Posts Tagged ‘Jiří Paroubek’

Ribollita e/o škubánky.

28 gennaio 2012

[Tentativo di articolo serioso per la celebre rivista
XXXXX poi finito da nessuna parte. Era luglio 2011.]

Le ultime elezioni politiche in Repubblica Ceca risalgono a poco più di un anno fa: fu infatti alla fine del maggio duemiladieci che Petr Nečas, leader del principale movimento conservatore Občanská demokratická strana, venne incaricato dal capo di stato Václav Klaus di formare il governo [Václav Klaus è quel tale che l'Europa nemmeno può vederla in cartolina]. Nomina alla quale seguì l’insediamento a Praga di un esecutivo di centrodestra, avendo l’Ods ottenuto il maggior numero di seggi in coalizione con i neonati movimenti Top 09 e Věci veřejné. Soltanto opposizione invece per il partito con più voti ossia i socialdemocratici del ČSSD guidati in quel periodo da Jiří Paroubek. Un governo politico forte di numeri rassicuranti dopo la parentesi tecnica di Jan Fisher, primo ministro «a tempo» con il compito di sostituire Mirek Topolánek, franato a metà del semestre ceco di presidenza europea [nessun accenno in questa sede al tema della nodità: come indicato dall'esecutivo, la sobrietà è di rigore]. Tuttavia, nonostante i pochi mesi di effettiva operatività, già parrebbe terminata la luna di miele tra la coalizione al potere e la popolazione, o almeno così riportano le recenti rilevazioni dell’istituto locale di analisi sociopolitica SANEP. Dati capaci di dipingere un quadro piuttosto critico della scena: buona parte degli intervistati si dice infatti non soddisfatta dell’operato dell’attuale esecutivo valutandolo insufficiente [59.2] mentre, da un punto di vista comparativo, Nečas e i suoi ricoprirebbero una posizione collocabile a metà tra il «peggiore governo di sempre» [26.6] e «uno tra i peggiori governi di sempre» [37.6]. Numeri ben lontani dall’essere incoraggianti che non vengono confortati neppure dall’ultima rilevazione, quella con la domanda più diretta: il governo Nečas è un beneficio per la Repubblica Ceca? «No» per il 57.6 degli interpellati mentre «tendenzialmente no» per il 20.1. [Viceversa, sommando «sì» e «tendenzialmente sì» la cifra va a stabilizzarsi attorno al 16 percento]. Ovvia la riflessione conseguente vale a dire quanto, a Praga come ovunque, non ci sia l’abitudine di considerare verità assolute i quadri che talvolta possono scaturire da indagini di questo tipo; ciononostante restano innegabili i problemi, i passi falsi e le polemiche che hanno intralciato e coinvolto nel profondo il lavoro della crew di Nečas. Alcuni guai esogeni come la crisi economica globale in grado di generare ripercussioni nella quasi totalità delle politiche nazionali, altri endogeni dunque vissuti dal corpo elettorale come maggiormente accusatori [tema sovranazionale del complotto]. Polemiche e sospetti che hanno avuto per nucleo principale il partito del dimissionario Ministro degli Interni Radek John, il Věci veřejné che tradotto potrebbe suonare come la cosa pubblica o l’amministrazione pubblica e che proprio nelle vesti di movimento della trasparenza scelse di vendersi in campagna elettorale. Accuse sulle modalità di finanziamento, corruzione per un ministro interno al partito [Vít Bárta al dicastero dei trasporti, poi dimessosi anche lui] e un evidentissimo frazionamento interno. Posizioni divergenti se non contrastanti con il maggior partito della coalizione Ods, condite da ripetute minacce di lasciare la maggioranza se non saranno esaudite alcune richieste in tempi brevi, tra le quali riforme sul sistema sanitario e previdenza sociale. Com’è scontato in un contesto simile, dall’altra parte dell’emiciclo muove le proprie carte l’opposizione avanzando l’ipotesi di elezioni anticipate per voce dell’attuale leader socialdemocratico Bohuslav Sobotka [preso -qualche tempo fa- a cazzotti da un ubriacone. Ma questo è un altro tema]. L’accusa rivolta a Nečas ed i suoi ministri è di non saper fronteggiare la delicata situazione sociale creatasi in Repubblica Ceca e all’estero. Sobotka e il ČSSD aggiungono anche la richiesta di dimissioni immediate per il Ministro della Difesa Alexandr Vondra [Ods], accusato di cattiva gestione economica del semestre di presidenza europeo nel duemilanove, e per il Ministro delle Finanze Miroslav Kalousek [Top09] a seguito di recenti prese di posizione eccessivamente rigide nei confronti dei lavoratori del settore dei trasporti, sul piede di battaglia per un pacchetto di riforme che danneggerebbe la maggior parte dei dipendenti. Un tema quantomai attuale sul quale è intervenuto persino il capo di stato Klaus, dandone tuttavia una lettura agli occhi di molti filo-governativa e distante dalle posizioni super partes che il ruolo richiederebbe: i sindacati farebbero il gioco delle opposizioni covando intenti politici e non solo proponendo rivendicazioni sociali. Serve tuttavia ricordare che Klaus è stato fondatore dell’Ods nel 1991, primo ministro come leader dell’Ods dal 1992 al 1997, e capo di stato dal 2003 grazie alla carriera ai vertici dell’Ods. Poiché anche a Praga il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dal popolo; il popolo vota il governo, poi resta all’ascolto. Ma talvolta, anche dopo soli dodici mesi, capita possa dare l’impressione di volere rivedere le scelte. Squillino le trombe, fanfare e così sia.

On «East Journal.»

1 marzo 2011


«Il Čssd rispetta le previsioni della vigilia e si conferma primo partito nazionale con un decoroso ventidue percento; seguono i conservatori della Ods fermi sulla ventina. Entrambi i movimenti sono riusciti nella mirabolante impresa di perdere una valanga di voti tra scandali economici e gaffe di ogni sorta nel brevissimo volgere di un annetto, e assistere più o meno inermi a rapidissimi cali di credibilità. Che il prossimo esecutivo a Praga sia di centrodestra risulta essere conseguenza della natura ben definita dei nuovi astri TOP 09 e Věci veřejné, contenitori plasmati apposta per ricevere le preferenze dei delusi [definizione quanto mai generalista], conservatori al punto giusto e per questo contrari a qualsiasi sorta di imparentamento con la sinistra.» [Continua su East Journal.]

Back to Paroube[c]k 2.0.

18 gennaio 2011


Monitorare il declino di un leader politico è faccenda quantomeno spinosa poiché si tratta spesso di rapportarsi con qualcosa inerente la fede e il distacco del quale necessita una analisi oggettiva viene a crearsi rarissime volte [per altro frequentemente ciò accade quando il leader in questione è passato a miglior vita, o del potere che aveva gli sono rimaste soltanto le briciole.] Inoltre l’Italia è un punto di osservazione particolare dettato dal fatto che i leader in declino usano concedersi declini lunghi una ventina d’anni, senza contare come talvolta risorgano pure dopo essere stati spintonati nel loculo da colleghi, stampa ed elettorato.
Potrebbe rappresentare una pratica scappatoia mettersi dunque a studiare i declini esteri: sia mai che aumentando la distanza dal target diminuisca il coinvolgimento e cresca l’oggettività [pur scemando la conoscenza specifica di alcuni aspetti del fenomeno, ma questo importa poco e va ammesso senza troppe remore.] Per esempio Jiří Paroubek e le proprie infinite peripezie nella Praga dell’ultimo decennio. Premier dal 2005 al 2006 nonché segretario del principale partito progressista dal 2006 al 2010 [preceduto da Bohuslav Sobotka e sostituito da Bohuslav Sobotka]; in grado di vincere una elezione e stare alla testa del più votato movimento nella successiva, ma dimettersi il giorno seguente poiché nessun alleato è stato trovato mentre a destra si fondono che è una meraviglia. Al momento, sfumata l’ipotesi di correre nel futuro a Presidente della Repubblica, Jiří Paroubek si direbbe provarci come governatore della regione di Ústí nad Labem nella quale è stato eletto, all’estremo nord-ovest della nazione non lontano dal confine tedesco. Tuttavia anche qui la storia si è fatta complicata visti i rapporti sensibilmente peggiorati con il potente politico locale Petr Benda. Ed è proprio il crescente numero di nemici che Paroubek sarebbe riuscito a farsi, o quanto abbia maturato una sorprendente abilità nell’offendere o infastidire vecchi amici, il metro usato da molti per definire i contorni del declino; quanto la faccenda sia connaturata al fastidio per l’insoddisfazione crescente tout court è dibattito apertissimo. Risale alla fine della estate scorsa l’apparizione televisiva nella quale ebbe a sostenere «non mi candiderò a leader nel prossimo congresso ma in quello dopo ancora…chissà» [idioma locale: «v politice nic není definitivní», ossia in politica niente è definitivo] lasciando filtrare l’idea di un periodo di riflessione al quale avrebbe potuto seguire un secondo di rinata partecipazione attiva ai vertici. Anni luce dalle attuali posizioni dato che Jiří Paroubek probabilmente non tornerà alla testa dei socialdemocratici e sono tanti quelli che scommettono non tornerà neanche in altre posizioni di prim’ordine. Ciò che non ha mai giovato alla carriera dell’ex Primo Ministro alcune scelte non felicissime come quella di aprire fronti e alleanze tra i socialdemocratici e i comunisti, ancora percepiti da buona fetta dell’elettorato come prosecutori del detestabile passato dittatoriale cecoslovacco, nonché essere simpatico e accattivante come un calcio nei coglioni.

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