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Incipit[s] capitoli 1-3. Studi[o] dal vero.

30 aprile 2012

Praga.
Karmelitská

1. «Mi viene richiesta una sorta di cronistoria degli eventi con esplicita crudeltà poiché niente per me sarebbe più complesso. Due i motivi. Il primo è l’ordine intrinseco che simile esercizio sottintenderebbe [avendone la possibilità, per recarmi in cucina dal salotto sceglierei di passare dal tetto] mentre il secondo è strettamente tematico. Ovvero quanto più un argomento risulta essere per me personale e intimo, più lo tratterei con la delicatezza di un suonatore di grancassa. Si tratterà magari di qualcosa relazionabile alla frustrante prudenza con la quale uso accostarmi a tutto, oppure l’essere così chiuso [il corsivo va inquadrato nell'ottica di certe considerazioni familiari delle quali forse un giorno scriverò]. Sia come sia, fosse possibile gradirei affrontare il presente excursus sentimentale tramite i miei usuali parametri cioè sproloquiando senza la minima traccia di chiarezza e/o gettando direttamente il computer nel fondo di un pozzo. In molti sapranno essermi vicini lo stesso e d’altronde vi è un numero altissimo di evidenze con pochi elementi di dubbio.

Berlino.
Schönleinstraße.

2. «-Se proprio vuoi saperlo -biascica al telefono la mia amica slovacca Fraňa pulendo con l’indice il bordo di un portacenere in lamiera comprato in Marocco- penso l’amicizia sia un gioco delle parti piuttosto squallido da qualsiasi posizione tu intenda vederla. Lei, sin dai tempi dell’università, è sempre stata quella che per me ha deciso smuovendo montagne e di contro a me è sempre toccato il vergognoso ruolo di yes-woman. Mi segui?
Piccola pausa.
-Ti seguo.
-La durezza che ha mostrato non mi sconvolge affatto. Inoltre non va sottovalutata affatto la location, essendo il notturno praghese un luogo scenico e di sicuro impatto.
Come ogni volta, avevo rimosso un’infinità di aspetti.
-Se fosse rientrato nelle sue possibilità, te lo avrebbe gridato da un blindato del Reich.
Questa penso l’abbia rubata a Borges. Mi sfilo i calzini e chiedo quale abito stia indossando.
-Eh?
-Dico, adesso che parli con me. Come sei vestita?
-Lascia stare e pensa a ricostruirti.
-Ti prego. Voglio saperlo.
-Indosso uno yukata giapponese. Sarai contento.
Taccio.»

Bratislava.
Obchodná. 

3. «Allora brucio i tempi e mi avvicino al volto di K. Curioso come si somiglino, lei e sua sorella, specie da distanze così ridotte. Gli occhi ma anche la forma dei pollici. E rifletto su quante sfumature da lontano siano particolari risibili di contesti ben più ampi. Forse evitabili o comunque aggirabili. Mentre da pochi centimetri tornino a farsi elementi imprescindibili dei quali tenere conto. Qualsiasi sviluppo possa verificarsi nella trattazione. Così scelgo di cingerla tra le braccia e poggio la testa sopra la sua spalla. I colli si sfiorano rendendo avvertibili le pulsazioni di quelle vene che sempre dimentico come si chiamano ed esamino la conformazione di un neo lievemente asimmetrico che magari dovrebbe farsi controllare. I capelli a contatto con la gota e il calore della fronte nella classica posa per la quale un esercito di registi andrebbe in subbuglio, con mani di poco più basse rispetto a quanto verrebbe consentito dagli usuali standard relazionali tra un mammifero della mia stazza e una operosa formica come lei.»

On «East Journal.»

18 aprile 2012

«Sul fenomeno dei pirati è stato scritto molto [esempio: East Journal qui] e c’è ragione di credere che quello appena trascorso sia stato un biennio quantomeno riuscito per la formazione. Successi elettorali, visibilità e funzionali casse di risonanza per gli obiettivi prefissati. In Germania vale quanto si dice talvolta nel meteo con il fronte freddo: arriva dal Baltico. Scende da nord [il Piraten Partei tedesco è filiazione dello svedese Piratpartiet del 2006] e -organizzata una struttura sovranazionale: i Pirati Europei- eccoli pronti per riunirsi a Praga. Scopo del meeting organizzare una piattaforma comune in vista delle elezioni al parlamento europeo del duemilaquattordici. Il piano è spiegato al České noviny da Mikulas Ferjencik, vicepresidente del Česká pirátská strana. I pirati cechi. Si tratta di stilare un documento che dovrà essere approvato dai pirati delle singole nazioni, ad oggi venticinque nel vecchio continente e una sessantina sparsi per il mondo. A modello -ma senza atteggiamenti cattedratici poiché sarebbero poco piratesco- la delegazione arrivata dalla Germania, dimostratasi capace di proporre programmi in grado di convincere sostanziose fette di elettorato su più livelli.» [Continua qui.]

L’esponibile e l’indicibile.

16 aprile 2012


«Per come è lecito intenderla, la percezione tedesca del gigantesco spazio slavo oltre il confine orientale della Germania è da sempre un aspetto intrigante da passare sotto il vetrino e continua a rivelarsi, ogni qualvolta venga tirata in ballo, anche un pratico contenitore cui attingere per chiunque intenda inventare storielle a tema nel modo più proficuo. Forse si tratta di un mix di invidia verso aspetti del carattere diffuso in media oltre la staccionata, oppure fascinazione per qualcosa che è sempre stato a un tiro di schioppo tuttavia mai ritenuto coinvolgente al punto giusto perché nei fatti inconciliabile con qualche forma di rigore prettamente teutonico. Non so. Ad ogni modo [e provo davvero ad essere il più neutro possibile, almeno in questa occasione] da un po’ di tempo viviamo in un microcosmo di coppie e tutto arriva troppo in fretta. La velocità è il problema. Ora come ora. Vale a dire: non è che stiamo diventando idioti vecchi e insipidi con gigantesche tendenze ad autoincensarci, quanto che stiamo facendolo troppo velocemente rispetto ai piani. Siamo persone che necessitano calma nei movimenti e non siamo stati abituati a correre: farlo ci rende ridicoli e infelici. Ecco come mai, tornando alla percezione tedesca della sfera slava, qualche sera fa un avvocato bavarese di circa trent’anni brucia le tappe con me dimostrandosi troppo in fretta il coglione che è. Vale a dire: discutendo ad una cena vicino Bernauerstraße lo sento abbandonarsi con spiacevole rapidità a suggestioni stonate con il contesto o quantomeno meritevoli di reprimenda. Infatti, riferendosi alle frequenti visite in Boemia che mi sarei concesso nel passato più o meno recente, il tizio sostiene di avere letto una cosa simpatica su Praga vale a dire, nell’ambito della grande predisposizione cittadina all’arte contemporanea, in pieno centro avrebbero da poco inaugurato un museo di cazzi.
-Cazzi?
-Sì. L’hai visto?
Scuoto la testa.
-Enormi e colorati.
-Ah.
-Pure con le vene. Realistico.
-Davvero non conosco.
-Capisco. Beh, spero tuttavia tu possa rimediare.
Annuisco.
-Ok -fa lui- …un po’ di insalata, amico mio?»

On «East Journal.»

20 marzo 2012

«A Berlino Joachim Gauck viene eletto il nuovo Bundespräsident e da Praga il premier Petr Nečas decide di prodigarsi in istantanee lodi rivolte alla persona e apprezzamenti alla scelta. Le motivazioni devono essere ricercate principalmente nel passato di Gauck, pastore protestante e fiero oppositore del regime comunista in Germania Orientale [ne abbiamo scritto qui e qui] nonché nella larga maggioranza che lo ha sostenuto, prova generale o meno per una futura Große Koalition [soltanto la sinistra propriamente detta del Die Linke si è fatta da parte non appoggiandone la candidatura, cui devono essere sommate un bel numero di astensioni tra i cristiano-conservatori e il liberali]. Il tutto nel contesto di un periodo piuttosto fitto di scambi sull’asse ceco-tedesco che culminerà con la visita in Boemia di Angela Merkel all’inizio di aprile. Buon risalto dell’avvento nei media locali, anche se rimane da definire nei dettagli il programma. Uniche certezze la durata della permanenza [solo un paio d’ore per l’agenzia stampa Česká tisková kancelář via České noviny] e il principale tema in agenda, cioè lo stato delle cose in economia filtrato attraverso la scelta ceca di non aderire al fiscal compact di recente introduzione. Il cancelliere da Berlino arriverà al Pražský hrad nel ventennale della stesura del trattato di cooperazione tra Germania e Repubblica Ceca ma anche in un periodo di evidente difficoltà per il capo del governo Nečas, la cui riconferma alle prossime elezioni pare quantomai problematica. E proprio a tal proposito si segnalano interessanti dibattiti sul futuro scenario politico ceco nell’ottica dei recenti risultati elettorali slovacchi, dove a imporsi è stato lo schieramente socialdemocratico.» [Continua su East Journal.]

«Che Guevara v domě u Prahy.»

27 gennaio 2012

Oldies but goldies
: due.

«Tutto qui è noioso, grigio e senza vita» sembra sostenesse Che Guevara di Praga. Motivando: «questo non è il socialismo ma il suo fallimento.» Ecco perché se n’è andato a Vienna. Dove ci si diverte duro e il socialismo è di quelli cazzuti.

«’Cause I try and I try and I try and I try.»

26 gennaio 2012


Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un secondo salto all’indietro.

* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.

Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ad oggi molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi. Ossia direbbero stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.
TOP09 è naturalmente finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra e dirottarsi sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno dopo anno. Perché arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo. Come in tutto.

On «East Journal.»

25 gennaio 2012


In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]

«Craxòva? Craxoská? Craxá ulička?»

17 gennaio 2012

Oldies but goldies: uno.

«Il viscerale anticomunismo di Craxi maturò nel ’56 durante un viaggio a Praga. -Lì la cappa si incrina. Eravamo per la libertà dei popoli quindi diventammo anticomunisti.-»
Ecco trovato dove intitolargli una strada.

Due navate e torno.

19 ottobre 2011


Sia l’Europa centrale anche un funzionale tramite per faccende interne: d’altronde quando ne scrivo [o quando fisicamente mi trovo in loco] non vengo scisso per motivi inspiegabili dal passato e l’intima natura che mi/ci caratterizza resta appiccicata alla pelle come una muta. La valigia [la sacca. Il trolley] continua ad essere stracolmo/a di sollecitazioni italiane e l’estero si fa contesto scondario sebbene amato e studiato e vissuto come personale. La forza dei ricordi [in questo caso le ripetute crisi nervose] per altro contribuisce a donare una patina di valore sempre più spessa e resistente al luogo nel quale vengono collocati: tante volte Berlino o Bratislava, oggi l’aeroporto internazionale Ruzyně di Praga. Posto di per sé tutt’altro che fatato e teatro soprattutto di irripetibili scene madri cui soprassiedo per quel minimo di buongusto rimasto. Silenzio doveroso su tutte tranne una ossia questa: ricordo che stavo per imbarcarmi alla volta di Pisa quando lessi sul giornale di Eluana Englaro. Duemilanove: la storia è nota. Al lato delle dichiarazioni di Beppino Englaro l’oscenità dei commenti degli esponenti del governo di allora, vale a dire del presente. Irrispettosi, violenti, volgari, banali, prevedibili. Bimbi rancorosi e sciocchi, tendenzialmente assetati della classica voglia di vendetta tipica del represso, come li avessero appena fatti uscire dalle segrete di una fortezza. Pericolosi poiché scarsamente consapevoli delle parole sputacchiate, visibilmente non autonomi, capaci di parlare solo perché ricevuto dall’alto il placet accompagnato da qualche promessa/ricatto. Per gran parte fu l’ala cattolica a strombazzare cazzate. Quella che talvolta [si badi bene: sempre a parole] usa in questo periodo contrapporsi all’ala dei puttanieri e dei fraudolenti, salvo poi tornare ad appoggiarli quando la situazione si fa critica e rischiano di capitolare. Sono politici di lungo corso, neo-politici, politici che furono, pre-politici [la definizione sembra riscuotere un decoroso successo], società civile dei piani alti, cardinali e vescovi con innegabile talento per moniti dal sapore di campanella della ricreazione che termina e si torna in classe. Da qui il prurito che provo stamani a leggere del supposto rispetto che sarebbe dovuto al centrodestra dal mondo dei credenti, adesso in subbuglio per i fatti stranoti che coinvolgono l’esecutivo e chi lo rappresenta. Com’era scontato è tornato in ballo il decreto Englaro.* C’è preoccupazione che i topolini possano abbandonare la nave e da qui il fermento: «si ricordino cosa abbiamo fatto per i valori cristiani» etc. C’è preoccupazione per un ravvedimento e magari una diaspora ma questo non accadrà mai. Due o tre giorni di indignazione significano niente per i tempi vaticani o di coloro i quali tirano al guinzaglio d’Oltretevere: come si profilerà all’orizzonte una qualsiasi scoreggia da sondino e fine-vita, ricominceranno gli sbrodolamenti. Tutto già visto. Prevedibile. Niente che valga un post. E proprio da questa constatazione l’unico aspetto [almeno per me] intrigante in ciò che scrivo: fu quella [allo stato attuale delle cose] nell’aeroporto Ruzyně l’unica volta che desiderai sul serio non rientrare nel mio paese, vestirmi da trombettiere e restare ben ancorato al Ponte di Carlo. Ma poi contestualizzi e -miracolo- passa.

* Pure Sacconi ieri l’ha riciclato contro Vito Mancuso.

On «East Journal.»

13 ottobre 2011


«Capita con curiosa frequenza di incappare in qualcuno etichettato come trasversale. Ci troviamo nello smisurato campo delle accettazioni vaghissime tuttavia utilizzate come fossero infallibili, imprescindibili e ultra-qualificanti. Václav Havel è stato traversale per moltissimi individui: analisti politici, sociologi, critici teatrali, letterati e qualche dittatore. D’altronde la sua biografia parla chiaro. Parimenti, parla chiaro la lista dei tizi che hanno inviato i propri messaggi di auguri all’ex presidente ceco [nato a Praga il cinque ottobre del trentasei]. Bill Clinton e signora Hillary, di professione segretario di stato, Lou Reed e Angela Merkel [due che menzionati assieme nella stessa frase generano un inaspettato effetto art-rock] più l’imperatore giapponese Akihito e potenti di ogni sorta. Gruppetto al quale dobbiamo aggiungere persino l’attuale presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, ovvero uno che di Havel è stato cordialissimo antagonista per circa trent’anni. In questi giorni un giornalista ceco ha scritto che pure una scimmietta potrebbe svolgere in modo decoroso la professione di ministro da queste parti. Il riferimento va alla recente nomina di Petr Bendl al dicastero della agricoltura. Il governo di centrodestra guidato da Petr Nečas che l’ha proposto e fatto accomodare in poltrona risulta infatti essere piuttosto screditato tra popolazione e media, e simili constatazioni sono conseguenze di un diffuso malessere.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

30 settembre 2011


«Il nome può ricordare una maratona televisiva di beneficenza o un concerto di Bob Geldof però Friends of Libya risulta essere un una faccenda piuttosto differente e quantomai delicata. Nei fatti si tratta della unione dei rappresentanti di circa sessanta paesi (più una decina di organizzazioni internazionali) costituitosi in occasione della conferenza di Parigi il primo settembre scorso. Curarsi di Tripoli e zone limitrofe viene percepita come una priorità, e da qui l’iniziativa. Il diplomatico Frattini non tarda a far notare che fu lui il primo a spendersi per la causa sostenendo il Cnt (Consiglio nazionale transitorio libico) mentre adesso sono tutti padri della vittoria. Raccogliere simpatie con dichiarazioni accomodanti è caratteristica dell’esecutivo italiano e sarà per questo che Obama mai dimentica l’Italia quando sceglie di ringraziare i paesi che per l’area si sono spesi.*» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

13 luglio 2011


«Era riscontrabile una diffusa simpatia in parte di quel che fu l’ex blocco sovietico nei confronti di Ronald Reagan: forse a causa dell’aspetto e dello stile dell’ex presidente statunitense, sensibilmente differenti dal grigiore dell’apparato comunista, o forse per reale persuasione della bontà delle sue idee, bendisposto come fu verso una Europa centro-orientale e una Unione Sovietica migliorabili. Nella norma i cittadini apprezzano quando lo straniero sceglie di battersi per loro e l’arrivo dei nostri è meccanismo che raramente si inceppa o decade. Differenti punti di vista: per alcuni Reagan fu chiave della caduta dell’Impero del Male™ [celebre definizione del Nostro, poi ripresa e allargata] mentre per altri già si trattava di sistema logoro e Reagan ne avrebbe solo anticipato un po’ il collasso con i propri modi diretti e certe capacità di mediazione. Sia come sia, il reaganismo di ritorno è fenomeno attualmente in voga a molte latitudini -non solo in zona- spinto da riletture e assoluzioni più o meno a trecentosessanta gradi: restiamo in fiduciosa attesa del remake di Top Gun.» [Continua on East Journal.]

On «East Journal.»

29 giugno 2011


«Certe volte capita di sentire qualcuno che parla di qualcun altro appiccicandogli l’epiteto di maestro™. Ciò può verificarsi in una strabiliante moltitudine di settori. Tra scrittori, ad esempio, talvolta capita che un autore si rivolga con il termine maestro™ ad un secondo autore tendenzialmente morto al quale un po’ si è ispirato o dal quale un po’ scopiazza; quando non si ha niente a che spartirci ma potrebbe rivelarsi utile l’accostamento o per lanciarsi/rilanciarsi. L’accademia prettamente detta lasciamola perdere perché lì sono tutti maestri™ [discepoli e detrattori] vicendevolmente. Tuttavia esistono figure di spicco all’interno delle singole discipline: evitando come la peste l’epiteto maestro™, riconosciamo loro una meritevole preparazione e non frequenti capacità espositive e divulgative. La paternità di punti di vista talvolta innovativi e qualche dote di ammaliatore che non guasta mai. Nella slavistica Angelo Maria Ripellino potrebbe essere [anzi viene] definito un maestro™. Dati i parametri di cui sopra si tratta di faccenda indiscutibilmente vera. Il web per fortuna straborda di accurate biografie e liste delle opere di Ripellino quindi evitiamo l’ennesimo Bignami al riguardo, ricordando solo che fu eccellente universitario [filologia slava e lingua e letteratura ceca poi russa], puntualissimo corrispondente dalla Cecoslovacchia [ma non solo], poeta e scrittore.» [Continua su East Journal.]

On «East Side Report.»

14 giugno 2011


«L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe, scriveva Tito Livio di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino. I fatti: cade in questi giorni l’anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a direil protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorchéil Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi. Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all’attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L’ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona.» [Continua su East Side Report.]

Nöstalgia [quattro.]

4 giugno 2011

Originale [con titolo «Jožin z Bažin
reloaded.
»] su Slipperypond.
Era marzo duemiladieci.

In scia alla nobile attitudine di eseguire furti su commissione, accetto la sollecitazione ed eseguo un articolino su commissione: il manovratore dietro l’intera operazione risulta essere quel CdC che, trascorrendo ore e ore al giorno online per motivi prettamente accademici, ci sta ogni tanto si distragga e incappi in altro, povero. Stavolta dalla piattaforma cui frana mi segnala quanto segue: starebbe verificandosi un curioso revival in Europa Centrale del celebre pezzo Jožin z Bažin* di Ivan Mládek. E d’altronde la trama del brano, il ritmo e l’abbigliamento dei protagonisti non potevano che attrarre l’attenzione del nostro e risvegliarne la vecchia e tormentata anima b-boy. Per quanto riguarda il sottoscritto, invece, avendo la fortuna di trovarmi in zona e soffrendo di una fastidiosa monotematicità negli argomenti, non posso esimermi dall’obbedire e scriverci la cazzatina al riguardo, adempiendo così al mio ruolo in Slipperypond e nel mondo. Ma procediamo con ordine.
Primo punto: trama della canzone [onestamente l'intero articolo non si svilupperà tanto oltre la trama della canzone, credendo fermamente tutto quel che sia doveroso recepire da Jožin z Bažin nasca e muoia nelle parole e nelle immagini del video, senza contare inoltre come su internet la versione in inglese delle liriche si trovi ovunque.] Ad ogni modo c’è questo tizio che sale sulla propria Škoda 100** per recarsi nel ridente villaggio di Orava*** quando, strada facendo, una vocina ronzante nella testa lo convince che meglio farebbe a svoltare per Praga e liberare la città dal terribile mostro Joey [strašidlo Jožin] il quale conserva la graziosa abitudine di mangiarne i residenti. Tuttavia il sindaco di Vizovice -luogo nel quale sorge il celebre albero con naso di Vizovice- ha promesso la mano della primogenita al prode che gli porterà Joey, più una fattoria collettiva in uso. Sarà proprio il cavaliere sulla Škoda colui che compirà l’eroico gesto, limitandosi a recuperare  po’ di polvere e un aeroplano [entrambe cose non difficili da reperire nella Cecoslovacchia del settantotto.] Joey viene catturato e venduto allo zoo. Fine. Storiella piuttosto lineare, vi riconosciuto. Però indicativa. E d’altronde strani animali e senso del fantastico hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nell’immaginario cecoslovacco, come in quello di qualsiasi altra parte del globo [per altro, al riguardo rileggevo in questi giorni la trama di Kostava k popírání, mediometraggio nel quale un tizio si perde nei meandri della burocrazia socialista dell'epoca mentre cerca un misterioso funzionario del quale rimane solo un telefono che squilla in continuazione. Il tizio porta in braccio un gatto nero. Però forse, vista l'assenza di balletti e strumenti buffi, siamo anni luce distanti da Jožin z Bažin e troppo vicini al vecchio Franz. Minima idea.]

Nota nella nota: come già scritto in precedenza, l’intera faccenda mi è stata segnalata dal Cdc poiché taluni network di suo gradimento riporterebbero d’un revival in atto di Jožin z Bažin, nonostante gli autoctoni che ho potuto interpellare [nell'indicativa cifra di due] mi abbiano spiegato quanto sia trend in fase calante, avendo la melodia ritrovato giusta notorietà circa un anno fa [«sebbene il brano non sia mai scomparso del tutto e anche adesso goda di decorosa programmazione», scopro con giustificato sollievo attaccato alla cornetta del telefono.]

On «East Side Report.»

25 maggio 2011


«Esiste una intrigante teoria secondo la quale pulire i piatti e rileggere i bigliettini di auguri, finita la festa di compleanno, sia il momento più profondo della serata: si tratterebbe infatti di atto al tempo stesso intimo ma anche strettamente relazionabile con la nostra sfera sociale, ciò che abbiamo seminato e quanto stiamo raccogliendo. Senza contare come, casomai i bigliettini di auguri arrivino da tizi come Václav Havel, Hillary Clinton, i sindaci di Belgrado e Sarajevo, l’arcivescovo di Praga e Hamid Karzai, probabilmente qualche analisi sia sempre doverosa. Due righe di riassunto: Radio Free Europe ebbe come primo quartier generale Monaco di Baviera e trasmise il primo programma su onde corte il quattro luglio del cinquanta in direzione del vicino confine cecoslovacco. Destino già scritto perché proprio a Praga si sarebbe stabilita alcuni anni dopo, all’interno di un curioso palazzo dall’architettura avanguardistica su Vinohradská.» [Continua su East Side Report.]

On «East Side Report.»

4 maggio 2011


 «Capitasse di incappare nel leader di una rete terroristica internazionale piombandogli in salotto dopo una ricerca durata anni, scattategli qualche foto o portatelo a Praga prima di farlo secco e gettarlo a mare: altrimenti il direttore del servizio-stampa dell’ufficio presidenziale ceco non ci crede e grida all’imbroglio. Poiché Petr Hájek è tizio assai cauto su argomenti del genere e le proprie idee se le tiene strette. Non a caso le dichiarazioni di lunedì due maggio riportate dall’agenzia stampa České Noviny: Bin Laden non sarebbe che un personaggio da fiction mediatica, scomparso nell’esatto modo attraverso il quale emerse. Ovvero dal niente. In soldoni l’ennesima versione della contrapposizione bene-male o luce-ombra, non tanto distante da cliché biblici o la logica di Star Wars. Si chiama complottismo e ne è pieno il mondo.» [Oggi su East Side Report.]

On «East Journal.»

29 aprile 2011


«I principali parametri di analisi politica applicati alla ex Europa dell’Est [adesso Europa centrale, Europa centro-orientale o Mitteleuropa 2.0] sono la corruzione e le spinte nazionalistiche. Pratico elemento dal quale partire e sul quale formulare un numero apparentemente infinito di teorie, salvo poi constatare come corruzione e spinte nazionalistiche esistano in misura del tutto paritaria anche nei principali paesi della Europa occidentale, nelle Americhe e in Oceania, e tutto il castello tenda a sgretolarsi.*» [On «East Journal» qui.]

* A tale proposito segnalo una mappa dell’Europa riportata qualche giorno fa da Repubblica nella quale si illustra la nuova onda nera di estrema destra calata in EU sia a Ovest che a Est, per quanto alla voce «destra austriaca» venga, sulla cartina, segnalata la Repubblica Ceca: sarà l’abitudine.

On «East Journal.»

18 aprile 2011

«Un leak meno intrigante rispetto a quello che descriverebbe il premier italiano soddisfatto per la decisione statunitense di stoppare lo scudo difensivo in Repubblica Ceca e Polonia [una serie di missili con il sedere in Europa centrale ma il naso puntato dritto contro l’amico Putin] lo si deve al server Natoaktual.cz: da Praga partiranno infatti più di mezzo miliardo di corone destinate alla NATO, e nello specifico al sistema satellitare che l’organizzazione sta progettando con lo scopo di garantire maggiore protezione ai propri soldati in missioni all’estero. Oltretutto in un momento di drastici tagli di bilancio dalle parti del Pražský hrad.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

28 marzo 2011


C’è gente che impazzisce per Philip Roth e certo con ottime ragioni; tuttavia anche chi appartiene ad un’altra tribù [Roth avrà a dolersene] arriva quasi sempre a riconoscergli la paternità di  libri essenziali. Vale per l’opera di Roth, così come per quella di molti altri autori, la predilezione che nutro verso testi corti mandati alle stampe: in genere costano meno e certe penne particolarmente predisposte arrivano al succo potendo vantare un migliaio di pagine di anticipo. Dunque succede che finisca con trent’anni di ritardo in possesso di una copia della «Orgia di Praga» [1985 - 82 pagine] a causa di una parte del titolo [non «orgia»] ritenuta decisamente personale e intima. Lo leggo nella tratta Firenze-Milano [1h:45m circa in tempi di alta velocità], ci trovo qualche spunto e scrivo due righe tardive su East Journal. Il motivo, al solito, è banalissimo: si tratta di divertente e riuscito affresco sul clima cecoslovacco di fine anni settanta [il regime, l’oppressione delle forze di polizia e la loro frequente ottusità, la complicità di metà della popolazione ai danni dell’altra nonché l’enorme fermento artistico praghese] che tralascia pochissimi aspetti delle ingerenze dittatoriali e pure restituisce il giusto peso alla fondamentale componente ebraica della cultura cittadina, al cui interno tanti intellettuali sono nati e in profondità continua a segnarne l’identità. [On East Journal qui.]

On «East Journal.»

15 marzo 2011


«Mi rincuora il fatto che Il cimitero di Praga [di Umberto Eco, in questi giorni nelle librerie con tirature  colossali] abbia poco a che spartire con Praga. Sul perché di simili sentimenti posso soltanto formulare vaghe ipotesi e tra queste forse la più presentabile è che, quando si ama qualcosa, alla fine vorremo essere sempre gli unici depositari del sapere al riguardo, con ogni intromissione esterna che finisce per avere la piacevolezza di una visita dei ladri in casa. Una forma di egoismo prettamente infantile o l’eccessivo timore per una potenziale perdita dettata da una inaspettata fuga di notizie: minima idea. Ad ogni modo meglio così. La trama del testo di Eco parrebbe riguardare tutto lo scibile umano degli ultimi duecento anni, sfiorando solo marginalmente la capitale vltavina. Però devo ammettere come -nonostante i miei sforzi per ridurre al silenzio qualsiasi altra voce a tema- di libri su Praga in circolo ce ne siano un bel po’. East Journal e geopolitiche permettendo, proporrei un piccolo excursus al riguardo, limitandomi ai volumi che ho letto [per intero o le prime dieci pagine] a carattere narrativo e saltando a piè pari la saggistica propriamente detta, più o meno affrontabile e digeribile.* » [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

14 marzo 2011

«Le elezioni di medio termine tengono con il fiato sospeso milioni di statunitensi e -in misura variabile- moltissimi altri tizi all’estero interessati alle sorti nordamericane: possibili sconquassi in vista, dicono gli osservatori di fenomeni locali, più o meno cinici o seriamente preoccupati. Poi delle mid-term ceche non gliene frega niente a nessuno e in qualche modo la cosa è comprensibile, o comunque inquadrabile su determinate scale di valori. Però noi di quelle parliamo. Dunque qualche rigo di contestualizzazione, seguiti da dati nudi e crudi. L’incipit è una specifica necessaria: la tornata elettorale del quindici e sedici ottobre è stata [cosa nota] «locale» per cui portatrice di trend particolarissimi; i risultati delle urne devono essere letti alla luce di alleanze con movimenti minori che su scala nazionale non apparirebbero o influenzerebbero assai meno equilibri politici nazionali. Tuttavia elementi di rilievo sono riscontrabili pure stavolta.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

8 marzo 2011


«In una settimana memorabile per l’assenza di appeal politico, emergono su alcuni quotidiani cechi propositi tra i più intriganti. Il nome per esteso del partito non è facilmente memorizzabile: Křesťanská a demokratická unieČeskoslovenská strana lidová; tuttavia la sigla che i militanti sponsorizzano in giro [negli ultimi tempi con relativo successo] è senza dubbio più immediata: KDU – ČSL.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

7 marzo 2011

«Sulla carta e online sono rintracciabili dozzine di associazioni tedesco-ceche con lo scopo di promuovere scambi culturali tra le due nazioni; dai militari e diplomatici nei tempi passati alle gare ciclistiche attuali, lungo la rotta tra Berlino e Praga è transitato [e continua a transitare] più o meno di tutto. D’altronde la distanza è relativa e la morfologia del territorio -un’unica gigantesca pianura- agevola i contatti.» [On East Journal.]

On «East Journal.»

4 marzo 2011


«Petr Nečas guiderà il governo formato dalla coalizione dei tre partiti di centrodestra ODS, TOP 09 e Věci Veřejné, sostituendo l’esecutivo del tecnico Jan Fischer, chiamato a sua volta a rimpiazzare quel Mirek Topolánek franato un anno fa [era, con apprezzabile tempismo, il maggio del duemilanove: pieno svolgimento della presidenza ceca dell’Unione Europea.] La cerimonia è avvenuta come da tradizione nello sfarzo barocco del Pražský Hrad previa giuramento davanti al Presidente della Repubblica Václav Klaus il quale -in un breve discorsino- ha ricordato ai presenti di essere a quota sei Primi Ministri nominati dal duemilatré; tra le parole di Klaus un certo orgoglio per l’esperienza maturata nel settore ma anche qualche dubbio inerente la stabilità di un posto che cambia sei Primi Ministri in sette anni; Nečas da parte sua si è limitato a rispondere specificando quanto sia un onore poter collaborare con il Presidente e non prestando troppa attenzione alla inquietante galleria di teste che lo ha preceduto.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

3 marzo 2011

«La monogamia è pratica lodevole nella vita tuttavia può crear notevoli problemi se applicata alla sfera pubblica: ecco l’amara conclusione cui giunge stamani l’analista politico Lukáš Jelínek sul quotidiano Právo. Il riferimento è a quanto accaduto dopo le scorse elezioni nazionali in Repubblica Ceca, ossia la nascita di un nuovo esecutivo di centrodestra a seguito della poligamia del principale movimento conservatore Ods, ed il conseguente ruzzolone dei monogami socialdemocratici intransigenti e demoralizzati.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

1 marzo 2011


«Il Čssd rispetta le previsioni della vigilia e si conferma primo partito nazionale con un decoroso ventidue percento; seguono i conservatori della Ods fermi sulla ventina. Entrambi i movimenti sono riusciti nella mirabolante impresa di perdere una valanga di voti tra scandali economici e gaffe di ogni sorta nel brevissimo volgere di un annetto, e assistere più o meno inermi a rapidissimi cali di credibilità. Che il prossimo esecutivo a Praga sia di centrodestra risulta essere conseguenza della natura ben definita dei nuovi astri TOP 09 e Věci veřejné, contenitori plasmati apposta per ricevere le preferenze dei delusi [definizione quanto mai generalista], conservatori al punto giusto e per questo contrari a qualsiasi sorta di imparentamento con la sinistra.» [Continua su East Journal.]

Kein Bordell.

15 febbraio 2011


Non sono un grandissimo fan del Corriere della Sera poiché reputo l’estremo equilibrismo degli editoriali frequentemente inadeguato alla situazione; il costante lavoro di logorio sociale messo in atto negli ultimi quindici anni ha infatti generato un cancro capace di rendere incompatibili sostenitori di questo governo e detrattori dello stesso [anche tra le penne che nell'esercizio di mediazione si adoperano ogni giorno.] Non si tratta di destra vs. sinistra ma qualcosa, temo, di più sotteso e capace di pescare in territori che esulano dalla semplice analisi politica e finiscono per condurci in anfratti più fangosi e ambigui e che spetterebbero, magari, alla psichiatria o la magia nera. Ma queste sono opinioni personali e limitiamoci ai dati. Ripeto: non sono un grandissimo fan del Corriere della Sera comunque ho letto Severgnini e l’analisi che fornisce sulla manifestazione di domenica [eccola.] Un numero certo elevato di donne e uomini e bambini ad alzare la voce in favore di un’idea di femminile  diversa da quella emersa nei recenti fatti di cronaca. Bsev [cit.] riassumendo scrive: condivisibili o meno che siano i motivi per manifestare uno scontento, resta legittimo farlo. Solo, signore, guardate di inventarvi metodi nuovi perché gli slogan di studenti/esse e sindacalisti/sindacalistesse [?] suonano polverosi e scricchiolanti al punto tale che l’intero scopo della protesta potrebbe risultare compromesso. Quindi sostiene quanto sarebbe caruccio inventarsi nuove forme per sottolineare il disagio e una necessità di cambiamento. «Dico la prima cosa che mi viene in mente: coprire l’Italia di post-it rosa per un mese, scrivendo cosa fanno le donne vere, quelle che non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per i minotauri.» Ok, post-it rosa. E torna in mente una tra le più sofisticate e d’impatto forme di protesta [inusuale forse ma nuova, ahimé, chi può dirlo?] cui sono venuto a conoscenza: dopo il no da parte della amministrazione cittadina alla costruzione di una curiosa biblioteca a Praga [questa: il Fungo, e Slipperypond ne parlò qui] la popolazione cittadina, evidentemente favorevole al progetto, scelse di non intasare una piazza [fu la prima pensata] quanto di appoggiare, tra la notte e l’alba, una lunga serie di libri -i preferiti di ogni partecipante- sul luogo deposto alla costruzione, uno dopo l’altro fino a formarne la pianta. Ancora gli effetti tardano ad arrivare tuttavia si tratta senza dubbio di exploit rimasto nella mente di molti. Qualcosa di simile potrebbe avvenire pure in Italia [chiaro: al netto di contesti assolutamente diversi]? Post-it in terra come sulla scena di un delitto in ogni piazza del Belpaese; ma occhio che se poi la silhouette è troppo riconoscibile i vari Gelmini-Frattini tornano a ruttare sui radical-chic e guadagnano 500.000 voti [visto che, se la piazza è vecchia, anche la frustrazione dei coglioni non scherza. E la via d'uscita è sempre così dannatamente stretta.]

On «East Journal.»

14 febbraio 2011

«Risale a giovedì scorso la firma di un articolato piano per la cooperazione tra Repubblica Ceca e Francia; a stipularlo i primi ministri Petr Nečas e François Fillon. Molti punti toccati e inclusi nel progetto di crescita: educazione, scienza, ingegneria civile. Ma sopratutto energia, o meglioenergia nucleare, essendo francese il colosso Areva che intende occuparsi dell’impianto ceco di Temelín (ne abbiamo parlato qui la settimana scorsa) in procinto di espandersi con due nuovi reattori. Quindi l’argomento Euro a procedere di pari passo obbligatoriamente, in questi tempi, con i temi della stabilità e del rilancio: l’asse franco-tedesco per tenere in piedi l’economia continentale è ben visto da Praga, mentre Parigi ha accolto favorevolmente sia la riforma delle pensioni ceca che le misure anti-debito, essenziali per ogni paese dell’Unione compresi quelli che ancora non abbiano adottato la moneta unica, ma in quella direzione intendano muoversi. È il caso ceco?» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

7 febbraio 2011


«Mi consolo pensando che, se non domeranno il tuo ardire con striduli giri di vite, tornerai a reggere insieme come uno spillone da balia i lembi stracciati di Occidente e di Oriente: altri tempi e altro mondo, ovviamente. Tuttavia alcuni parallelismi possono essere fatti anche con la più stretta attualità. Compito «sovrumano e insidioso» quello che lo slavista pronosticava per la capitale cecoslovacca a fine anni sessanta, ma pure «il più lusinghiero che possa essere offerto» a un popolo. E sebbene l’ardire praghese fu domato in breve -o quantomeno assai ridimensionato- da carri armati e un bel po’ di giri di vite (e nonché tocchi ammettere quanto poco la Repubblica Ceca sia stata in questi ultimi vent’anni «spillone da balia per i lembi stracciati dell’Occidente e dell’Oriente», visto che nel frattempo i lembi tra Occidente e Oriente si sono stracciati da altre parti) resta innegabile come nell’ultimo anno la città vltavina sia tornata alla ribalta in ruoli che certo le sarebbero spettati per prestigio e spessore culturale, però forse capitati in tempi un filo complicati e con protagonisti non tra i più adatti. Il discorso a Hradčany di Obama nell’aprile del duemilanove, il mese scorso la firma a Praga dello Start Due -nuovo trattato di disarmo nucleare tra Mosca e Washington- uniti alle picconate del presidente Klaus su clima, energia e Europa; ma soprattutto il semestre di Presidenza EU che la Repubblica Ceca ha affrontato da gennaio a giugno. In attesa delle elezioni la prossima settimana proviamo a farne un rapidissimo riassuntino. Sia mai che possa servire.» [Continua su East Journal.]

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