Posts Tagged ‘Repubblica Ceca’

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11 maggio 2012

«Soffia sull’intera Europa un piacevole vento di conta e statistiche. Proiezioni nate con il fine esplicito di essere smentite o generare qualche speranza nei cuori dei sognatori più intransigenti. Operazioni con le quali la connaturata instabilità politica ceca va a nozze. Cioè: quando hai la quasi certezza che un esecutivo o coalizione al massimo dura un paio di anni, almeno divertiti con i numeri del successivo. Da un punto di vista meramente cronologico gli ultimi dati forniti dalla agenzia STEM* sono i seguenti: l’attuale e principale partito di opposizione ČSSD [i socialdemocratici] assieme al KSČM [i comunisti] raggiungerebbero agili quota 138 seggi alla Camera dei Deputati ossia la maggioranza nel contesto di ipotetiche elezioni politiche [ipotetiche fino un certo punto poiché in Repubblica Ceca si voterà sul serio tra non molto tempo.] Altri che finirebbero in parlamento sarebbero l’ODS -corrispettivo di centrodestra del ČSSD- e il Top09 di Karel Schwarzenberg appartenente allo stesso schieramento. Scarseggerebbero viceversa le possibilità di rentrée per i cristiano-democratici del KDU-ČSL, il cui bacino elettorale non parrebbe garantire un superamento della fatidica soglia del cinque percento. Idem il movimento di Radek John Věci Veřejné che -progettato con intenti di rottura e portavoce di istanze di trasparenza- ha impiegato pochi mesi ad impelagarsi in scandali e scivoloni che affosserebbero carrozzoni ben più rodati» [continua qui.]

* Středisko empirických výzkumů cioè «centro studi empirici». Società con sede in un bel palazzone praghese. Analisi ri-pubblicata da České Noviny.

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2 maggio 2012

«Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali la quasi totalità degli interlocutori sorvola. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo. Allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano, funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. Lo conosci? chiede il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare, confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. Non il musicista. Lo scrittore. Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: certamente lo conosco. Quindi: che brutta fine ha fatto. La conversazione viene liquidata con un poveraccio cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia una summa di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appaia doveroso.» [Continua qui.]

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18 aprile 2012

«Sul fenomeno dei pirati è stato scritto molto [esempio: East Journal qui] e c’è ragione di credere che quello appena trascorso sia stato un biennio quantomeno riuscito per la formazione. Successi elettorali, visibilità e funzionali casse di risonanza per gli obiettivi prefissati. In Germania vale quanto si dice talvolta nel meteo con il fronte freddo: arriva dal Baltico. Scende da nord [il Piraten Partei tedesco è filiazione dello svedese Piratpartiet del 2006] e -organizzata una struttura sovranazionale: i Pirati Europei- eccoli pronti per riunirsi a Praga. Scopo del meeting organizzare una piattaforma comune in vista delle elezioni al parlamento europeo del duemilaquattordici. Il piano è spiegato al České noviny da Mikulas Ferjencik, vicepresidente del Česká pirátská strana. I pirati cechi. Si tratta di stilare un documento che dovrà essere approvato dai pirati delle singole nazioni, ad oggi venticinque nel vecchio continente e una sessantina sparsi per il mondo. A modello -ma senza atteggiamenti cattedratici poiché sarebbero poco piratesco- la delegazione arrivata dalla Germania, dimostratasi capace di proporre programmi in grado di convincere sostanziose fette di elettorato su più livelli.» [Continua qui.]

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13 aprile 2012

«L’austerità in salsa ceca è qualcosa che mette d’accordo tutti [o almeno quelli che dal duemiladieci sono finiti assieme in coalizione] e si approva rapida. Confezionato il pacchetto basta poi indire una fulminea conferenza stampa nella quale ammettere come i guai e gli screzi tra i partiti di governo siano finalmente archiviati e nessuno scricchiolio sarà più udito dalle parti del Castello. Perché nonostante i dissapori congeniti il premier Petr Nečas presiede ancora l’esecutivo di centrodestra formato da Ods, Věci Veřejné e Top09 e la faccenda potrebbe rimanere invariata fino alle prossime elezioni. L’austerità in salsa ceca dimostra la possibilità di proseguire un menage a trois al netto di ogni rancore [ve ne sono di radicatissimi] e se in città ci credono pochi è riflessione rimandabile. Deficit sotto la soglia del tre percento nel 2013 e 2014 tramite aumento delle imposte sul reddito, aliquote IVA che salgono al 15 e 21 percento e sospensione per tre anni di detrazioni fiscali per fasce più deboli [esempio: via alcuni sgravi per i pensionati.] Sale la tassazione del tabacco, imposte sul passaggio di proprietà, carbon tax e retta universitaria dalle 3000 alle 3500 corone per semestre. Manovra che in caso di mancata approvazione avrebbe creato dissapori probabilmente fatali al punto che proprio Nečas si è trovato a dichiarare qualche tempo fa come senza accordo sarebbe stato meglio votare subito.» [Continua qui.]

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18 febbraio 2012


«Casomai qualcuno non lo sapesse: il patrimonio UNESCO è composto anche dalla cultura immateriale di un luogo. Presso la sede dell’ambasciata italiana a Berlino il dato mi viene sottolineato da un pool di esperti nel corso di una conferenza a tema, aperta e chiusa da catering con eccellenti vini bianchi. Tuttavia l’iter per entrare nel club non è tra i più agili e richiede numerosi passi.
Jaroslav Kostečka è il segretario della Českomoravská myslivecká jednota [l’associazione ceca dei cacciatori, gruppo il cui simbolo è un cervo dall’aria comprensibilmente afflitta*] e spiega che la caccia è stata di recente inserita nella lista del patrimonio culturale immateriale ceco. Ciò risulterà ottimo viatico per raggiungere la quota UNESCO. Dovere di cronaca impone di ricordare altri elementi della cultura immateriale ceca presenti nel club: la danza del sud-est moravo chiamata verbunk [o verbounko o verbunko o verbunkas o werbunkos o werbunkosch o verbunkoche. In ogni caso derivazione dal tedesco werben], la falconeria, la cavalcata dei re di Vlčnov [o Jízda králů. Sfilata di costumi che si tiene in maggio nella quale un fiume di persone coloratissime invadono le strade di una città minuscola], le maschere carnevalesche e tradizioni della zona di Hlinsko in Boemia orientale.» [Continua su East Journal.]

Ribollita e/o škubánky.

28 gennaio 2012

[Tentativo di articolo serioso per la celebre rivista
XXXXX poi finito da nessuna parte. Era luglio 2011.]

Le ultime elezioni politiche in Repubblica Ceca risalgono a poco più di un anno fa: fu infatti alla fine del maggio duemiladieci che Petr Nečas, leader del principale movimento conservatore Občanská demokratická strana, venne incaricato dal capo di stato Václav Klaus di formare il governo [Václav Klaus è quel tale che l'Europa nemmeno può vederla in cartolina]. Nomina alla quale seguì l’insediamento a Praga di un esecutivo di centrodestra, avendo l’Ods ottenuto il maggior numero di seggi in coalizione con i neonati movimenti Top 09 e Věci veřejné. Soltanto opposizione invece per il partito con più voti ossia i socialdemocratici del ČSSD guidati in quel periodo da Jiří Paroubek. Un governo politico forte di numeri rassicuranti dopo la parentesi tecnica di Jan Fisher, primo ministro «a tempo» con il compito di sostituire Mirek Topolánek, franato a metà del semestre ceco di presidenza europea [nessun accenno in questa sede al tema della nodità: come indicato dall'esecutivo, la sobrietà è di rigore]. Tuttavia, nonostante i pochi mesi di effettiva operatività, già parrebbe terminata la luna di miele tra la coalizione al potere e la popolazione, o almeno così riportano le recenti rilevazioni dell’istituto locale di analisi sociopolitica SANEP. Dati capaci di dipingere un quadro piuttosto critico della scena: buona parte degli intervistati si dice infatti non soddisfatta dell’operato dell’attuale esecutivo valutandolo insufficiente [59.2] mentre, da un punto di vista comparativo, Nečas e i suoi ricoprirebbero una posizione collocabile a metà tra il «peggiore governo di sempre» [26.6] e «uno tra i peggiori governi di sempre» [37.6]. Numeri ben lontani dall’essere incoraggianti che non vengono confortati neppure dall’ultima rilevazione, quella con la domanda più diretta: il governo Nečas è un beneficio per la Repubblica Ceca? «No» per il 57.6 degli interpellati mentre «tendenzialmente no» per il 20.1. [Viceversa, sommando «sì» e «tendenzialmente sì» la cifra va a stabilizzarsi attorno al 16 percento]. Ovvia la riflessione conseguente vale a dire quanto, a Praga come ovunque, non ci sia l’abitudine di considerare verità assolute i quadri che talvolta possono scaturire da indagini di questo tipo; ciononostante restano innegabili i problemi, i passi falsi e le polemiche che hanno intralciato e coinvolto nel profondo il lavoro della crew di Nečas. Alcuni guai esogeni come la crisi economica globale in grado di generare ripercussioni nella quasi totalità delle politiche nazionali, altri endogeni dunque vissuti dal corpo elettorale come maggiormente accusatori [tema sovranazionale del complotto]. Polemiche e sospetti che hanno avuto per nucleo principale il partito del dimissionario Ministro degli Interni Radek John, il Věci veřejné che tradotto potrebbe suonare come la cosa pubblica o l’amministrazione pubblica e che proprio nelle vesti di movimento della trasparenza scelse di vendersi in campagna elettorale. Accuse sulle modalità di finanziamento, corruzione per un ministro interno al partito [Vít Bárta al dicastero dei trasporti, poi dimessosi anche lui] e un evidentissimo frazionamento interno. Posizioni divergenti se non contrastanti con il maggior partito della coalizione Ods, condite da ripetute minacce di lasciare la maggioranza se non saranno esaudite alcune richieste in tempi brevi, tra le quali riforme sul sistema sanitario e previdenza sociale. Com’è scontato in un contesto simile, dall’altra parte dell’emiciclo muove le proprie carte l’opposizione avanzando l’ipotesi di elezioni anticipate per voce dell’attuale leader socialdemocratico Bohuslav Sobotka [preso -qualche tempo fa- a cazzotti da un ubriacone. Ma questo è un altro tema]. L’accusa rivolta a Nečas ed i suoi ministri è di non saper fronteggiare la delicata situazione sociale creatasi in Repubblica Ceca e all’estero. Sobotka e il ČSSD aggiungono anche la richiesta di dimissioni immediate per il Ministro della Difesa Alexandr Vondra [Ods], accusato di cattiva gestione economica del semestre di presidenza europeo nel duemilanove, e per il Ministro delle Finanze Miroslav Kalousek [Top09] a seguito di recenti prese di posizione eccessivamente rigide nei confronti dei lavoratori del settore dei trasporti, sul piede di battaglia per un pacchetto di riforme che danneggerebbe la maggior parte dei dipendenti. Un tema quantomai attuale sul quale è intervenuto persino il capo di stato Klaus, dandone tuttavia una lettura agli occhi di molti filo-governativa e distante dalle posizioni super partes che il ruolo richiederebbe: i sindacati farebbero il gioco delle opposizioni covando intenti politici e non solo proponendo rivendicazioni sociali. Serve tuttavia ricordare che Klaus è stato fondatore dell’Ods nel 1991, primo ministro come leader dell’Ods dal 1992 al 1997, e capo di stato dal 2003 grazie alla carriera ai vertici dell’Ods. Poiché anche a Praga il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dal popolo; il popolo vota il governo, poi resta all’ascolto. Ma talvolta, anche dopo soli dodici mesi, capita possa dare l’impressione di volere rivedere le scelte. Squillino le trombe, fanfare e così sia.

«’Cause I try and I try and I try and I try.»

26 gennaio 2012


Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un secondo salto all’indietro.

* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.

Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ad oggi molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi. Ossia direbbero stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.
TOP09 è naturalmente finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra e dirottarsi sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno dopo anno. Perché arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo. Come in tutto.

On «East Journal.»

25 gennaio 2012


In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]

Václav vs. Václav.

20 dicembre 2011


Uno dice bianco. L’altro dice nero. Da trent’anni. Adorabili.

[9-3-2011.]

On «East Journal.»

14 dicembre 2011


«Un buon cronista deve possedere il dono della sintesi e rapportarsi con Václav Klaus, capo di stato ceco, aiuta sempre in questo senso. Infatti, suonando musiche assai simili tra loro da circa un ventennio, il presidente lo inquadri facile facile. Stando agli avvenimenti di questi giorni eccolo quindi a dichiarare esattamente ciò che tutti immaginavano avrebbe dichiarato alla prima occasione propizia [nello specifico una intervista radiofonica]: la Repubblica Ceca convive con un deficit che, come potete constatare, non è in grado di eliminare. In questa situazione sarebbe [perciò] da irresponsabili aumentare il nostro debito fornendo ulteriori prestiti a paesi fortemente indebitati, cosa che rimanderebbe l’identificazione di una soluzione reale [qui messa giù lievemente editata. Per chi masticasse con fluidità l’idioma locale ecco il testo riportato da České Noviny: Česká republika sama žije s deficitem, který, jak je vidět, není schopna eliminovat. V této situaci by bylo nezodpovědné naše zadlužení zvyšovat poskytováním dalších půjček pro extrémně zadlužené země.] Contestualizzando: la Repubblica Ceca dovrebbe contribuire al fondo salva-stati [l’Efsf: European financial stability facility] con 3,5 miliardi di Euro, l’equivalente di 89 miliardi di corone. Sulla decisione Klaus ha poi aggiunto che nessuna scelta dovrà essere dettata dalla paura per il possibile isolamento conseguente un no, che in ceco sarebbe un ne.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

23 novembre 2011


«Gridare al pericolo comunista e farne una ossessione è pratica capace di garantire un ventennio di ottimi risultati elettorali in Italia. Viceversa in Repubblica Ceca ci sta di passare per anacronistico imbonitore e la cosa porta minori benefici. Sarà che in zona il regime c’è stato davvero e il ricordo è ancora fresco al punto tale che contestualizzi e fai due paragoni, oppure semplicemente salta agli occhi [persino degli osservatori più distratti] l’evidenza che siano altri i problemi da fronteggiare con i tempi che corrono. Fatto sta che la proposta di richiedere la sospensione delle attività del Partito Comunista di Boemia e Moravia [Komunistická strana Čech a Moravy – KSČM] presa dal ministro della difesa Alexandr Vondra ha raccolto scarsi consensi sia tra la cittadinanza sia nella opinione pubblica, generando tuttavia un interessante dibattito sul ricordo e l’identificazione di un eventuale momento nel quale forse simile lustracja avrebbe potuto avere senso. C’è da dire che si tratta di una pensata alla quale viene ciclicamente tolta un po’ di polvere e che non è stata partorita ex novo da Vondra: è infatti da un pezzo che simile suggestione rimbalza negli ambienti politici cechi sia sotto forma di richiesta di valutazione sulla costituzionalità del movimento sia tirando in ballo il BIS [Bezpečnostní informační služba] ossia il locale servizio di sicurezza con sede in un edificio che, lui sì, andrebbe seriamente analizzato per l’eccessiva aderenza al quarantennio di dominazione sovietica [cit.]» [Continua su East Journal.]

On «East Journal» e «Ecoinchiesta.»

16 novembre 2011


«Interessarsi ai rapporti ceco-tedeschi significa, girovagando tra le due nazioni, tenere le antenne perennemente dritte e puntate [non solo ma anche] in direzione di contesti all’apparenza secondari, faccende che esulano dalla pomposità dei comunicati ufficiali e amano infilarsi negli anfratti più in ombra della quotidianità. D’altronde dicono che succeda ovunque tra paesi confinanti: la realtà della percezione viene restituita meglio facendo benzina o sedendo dentro un bar, piuttosto che assistendo alla ennesima conferenza stampa congiunta con comunicato finale precotto. Sul fronte orientale della Germania il Land che meglio può relazionarsi con la Repubblica Ceca è per numerosi aspetti la Baviera. Si specificherebbe l’ovvio ripetendo quanto storia, geografia, gite in bicicletta e un dinamico commercio uniscano da tempo i due spicchi d’Europa contigui [ne abbiamo già parlato qui]. E proprio in Baviera usano riunirsi -quando il ruolo dei bravi padroni di casa spetta a loro- le molteplici associazioni/forum ceche/tedesche che si occupano di monitorare lo stato delle relazioni tra sponde del Nationalpark Bayerischer Wald e il corrispettivo Národní park Šumava.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

4 novembre 2011


«Periodo di congressi in Repubblica Ceca. Riunite le bande Top 09 e Ods, ovvero due dei tre movimenti di centrodestra attualmente al governo [il terzo è il Věci veřejné di Radek John, tizi che nel fine settimana preferiscono fare altro]. E tra attacchi al multiculturalismo -niente di eccessivo: non sarebbe in linea con lo stile locale, da sempre improntato ad un presupposto bon ton- o conseguenti dibattiti sull’Euro [«non possiamo curare mali altrui» etc.], ipotesi di coalizioni große o meno große per fare fronte alla crisi internazionale miscelata alla connaturata instabilità partitica ceca, ecco spuntare la dichiarazione che molti attendevano con ansia e nell’aria fluttuava da anni. Karel Schwarzenberg, ministro degli esteri e chairman di Top 09, si candiderà a Presidente della Repubblica nelle elezioni [indirette] che si terranno nel duemilatredici. Lo schematismo richiesto al buon articolo sullo stato delle cose impone la divisione in tre punti-chiave. Primo: chi è Karel Schwarzenberg? Secondo: chi è l’attuale Presidente della Repubblica rintanato nel Pražský hrad? Terzo: come si elegge un Presidente della Repubblica in Repubblica Ceca e di che professione stiamo parlando? Partiamo dalla fine.» [Continua su East Journal.]

E’ un’arte, questa.

30 ottobre 2011

Moribondo: Io credo che lei sia una spia.
Schweyk: [Allegro.] Macché spia. Solo ascolto regolarmente la radio tedesca. Anche lei dovrebbe sentirla un po’ più spesso. E’ una delizia.
Moribondo: Niente affatto. E’ una vergogna.
Schweyk: [Deciso.] E’ una delizia.
Miope: Non dobbiamo fare i leccaculi con quella gente.
Schweyk: [Con serietà.] Non lo dica. E’ un’arte, questa.

B. Brecht. Schweyk im zweiten Weltkrieg.
1957, Suhrkamp Verlag Berlin – Frankfurt am Main.

On «East Journal.»

13 ottobre 2011


«Capita con curiosa frequenza di incappare in qualcuno etichettato come trasversale. Ci troviamo nello smisurato campo delle accettazioni vaghissime tuttavia utilizzate come fossero infallibili, imprescindibili e ultra-qualificanti. Václav Havel è stato traversale per moltissimi individui: analisti politici, sociologi, critici teatrali, letterati e qualche dittatore. D’altronde la sua biografia parla chiaro. Parimenti, parla chiaro la lista dei tizi che hanno inviato i propri messaggi di auguri all’ex presidente ceco [nato a Praga il cinque ottobre del trentasei]. Bill Clinton e signora Hillary, di professione segretario di stato, Lou Reed e Angela Merkel [due che menzionati assieme nella stessa frase generano un inaspettato effetto art-rock] più l’imperatore giapponese Akihito e potenti di ogni sorta. Gruppetto al quale dobbiamo aggiungere persino l’attuale presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, ovvero uno che di Havel è stato cordialissimo antagonista per circa trent’anni. In questi giorni un giornalista ceco ha scritto che pure una scimmietta potrebbe svolgere in modo decoroso la professione di ministro da queste parti. Il riferimento va alla recente nomina di Petr Bendl al dicastero della agricoltura. Il governo di centrodestra guidato da Petr Nečas che l’ha proposto e fatto accomodare in poltrona risulta infatti essere piuttosto screditato tra popolazione e media, e simili constatazioni sono conseguenze di un diffuso malessere.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

30 settembre 2011


«Il nome può ricordare una maratona televisiva di beneficenza o un concerto di Bob Geldof però Friends of Libya risulta essere un una faccenda piuttosto differente e quantomai delicata. Nei fatti si tratta della unione dei rappresentanti di circa sessanta paesi (più una decina di organizzazioni internazionali) costituitosi in occasione della conferenza di Parigi il primo settembre scorso. Curarsi di Tripoli e zone limitrofe viene percepita come una priorità, e da qui l’iniziativa. Il diplomatico Frattini non tarda a far notare che fu lui il primo a spendersi per la causa sostenendo il Cnt (Consiglio nazionale transitorio libico) mentre adesso sono tutti padri della vittoria. Raccogliere simpatie con dichiarazioni accomodanti è caratteristica dell’esecutivo italiano e sarà per questo che Obama mai dimentica l’Italia quando sceglie di ringraziare i paesi che per l’area si sono spesi.*» [Continua su East Journal.]

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25 luglio 2011

«C’è un dibattito in zona che pare destinato a non estinguersi mai e riguarda i vecchi scatoloni edificati nel quarantennio trascorso dalla Mitteleuropa sotto il celebre ombrello sovietico™: due i quesiti in ballo. Primo: quale dei suddetti scatoloni sarebbe da demolire e quale dapreservare, magari persino tutelandolo con periodiche mani di vernice o stucco? E secondo: giusto oppure sbagliato sforzarsi nel non associarli all’alone di negatività e fastidio che fisiologicamente avvolge buona fetta di quanto concerne il periodo, anzi trattarli come normalissimi palazzi all’interno di un normalissimo tessuto urbano? Tradotto: brutti sono brutti ma mica è colpa loro se c’era il partito unico e la censura e la polizia di frontiera. Senza contare quanto, visto l’andazzo, nessuno può avere la certezza che saranno sostituiti da edifici più graziosi a seguito della rimozione. Tuttavia qui tocchiamo la sfera del gusto personale e atteniamoci ai dati.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

13 luglio 2011


«Era riscontrabile una diffusa simpatia in parte di quel che fu l’ex blocco sovietico nei confronti di Ronald Reagan: forse a causa dell’aspetto e dello stile dell’ex presidente statunitense, sensibilmente differenti dal grigiore dell’apparato comunista, o forse per reale persuasione della bontà delle sue idee, bendisposto come fu verso una Europa centro-orientale e una Unione Sovietica migliorabili. Nella norma i cittadini apprezzano quando lo straniero sceglie di battersi per loro e l’arrivo dei nostri è meccanismo che raramente si inceppa o decade. Differenti punti di vista: per alcuni Reagan fu chiave della caduta dell’Impero del Male™ [celebre definizione del Nostro, poi ripresa e allargata] mentre per altri già si trattava di sistema logoro e Reagan ne avrebbe solo anticipato un po’ il collasso con i propri modi diretti e certe capacità di mediazione. Sia come sia, il reaganismo di ritorno è fenomeno attualmente in voga a molte latitudini -non solo in zona- spinto da riletture e assoluzioni più o meno a trecentosessanta gradi: restiamo in fiduciosa attesa del remake di Top Gun.» [Continua on East Journal.]

On «East Journal.»

29 giugno 2011


«Certe volte capita di sentire qualcuno che parla di qualcun altro appiccicandogli l’epiteto di maestro™. Ciò può verificarsi in una strabiliante moltitudine di settori. Tra scrittori, ad esempio, talvolta capita che un autore si rivolga con il termine maestro™ ad un secondo autore tendenzialmente morto al quale un po’ si è ispirato o dal quale un po’ scopiazza; quando non si ha niente a che spartirci ma potrebbe rivelarsi utile l’accostamento o per lanciarsi/rilanciarsi. L’accademia prettamente detta lasciamola perdere perché lì sono tutti maestri™ [discepoli e detrattori] vicendevolmente. Tuttavia esistono figure di spicco all’interno delle singole discipline: evitando come la peste l’epiteto maestro™, riconosciamo loro una meritevole preparazione e non frequenti capacità espositive e divulgative. La paternità di punti di vista talvolta innovativi e qualche dote di ammaliatore che non guasta mai. Nella slavistica Angelo Maria Ripellino potrebbe essere [anzi viene] definito un maestro™. Dati i parametri di cui sopra si tratta di faccenda indiscutibilmente vera. Il web per fortuna straborda di accurate biografie e liste delle opere di Ripellino quindi evitiamo l’ennesimo Bignami al riguardo, ricordando solo che fu eccellente universitario [filologia slava e lingua e letteratura ceca poi russa], puntualissimo corrispondente dalla Cecoslovacchia [ma non solo], poeta e scrittore.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

23 giugno 2011


«E’ noto il celebratissimo dogma giornalistico secondo cui negli articoli non bisognerebbe mai usare la prima persona singolare: io l’ho imparato da un capo-redattore molto disponibile, poi trasferito dalla capitale in una sperduta provincia a seguito del fallimento della piccola testata che lo sottopagava. Però bisogna fare uno strappo alla regola stavolta poiché la contestualizzazione necessaria dell’argomento passa dalla mia esperienza diretta: ho avuto infatti l’onore di essere stato uno tra gli ultimi ad entrare in Danimarca prima del [relativo] polverone conseguente il ripristino dei controlli di frontiera in entrata. Viaggio comodo nel nord della Germania su bus da Berlino fino Rostock, quindi traghetto notturno e ti svegli che sei già in quei paesini dai nomi adorabili tipo Gedser o Bøtø By. Adesso tocca mostrare i documenti, talvolta o sempre, dipende da tanti fattori e sopportare un po’ di fila. Sia come sia, parte proprio dal caso danese la giornalista ceca Kateřina Šafaříková per constatare l’atteggiamento -a suo parere piuttosto ambiguo- di alcuni governi della Europa centro-orientale a seguito della rinascita di nuovi muri all’interno del continente. L’articolo sta su periodico Časopis Respek.» [Continua su East Journal.]

La scena del sassofono.

22 giugno 2011


«Czech President Václav Klaus is celebrating his 70th birthday with a jazz concert at Prague Castle tonight with hundreds of guests attending. Klaus who regularly starts the jazz cycle at Prague Castle is a devotee of the genre*.»
Ok. Devoto del genere.  E proprio per questo tornano a mente le umiliazioni che il predecessore Václav Havel gli riservava nei ruggenti anni novanta non invitandolo ai concerti più cool della città, anche con Bill Clinton e signora a giro.
Per chi avesse modo la scena del sassofono [eccola] sta nel bellissimo documentario Občan Havel - Scény z prezidentské kuchyně.** Più o meno a metà. Loro a ridere e Klaus a casa: ecco spiegato come mai gli girano le palle da circa quindici anni e se la prende con gli ecologisti.

* Fonte: České Noviny.
** Di Pavel Koutecký e Míra Janek. 2007.

On «East Side Report.»

14 giugno 2011


«L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe, scriveva Tito Livio di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino. I fatti: cade in questi giorni l’anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a direil protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorchéil Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi. Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all’attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L’ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona.» [Continua su East Side Report.]

On «East Journal.»

5 giugno 2011


«Alcuni recenti siparietti in contesti piuttosto prestigiosi [cit. il G8 a Deauville ma la lista serebbe lunga] inducono alla riflessione su quanto possa essere utile una decorosa rappresentanza estera, vale a dire tizi in grado di non farti scomparire quanto li spedisci in giro a fare le tue veci. La nobile tradizione diplomatica centro-europea pone le proprie radici nel contesto storico dell’area, per millenni punto di contatto tra diversissime suggestioni: popoli, culture, interessi, ricchezze, odi e velleità di conquista più o meno spietate. Un nome su tutti, sia mai possa interessare, l’esportabilissimo Tomáš Masaryk. Elementi imprescindibili per apparire degni di fiducia o interlocutori potenzialmente validi con controparti redditizie o basilari sul piano strategico: Stati Uniti, ovvio. Ma non solo. Ecco come mai, al netto dei risultati che otterrà -conseguenti elementi per certa misura non rapportabili al suo operato- il principe Karl Johannes Nepomuk Josef Norbert Friedrich Antonius Wratislaw Mena Fürst zu Schwarzenberg si rivela ogni volta una buona carta da giocare per la Repubblica Ceca. Non a caso inamovibile Ministro degli Esteri nei governi Topolánek e Nečas. Da qui il motivo per cui gli è stato organizzato un bel weekend negli USA con al seguito nutrito gruppetto di affaristi cechi in rappresentanza di faccende tra loro diversissime: industria cinematografica, industria del nucleare, finanza e altro. Principali tappe del tour San Francisco, Los Angeles, Washington, New York ma soprattutto il Texas, stato cardine per l’economia statunitense e assieme l’ultimo posto sulla faccia della terra nel quale sogneresti di trovare uno come Schwarzenberg.» [Continua su East Journal.]

On «Numero Zero» di East Journal.

6 maggio 2011


«Il 2010 sarà ricordato come un anno movimentato all’interno della breve storia ceca e, consequenzialmente, nell’intimo di coloro i quali abitano la zona; al contrario, da fuori si continuerà ad avere l’impressione di un luogo piuttosto statico e poco utile da mettere sotto il vetrino poiché incapace di fornire ai golosi media esteri il cibo che più preferiscono, la news con il botto, l’esagerato che si fa funzionale e vendibile, il colpo di scena ad effetto. La Repubblica Ceca non è la Madre Russia dei ripetuti omicidi, dei liberticidi e del gas per ricattare, ma neanche l’Europa propriamente detta, la Germania e la Francia del mercato unico o l’Inghilterra dei veti, dei tagli e delle banche azzoppate [l'Italia -grazie al duro lavoro di equipe governative determinate- è riuscita a mantenere il comodo status di provincia dell'impero e nulla parrebbe indicare un qualsiasi tipo di upgrade nei mesi a venire.] Eppure nel 2010 in Repubblica Ceca si sono accavallati un bel numero di eventi degni di nota e forse alcuni con una rilevanza maggiore rispetto a quanto riportato ultimamente da certi articoli a tema [tracce boemo/morave nella stampa del Belpaese: in Repubblica Ceca manichini di poliziotte con minigonna per far rallentare il traffico sul Corriere della Sera, per altro proprio durante i giorni nei quali a Praga il traffico si rallentava davvero per una grande manifestazione contro il decurtamento del dieci percento nei salari dei dipendenti pubblici.] [Continua.]

Il «Numero Zero» di East Journal, magazine scaricabile in .pdf e per e-book, sta qui.

On «East Side Report.»

4 maggio 2011


 «Capitasse di incappare nel leader di una rete terroristica internazionale piombandogli in salotto dopo una ricerca durata anni, scattategli qualche foto o portatelo a Praga prima di farlo secco e gettarlo a mare: altrimenti il direttore del servizio-stampa dell’ufficio presidenziale ceco non ci crede e grida all’imbroglio. Poiché Petr Hájek è tizio assai cauto su argomenti del genere e le proprie idee se le tiene strette. Non a caso le dichiarazioni di lunedì due maggio riportate dall’agenzia stampa České Noviny: Bin Laden non sarebbe che un personaggio da fiction mediatica, scomparso nell’esatto modo attraverso il quale emerse. Ovvero dal niente. In soldoni l’ennesima versione della contrapposizione bene-male o luce-ombra, non tanto distante da cliché biblici o la logica di Star Wars. Si chiama complottismo e ne è pieno il mondo.» [Oggi su East Side Report.]

On «East Journal.»

29 aprile 2011


«I principali parametri di analisi politica applicati alla ex Europa dell’Est [adesso Europa centrale, Europa centro-orientale o Mitteleuropa 2.0] sono la corruzione e le spinte nazionalistiche. Pratico elemento dal quale partire e sul quale formulare un numero apparentemente infinito di teorie, salvo poi constatare come corruzione e spinte nazionalistiche esistano in misura del tutto paritaria anche nei principali paesi della Europa occidentale, nelle Americhe e in Oceania, e tutto il castello tenda a sgretolarsi.*» [On «East Journal» qui.]

* A tale proposito segnalo una mappa dell’Europa riportata qualche giorno fa da Repubblica nella quale si illustra la nuova onda nera di estrema destra calata in EU sia a Ovest che a Est, per quanto alla voce «destra austriaca» venga, sulla cartina, segnalata la Repubblica Ceca: sarà l’abitudine.

«Dalla parte del merlo.»

28 aprile 2011


«Nel corso degli ultimi duecento anni il merlo ha lasciato le foreste per diventare un uccello di città. Dapprima in Gran Bretagna, già alla fine del diciottesimo secolo, e qualche decina di anni più tardi a Parigi e nella Ruhr. Durante il diciannovesimo secolo ha conquistato una dopo l’altra tutte le città d’Europa. Intorno al novecento si è installato a Vienna e Praga, avanzando quindi verso Est e raggiungendo Budapest, Belgrado, Istanbul. Dal punto di vista del pianeta questa invasione del merlo nel mondo dell’uomo è assai più importante della invasione della America del Sud da parte degli spagnoli, o il ritorno degli ebrei in Palestina. Il cambiamento dei rapporti tra le diverse specie del creato [pesci, uccelli, uomini e vegetali] è un cambiamento di ordine più elevato rispetto a quello fra diversi gruppi di una medesima specie. Che la Boemia sia abitata dai celti o dagli slavi, che la Bessarabia sia stata conquistata dai romani o dai russi, la terra se ne infischia. Ma che il merlo abbia tradito la propria originaria natura per seguire l’uomo nel suo mondo artificiale è qualcosa che produce un mutamento nell’organizzazione del pianeta.»

M. Kundera. Kniha smíchu a zapomnění.

On «East Journal.»

22 aprile 2011


«Qualsiasi individuo partorito prima del 1993 nella fetta di terra comprendente l’attuale Boemia, la Moravia, più le regioni di Trnava, Trenčín, Nitra, Žilina, Banská Bystrica, Prešov e Košice, tendenzialmente può affermare di essere nato in Cecoslovacchia dunque di essere cecoslovacco. Tuttavia, al netto della non particolare brillantezza della constatazione, per Martin Šimečka [venuto al mondo nel 1957 a Bratislava, quindi cecoslovacco fatto e rifinito] risulta migliore la definizione di ceco-slovacco. Potere del trattino e spiegazione quantomai semplice: buona parte dei propri scritti e studi Šimečka li ha dedicati alle nature nazionali e le dinamiche che hanno accompagnato, nel ventennio appena trascorso, la genesi, la crescita e lo sviluppo di Repubblica Ceca e Slovacchia come stati autonomi e indipendenti, nonché i rispettivi ruoli all’interno della appartenenza continentale riconquistata [il fatto che Šimečka sia di padre ceco e madre slovacca mette tutti al riparo da eventuali accuse di eccessivo trasporto per l’argomento o scarsa conoscenza dei fatti.]» [Continua su East Journal.]

«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.

19 aprile 2011


«Da una parte c’erano annunci pubblicitari [...], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere.» Così Schlögel nel «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik.» Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai. [Continua su Domani Arcoiris.]

On «East Journal.»

18 aprile 2011

«Un leak meno intrigante rispetto a quello che descriverebbe il premier italiano soddisfatto per la decisione statunitense di stoppare lo scudo difensivo in Repubblica Ceca e Polonia [una serie di missili con il sedere in Europa centrale ma il naso puntato dritto contro l’amico Putin] lo si deve al server Natoaktual.cz: da Praga partiranno infatti più di mezzo miliardo di corone destinate alla NATO, e nello specifico al sistema satellitare che l’organizzazione sta progettando con lo scopo di garantire maggiore protezione ai propri soldati in missioni all’estero. Oltretutto in un momento di drastici tagli di bilancio dalle parti del Pražský hrad.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

16 aprile 2011

«Trattasi forse di licantropia politica tuttavia riconosciamo nella faccenda una dose apprezzabile di pragmatismo: a Praga l’accordo per la composizione del futuro consiglio comunale tra l’Ods [Občanská demokratická strana, il principale partito di centrodestra] e i socialdemocratici del ČSSD è stato raggiunto in piena notte, trasformando così una curiosa ammucchiata di individui scalpitanti in una ordinata Große Koalition che -se anche durerà un mese- quantomeno all’alba può presentare il tratto distintivo dell’equilibrio. I fatti: le elezioni locali di metà ottobre [ne abbiamo trattato qui], tornata nella quale è stato un terzo partito a risultare vincitore in città [il Top09 del ministro degli esteri Karel Schwarzenberg, centrodestra dunque alleato con l'Ods e Věci veřejné nel governo Nečas] hanno decretato un sostanziale equilibrio nei voti capace di generare alcune turbolenze e le fisiologiche battaglie per la prevaricazione. Tuttavia dopo i sempre presenti tempi tecnici per scannarsi e accorparsi, alle prime luci di martedì la creatura è stata mostrata alla cittadinanza: cinque seggi andranno all’Ods, cinque al ČSSD. L’Ods gestirà le politiche di sviluppo urbanistico, il ČSSD i trasporti. Il nuovo sindaco di Praga sarà probabilmente Bohuslav Svoboda dell’Ods, ginecologo dunque con una certa familiarità nei travagli [quello della notte scorsa non è stato un parto facilissimo, battono le agenzie-stampa], destinato a sostituire Pavel Bém, primo cittadino in carica dal 2002 [rieletto nel 2006] e celebre per i ripetuti screzi con l’ex premier Topolánek con il quale condivide il partito ma ben pochi punti di vista; resterà invece fuori dal consiglio cittadino il vertice del ČSSD praghese Petr Hulinský» [continua su East Journal.]

Hoplà.

12 aprile 2011


Il problema non è che ruba le penne. Il problema è che le usa.

On «East Journal.»

8 aprile 2011

[Su East Journal Magazine n.2]

«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.] E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.] Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.» [Continua on East Journal.]

«East Journal magazine» volume due.

30 marzo 2011

«East Journal compie un anno e per festeggiare vi fa un regalino, sperando sia cosa gradita. A voi il secondo e-magazine, sessanta pagine di approfondimenti, inchieste e nuovi articoli. Lo potete scaricare in East-magazine marzo [senza troppi colori, nel caso lo voleste stampare] o consultare direttamente on-line in forma elettronica.» [Qui.]

…auguri, G.

On «East Journal.»

28 marzo 2011


C’è gente che impazzisce per Philip Roth e certo con ottime ragioni; tuttavia anche chi appartiene ad un’altra tribù [Roth avrà a dolersene] arriva quasi sempre a riconoscergli la paternità di  libri essenziali. Vale per l’opera di Roth, così come per quella di molti altri autori, la predilezione che nutro verso testi corti mandati alle stampe: in genere costano meno e certe penne particolarmente predisposte arrivano al succo potendo vantare un migliaio di pagine di anticipo. Dunque succede che finisca con trent’anni di ritardo in possesso di una copia della «Orgia di Praga» [1985 - 82 pagine] a causa di una parte del titolo [non «orgia»] ritenuta decisamente personale e intima. Lo leggo nella tratta Firenze-Milano [1h:45m circa in tempi di alta velocità], ci trovo qualche spunto e scrivo due righe tardive su East Journal. Il motivo, al solito, è banalissimo: si tratta di divertente e riuscito affresco sul clima cecoslovacco di fine anni settanta [il regime, l’oppressione delle forze di polizia e la loro frequente ottusità, la complicità di metà della popolazione ai danni dell’altra nonché l’enorme fermento artistico praghese] che tralascia pochissimi aspetti delle ingerenze dittatoriali e pure restituisce il giusto peso alla fondamentale componente ebraica della cultura cittadina, al cui interno tanti intellettuali sono nati e in profondità continua a segnarne l’identità. [On East Journal qui.]

On «TOL.»

18 marzo 2011


«Less than 25 percent of Roma in the Czech Republic graduate from high school, and just a few percent have a university degree. That was one of the reasons why Romani activist Emil Scuka started a chain of private Roma-specialized high schools 13 years ago. So far his schools have produced more than 700 graduates and there are plans for further expansion. But some who work with Romani students question whether it’s the right approach. While public education in the Czech Republic is free and open to all its citizens, only a handful of Roma graduate. Most Roma have struggled after the guarantee of housing and jobs was taken away in 1989, teaching assistant Pavel Bily says. Many of our pupils don’t even have a table to study at and their uneducated parents aren’t able to help them with homework. The tendency to put many Roma into so-called practical schools, originally designed for mentally disabled children, has only made matters worse. It was deemed discrimination three years ago by the European Court of Human Rights, but little has changed on the ground, Thomas Hammarberg, the Council of Europe’s commissioner for human rights, said in early March.» [On Tol.]

On «East Journal.»

15 marzo 2011


«Mi rincuora il fatto che Il cimitero di Praga [di Umberto Eco, in questi giorni nelle librerie con tirature  colossali] abbia poco a che spartire con Praga. Sul perché di simili sentimenti posso soltanto formulare vaghe ipotesi e tra queste forse la più presentabile è che, quando si ama qualcosa, alla fine vorremo essere sempre gli unici depositari del sapere al riguardo, con ogni intromissione esterna che finisce per avere la piacevolezza di una visita dei ladri in casa. Una forma di egoismo prettamente infantile o l’eccessivo timore per una potenziale perdita dettata da una inaspettata fuga di notizie: minima idea. Ad ogni modo meglio così. La trama del testo di Eco parrebbe riguardare tutto lo scibile umano degli ultimi duecento anni, sfiorando solo marginalmente la capitale vltavina. Però devo ammettere come -nonostante i miei sforzi per ridurre al silenzio qualsiasi altra voce a tema- di libri su Praga in circolo ce ne siano un bel po’. East Journal e geopolitiche permettendo, proporrei un piccolo excursus al riguardo, limitandomi ai volumi che ho letto [per intero o le prime dieci pagine] a carattere narrativo e saltando a piè pari la saggistica propriamente detta, più o meno affrontabile e digeribile.* » [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

14 marzo 2011

«Le elezioni di medio termine tengono con il fiato sospeso milioni di statunitensi e -in misura variabile- moltissimi altri tizi all’estero interessati alle sorti nordamericane: possibili sconquassi in vista, dicono gli osservatori di fenomeni locali, più o meno cinici o seriamente preoccupati. Poi delle mid-term ceche non gliene frega niente a nessuno e in qualche modo la cosa è comprensibile, o comunque inquadrabile su determinate scale di valori. Però noi di quelle parliamo. Dunque qualche rigo di contestualizzazione, seguiti da dati nudi e crudi. L’incipit è una specifica necessaria: la tornata elettorale del quindici e sedici ottobre è stata [cosa nota] «locale» per cui portatrice di trend particolarissimi; i risultati delle urne devono essere letti alla luce di alleanze con movimenti minori che su scala nazionale non apparirebbero o influenzerebbero assai meno equilibri politici nazionali. Tuttavia elementi di rilievo sono riscontrabili pure stavolta.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

12 marzo 2011

«Anche i più convinti denigratori di Václav Klaus [ce ne sono un buon numero e alcuni vantano motivazioni decisamente convincenti] non potranno negare come si tratti di personaggio centrale all’interno della breve storia della Repubblica Ceca; per il ruolo attuale e per quanto in passato ha fatto, detto, scritto, creduto, dimostrato, costruito, distrutto. Fondatore del principale partito conservatore del paese, l’Občanská demokratická strana. Ministro delle Finanze dall’ottantanove al novantadue. Primo Ministro dal novantatré al novantasette. Presidente della Repubblica dal duemilatré ad oggi. Euroscettico brontolone dallo sguardo appassionato [lui ama definirsi «dissidente europeo», etichetta certo più intrigante e dalle graditissime sfumature eroiche] capace di pensate colorite tipo ricevere delegati da Bruxelles senza nemmeno una bandierina europea penzolante dal Pražský hrad [«giusto ridurre al minimo ogni simbolismo» ebbe a sostenere] o firmare la ratifica del Trattato di Lisbona per ultimo e solo poiché messo spalle-al-muro dal fatto di avere esaurito ogni scusa umanamente comprensibile.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

11 marzo 2011


«È evidente come la situazione in Libia potrebbe divenire un serio problema per moltissime nazioni o organismi sovranazionali, e non solo per i principali stati [o potenze] mediterranei come Francia, Spagna e Italia. Dunque sulle faccende riguardanti Gheddafi più o meno tutti mettono bocca in queste settimane, da coloro i quali avrebbero modo di intervenire militarmente [gli Stati Uniti] a chi riuscirebbe a influire davvero sulla economia di guerra [la Russia bloccando non solo parzialmente il commercio di armi] fino a tizi che meno peso hanno nelle dinamiche nordafricane ma per i quali la radicata tendenza all’analisi dimostrata nell’ultimo ventennio -nonché i ruoli, effettivi e formali, ricoperti- comporta l’obbligo di dire qualcosa [Havel e Klaus per la Repubblica Ceca, vale a dire i capi di stato a Praga nel post-89.]» [Continua su East Journal.]

«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.

9 marzo 2011

«Il fronte freddo autunnale -per riciclare una adeguatissima espressione di Franzen- inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti.» [Continua su Domani.]

On «East Journal.»

8 marzo 2011


«In una settimana memorabile per l’assenza di appeal politico, emergono su alcuni quotidiani cechi propositi tra i più intriganti. Il nome per esteso del partito non è facilmente memorizzabile: Křesťanská a demokratická unieČeskoslovenská strana lidová; tuttavia la sigla che i militanti sponsorizzano in giro [negli ultimi tempi con relativo successo] è senza dubbio più immediata: KDU – ČSL.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

7 marzo 2011

«Sulla carta e online sono rintracciabili dozzine di associazioni tedesco-ceche con lo scopo di promuovere scambi culturali tra le due nazioni; dai militari e diplomatici nei tempi passati alle gare ciclistiche attuali, lungo la rotta tra Berlino e Praga è transitato [e continua a transitare] più o meno di tutto. D’altronde la distanza è relativa e la morfologia del territorio -un’unica gigantesca pianura- agevola i contatti.» [On East Journal.]

«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.

5 marzo 2011


«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]

On «East Journal.»

4 marzo 2011


«Petr Nečas guiderà il governo formato dalla coalizione dei tre partiti di centrodestra ODS, TOP 09 e Věci Veřejné, sostituendo l’esecutivo del tecnico Jan Fischer, chiamato a sua volta a rimpiazzare quel Mirek Topolánek franato un anno fa [era, con apprezzabile tempismo, il maggio del duemilanove: pieno svolgimento della presidenza ceca dell’Unione Europea.] La cerimonia è avvenuta come da tradizione nello sfarzo barocco del Pražský Hrad previa giuramento davanti al Presidente della Repubblica Václav Klaus il quale -in un breve discorsino- ha ricordato ai presenti di essere a quota sei Primi Ministri nominati dal duemilatré; tra le parole di Klaus un certo orgoglio per l’esperienza maturata nel settore ma anche qualche dubbio inerente la stabilità di un posto che cambia sei Primi Ministri in sette anni; Nečas da parte sua si è limitato a rispondere specificando quanto sia un onore poter collaborare con il Presidente e non prestando troppa attenzione alla inquietante galleria di teste che lo ha preceduto.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

3 marzo 2011

«La monogamia è pratica lodevole nella vita tuttavia può crear notevoli problemi se applicata alla sfera pubblica: ecco l’amara conclusione cui giunge stamani l’analista politico Lukáš Jelínek sul quotidiano Právo. Il riferimento è a quanto accaduto dopo le scorse elezioni nazionali in Repubblica Ceca, ossia la nascita di un nuovo esecutivo di centrodestra a seguito della poligamia del principale movimento conservatore Ods, ed il conseguente ruzzolone dei monogami socialdemocratici intransigenti e demoralizzati.» [Continua su East Journal.]

«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.

2 marzo 2011


«Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi. Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.» [Continua su Domani Arcoiris.]

On «East Journal.»

1 marzo 2011


«Il Čssd rispetta le previsioni della vigilia e si conferma primo partito nazionale con un decoroso ventidue percento; seguono i conservatori della Ods fermi sulla ventina. Entrambi i movimenti sono riusciti nella mirabolante impresa di perdere una valanga di voti tra scandali economici e gaffe di ogni sorta nel brevissimo volgere di un annetto, e assistere più o meno inermi a rapidissimi cali di credibilità. Che il prossimo esecutivo a Praga sia di centrodestra risulta essere conseguenza della natura ben definita dei nuovi astri TOP 09 e Věci veřejné, contenitori plasmati apposta per ricevere le preferenze dei delusi [definizione quanto mai generalista], conservatori al punto giusto e per questo contrari a qualsiasi sorta di imparentamento con la sinistra.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

25 febbraio 2011


«L’aspetto curioso è la ciclicità del fenomeno. Ovverosia, durante il semestre ceco di presidenza europea, il capo di stato Klaus ebbe a impuntarsi [lo fa spesso e riguardo un numero impressionante di argomenti] sul seguente dato: l’eccessivo simbolismo risulta essere quasi sempre controproducente poiché induce le persone a sviare dalla essenza reale delle cose dunque, al fine di focalizzare al meglio i problemi veri dell’agenda comunitaria e non perderci in superficiali cretinate, accogliamo i delegati europei al Castello cortesemente e da persone civili ma senza neanche una bandierina azzurra con le stelline a penzolare [il vessillo EU per come quasi tutti lo intendono.] Una pensata che fece molto infuriare Nicolas Sarkozy, ossia il tizio che precedette Klaus alla guida del semestre comunitario, premuroso e attento riguardo simili tematiche. Ma Klaus è solito non farsi toccare più di tanto dalla insofferenza del mondo esterno nei confronti delle pensate che escogita, quindi nessun cambiamento sensibile fu attuato: un mucchio di bandiere ceche e pesantissime assenze della controparte azzurra invasero Praga.» [Continua on East Journal.]

A chi Lukašenko sta sulle palle.

17 febbraio 2011

«Grazie a lei e alla sua gente che so che la ama,
e questo è dimostrato anche dai risultati elettorali,
che sono sotto gli occhi di tutti
S.B. 29-11-2009.

«Prime ministers of Austria, Czech Republic, Germany, Hungary, Poland and Slovakia have jointly supported Belarusian opposition persecuted by the authoritarian regime of Alexander Lukašenko at their meeting in Bratislava. The prime ministers called on President Lukašenko to release all activists imprisoned after the presidential elections in December, end repressions against political opposition, independent media and civic society, observe human rights and freedoms. Belarusian police suppressed demonstrations following the elections, which the opposition says were manipulated. According to the official results, Lukašenko won 80 percent of the vote in the election’s first round. Several dozens of opposition representatives face punishment of up to 15 years in prison. In January, the European Union banned top officials of Lukašenko´s regime from entering its territory and it froze their bank accounts in European banks.» [České noviny in ceco e inglese.]

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