequate expression of Jonathan Franzen- starts biting hard. But it is not easy to find a free seat in the bar on the street, and the waitresses seem very focused not to disappoint any of the clients [I discovered that, even if someone can be irritating and boring, it’s never nice to make him wait longer than necessary.] Putting myself in the shoes and in the language of a tourist guide, I must say that in Obchodná there are a lot of «different attractions™»: pubs and shops, some of them pretty big, as well as take away and restaurants, generating all together the typical heterogeneity of the most visited places of any urban center on Earth [local dishes like bryndzové halušky mixed easily with pizza quatro stagionni and kebabs, toast or sandwiches.] Hostels competing for the best prize are separated by doors with neon signs, more or less buzzing and ambiguous, and supermarkets. Hodzovo námestie and the Presidential Palace are just a few meters from here, as the fountain of Hlavni námestie loved by the tourists, especially the Germans. Cinemas and theaters and an unspecified number of trams rattling in the middle of the road [the fearful and pessimistic stranger will always see as a miracle the fact that none of those who are trudging on the edge of the street with heavy shopping bags will be killed by the silent local public service.] Translating all of this: I am in the heart of a city, one of the most populated streets of Bratislava, Slovakia.» [Continua su East Journal.]
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8 aprile 2011

«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.] E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.] Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.» [Continua on East Journal.]
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10 marzo 2011

«Buona parte delle foto pubblicate dai quotidiani slovacchi tra domenica e lunedì -ossia i due giorni successivi al fallito referendum di sabato- ha come soggetto una coppia di scrutinatori in una stanza deserta; luce radente e spazi vuoti, geometrie e solitudini, per molti aspetti torna alla mente la desolante magnificenza delle tele di Hopper. La tendina dietro la quale esercitare il voto viene ritratta tesa e ben tirata ma tutto lascia presupporre che nessuno dietro stia esercitando un bel niente, mentre alcune bandiere non schioccano al vento anzi penzolano mosce a ridosso della cattedra; anche qui, in molti casi si vota dentro cupe aule scolastiche.» [Continua su East Journal.]
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5 marzo 2011

«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]
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2 marzo 2011

«Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi. Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.» [Continua su Domani Arcoiris.]
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2 marzo 2011

«I risultati delle elezioni slovacche ricalcano un trend piuttosto diffuso -Repubblica Ceca, Gran Bretagna e Paesi Bassi- ovvero il partito socialdemocratico vince però si ritrova senza i numeri necessari per governare, consegnando ai movimenti di centrodestra la maggioranza in parlamento. I dati del voto a Bratislava: lo Smer del premier Robert Fico si attesta attorno al trentacinque percento, che corrisponde a sessantadue seggi; l’unione cristiano democratica SDKÚ di centrodestra ferma invece la corsa attorno al sedici [ventotto seggi.] I liberali di Sas stanno sul dodici percento [ventidue seggi] mentre il movimento cristiano-democratico Kdh attorno all’otto e qualcosa, per quindici seggi. Idem Most-Híd, al contrario del partito nazionalista Slovenská národná strana di Jan Slota che supera di poco il cinque percento, valendogli nove [presumibilmente rumorosi] seggi.» [Continua su East Journal.]
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28 gennaio 2011

Da circa quindici anni si è radicalizzato in Italia il curioso binomio tra i termini «magistrati» e «comunisti»; le ragioni del fenomeno risultano essere abbastanza chiare [i magistrati sono «comunisti» se scelgono di muoversi in determinate direzioni e/o dimostrano l'ardore di ficcare il naso in fattacci che non dovrebbero riguardarli tipo criminalità organizzata, compravendita di voti, prostituzione.] Ma esiste ancora il paradiso centro-europeo nel quale i magistrati potranno essere difficilmente rubricabili come «comunisti» poiché ai «comunisti» [si badi bene: quelli veri*] talvolta continuano a rompere i coglioni: il fenomeno è stato chiamato lustracja ai bei tempi, e indica il processo di identificazione, eventuale condanna e rimozione dalla sfera pubblica di coloro i quali nel quarantennio di dominazione sovietica sul territorio si trovarono a ricoprire posizioni di potere. Com’è ovvio, nell’area hanno preso forma vari tipi di lustracja e ogni nazione tiene ben stretta la propria; alcune più dure e altre più lascive, in questo ventennio i paesi parrebbero continuare le linee comportamentali dettate dai primi presidenti democraticamente eletti, tizi come Vaclav Havel in Cecoslovacchia, Wałęsa in Polonia o Árpád Göncz in Ungheria. L’ultimo caso di accostamento tra «magistrati» e «comunisti» qui si è verificato in Slovacchia e riguarda la storia di Vasiľ Biľak, ad oggi di anni novantatré.
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5 gennaio 2011

Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «i ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano grandi fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era elegante d’aspetto e non manifestava alcun interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco – così come da uno di Dresda o un viennese – parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. [Oggi su Arcoiris.]
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