«Soffia sull’intera Europa un piacevole vento di conta e statistiche. Proiezioni nate con il fine esplicito di essere smentite o generare qualche speranza nei cuori dei sognatori più intransigenti. Operazioni con le quali la connaturata instabilità politica ceca va a nozze. Cioè: quando hai la quasi certezza che un esecutivo o coalizione al massimo dura un paio di anni, almeno divertiti con i numeri del successivo. Da un punto di vista meramente cronologico gli ultimi dati forniti dalla agenzia STEM* sono i seguenti: l’attuale e principale partito di opposizione ČSSD [i socialdemocratici] assieme al KSČM [i comunisti] raggiungerebbero agili quota 138 seggi alla Camera dei Deputati ossia la maggioranza nel contesto di ipotetiche elezioni politiche [ipotetiche fino un certo punto poiché in Repubblica Ceca si voterà sul serio tra non molto tempo.] Altri che finirebbero in parlamento sarebbero l’ODS -corrispettivo di centrodestra del ČSSD- e il Top09 di Karel Schwarzenberg appartenente allo stesso schieramento. Scarseggerebbero viceversa le possibilità di rentrée per i cristiano-democratici del KDU-ČSL, il cui bacino elettorale non parrebbe garantire un superamento della fatidica soglia del cinque percento. Idem il movimento di Radek John Věci Veřejné che -progettato con intenti di rottura e portavoce di istanze di trasparenza- ha impiegato pochi mesi ad impelagarsi in scandali e scivoloni che affosserebbero carrozzoni ben più rodati» [continua qui.]
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11 maggio 2012On «East Journal.»
13 aprile 2012«L’austerità in salsa ceca è qualcosa che mette d’accordo tutti [o almeno quelli che dal duemiladieci sono finiti assieme in coalizione] e si approva rapida. Confezionato il pacchetto basta poi indire una fulminea conferenza stampa nella quale ammettere come i guai e gli screzi tra i partiti di governo siano finalmente archiviati e nessuno scricchiolio sarà più udito dalle parti del Castello. Perché nonostante i dissapori congeniti il premier Petr Nečas presiede ancora l’esecutivo di centrodestra formato da Ods, Věci Veřejné e Top09 e la faccenda potrebbe rimanere invariata fino alle prossime elezioni. L’austerità in salsa ceca dimostra la possibilità di proseguire un menage a trois al netto di ogni rancore [ve ne sono di radicatissimi] e se in città ci credono pochi è riflessione rimandabile. Deficit sotto la soglia del tre percento nel 2013 e 2014 tramite aumento delle imposte sul reddito, aliquote IVA che salgono al 15 e 21 percento e sospensione per tre anni di detrazioni fiscali per fasce più deboli [esempio: via alcuni sgravi per i pensionati.] Sale la tassazione del tabacco, imposte sul passaggio di proprietà, carbon tax e retta universitaria dalle 3000 alle 3500 corone per semestre. Manovra che in caso di mancata approvazione avrebbe creato dissapori probabilmente fatali al punto che proprio Nečas si è trovato a dichiarare qualche tempo fa come senza accordo sarebbe stato meglio votare subito.» [Continua qui.]
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3 febbraio 2012
«Il governo ceco dice no al fiscat compact -serie di norme di coordinamento tra i governi europei in materia di bilancio pubblico- sul quale è stato trovato un accordo alcuni giorni fa. Il primo ministro Petr Nečas [Občanská demokratická strana] tuttavia dichiara al quotidiano Lidové noviny che non esclude un cambio di rotta nel futuro per la presenza di una clausola che consentirà all’attuale o un prossimo governo, qualora sia ritenuto opportuno, di entrare nel gruppo. Fermi dunque a quota venticinque su ventisettele adesioni, bypassando la conta delle firme apposte da alcuni stati con sotteso malumore [tanto per restare in zona, la Polonia]. Decisione che sottolinea le congenite divisioni interne alla maggioranza ceca composta da Ods, Věci veřejné e Top09, scricchiolii emersi attraverso dichiarazioni quantomai esplicite dei rispettivi leader. Il ministro degli esteri Schwarzenberg [Top09] si dice infatti scettico nei confronti della decisione del premier Nečas [Ods] che però viene appoggiata dal capo di stato Klaus [padre nobile -se il termine conserva un senso- della stessa Ods il quale, già che c’è, attacca pure l’unione monetaria sulla Pravo]. Servirà inoltre ricordare quanto anche a ridosso del no ufficiale le parti avevano lungamente dibattuto sull’argomento proponendo varie teorie e correlandole con proposte sui diversi metodi per la scelta.» [Continua su East Journal.]
«’Cause I try and I try and I try and I try.»
26 gennaio 2012
Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un secondo salto all’indietro.
* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.
Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ad oggi molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi. Ossia direbbero stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.
TOP09 è naturalmente finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra e dirottarsi sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno dopo anno. Perché arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo. Come in tutto.
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16 aprile 2011«Trattasi forse di licantropia politica tuttavia riconosciamo nella faccenda una dose apprezzabile di pragmatismo: a Praga l’accordo per la composizione del futuro consiglio comunale tra l’Ods [Občanská demokratická strana, il principale partito di centrodestra] e i socialdemocratici del ČSSD è stato raggiunto in piena notte, trasformando così una curiosa ammucchiata di individui scalpitanti in una ordinata Große Koalition che -se anche durerà un mese- quantomeno all’alba può presentare il tratto distintivo dell’equilibrio. I fatti: le elezioni locali di metà ottobre [ne abbiamo trattato qui], tornata nella quale è stato un terzo partito a risultare vincitore in città [il Top09 del ministro degli esteri Karel Schwarzenberg, centrodestra dunque alleato con l'Ods e Věci veřejné nel governo Nečas] hanno decretato un sostanziale equilibrio nei voti capace di generare alcune turbolenze e le fisiologiche battaglie per la prevaricazione. Tuttavia dopo i sempre presenti tempi tecnici per scannarsi e accorparsi, alle prime luci di martedì la creatura è stata mostrata alla cittadinanza: cinque seggi andranno all’Ods, cinque al ČSSD. L’Ods gestirà le politiche di sviluppo urbanistico, il ČSSD i trasporti. Il nuovo sindaco di Praga sarà probabilmente Bohuslav Svoboda dell’Ods, ginecologo dunque con una certa familiarità nei travagli [quello della notte scorsa non è stato un parto facilissimo, battono le agenzie-stampa], destinato a sostituire Pavel Bém, primo cittadino in carica dal 2002 [rieletto nel 2006] e celebre per i ripetuti screzi con l’ex premier Topolánek con il quale condivide il partito ma ben pochi punti di vista; resterà invece fuori dal consiglio cittadino il vertice del ČSSD praghese Petr Hulinský» [continua su East Journal.]
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4 marzo 2011
«Petr Nečas guiderà il governo formato dalla coalizione dei tre partiti di centrodestra ODS, TOP 09 e Věci Veřejné, sostituendo l’esecutivo del tecnico Jan Fischer, chiamato a sua volta a rimpiazzare quel Mirek Topolánek franato un anno fa [era, con apprezzabile tempismo, il maggio del duemilanove: pieno svolgimento della presidenza ceca dell’Unione Europea.] La cerimonia è avvenuta come da tradizione nello sfarzo barocco del Pražský Hrad previa giuramento davanti al Presidente della Repubblica Václav Klaus il quale -in un breve discorsino- ha ricordato ai presenti di essere a quota sei Primi Ministri nominati dal duemilatré; tra le parole di Klaus un certo orgoglio per l’esperienza maturata nel settore ma anche qualche dubbio inerente la stabilità di un posto che cambia sei Primi Ministri in sette anni; Nečas da parte sua si è limitato a rispondere specificando quanto sia un onore poter collaborare con il Presidente e non prestando troppa attenzione alla inquietante galleria di teste che lo ha preceduto.» [Continua su East Journal.]
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1 marzo 2011
«Il Čssd rispetta le previsioni della vigilia e si conferma primo partito nazionale con un decoroso ventidue percento; seguono i conservatori della Ods fermi sulla ventina. Entrambi i movimenti sono riusciti nella mirabolante impresa di perdere una valanga di voti tra scandali economici e gaffe di ogni sorta nel brevissimo volgere di un annetto, e assistere più o meno inermi a rapidissimi cali di credibilità. Che il prossimo esecutivo a Praga sia di centrodestra risulta essere conseguenza della natura ben definita dei nuovi astri TOP 09 e Věci veřejné, contenitori plasmati apposta per ricevere le preferenze dei delusi [definizione quanto mai generalista], conservatori al punto giusto e per questo contrari a qualsiasi sorta di imparentamento con la sinistra.» [Continua su East Journal.]
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5 febbraio 2011
«I risultati delle urne che a fine maggio indicheranno i nuovi equilibri politici in Repubblica Ceca potrebbero presentare aspetti interessanti per coloro che fossero misteriosamente interessati alle faccende locali; oltretutto piuttosto inedita è stata anche la fase pre-elettorale dalle parti del Pražský hrad, tra nuove formazioni, promesse di cambiamento e colpi di [in] testa. Proviamo a fare un po’ di ordine. Fino dalle prime legislature vi è sempre stato un numero ridotto di partiti, con rappresentanze parlamentari abbastanza stabili; d’altronde è cosa nota quanto la Repubblica Ceca sia uno tra i paesi dell’Europa ex socialista la cui transizione sia avvenuta nel modo più rapido, senza eccessivi scossoni o inquietanti virate verso territori osceni. I due maggiori movimenti nazionali, il ČSSD e la ODS, nelle forme attuali risalgono entrambi alla fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, ossia il periodo a ridosso della caduta del regime socialista e quello immediatamente successivo. Il partito di centrosinistra ČSSD [Česká strana sociálně demokratická] si è rinnovato attraverso la Rivoluzione di Velluto plasmandosi adeguatamente ai tempi, mentre il corrispettivo di centrodestra ODS [Občanská demokratická strana] re-inventandosi come costola autonoma del Forum Civico di Havel, in una operazione la cui paternità va attribuita all’attuale presidente della repubblica Václav Klaus, che ne sarebbe stato effettivo padrone per dodici anni.» [Continua su East Journal.]



