«Che non godesse di simpatie radicatissime dalle parti del Nordreno-Westfalia era immaginabile, tuttavia succede alcune volte di pronosticare una sconfitta che nei fatti si rivela doppiamente pesante. Solita storia: i numeri. La Cdu di Merkel e soci scende dal trentaquattro percento a circa il ventisei mentre le previsioni la davano al trenta. A farne le spese il capolista Röttgen, ministro federale dell’ambiente e sodale da tempo del cancelliere. Per altro la zona è di quelle delicate quindi da tenere in grande considerazione. Land più popoloso della Repubblica Federale nonché motore industriale nazionale (altissimo il contributo che la Ruhr dà al paese in termini di prodotto interno lordo), mica puoi bypassare la voce di posti come Colonia, Dortmund e Düsseldorf e relative acciaierie. Un messaggio indiscutibilmente chiaro: esce vincitrice la Spd tramite la consacrazione della popolare governatrice Hannelore Kraft e si confermano i verdi. Bene i liberali -e questa è una notizia- mentre scende la Linke salutando il Landtag, che sarebbe il parlamento dello stato. Aula nella quale viceversa entrano i Piraten i quali continuano la loro marcia su buona parte della Germania. Procedendo a colpi di percentuali, i socialdemocratici guadagnano quattro punti -non una infinità- però dieci ne perde la principale controparte di centrodestra. A completare l’opera il suddetto calo della sinistra-sinistra che permette una maggioranza assoluta alla Spd e relativa libertà di azione.» [Continua qui.]
Posts Tagged ‘Germania’
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15 maggio 2012Scene di caccia in Nordrhein-Westfalen.
14 maggio 2012«Sie ist die klare Gewinnerin: die Leute mögen sie eben,
diese Hannelore Kraft. Kann sie da nicht auch Kanzlerin?»
Curioso da esterno sedersi sopra un bus [un bus molto comodo: va ammesso] e iniziare a giudicare la Germania che placida [forzatura: indifferente] scorre sotto il tuo culo. Lasci per una ennesima volta Berlino [ogni volta il sapore è quello amarognolo dell'addio. Ogni volta scopri poi trattarsi solo di simulazione. Ad ogni modo inutile lambiccarsi su come stia la faccenda adesso perché non rimane che l'attesa] e parti in direzione di Monaco. Alla redazione dell’Economist pontifichi su euro e Monti con i soliti interlocutori agitati che chiedono come sia stato possibile dalle nostre parti sopportare il precedente premier per un ventennio senza dare fuoco a sedi di quotidiani o partiti e fortuna che le risposte standard con il tempo si sono confermate standard proprio perché funzionali e pratiche per calmare i soliti interlocutori agitati. Sul groppone numerose retrospettive dei direttori dei più importanti [venduti] quotidiani/settimanali/mensili europei circa crisi e integrazione e voto e ventilate uscite greche: me ne farò una idea più precisa rileggendole in viaggio. Compreso il Di Lorenzo che è più realista del re. A qualche fermata del bus la polizia tedesca sale a bordo e chiede i documenti a coloro che sempre se li sentono chiedere in Germania. Quelli dal look meno tedesco. Poi Monaco che non mi piace ma riserva spesso sorprese e ammetto sia stata il mio primo passo nell’area dunque un qualche affetto le è dovuto. Una giovane economista illustra a cena vicino l’Ostbahnhof i risultati di questa ricerca su euro e periferia della zona con ombre lunghe pressoché su tutto. I tedeschi macinano perché sanno vendere benino i lavori che producono anche quando non hanno un gran valore, mi è stato spiegato, e questa la metto sicuramente nel novero delle cose da verificare come i poliziotti bavaresi più cazzuti rispetto ai berlinesi. Tema intrigante da sviluppare sarebbe la perdita per la Germania di quell’aura cool che [nei limiti] aveva caratterizzato la fase Schröder e nemmeno la prima Merkel riuscì a estinguere. Eventuali paragoni con la cool Britannia di Tony Blair sarebbero prevedibili e forse anche giustificati ma evitiamo di entrare a gamba tesa nell’argomento. Ci torneremo. Sia sull’argomento che in Germania. Dove -mi pare di capire- giusto in queste ore viene nuovamente trombato il cancelliere a discapito della controparte Spd. Frizzante il clima in Nordrhein-Westfalen. Per adesso accontentiamoci della [ben più] lieve brezza toscana.
On «East Journal.»
18 aprile 2012«Sul fenomeno dei pirati è stato scritto molto [esempio: East Journal qui] e c’è ragione di credere che quello appena trascorso sia stato un biennio quantomeno riuscito per la formazione. Successi elettorali, visibilità e funzionali casse di risonanza per gli obiettivi prefissati. In Germania vale quanto si dice talvolta nel meteo con il fronte freddo: arriva dal Baltico. Scende da nord [il Piraten Partei tedesco è filiazione dello svedese Piratpartiet del 2006] e -organizzata una struttura sovranazionale: i Pirati Europei- eccoli pronti per riunirsi a Praga. Scopo del meeting organizzare una piattaforma comune in vista delle elezioni al parlamento europeo del duemilaquattordici. Il piano è spiegato al České noviny da Mikulas Ferjencik, vicepresidente del Česká pirátská strana. I pirati cechi. Si tratta di stilare un documento che dovrà essere approvato dai pirati delle singole nazioni, ad oggi venticinque nel vecchio continente e una sessantina sparsi per il mondo. A modello -ma senza atteggiamenti cattedratici poiché sarebbero poco piratesco- la delegazione arrivata dalla Germania, dimostratasi capace di proporre programmi in grado di convincere sostanziose fette di elettorato su più livelli.» [Continua qui.]
L’esponibile e l’indicibile.
16 aprile 2012
«Per come è lecito intenderla, la percezione tedesca del gigantesco spazio slavo oltre il confine orientale della Germania è da sempre un aspetto intrigante da passare sotto il vetrino e continua a rivelarsi, ogni qualvolta venga tirata in ballo, anche un pratico contenitore cui attingere per chiunque intenda inventare storielle a tema nel modo più proficuo. Forse si tratta di un mix di invidia verso aspetti del carattere diffuso in media oltre la staccionata, oppure fascinazione per qualcosa che è sempre stato a un tiro di schioppo tuttavia mai ritenuto coinvolgente al punto giusto perché nei fatti inconciliabile con qualche forma di rigore prettamente teutonico. Non so. Ad ogni modo [e provo davvero ad essere il più neutro possibile, almeno in questa occasione] da un po’ di tempo viviamo in un microcosmo di coppie e tutto arriva troppo in fretta. La velocità è il problema. Ora come ora. Vale a dire: non è che stiamo diventando idioti vecchi e insipidi con gigantesche tendenze ad autoincensarci, quanto che stiamo facendolo troppo velocemente rispetto ai piani. Siamo persone che necessitano calma nei movimenti e non siamo stati abituati a correre: farlo ci rende ridicoli e infelici. Ecco come mai, tornando alla percezione tedesca della sfera slava, qualche sera fa un avvocato bavarese di circa trent’anni brucia le tappe con me dimostrandosi troppo in fretta il coglione che è. Vale a dire: discutendo ad una cena vicino Bernauerstraße lo sento abbandonarsi con spiacevole rapidità a suggestioni stonate con il contesto o quantomeno meritevoli di reprimenda. Infatti, riferendosi alle frequenti visite in Boemia che mi sarei concesso nel passato più o meno recente, il tizio sostiene di avere letto una cosa simpatica su Praga vale a dire, nell’ambito della grande predisposizione cittadina all’arte contemporanea, in pieno centro avrebbero da poco inaugurato un museo di cazzi.
-Cazzi?
-Sì. L’hai visto?
Scuoto la testa.
-Enormi e colorati.
-Ah.
-Pure con le vene. Realistico.
-Davvero non conosco.
-Capisco. Beh, spero tuttavia tu possa rimediare.
Annuisco.
-Ok -fa lui- …un po’ di insalata, amico mio?»
You’ll find my favorite axe.
2 marzo 2012
Finita Belforter Straße svolto a sinistra e imbocco Kollwitzstraße. Prenzlauerberg è un curioso quartiere di Berlino e non sbaglierebbe chi scegliesse di descriverlo come un enorme asilo con qualche dentista per bambini ricchi [o almeno la parte più vicina a Mitte, quella che da Torstraße va alla Wasserturm e Odebergerstraße. Oltre non mi sentirei di arrivare a tanto.] Un distretto nel quale ogni coppia di androidi pare felice, pacificata, in carriera, rapida di gambe e di cervello nonché abilissima nel gestire la propria prole composta principalmente da gnomi che riescono ad andare in bici nella più totale autonomia su strade trafficatissime fin dentro lindi supermercati dove fare la fila e pagare in scioltezza i loro gelati prima di togliere le tende con la sicurezza dei pensionati. Settore che fu della ex Berlino Est, Prenzlauerberg si direbbe avere cancellato gran parte del proprio passato meno agiato attraverso una abile opera di rimozione, o almeno così la vede il mio nuovo padrone di casa Stefan P. che qui ha trascorso l’intera esistenza e ancora ricorda quando scarseggiavano i forni [Stefan P. ha quarantatré anni e adora i Genesis, pur non sopportandone le individualità.] -Sei mai stato a Greifswalderstraße?- mi domandò il primo giorno che ci incontrammo. Scossi la testa e gli chiesi cosa ci fosse da vedere a Greifswalderstraße.
-Niente. Escluso un commovente monumento ai lavoratori.
-Davvero?
-Sì. Ernst Thälmann, amico mio. Alla testa di una colonna di centomila manifestanti. Rivoluzione e fronte unito nelle fabbriche fra socialdemocratici e comunisti. Mi segui? Rivoluzione. E ascesi.
Pictures of you.
«Válečky»: brandelli.
24 febbraio 2012On «East Journal.»
21 febbraio 2012
Un amico tedesco si prende la briga di sacrificare trenta secondi del proprio preziosissimo tempo [è designer d’interni: a Berlino significa tanto] per scrivermi una mail. Poche righe ma indicative. «Quel ******* di Wulff si è tolto dalle ********. Alla tv hanno persino fatto paragoni con l’Italia degli ultimi quindici anni. Ci pensi?» Ci penso. Ma credo sia doveroso svicolare da ogni parallelismo. Non porterebbe tanto lontano. D’altronde che l’ex Bundespräsident non fosse un monumento di rettitudine si poteva immaginare, così come molti annusarono un possibile passo falso di Angela Merkel al momento dell’insediamento. Sia come sia: acqua passata. Di Wullf già abbiamo scritto qui. Adesso è Gauck il futuro. Gauck è il futuro perché Gauck è il passato. In qualche modo. Doveroso occuparsene visto che tante testate nazionali ed estere definiscono Gauck eroe dell’Est o [più o meno correttamente] il piccolo Havel della DDR. Breve bio: pastore attivista per i diritti umani in Germania Orientale fu nel 1989 figura di spicco del movimento Neues Forum che divenne nel 1990 Bündnis 90 [Alleanza 90] assieme a Demokratie Jetzt [Democrazia Adesso] e l’Iniziativa per la pace ed i diritti civili [Initiative für Frieden und Menschenrechte]. Quindi -garanzia di rottura effettiva, sia mai ci fossero stati dubbi- a seguito della elezione a deputato divenne presidente della commissione speciale per il controllo dello scioglimento della Stasi, i servizi segreti della Germania comunista. [Continua su East Journal.]
Bye bye love. Bye bye sweet caress.
17 febbraio 2012«Germania: Wulff verso le dimissioni.
Imminente l’annuncio del presidente tedesco.»
[Fonte: ANSA.]
On «East Journal» reloaded.
15 febbraio 2012
In occasione della visita a Roma [di risalto zero sui media
sia italiani che tedeschi: amen] del presidente Wulff , ecco riproposto
l’articolino che uscì su East Journal circa un mesetto fa.
Berlino. Un silenzio opprimente accompagna gli spostamenti per la città dell’italiano di ritorno in Germania. Specie quando ti presenti nei bar capita di sentire d’un tratto la tremenda nostalgia per le domande sull’ex premier nostrano, qui al centro di interminabili dibattiti e imprescindibile nucleo in fiumi di constatazioni. Ai tempi infatti bastava un niente per erigerti a paladino delle libertà ferite. Di contro l’attuale primo ministro, il «genero perfetto» [cit. Süddeutsche Zeitung], offre minimi spunti dialettici e nessuna possibilità d’ironia dozzinale a chi non ne capisca il sofisticato linguaggio. Sia come sia è storia vecchia e ormai logora. Finisce quindi che parliamo di calcio con occhi bassi e imbarazzo. Ma la Schadenfreude [il piacere provocato dalle sfortune altrui] è stimolo non gestibile dunque, finita la seconda birra, succede che sia tu a chiedere al berlinese di turno qualche impressione sul recente scandalo che ha coinvolto il presidente federale tedesco Christian Wulff. Ovviamente nulla di paragonabile ai botti cui siamo stati abituati nel passato più recente. Solo la scoperta di un prestito a tassi agevolati che l’attuale Bundespräsident avrebbe richiesto ad un imprenditore e conseguente telefonata alla Bild per bloccare un articolo sulla vicenda.
Contestualizzando la storia del prestito risale al 2009, anno nel quale Wulff ancora ricopriva la carica di governatore della Bassa Sassonia. Il prestito fu di 500.000 euro -a tasso agevolato: ecco il punto dolente- e venne richiesto a un amico affarista chiamato Egon Geerkens. Wulff all’inizio nega che Geerkens gli abbia prestato direttamente il denaro, sostenendo di avere trattato con la moglie. Versione contraddetta dallo stesso Geerkens il quale già causò guai a Wulff pagandogli qualche anno prima le spese di un viaggio aereo. Trama da fiction tv in salsa Niedersachsen. Si va avanti.
La Bild, popolare giornale tedesco [popolare da intendersi nella accezione di tabloid generalista-populista puntualissimo su nudi femminili e scandali di vip semi-sconosciuti] si interessa della storia e scrive un editoriale critico. Wulff viene a sapere del pezzo e prova a bloccarne la pubblicazione telefonando al direttore responsabile Kai Diekmann, il quale tuttavia fa uscire ugualmente l’articolo. L’accusa è di avere mentito nel febbraio del 2010 davanti al parlamento della Bassa Sassonia negando i rapporti con Geerkens. Si trattava di una interrogazione parlamentare: roba grave.
Poi succede che Wulff va in tv* per difendersi ma non convince nessuno. Ammette la telefonata alla Bild e bolla il tutto come errore per il quale chiedere toccanti scuse. Tuttavia desidera specificare che non intendeva bloccare la pubblicazione del pezzo quanto esclusivamente rimandarla. Diekmann assiste allo spettacolino e chiede a Wulff il permesso di rendere pubblica la trascrizione del minaccioso messaggio che Wulff stesso avrebbe lasciato sulla sua segreteria telefonica. L’auto-incoronamento del Bundespräsident a «vittima dei media» è diretta conseguenza di questo stato di cose. Ad ogni modo nessuna intenzione di dimettersi da parte di Wulff nonostante i fiumi di critiche che stanno arrivando sia dalla stampa storicamente ostile che da quella amica [di centrodestra. Più o meno cattolica e conservatrice].
Al momento della stesura di questo post è un piovoso pomeriggio di domenica otto gennaio e qui attorno si sente un gran brusio. Infatti, nonostante i tentativi di gettare acqua sul fuoco, sia la Merkel che il vice Rösler starebbero cercando un sostituto di Wulff in caso di dimissioni. Qualcuno che verrebbe accettato anche dal principale partito del centrosinistra SPD, evitando così di impantanarsi in logoranti e [per la maggioranza] pericolosi scontri a nemmeno un anno dal voto.
Nella giornata di sabato davanti al palazzo-residenza di Wulff a Bellevue qualche centinaio di manifestanti hanno bandito scarpe al cielo: mutuiamo quello che possiamo dalle proteste nel mondo arabo sperando in un terreno non troppo umido [è periodo di pioggia in Germania]. Nessuna calzatura è stata scagliata contro le luccicanti vetrate dell’edificio ma resta evidente il disappunto. In zona il ruolo di presidente della repubblica è quasi esclusivamente rappresentativo e paiono mal digeriti individui ritenuti non impeccabili a ricoprirlo**. Consequenziale quanto, ad ogni latitudine [e ognuno con i rispettivi standard nazionali] il problema sia andare a scovare dove si nascondono quelli impeccabili. Sia mai esistano davvero.
* Per chi masticasse il tedesco, ecco il filmato integrale. In soli 21 minuti il wulff-pensiero sull’accaduto, correlato da sguardi liquidi e sorrisi magnetici.
** Wulff è anche sospettato da molti media di avere ricevuto dalla banca regionale del Baden-Württemberg un secondo prestito a condizioni vantaggiose grazie al ruolo che svolse alcuni anni fa durante il riassetto della casa automobilistica Porsche: un habitué per alcuni.
Ça va sans dire.
13 febbraio 2012
Banca di Grecia per i greci banca di Berlino. Banca di Berlino per i berlinesi banca di Grecia [o.s.t. De Cecco*.]
On «East Journal.»
25 gennaio 2012
In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]
On «Europa Futura.»
16 gennaio 2012
Primo dicembre duemiladieci per East Journal.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]
I pezzi su «Domani» on Arcoiris: 2010-2011.
4 gennaio 2012
8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»
…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla
domenicale. A fare i seriosi c’è da spisciarsi.
Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.
On «East Journal» e «Ecoinchiesta.»
16 novembre 2011
«Interessarsi ai rapporti ceco-tedeschi significa, girovagando tra le due nazioni, tenere le antenne perennemente dritte e puntate [non solo ma anche] in direzione di contesti all’apparenza secondari, faccende che esulano dalla pomposità dei comunicati ufficiali e amano infilarsi negli anfratti più in ombra della quotidianità. D’altronde dicono che succeda ovunque tra paesi confinanti: la realtà della percezione viene restituita meglio facendo benzina o sedendo dentro un bar, piuttosto che assistendo alla ennesima conferenza stampa congiunta con comunicato finale precotto. Sul fronte orientale della Germania il Land che meglio può relazionarsi con la Repubblica Ceca è per numerosi aspetti la Baviera. Si specificherebbe l’ovvio ripetendo quanto storia, geografia, gite in bicicletta e un dinamico commercio uniscano da tempo i due spicchi d’Europa contigui [ne abbiamo già parlato qui]. E proprio in Baviera usano riunirsi -quando il ruolo dei bravi padroni di casa spetta a loro- le molteplici associazioni/forum ceche/tedesche che si occupano di monitorare lo stato delle relazioni tra sponde del Nationalpark Bayerischer Wald e il corrispettivo Národní park Šumava.» [Continua su East Journal.]
E’ un’arte, questa.
30 ottobre 2011Moribondo: Io credo che lei sia una spia.
Schweyk: [Allegro.] Macché spia. Solo ascolto regolarmente la radio tedesca. Anche lei dovrebbe sentirla un po’ più spesso. E’ una delizia.
Moribondo: Niente affatto. E’ una vergogna.
Schweyk: [Deciso.] E’ una delizia.
Miope: Non dobbiamo fare i leccaculi con quella gente.
Schweyk: [Con serietà.] Non lo dica. E’ un’arte, questa.
B. Brecht. Schweyk im zweiten Weltkrieg.
1957, Suhrkamp Verlag Berlin – Frankfurt am Main.
Mi chiamaste? Che bramate?
29 settembre 2011
Ciò che rappresenta un gigantesco problema di questi tempi è filiazione direttissima dalla favolosa attitudine [sempre esistita ma solidamente strutturatasi nell'ultimo ventennio] di negare la realtà con qualsiasi mezzo. Di base una faccenda riconducibile alla grande predisposizione e senso di confort provato da tanti per chiunque inondi la vita pubblica di consolanti cazzate e pirotecnici attacchi verso qualsiasi entità capace di rappresentare un minimo la sfera del reale [questi rompicoglioni.] Consequenziale, quindi, l’assoluto straneamento riscontrabile a zonzo quando si fanno necessarie, pragmatiche e funzionali valutazioni, magari in tempi rapidi. Esempio: le recenti vicende interne, Berlino e Parigi che nei fatti bollono, e via di seguito. Se c’è una evidenza in questo risulta essere che non si tratta di schieramenti o ideologie quanto [più o meno] di polso della situazione [bipartisan] e quel minimo di rigore che esula dai comportamenti vergognosi. C’è chi è adatto e chi non ha credibilità, anche esulando dai sussurri dei preti. C’è chi gestisce e chi è obbligato a farsi gestire. C’è chi prima c’era nelle tavolate circolari e adesso non più. C’è chi si sacrifica e chi, invece, inizia a indicare gli stronzi tutto attorno e dare un po’ di matto prima di scegliere la via della finestra. Poi, in volo, garantisce che lo hanno spinto.
On «East Journal.»
20 settembre 2011
«Domenica di pioggia, fredda e ventosa. Ad avere una vela in terrazza al posto del triste ombrellone Ikea certo schioccherebbe austera puntando i mari [la Sprea] in direzione sud-est. Ci sarebbe da restare chiusi in plancia e riscaldarsi al lume di candela tuttavia è giunto il tempo delle amministrative dunque abbassiamo i ponti e ruzzoliamo in terraferma. Ognuno ha il diritto di esercitare il proprio voto, così come ognuno ha il diritto a provviste fresche e una razione di liquore. Ognuno lavi la propria biancheria e scelga con coscienza. Chi diserta sarà punito con la morte in mare aperto.
Ringraziando il cielo, nessuno sulla carta stampata oggi ha proposto un incipit così idiota per commentare la tornata elettorale berlinese, quella dei Pirati che superano la soglia di sbarramento arrivando a quasi il nove percento dei consensi. Ma forse mi sono perso qualche scritto. Sia come sia, iniziamo dai dati generali: l’Spd del sindaco ri-eletto per la terza volta Klaus Wowereit perde terreno però si conferma primo partito cittadino con circa il ventotto percento delle preferenze. Sale la Cdu della cancelliera [di pochino ma sale] restando comunque all’opposizione. Continua la marcia abbastanza trionfale dei verdi che mettono il segnetto +4.5 alla voce crescita assesstandosi sul diciassette percento, mentre cala la sinistra-sinistra Die Linke. Coalizione dunque che passa, presumibilmente, dal colorito rosso-rosso [Spd+Linke] a rosso-verde [Spd+Grüne] sebbene esprimersi in questo modo sia da orticaria. Ultimo il dato dal quale abbiamo iniziato: i Pirati che crescono di quasi il nove percento per quindici seggi. Dimenticandosi -ma lo hanno fatto in tanti- dei liberali, i quali scivolano al due percento dal quasi-sei della volta scorsa. Tracce della debacle attestabili sui manifesti davanti a casa, nei quali ai candidati Fdp era stato disegnato un bel nasone rosso da clown, talvolta pure gradevole.» [Continua su East Journal.]
«On East Journal.»
18 settembre 2011
«Berlino. Per caso [immagino] chi sta scrivendo quasi mai è stato contemporaneamente nella stessa città con il papa, se escludiamo sporadiche giornate a Roma per turismo o lavoro. Non ero in Repubblica Domenicana con Wojtyła nel settantanove -in questo caso mi mette al riparo da accuse di relativismo il fatto che avessi sei mesi- e nemmeno a fine agosto in Spagna con Ratzinger. Ma [ancora: immagino] per caso sarò a Berlino il ventidue settembre quando Benedetto XVI sbarcherà in città dando inizio al proprio pellegrinaggio in Germania. Chi fosse interessato alle specifiche può fare un salto sul sito ufficiale [eccolo] e tenere d’occhio il countdown sulla destra. Ratzinger, si legge, volerà con un aereo Lufthansa battezzato Ratisbona. Al seguito: cento persone. In volo [un paio d’ore] verrà servito [a tutte e cento le persone?] un variegato menù incentrato su specialità italiane e tedesche. Prima della messa all’Olympiastadion capatina del Presidente della Repubblica Federale Christian Wulff e Angela Merkel. Incipit imprescindibile per sottolineare quanto la capitale tedesca stia vivendo un periodo di grande fermento. Infatti, a ridosso del papa -recitano i cartelli- anche il cancelliere si concederà una uscita pubblica in città: Die Kanzlerin kommt il diciassette settembre. Tuttavia in questo caso va specificato che la Merkel non arriverà alla piazza dello speach con un aereo battezzato Amburgo, essendo residente a dieci minuti di metro/cinque di delegazione con scorta.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
1 settembre 2011Ampiamente previsto.*
«Berlino. Come facilmente intuibile, capita che chi si occupi di Germania ed ex Cecoslovacchia provi un fisiologico sospetto per chiunque riesca a pubblicare un libro a tema più o meno narrativo che abbia come nucleo centrale il rapporto tra Germania ed ex Cecoslovacchia. Invidia amplificata dal fatto che il testo in questione possa addirittura vantare un titolo oscuro, dunque in netta controtendenza con i più basilari dogmi editoriali. Successo doppio. Tuttavia stavolta risulta necessario fare uno strappo e ammettere quanto HHhH [Einaudi Frontiere, 2011] sia un riuscito romanzo storico -ma ogni definizione scivola da queste parti- e l’autore, Laurent Binet, tra quelli da tenere d’occhio per agilità e competenza. Il plot lo riassumo in poche righe, non essendo di fatto l’aspetto portante dell’opera: nascita, vita [breve] e morte [ben congegnata] di Reinhard Heydrich, papavero del Reich detto il Macellaio o il Boia di Praga per questa sua innegabile tendenza ad organizzare l’orrore standosene di stanza nella capitale boema, più o meno atteggiandosi a re. Incaricati di farlo secco un ceco e uno slovacco -Jozef Gabčík e Jan Kubiš- nel contesto di contingenze tra le meno agevoli della storia recente.» [Continua su East Journal.]
Pestare in senso inverso.
26 agosto 2011«Per esempio Menasha, il nostro dozzinante, fisico dilettante [ma più che altro aspirante tenore drammatico] una volta mi spiegò come gli esseri umani potrebbero influire sulla rotazione terrestre. Come? Ecco, se tutti gli abitanti del pianeta si mettessero a un dato momento a strascicare i piedi, ciò farebbe rallentare il moto di rotazione. [...] Io però sono convinto che tanti, ci per stupidità chi per cattiveria, si sarebbero messi a pestare in senso inverso.»
Saul Bellow.
Il dono di Humboltd, 1973.
«Quanto alla Germania, i leader degli insorti [in Libia] non dimenticheranno facilmente l’astensione tedesca dalla missione Nato. Con una miserabile politica estera di tatticismi di cui Angela Merkel è responsabile e non solo Guido Westerwelle, la Germania si è giocata il ruolo di leadership morale che aveva con Helmut Kohl.»
Michael Stürmer.
Repubblica, 26-8-2011.
Nöstalgia [sette.] Il Renzi.
10 luglio 2011
Originale [con titolo
«Ultimissime»] su Slipperypond.
Era aprile duemiladieci.
Tante cose da allora sono cambiate.
La prolungata assenza dal nido può causare singolari e inaspettate mancanze. Io ad esempio -dopo alcuni mesi fuori sede*- scopro di provare una fortissima nostalgia per Matteo Renzi, il quale nel frattempo parrebbe essere stato eletto sindaco di Chicago.** Che poi in Slipperypond coviamo laceranti divisioni politiche interne le quali vanno [senza fare nomi tranne uno] dal vendolismo totale alla sintonia più intima con Papandreou [questo sono io: entrambi infatti chiediamo soldi alla Germania che li nega] passando per l’evomoralesismo e la social-lisergia. Finora potevamo vantare un solo renziano convinto tuttavia l’intervista di oggi al primo cittadino dell’Illinois farà certo saltare questo delicato equilibrio. Le parole: «no all’inciucio, sì alle emozioni. No a Mario Draghi o Montezemolo, sì a Nichi Vendola. [...] Fini doveva fare la rivoluzione e dice che fa un seminario. Doveva fare una corrente e farà uno spiffero. Doveva portare Berlusconi alla realtà e per adesso Berlusconi ha riportato Fini alla lealtà. Per diciassette anni ha fatto Cip e Ciop con il Cavaliere votando tutte le sue leggi senza un sussulto e siccome si parla tanto di memoria storica ricordo bene le sue gitarelle in Europa con Le Pen.»
Questo per quanto riguarda il Pdl. Sul Pd: «basta con il tristismo della sinistra. Quando andiamo in televisione sembra che ce l’ha ordinato il dottore di fare politica.» Così pensierino di fine giornata dettato dalla imminente tornata elettorale inglese: avesse un proprio terzo e piccolo partito da fare crescere, ci troveremo in casa un para-Nick Clegg pronto da servire a tavola. Ma è giovane e ha tutto il tempo di fondarne uno, il Renzi.
* Mi trovo a Berlino.
** Ho lasciato l’Italia a inizio febbraio e lui era lì. Oggi torno ad avere sue notizie e ancora sta lì.
On «East Journal.»
23 giugno 2011
«E’ noto il celebratissimo dogma giornalistico secondo cui negli articoli non bisognerebbe mai usare la prima persona singolare: io l’ho imparato da un capo-redattore molto disponibile, poi trasferito dalla capitale in una sperduta provincia a seguito del fallimento della piccola testata che lo sottopagava. Però bisogna fare uno strappo alla regola stavolta poiché la contestualizzazione necessaria dell’argomento passa dalla mia esperienza diretta: ho avuto infatti l’onore di essere stato uno tra gli ultimi ad entrare in Danimarca prima del [relativo] polverone conseguente il ripristino dei controlli di frontiera in entrata. Viaggio comodo nel nord della Germania su bus da Berlino fino Rostock, quindi traghetto notturno e ti svegli che sei già in quei paesini dai nomi adorabili tipo Gedser o Bøtø By. Adesso tocca mostrare i documenti, talvolta o sempre, dipende da tanti fattori e sopportare un po’ di fila. Sia come sia, parte proprio dal caso danese la giornalista ceca Kateřina Šafaříková per constatare l’atteggiamento -a suo parere piuttosto ambiguo- di alcuni governi della Europa centro-orientale a seguito della rinascita di nuovi muri all’interno del continente. L’articolo sta su periodico Časopis Respek.» [Continua su East Journal.]
On «East Side Report.»
14 giugno 2011
«L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe, scriveva Tito Livio di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino. I fatti: cade in questi giorni l’anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a direil protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorchéil Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi. Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all’attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L’ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona.» [Continua su East Side Report.]
On «East Journal» e «Ecoinchiesta.»
10 giugno 2011Post pubblicato anche su
Ecoinchiesta. Sta qui.
«Avendo avuto la fortuna sfacciata di poter girovagare un po’ in quella fetta di Europa che comprende i länder di Mecklenburg Vorpommern e Schleswig-Holstein [per i neofiti alla lettura: Germania nord-orientale e Germania nord-nord] mi è capitato di passare davanti la cittadina di Geesthacht, famosa in zona per una ridente campagna a circondarne l’abitato, la fascinosa avifauna che la popola e una centrale nucleare composta da un reattore Bwr per complessivi 1410 mw di potenza. Costruito tra il settantaquattro e l’ottantatré, l’impianto di Krümmel si è fatto un nome grazie al reattore tra i più grossi in commercio e il numero notevole di leucemie riscontrato lì attorno nel lontano ottantasei. Inattivo nel 2007 per un incendio, Krümmel è stato rimesso in moto nel 2009 ma dopo pochi giorni è stato nuovamente disattivato per un corto-circuito assai simile a quello del 2007 che causò l’incendio: i casi della vita. Sia come sia, al momento Krümmel è spento ma questo il viaggiatore di transito frequentemente lo ignora e capita che qualcuno venga sorpreso a incrociare le dita sul bus mentre ne scorge la silhouette all’orizzonte.» [Continua su East Journal.]
On «East Side Report.»
25 maggio 2011
«Esiste una intrigante teoria secondo la quale pulire i piatti e rileggere i bigliettini di auguri, finita la festa di compleanno, sia il momento più profondo della serata: si tratterebbe infatti di atto al tempo stesso intimo ma anche strettamente relazionabile con la nostra sfera sociale, ciò che abbiamo seminato e quanto stiamo raccogliendo. Senza contare come, casomai i bigliettini di auguri arrivino da tizi come Václav Havel, Hillary Clinton, i sindaci di Belgrado e Sarajevo, l’arcivescovo di Praga e Hamid Karzai, probabilmente qualche analisi sia sempre doverosa. Due righe di riassunto: Radio Free Europe ebbe come primo quartier generale Monaco di Baviera e trasmise il primo programma su onde corte il quattro luglio del cinquanta in direzione del vicino confine cecoslovacco. Destino già scritto perché proprio a Praga si sarebbe stabilita alcuni anni dopo, all’interno di un curioso palazzo dall’architettura avanguardistica su Vinohradská.» [Continua su East Side Report.]
Nöstalgia [tre.]
24 maggio 2011
Originale [con titolo «Earth, wings
and fire»] su Slipperypond.
Era marzo duemiladieci.
Fortuna che il sentimento di sospetto nei confronti della politica e società italiana è qui* così radicato che si spende poco ad informarsi seriamente su quello che avviene sotto le Alpi**: sarebbe infatti una fatica enorme con l’unico risultato [quasi sempre] di confermare ciò che tutti immaginano, ossia rapportarsi con un para-troiaio solo parzialmente scosso da impeti di normalità. Per intendersi su gran parte dei media in Germania filtrano principalmente le gesta del premier -che bastano e avanzano, tra l’altro- mentre il resto del meritevolissimo circo viene fermato a Como-Chiasso da solerti agenti orwelliani. Tuttavia c’è da fare un atto di comprensione e perdono verso i media che solo alcune cose fanno filtrare, e spesso in modo sommario: lavorare provando a riportare ciò che sul serio accade in un altro paese è impresa difficilissima per l’infinita complessità del reale che qualsiasi nazione compone, specie se sei cresciuto e ti sei formato altrove, e limitarsi al livello più visibile -tralasciando il colorito sottobosco- può essere scivolone del tutto giustificabile. Questa la causa per la quale spesso anche i resoconti dei giornali serissimi paiono Bignamini se confrontati con la stampa locale, di parte o meno, prodotta o meno da gente assurda. Fatto sta che in Germania non ho trovato traccia di un evento che davvero avrebbe fatto sbrodolare i lettori tedeschi, vale a dire il rogo di Calderoli di circa trentamila leggi inutili [ma sui numeri potrei sbagliare] con tanto di risata davanti la pira. Dannunziano wannabe o più semplicemente -come si è scritto- un Nerone dalla faccia rubizza, il nostro avrebbe molto affascinato il pubblico qui sia per un po’ di sano comparativismo con i tempi nei quali erano loro a bruciare i libri, sia perché cosa c’è di più colorato, folkloristico e fascinoso di un bel fuoco che arde in Italia, e pace se dentro una caserma di pompieri allibiti e non lungo una spiaggia nella notte mediterranea.
Oppure il ministro Carfagna che canta in napoletano per regalare qualche voto al candidato Pdl in campania: nada. Nessuno ne parla sui giornali qui ed è un peccato perché lei è donna del Süd come piacciono da matti, di quelle che mordono i polpi e sanno consolare alla bisogna, capace di cinguettare melodie intriganti e stimolare come da migliore tradizione iconografica [per la cronaca è stata intonata «Comm' è bella la città 'e Pulcinella» nella taverna Anema e core a sostegno della candidatura di Stefano Caldoro. Un successo stellare sarebbe stato in Germania, altro che cazzi.] Però zero. Solo Berlusconi a rubare le scene o il Papa, il quale italiano non è di nascita ma -cattolico furbo, disprezzatore delle donne e che non paga le tasse- italiano parrebbe de facto.
* Germania nord-orientale.
** Italia nella propria, desolante interezza.
On «East Journal.»
18 maggio 2011«Berlino. Piacevoli variazioni sul tema ossia, contrariamente a quanto spesso accade, stavolta è dall’estero che tocca seguire un voto italiano: la prassi risulta infatti essere monitorare dall’Italia tornate elettorali estere. E va bene che si trattava di voto locale ma la stretta connessione con la politica nazionale e l’andamento del governo hanno certo contribuito a rendere la faccenda più appetitosa nonché meritevole di qualche sforzo. Impressioni al riguardo. Durante la mattinata menefreghismo pressoché totale dei principali canali televisivi tedeschi nei confronti della chiamata alle urne in Italia, ed è strano visto quanto fosse evidente il nesso con l’operato del primo ministro italiano, ossia un tizio del quale di solito si parla con eroica abnegazione. Evidentemente però, se spogliato del colore generato dalle migliaia di uscite cui ha abituato le diplomazie e i media di mezzo mondo, il Cavaliere risulta capace di destare meno interesse e -al netto di lanci striminziti- viene nominato solo in parallelo a Strauss Kahn e il vecchio Bill Clinton.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
11 maggio 2011
«Berlino. Sebbene la nostra [dei tedeschi] storia non sia mai stata solo nostra e non lo sarà nemmeno in futuro, ebbe a sostenere Hans-Dietrich Genscher, ministro degli esteri della Germania Ovest quindi della Germania unificata, il nostro è un popolo al centro dell’Europa ed è, tra tutti, quello che ha il maggior numero di vicini: nel bene e nel male tutto ciò che accade in Germania si ripercuote sull’intero continente e dico questo senza presunzione poiché ciò comporta responsabilità maggiori. Il centro dell’Europa, dunque. Nonché il rapporto aumento-di-potere/aumento-di-responsabilità come già in Spiderman. Senza contare il numero dei vicini. Inoltre c’è vicino e vicino e se la Svizzera evoca fantasmi meno inquietanti, il confine tedesco-polacco finisce sempre per essere area particolare in qualsiasi modo venga messa: sarà destino. Infatti, per quanto nessun paragone possa essere proposto con il passato, qualche scricchiolio in zona viene percepito anche di questi tempi e principalmente riguarda il mercato del lavoro e il flusso reale o potenziale di individui a svallare sulla direttiva Est-Ovest dell’Oder [Odra in ceco e polacco, Wódra nelle lingue lusiziane, sia mai possa servire da gancio.] D’altronde le cose stanno così da un ventennio e parrebbero i cambiamenti sociali e/o politici di Germania e Polonia avere scalfito ben poco la percezione -specialmente tedesca- del viavai di lungo corso. Alcune contestualizzazioni.» [Continua su East Journal.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
19 aprile 2011
«Da una parte c’erano annunci pubblicitari [...], dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere.» Così Schlögel nel «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik.» Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia oggi Est e Ovest non ci sono più, o quantomeno la faccenda sembrerebbe radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Occidente odierno, abbia scelto di non inglobare più Praga, Budapest e Varsavia, ma tenda a srotolarsi dagli Urali fino a Shanghai. [Continua su Domani Arcoiris.]
On «East Journal.»
13 marzo 2011
«Ho avuto modo di scoprire che esiste un neologismo per la faccenda: il memorizzabile Vergangenheitsbewältingung, ossia affrontare e [se possibile] comprendere il passato; certo uno potrebbe anche usare Geschichtsaufarbeitung, non fosse più raro dunque rischioso. Ad ogni modo: « la storia tedesca non è mai stata solo nostra e non lo sarà nemmeno in futuro. Il nostro è un popolo al centro dell’Europa ed è tra tutti quello che ha il maggior numero di vicini: nel bene e nel male ogni cosa accada in Germania si ripercuote sull’intero continente. E dico ciò senza presunzione poiché questo comporta responsabilità maggiori.» Così Hans Dietrich Genscher, ponendosi sulla linea di Spiderman [«da grandi poteri derivano grandi responsabilità»], Max Weber e altri pensatori più o meno noti. Questo weekend i festeggiamenti per il ventennale della unificazione tedesca hanno smosso coscienze e riaperto dibattiti comunque mai conclusi; illuminato le strade delle maggiori città con l’oro e il rosso e il nero della bandiera e indotto un fiume di giornalisti a un numero impressionante di riflessioni tra il realista, il fantascientifico, il comico, l’utopico.» [Continua su East Journal.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
9 marzo 2011«Il fronte freddo autunnale -per riciclare una adeguatissima espressione di Franzen- inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti.» [Continua su Domani.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
5 marzo 2011
«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
2 marzo 2011
«Avendo la fortuna di poter gironzolare un po’ -e, nello specifico, transitando per quello spazio piatto e produttivo che va da Berlino a Praga, da Bratislava a Dresda e di nuovo a Berlino, ossia il cuore dalla Mitteleuropea, se ancora esiste in qualche forma- si ha modo di osservare moltissimi fenomeni intriganti. Su tutti, una variabilità umana assolutamente fascinosa. E mentre di sera cammini lungo Karmelitská ripensi ai libri nei quali si enumerano le caratteristiche di coloro che queste terre hanno popolato, nobili e decorosissimi individui plasmati nella loro grazia -ça va sans dire- da anni di regime, code, spioni e soprusi. Cronologicamente l’ultimo inno al meritevole spessore sociale dei cittadini nei fu stati socialisti me lo ha consegnato John Banville nel suo Ritratti di Praga edito da Guanda nel 2005. Ne riporto un brano: era un tipo alto e magro. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a Est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Un bell’uomo, eppure sembrava tenersi in ombra. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- e uno strato della sua realtà di superficie si era consumato. Ci strinse la mano in quel modo serio, affettato, tipico dell’Europa Centrale che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso decisamente malinconico. […] Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti, critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla storia, alla trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto; un gesto raffinato, ecco l’espressione più corretta. Non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.» [Continua su Domani Arcoiris.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
10 febbraio 2011
«Non sono molti i luoghi nei quali ancora risulti possibile annusare l’originale fragranza della Guerra Fredda, poiché il tempo ha compiuto il proprio dovere livellando e sommergendo ormai la gran parte delle cose e un rassicurante strato di polvere si è depositato pressoché su tutto [senza contare inoltre il dato secondo cui della suddetta fragranza originale a molti sembra importare ogni giorno di meno.] E certo un nutrito gruppetto di persone ha iniziato a speculare sul fenomeno ostalgico da una decina di anni a questa parte, tuttavia si tratta di esplosioni circoscritte, frazioni ristrette e identificabili all’interno dei rispettivi contesti e per questo, volendo, evitabili [musei sul comunismo e la grossa matriosca al neon che digrigna i denti, bancarelle con le maschere anti-gas tra i turisti, cunicoli dal passato altamente simbolico vendibili come montagne russe, qualche fiume in secca o torrette sparse nella nebbia senza nessuno più cui sparare.] Va da sé quanto le vibrazioni da conflitto Est-Ovesti risultino frequentemente artificiali e un po’ ridicole; non siamo tanto distanti dai gladiatori di plastica davanti al Colosseo sebbene l’entusiasmo di coloro i quali fanno la fila mi fa desistere da ogni aggressione troppo esplicita.» [On Domani Arcoiris.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
19 gennaio 2011«Nelle ore immediatamente successive l’incidente la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Kaczyński stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con sguardo che pare più sincero e benevolo.» [Oggi su Arcoiris.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
5 gennaio 2011
Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «i ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano grandi fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era elegante d’aspetto e non manifestava alcun interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco – così come da uno di Dresda o un viennese – parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. [Oggi su Arcoiris.]
«Europa Orientale» on Domani Arcoiris.
3 gennaio 2011«Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, pure con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano, e certe frasi di Erdoğan con le quali avrebbe negato il genocidio armeno compiuto dall’Impero Ottomano.» [Continua su Arcoiris.]













