Posts Tagged ‘Gabriele Merlini’
1 giugno 2012

* La seconda in settimana. Pensarlo
prego recitato in stile old school rap**.
«Ok. Uno dice: cosa intendiamo per Mitteleuropa? Poiché il concetto è quantomai sfuggente. E non da oggi. Ne sparo una. La Mitteleuropa possiamo farla coincidere con l’area di Europa che al momento viene chiamata Europa centrale. L’Europa centrale a sua volta possiamo farla coincidere con l’attuale Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria. Ma l’argomento [sicuramente ideale per un giovedì sera] è complesso e dibattuto. Ora non volevo presentarmi con una cartina geografica come a scuola. Però qualche beninformato potrebbe farmi notare: ma Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria sono Europa dell’Est. Giusto? Beh. Giusto o meno abbiamo centrato il punto. O comunque identificato il problema. Europa centrale [quale che sia], Europa dell’Est e Mitteleuropa sono infatti soltanto definizioni. E le definizioni devono essere collegate a specifici periodo storici o contesti. La zona invece è sempre stata lì e mai si è mossa sulla mappa, pur avendo avuto una vita abbastanza travagliata. Stando ai dati in letteratura troviamo a definire Mitteleuropa:
a. Stati generalmente considerati centro-europei.
b. Stati occasionalmente considerati centro-europei.
c. Stati occasionalmente considerati centro-europei ma solo in caso di definizione ampia.
Senza contare come alcuni studiosi sostengano che la definizione di Europa centrale o Mitteleuropa dipenda dalla nazionalità e dalla prospettiva dell’autore considerato. Spero che fino ad ora sia tutto chiaro. Perché non è finita. Infatti ci sono altri due termini per definire l’area o parte di essa e sono:
d. Europa Danubiana e il peggiore…
f. Nuova Europa.
Visto come la Mitteleuropa che viene inglobata nella Nuova Europa casomai sia Vecchissima Europa. Il cuore pulsante del continente sotto una infinità di aspetti.
Restando ai tempi più o meno recenti scriveva Timothy Garton Ash in un saggio del 1986 chiamato [tu guarda] L’Europa centrale esiste? che nel proprio senso di fondo il termine Europa centrale dovrebbe avere una propria evidente utilità se serve a ricordare ai lettori dei giornali che Berlino Est, Praga e Budapest non sono nella stessa regione di Vladivostok e la Siberia non inizia al Check Point Charlie.
Dal pasticcio usciamone così: Mitteleuropa è concetto più culturale che geografico. E vediamo in che termini.
Dobbiamo a Milan Kundera la felice definizione che segue: la Mitteleuropa non è uno stato. La Mitteleuropa è una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova situazione storica.
Cultura, destino e storia: numerosi sono stati i tentativi di unificare la Mitteleuropa, o almeno nel novecento di cui tratteremo stasera consumando birra e Jägermeister. Se ne potrebbero nominare molti e tutti importanti. Ma anche abbastanza vaghi. Perché nel secolo scorso chi riuscì forse a dare maggiore unità alla zona fu principalmente Mosca a seguito della seconda guerra mondiale quando ebbe il buongusto di ficcarne grossa fetta sotto il proprio ombrello [termine non casuale]. Ma fu proprio da questo periodo di isolamento e repressione che emersero per la Europa centrale o Mitteleuropa o Europa dell’Est o Europa Danubiana figure di importanza basilare nella cultura del novecento e sensibili eredi di coloro che la arricchirono nel passato. Per quanto l’idea di Mitteleuropa che emerse negli anni della divisione dal pensiero di intellettuali dell’area come Havel, Konrád e Michnik non fu una affermazione di quanto fu ma una lucidissima analisi del presente che stavano vivendo e che contribuirono a cambiare con la loro arte e la loro cultura e la loro musica e la loro visione politica. Ossia [e qui torno un istante al saggio di Ash] nonostante le innegabili differenze nazionali [Havel era ceco e Konrád ungherese e Michnik polacco] la loro è stata una storia specificamente centro-europea. L’esperienza di piccole nazioni assoggettate a grandi imperi. La comune tradizione di impegno civile della intellighenzia equella consuetudine all’ironia che deriva dalla sconfitta ma che soprattutto va relazionata con la loro diretta, comune e unica esperienza di vita sotto i regimi di stampo sovietico.
C’è una cosa chiamata Fogli di Diario Praghese e l’ha scritta il Ripellino. Lì si legge: non da ieri, non da oggi io amo questa terra […] e cammino su questa zattera dentro una rete di manifesti, affissi, visi e luci. Mi addentro nei labirinti, in androni, passaggi, gallerie, scorciatoie che la contornano. E dappertutto un inconfondibile aroma di cultura centro-europea. Io conosco le angustie economiche, conosco gli scompensi di chi risale a stento dalla palude dello stalinismo. Ma mi consolo pensando che -se non domeranno questo ardire con striduli giri di vite- esso tornerà a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati dell’Oriente e dell’Occidente. È un compito sovrumano e insidioso, ma forse il più lusinghiero che possa oggi offrirsi ad un popolo.
Il Ripellino amava da matti il mondo mitteleuropeo fantastico. La strabiliante letteratura e teatro e musica che dopo i fasti d’inizio secolo erano divenuti prigionieri di una ideologia che derideva o stroncava il talento culturale. I modi attraverso i quali il potere si faceva vanto di ostacolare ogni estro creativo, l’arroganza di grigi ministri e censori che disprezzavano l’arte centro-europea dei primi del secolo e degli anni venti e che invece ancora oggi sanno recitare un ruolo basilare nella cultura dell’intero continente e del mondo. Per la letteratura nel mazzo ci sono Kafka, Brod, Šklovskij, Anna Achmatova, Majakovskij più Hrabal e Havel e Gombrowicz in tempi recenti. Ma tanti altri nomi si potrebbero fare per la musica e le arti visive. La Mitteleuropa -per come adesso è tornata sulle scene- credo sia principalmente opera loro. Assieme ad altri tizi con baffi dei quali a breve tratteremo.»
Continua.
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31 maggio 2012

-Se mi diverto? Oh. Da matti.
-Sicuro.
-I tuoi nuovi amici sono uno spasso.
-Come no.
-Davvero. Adoro parlare di circoscrizioni elettorali.
-Ah.
[Una precisazione: la signorina in questione mi ha sempre reputato più dinamico e intraprendente di lei. Ma anche abbastanza idiota. Non fatico dunque ad immaginare che mi abbia smascherato.]
-Germania- la sento ridere mentre si allontana in direzione della cucina.
-Non è vero un cazzo, giusto?- borbotta quando provo a raddrizzare una cornice alla parete.
-Non toccarla. Senti- continua facendosi di nuovo vicina.
-Ancora mi sfugge il motivo per il quale non ti abbia già cacciato a calci nel culo. Vuoi rinfrescarmi la memoria?
Le risate della sala arrivano ovattate. Probabilmente qualcuno ha raccontato la storiella di Westerwelle sulla tazza del cesso al quale spiegano il concetto di Mitte [centro]. La guardo.
-Posso dirti una cosa?- domando.
-Spara- fa lei con già una mano sulla maniglia
-Viviamo in un mondo di coppie e non abbiamo neppure quarant’anni.
-Cosa intendi insinuare, scusa?
-Speravo che avresti trovato una via di fuga per restare a galla.
-Invece?
-Invece sei sprofondata come un sasso.
Silenzio e solo dopo qualche secondo sottovoce ribatte: «se invece fossi felice sul serio?»
-Tu felice? Impossibile. Guarda il mondo nel quale vivi. Niente è vero.
Tocco il bonsai che cade. -Oh mein Gott. Ma allora è vero che parli per stereotipi. La gente realizzata e ricca è sempre stronza. Giusto? Ma chi te li formula i pensieri? Il regista di Reich und Schön?*
Fuori dalla finestra la città splende di neon.
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27 maggio 2012

Giovedì 31 maggio.
Ore 21.30 alla Citè.
Allora un sostanziale cinquanta percento del tema della edizione duemiladodici del Maggio Musicale Fiorentino è la Mitteleuropa* e io devo fare un brevissimo punto della situazione e capire cos’è Mitteleuropa e cosa intendiamo per Mitteleuropa perché il concetto è quantomai sfuggente così dico che la Mitteleuropa possiamo farla coincidere con l’area di Europa che al momento viene chiamata Europa centrale** e l’Europa centrale a sua volta possiamo farla coincidere con l’attuale Germania e l’Austria e la Repubblica Ceca e la Slovacchia e la Polonia e l’Ungheria ma l’argomento -forse non adattissimo per un giovedì alle ventidue- è complesso e mica voglio presentarmi alla Cité con una cartina geografica tuttavia qualche beninformato mi farà notare «ma Repubblica Ceca e Slovacchia e Polonia e Ungheria non sono Europa dell’Est?» quindi abbiamo identificato il nocciolo o quantomeno il problema e mi pare un ottimo punto di partenza per analizzare l’Europa Danubiana.***
* L’altro è il Sud America.
** «Nel proprio senso di fondo il termine Europa centrale dovrebbe avere una propria evidente utilità se serve a ricordare ai lettori dei giornali che Berlino Est, Praga e Budapest non sono nella stessa regione di Vladivostok e la Siberia non inizia al Check Point Charlie.» [ Timothy G. Ash.]
*** L’assenza di questi giorni deriva dalla fisiologica necessità di ripresa a seguito del major-day. Ci torneremo.
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21 maggio 2012

«Alla fine arrivò davvero. Ma questo è l’aspetto meno rilevante della faccenda. Il ricordo è un tempo bloccato nonostante la pioggia lungo la strada perfettamente in grado di lanciare il messaggio più chiaro che mai ossia quanto la stasi, l’immobilismo, di fatto fosse qualcosa esistente solo nel cervello del tizio al portone. Il resto in qualche modo scivola via. E le luce del taxi e il profilo della passeggera nell’abitacolo. La sagoma all’interno a muoversi appena mentre l’auto inizia a rallentare. La strada ha un nome ma non è tanto importante. Basti sapere che è tipica strada tedesco-orientale con le luci e le terrazze e i fiori stremati dal freddo. La neve del mese e biciclette bianche. In casa -al terzo piano del palazzo- il letto è rifatto. Anzi due sono i letti rifatti perché è buona norma dormire in letti separati adesso o meglio: un solo letto è rifatto poiché l’altro non è un letto ma un tappeto piegato con un lenzuolo sopra. Il tizio sul portone si sistemerà lì una volta tornato in casa con la tizia sul taxi, cui spetta di diritto l’onore del letto vero. In fondo lo merita per il contributo alla causa dato in passato. Senza parlare inoltre dei riti dell’attesa appena terminata. Loro sì che hanno un ruolo fondamentale in questa storia [il taxi invece no. Scaricata la presenza infatti se ne andrà silenzioso come è arrivato.] E le frasi ripetute sul tappeto piegato mentre sono le quattro del mattino e il tizio ancora si trova in attesa del messaggio con scritto: sto arrivando. Sono nel taxi. Dieci minuti e ci vediamo giù. Quindi la casa dove tutto avrebbe dovuto svolgersi secondo non meglio definiti piani. Ma niente. La casa tirata a lucido come se l’assenza di polvere o calzini sporchi potesse bastare lei sola a stravolgere il corso delle cose, probabilmente già definite da un pezzo. Breve visita in cucina per un bicchiere d’acqua -serve sempre alle cinque del mattino- e le prime frasi di circostanza. Lui aspetta un segnale: lei spiega che forse sarebbe meglio dormire un po’ prima di iniziare il tour della città previsto per domani e buona idea fa lui. Che naturalmente non lo pensa affatto.»
Continua.
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17 maggio 2012

«Mi rincuora il fatto che Il cimitero di Praga di Umberto Eco abbia poco a che spartire con Praga. Sul perché di simili sentimenti posso solo formulare vaghe ipotesi e tra queste forse la più presentabile è che, quando si ama qualcosa, alla fine vorremo essere sempre gli unici depositari del sapere al riguardo, con ogni intromissione esterna che finisce per avere la piacevolezza di una visita dei ladri in casa. Una forma di egoismo prettamente infantile o l’eccessivo timore per una potenziale perdita dettata da una inaspettata fuga di notizie: minima idea. Ad ogni modo meglio così. La trama del testo di Eco parrebbe riguardare tutto lo scibile umano degli ultimi duecento anni, sfiorando solo marginalmente la capitale vltavina. Però devo ammettere come -nonostante i miei sforzi per ridurre al silenzio qualsiasi altra voce a tema- di libri su Praga in circolo ce ne siano un bel po’. East Journal e geopolitiche permettendo, proporrei un piccolo excursus al riguardo, limitandomi ai volumi che ho letto [per intero o solo le prime dieci pagine] a carattere narrativo e saltando a piè pari la saggistica propriamente detta, più o meno affrontabile e digeribile.*» [Reloaded su Café Golem.]
* Unica capatina nel settore con «Alexander Dubček e Jan Palach, protagonisti della storia europea» a cura di F. Leoncini e «Era sbocciata la libertà? A quarant’anni dalla Primavera di Praga» a cura di F. Guida, rispettivamente per Rubbettino e Carocci.
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15 maggio 2012

«Che non godesse di simpatie radicatissime dalle parti del Nordreno-Westfalia era immaginabile, tuttavia succede alcune volte di pronosticare una sconfitta che nei fatti si rivela doppiamente pesante. Solita storia: i numeri. La Cdu di Merkel e soci scende dal trentaquattro percento a circa il ventisei mentre le previsioni la davano al trenta. A farne le spese il capolista Röttgen, ministro federale dell’ambiente e sodale da tempo del cancelliere. Per altro la zona è di quelle delicate quindi da tenere in grande considerazione. Land più popoloso della Repubblica Federale nonché motore industriale nazionale (altissimo il contributo che la Ruhr dà al paese in termini di prodotto interno lordo), mica puoi bypassare la voce di posti come Colonia, Dortmund e Düsseldorf e relative acciaierie. Un messaggio indiscutibilmente chiaro: esce vincitrice la Spd tramite la consacrazione della popolare governatrice Hannelore Kraft e si confermano i verdi. Bene i liberali -e questa è una notizia- mentre scende la Linke salutando il Landtag, che sarebbe il parlamento dello stato. Aula nella quale viceversa entrano i Piraten i quali continuano la loro marcia su buona parte della Germania. Procedendo a colpi di percentuali, i socialdemocratici guadagnano quattro punti -non una infinità- però dieci ne perde la principale controparte di centrodestra. A completare l’opera il suddetto calo della sinistra-sinistra che permette una maggioranza assoluta alla Spd e relativa libertà di azione.» [Continua qui.]
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11 maggio 2012

«Soffia sull’intera Europa un piacevole vento di conta e statistiche. Proiezioni nate con il fine esplicito di essere smentite o generare qualche speranza nei cuori dei sognatori più intransigenti. Operazioni con le quali la connaturata instabilità politica ceca va a nozze. Cioè: quando hai la quasi certezza che un esecutivo o coalizione al massimo dura un paio di anni, almeno divertiti con i numeri del successivo. Da un punto di vista meramente cronologico gli ultimi dati forniti dalla agenzia STEM* sono i seguenti: l’attuale e principale partito di opposizione ČSSD [i socialdemocratici] assieme al KSČM [i comunisti] raggiungerebbero agili quota 138 seggi alla Camera dei Deputati ossia la maggioranza nel contesto di ipotetiche elezioni politiche [ipotetiche fino un certo punto poiché in Repubblica Ceca si voterà sul serio tra non molto tempo.] Altri che finirebbero in parlamento sarebbero l’ODS -corrispettivo di centrodestra del ČSSD- e il Top09 di Karel Schwarzenberg appartenente allo stesso schieramento. Scarseggerebbero viceversa le possibilità di rentrée per i cristiano-democratici del KDU-ČSL, il cui bacino elettorale non parrebbe garantire un superamento della fatidica soglia del cinque percento. Idem il movimento di Radek John Věci Veřejné che -progettato con intenti di rottura e portavoce di istanze di trasparenza- ha impiegato pochi mesi ad impelagarsi in scandali e scivoloni che affosserebbero carrozzoni ben più rodati» [continua qui.]
* Středisko empirických výzkumů cioè «centro studi empirici». Società con sede in un bel palazzone praghese. Analisi ri-pubblicata da České Noviny.
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9 maggio 2012

«Ma non è finita e dal materasso riesco a sentire i passi sulla moquette. Il click degli interruttori spenti al suo passaggio assieme al suono del cellulare cui viene disattivata la suoneria. E come spesso accade quando si infila tra le lenzuola opta per cingermi stesa sul fianco. Poi solo in un secondo momento usa informarsi su cosa abbia fatto durante il giorno. E dopo averle servito la più irritante tra le risposte [manicure] eccola deflagrare in una di quelle risate composte che la caratterizzano e per le quali si è sopraffatti all’istante dall’incontenibile stimolo di gettarla dal letto. Ci metto poco a tornare composto e mi concedo un respiro da apneista. Anche stavolta osservarla franare a terra tirandosi dietro le coperte mi riempie di una gioia profonda. Infantile e totalizzante. Perché lì stesa, con una mano al fianco e l’altra alla spaziosa fronte, ricorda la grazia inquietante di un pitone o qualcosa di similmente esotico mentre io come un bambino spaventato attendo i suoi nodi e la sua pelle a strappare la mia. La necessità di soffocare per scomparire tra le uniche spire che sono disposto ad accettare e non rinnegare. Una ofidiofobia di ritorno che stritola e soffoca. L’ambiguità circolare che avviluppa gli arti pressando il malandato cuore e i trascurati polmoni nel vortice di una danza di tortura eseduzione che fu sua madre a insegnarle quando erano piccole e ancora il regime sceglieva per loro.»
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2 maggio 2012

«Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali la quasi totalità degli interlocutori sorvola. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo. Allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano, funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. Lo conosci? chiede il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare, confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. Non il musicista. Lo scrittore. Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: certamente lo conosco. Quindi: che brutta fine ha fatto. La conversazione viene liquidata con un poveraccio cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia una summa di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appaia doveroso.» [Continua qui.]
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30 aprile 2012

Praga.
Karmelitská.
1. «Mi viene richiesta una sorta di cronistoria degli eventi con esplicita crudeltà poiché niente per me sarebbe più complesso. Due i motivi. Il primo è l’ordine intrinseco che simile esercizio sottintenderebbe [avendone la possibilità, per recarmi in cucina dal salotto sceglierei di passare dal tetto] mentre il secondo è strettamente tematico. Ovvero quanto più un argomento risulta essere per me personale e intimo, più lo tratterei con la delicatezza di un suonatore di grancassa. Si tratterà magari di qualcosa relazionabile alla frustrante prudenza con la quale uso accostarmi a tutto, oppure l’essere così chiuso [il corsivo va inquadrato nell'ottica di certe considerazioni familiari delle quali forse un giorno scriverò]. Sia come sia, fosse possibile gradirei affrontare il presente excursus sentimentale tramite i miei usuali parametri cioè sproloquiando senza la minima traccia di chiarezza e/o gettando direttamente il computer nel fondo di un pozzo. In molti sapranno essermi vicini lo stesso e d’altronde vi è un numero altissimo di evidenze con pochi elementi di dubbio.
Berlino.
Schönleinstraße.
2. «-Se proprio vuoi saperlo -biascica al telefono la mia amica slovacca Fraňa pulendo con l’indice il bordo di un portacenere in lamiera comprato in Marocco- penso l’amicizia sia un gioco delle parti piuttosto squallido da qualsiasi posizione tu intenda vederla. Lei, sin dai tempi dell’università, è sempre stata quella che per me ha deciso smuovendo montagne e di contro a me è sempre toccato il vergognoso ruolo di yes-woman. Mi segui?
Piccola pausa.
-Ti seguo.
-La durezza che ha mostrato non mi sconvolge affatto. Inoltre non va sottovalutata affatto la location, essendo il notturno praghese un luogo scenico e di sicuro impatto.
Come ogni volta, avevo rimosso un’infinità di aspetti.
-Se fosse rientrato nelle sue possibilità, te lo avrebbe gridato da un blindato del Reich.
Questa penso l’abbia rubata a Borges. Mi sfilo i calzini e chiedo quale abito stia indossando.
-Eh?
-Dico, adesso che parli con me. Come sei vestita?
-Lascia stare e pensa a ricostruirti.
-Ti prego. Voglio saperlo.
-Indosso uno yukata giapponese. Sarai contento.
Taccio.»
Bratislava.
Obchodná.
3. «Allora brucio i tempi e mi avvicino al volto di K. Curioso come si somiglino, lei e sua sorella, specie da distanze così ridotte. Gli occhi ma anche la forma dei pollici. E rifletto su quante sfumature da lontano siano particolari risibili di contesti ben più ampi. Forse evitabili o comunque aggirabili. Mentre da pochi centimetri tornino a farsi elementi imprescindibili dei quali tenere conto. Qualsiasi sviluppo possa verificarsi nella trattazione. Così scelgo di cingerla tra le braccia e poggio la testa sopra la sua spalla. I colli si sfiorano rendendo avvertibili le pulsazioni di quelle vene che sempre dimentico come si chiamano ed esamino la conformazione di un neo lievemente asimmetrico che magari dovrebbe farsi controllare. I capelli a contatto con la gota e il calore della fronte nella classica posa per la quale un esercito di registi andrebbe in subbuglio, con mani di poco più basse rispetto a quanto verrebbe consentito dagli usuali standard relazionali tra un mammifero della mia stazza e una operosa formica come lei.»
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24 aprile 2012

«Partendo dalla banalissima faccenda in questione si sosterrà che una serie di sviluppi anche ben congegnati non basteranno per definire la narrazione riuscita o almeno degna di essere presa in considerazione e data alle stampe. D’altronde di tranche de vie ne abbiamo avuti migliaia dunque -escludendo di vantare messaggi epocali e non penso sia questo il caso- meglio lasciar perdere. Riassumendo: la tribù della quale ci occuperemo è composta da tizi con luminose educazioni alle spalle e appuntate sopra i petti medagliette di frequentazioni ricercatissime. Viaggi funzionali all’accrescimento delle turbolente sensibilità date loro in dotazione da una natura beffarda e generosa [con la stasi non si è che pezzetti di verdura muffita: ecco la tesi più diffusa al buio della cripta cui usano sedersi] più pantaloni a sigaretta di svariate tonalità di grigio. Tuttavia pensare a loro come un gruppo omogeneo e indistinguibile sarebbe un errore e in primis loro non esiterebbero a imbarcarsi sopra un low cost per raggiungervi nel minor tempo possibile e fare un sit-in di protesta nella stanza che dividete con altri quindici fan dei Pixies. Molteplici sono infatti le differenze a separarli, come un arcipelago di individualità divise da bracci di mare infestati da barracuda [ma dalle forme di una favolosa unità, se osservata dall'aereo] sulla scia mai rinnegata dello I am a rock di paulsimoniana memoria quando il protagonista afferma I am a rock, I am an island e le isole non piangono mai.»
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18 aprile 2012

«Sul fenomeno dei pirati è stato scritto molto [esempio: East Journal qui] e c’è ragione di credere che quello appena trascorso sia stato un biennio quantomeno riuscito per la formazione. Successi elettorali, visibilità e funzionali casse di risonanza per gli obiettivi prefissati. In Germania vale quanto si dice talvolta nel meteo con il fronte freddo: arriva dal Baltico. Scende da nord [il Piraten Partei tedesco è filiazione dello svedese Piratpartiet del 2006] e -organizzata una struttura sovranazionale: i Pirati Europei- eccoli pronti per riunirsi a Praga. Scopo del meeting organizzare una piattaforma comune in vista delle elezioni al parlamento europeo del duemilaquattordici. Il piano è spiegato al České noviny da Mikulas Ferjencik, vicepresidente del Česká pirátská strana. I pirati cechi. Si tratta di stilare un documento che dovrà essere approvato dai pirati delle singole nazioni, ad oggi venticinque nel vecchio continente e una sessantina sparsi per il mondo. A modello -ma senza atteggiamenti cattedratici poiché sarebbero poco piratesco- la delegazione arrivata dalla Germania, dimostratasi capace di proporre programmi in grado di convincere sostanziose fette di elettorato su più livelli.» [Continua qui.]
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13 aprile 2012

«L’austerità in salsa ceca è qualcosa che mette d’accordo tutti [o almeno quelli che dal duemiladieci sono finiti assieme in coalizione] e si approva rapida. Confezionato il pacchetto basta poi indire una fulminea conferenza stampa nella quale ammettere come i guai e gli screzi tra i partiti di governo siano finalmente archiviati e nessuno scricchiolio sarà più udito dalle parti del Castello. Perché nonostante i dissapori congeniti il premier Petr Nečas presiede ancora l’esecutivo di centrodestra formato da Ods, Věci Veřejné e Top09 e la faccenda potrebbe rimanere invariata fino alle prossime elezioni. L’austerità in salsa ceca dimostra la possibilità di proseguire un menage a trois al netto di ogni rancore [ve ne sono di radicatissimi] e se in città ci credono pochi è riflessione rimandabile. Deficit sotto la soglia del tre percento nel 2013 e 2014 tramite aumento delle imposte sul reddito, aliquote IVA che salgono al 15 e 21 percento e sospensione per tre anni di detrazioni fiscali per fasce più deboli [esempio: via alcuni sgravi per i pensionati.] Sale la tassazione del tabacco, imposte sul passaggio di proprietà, carbon tax e retta universitaria dalle 3000 alle 3500 corone per semestre. Manovra che in caso di mancata approvazione avrebbe creato dissapori probabilmente fatali al punto che proprio Nečas si è trovato a dichiarare qualche tempo fa come senza accordo sarebbe stato meglio votare subito.» [Continua qui.]
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20 marzo 2012

«A Berlino Joachim Gauck viene eletto il nuovo Bundespräsident e da Praga il premier Petr Nečas decide di prodigarsi in istantanee lodi rivolte alla persona e apprezzamenti alla scelta. Le motivazioni devono essere ricercate principalmente nel passato di Gauck, pastore protestante e fiero oppositore del regime comunista in Germania Orientale [ne abbiamo scritto qui e qui] nonché nella larga maggioranza che lo ha sostenuto, prova generale o meno per una futura Große Koalition [soltanto la sinistra propriamente detta del Die Linke si è fatta da parte non appoggiandone la candidatura, cui devono essere sommate un bel numero di astensioni tra i cristiano-conservatori e il liberali]. Il tutto nel contesto di un periodo piuttosto fitto di scambi sull’asse ceco-tedesco che culminerà con la visita in Boemia di Angela Merkel all’inizio di aprile. Buon risalto dell’avvento nei media locali, anche se rimane da definire nei dettagli il programma. Uniche certezze la durata della permanenza [solo un paio d’ore per l’agenzia stampa Česká tisková kancelář via České noviny] e il principale tema in agenda, cioè lo stato delle cose in economia filtrato attraverso la scelta ceca di non aderire al fiscal compact di recente introduzione. Il cancelliere da Berlino arriverà al Pražský hrad nel ventennale della stesura del trattato di cooperazione tra Germania e Repubblica Ceca ma anche in un periodo di evidente difficoltà per il capo del governo Nečas, la cui riconferma alle prossime elezioni pare quantomai problematica. E proprio a tal proposito si segnalano interessanti dibattiti sul futuro scenario politico ceco nell’ottica dei recenti risultati elettorali slovacchi, dove a imporsi è stato lo schieramente socialdemocratico.» [Continua su East Journal.]
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12 marzo 2012

«Parrebbero già molto chiare le indicazioni provenienti dal voto di ieri in Slovacchia: larga vittoria per lo Smer -partito di centrosinistra guidato dell’ex premier Robert Fico- che si attesta attorno al quaranta percento dei voti, conquistando la quasi maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Percentuali decisamente minori per i partiti del centrodestra la cui coalizione ha formato il governo uscente di Iveta Radičová, crollato dopo le spaccature inerenti il fiscal compact. Dalle prime ore successive la chiusura dei seggi [le 22.00 di sabato] numeri infatti ad attestarsi tra il 39.6-37.3 per Smer e il 9.9-10.8 del corrispettivo di centrodestra KDH, dunque rispettivamente 75 contro 19-20 seggi. Circa l’8 percento delle preferenze sono andate invece al nuovo movimento OĽaNO di Igor Matovič [14 o 15 seggi] mentre attorno al 7 dovrebbero assestarsi i liberali di SaS per 11-13 seggi. Cifre simili a quelle ottenute dal maggiore dei due partiti della minoranza ungherese in Slovacchia, il Most-Híd, stimabili tra il 6.5 e il 7 percento dei voti per 12-13 seggi [l’altro, il partito della coalizione ungherese Smk, dovrebbe viceversa restare di poco sotto la soglia di sbarramento del cinque percento, pericolo scampato dallo Slovenská národná strana - SAS, il partito nazionalista che proprio di Fico fu alleato nell’esecutivo 2006-2010 e collocato attorno al 5.1].» [Continua su East Journal.]
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9 marzo 2012

«Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva
preso in affitto sulla 17ª strada, qualche volta si immaginava
di essere una industria per la produzione di racconti autobiografici.
E si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita fino alla morte.
Su un foglietto arrivò ad ammettere: «non trovo giustificazione».
Saul Bellow. Herzog.
Accenno di plot. A. e B. coronarono i rispettivi sogni di gloria dopo circa un anno di scuola. A. era un mediocre portiere. Io [C.] un’ala imprendibile. Fui io a presentare B. ad A. [fui io a sparare all’Arciduca a Sarajevo] dopo che D. conobbe B. al corso di teatro.
A. e B. finiti gli esami* nidificarono come una coppia di avvoltoi in una casa che trovai loro sul Loot tuttavia qualche tempo dopo si separarono prendendo ognuno la propria strada. Dunque, in linea con i pronostici, anche io e D. durammo poco in quella strana situazione di isolamento e scegliemmo di farla finita nel giro di qualche settimana.
* Dio fulmini l’autore.
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29 febbraio 2012

«Ne riparleremo ma può darsi serva un breve riassunto a due settimane dall’evento. Ossia la tornata elettorale che si terrà in Slovacchia a metà marzo. Trattasi di elezione parlamentare anticipata poiché il governo presieduto dal primo ministro Iveta Radičová è stato sfiduciato sul voto per la ratifica dell’estensione del fondo europeo salva stati dunque è necessaria la chiamata alle urne. Il tutto nel contesto di un diffuso e tangibile distacco verso i partiti capace di generare l’apparente paradosso della moltiplicazione dei partiti stessi: in Slovacchia dal giugno del 2010 ad oggi è stato infatti calcolato quasi un raddoppiamento delle sigle, ricondotto da molti analisti alla necessità di proporre nuovi leader capaci di garantire un ricambio. Dunque oltre ai relativamente nuovi ANO [in slovacco come in ceco significa sì] e al Most-Híd della minoranza ungherese, emblematico in questo senso il caso di Igor Matovič, trentanovenne boss di Obyčajní Ľudia a nezávislé osobnosti [in breve: OL], movimento conservatore nato recentemente da una costola del SaS e ben quotato nei sondaggi. D’altronde nei momenti di scompiglio arriva spesso un tizio dall’aria giovanile a risolvere tutto» [continua su East Journal.]
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21 febbraio 2012

Un amico tedesco si prende la briga di sacrificare trenta secondi del proprio preziosissimo tempo [è designer d’interni: a Berlino significa tanto] per scrivermi una mail. Poche righe ma indicative. «Quel ******* di Wulff si è tolto dalle ********. Alla tv hanno persino fatto paragoni con l’Italia degli ultimi quindici anni. Ci pensi?» Ci penso. Ma credo sia doveroso svicolare da ogni parallelismo. Non porterebbe tanto lontano. D’altronde che l’ex Bundespräsident non fosse un monumento di rettitudine si poteva immaginare, così come molti annusarono un possibile passo falso di Angela Merkel al momento dell’insediamento. Sia come sia: acqua passata. Di Wullf già abbiamo scritto qui. Adesso è Gauck il futuro. Gauck è il futuro perché Gauck è il passato. In qualche modo. Doveroso occuparsene visto che tante testate nazionali ed estere definiscono Gauck eroe dell’Est o [più o meno correttamente] il piccolo Havel della DDR. Breve bio: pastore attivista per i diritti umani in Germania Orientale fu nel 1989 figura di spicco del movimento Neues Forum che divenne nel 1990 Bündnis 90 [Alleanza 90] assieme a Demokratie Jetzt [Democrazia Adesso] e l’Iniziativa per la pace ed i diritti civili [Initiative für Frieden und Menschenrechte]. Quindi -garanzia di rottura effettiva, sia mai ci fossero stati dubbi- a seguito della elezione a deputato divenne presidente della commissione speciale per il controllo dello scioglimento della Stasi, i servizi segreti della Germania comunista. [Continua su East Journal.]
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18 febbraio 2012

«Casomai qualcuno non lo sapesse: il patrimonio UNESCO è composto anche dalla cultura immateriale di un luogo. Presso la sede dell’ambasciata italiana a Berlino il dato mi viene sottolineato da un pool di esperti nel corso di una conferenza a tema, aperta e chiusa da catering con eccellenti vini bianchi. Tuttavia l’iter per entrare nel club non è tra i più agili e richiede numerosi passi.
Jaroslav Kostečka è il segretario della Českomoravská myslivecká jednota [l’associazione ceca dei cacciatori, gruppo il cui simbolo è un cervo dall’aria comprensibilmente afflitta*] e spiega che la caccia è stata di recente inserita nella lista del patrimonio culturale immateriale ceco. Ciò risulterà ottimo viatico per raggiungere la quota UNESCO. Dovere di cronaca impone di ricordare altri elementi della cultura immateriale ceca presenti nel club: la danza del sud-est moravo chiamata verbunk [o verbounko o verbunko o verbunkas o werbunkos o werbunkosch o verbunkoche. In ogni caso derivazione dal tedesco werben], la falconeria, la cavalcata dei re di Vlčnov [o Jízda králů. Sfilata di costumi che si tiene in maggio nella quale un fiume di persone coloratissime invadono le strade di una città minuscola], le maschere carnevalesche e tradizioni della zona di Hlinsko in Boemia orientale.» [Continua su East Journal.]
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11 febbraio 2012

Così Karl Schlögel nel suo Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik: «da una parte c’erano annunci pubblicitari [...] dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere». Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia di questi tempi Est e Ovest non esistono più. O quantomeno nei termini di Schlögel. Senza contare quanto la faccenda sia radicalizzata al punto tale che l’Est odierno [contrapponibile al vaghissimo Ovest odierno] abbia scelto di inglobare non più Praga, Budapest o Varsavia ma tenda a localizzarsi in un territorio indefinito che va da Dubai e Shanghai passando per l’India. Ossia quei posti che sono anche il nuovo Ovest. Dovrò aggiornarmi.
Al vecchio Est parrebbe essersi sostituita stabilmente l’Europa centro-orientale tornata di fatto al proprio posto. Un luogo rispetto al quale i principali parametri di analisi politica sono quasi sempre gli stessi: corruzione e spinte nazionalistiche. Come se altre zone della terra ne fossero esenti o macchiate in maniera minore. Di rado filtrano news di altro stampo escludendo sporadiche esondazioni di fiumi, pandemie di oche, festival culturali e altre sciagure.
La televisione -che ronza in un angolo dell’appartamento di Prenzlauerberg- passa dettagliati aggiornamenti sulle discutibili attività del presidente bielorusso Aljaksandar Lukašenko il quale, comunque la si voglia vedere, vanta l’innegabile dote di riproporsi perennemente uguale a sé stesso e incurante di tutto al netto degli estemporanei tuoni che talvolta possono abbattersi nelle vicinanze del suo culo. Tipologia comportamentale non dissimile da quella dell’ex premier italiano che per lui sbrodolò parole di lode circa due anni fa tipo «il popolo ti ama e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti.»*
La televisione dice che Vladimir Neklyayev è un poeta ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Andrei Sannikov è un diplomatico ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Entrambi al momento risultano in cella assieme alla signora Khalip del quotidiano Novaya Gazeta, per altro moglie di Sannikov.
Cupe restrizioni bielorusse cui fa eco l’Ungheria con le svariate leggi restrittive approvate dal governo di quel fenomeno di Viktor Orbán: cosa succede alla graziosissima Europa centro-orientale? A Praga il presidente della repubblica Klaus e Václav Havel si sono a battibeccati per mesi su politica interna e l’intervento militare in Libia contro «l’insano criminale» [testuale: «šílený zločinec»] Mu’ammar Gheddafi ora dissoltosi nel niente. Mentre un medico gira film porno nell’ambasciata vaticana. In parallelo a Berlino la Merkel continua a prendere batoste come mette il naso fuori l’urna.
Slavoj Žižek tira in ballo Søren Aabye Kierkegaard per sostenere quanto un processo rivoluzionario non implichi un progresso graduale ma un movimento ripetitivo. Un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Il quadro generale deve essere perennemente superato e ogni cosa ripensata iniziando dal punto zero. Tutti i miei vestiti ed i pochi libri che ho comprato si trovano al momento dentro grosse scatole di cartone poiché sto lasciando la Germania senza tormenti al proprio verde e denuclearizzato destino. Ho deciso di tornarmene a casa per re-iniziare dal mio personalissimo punto zero poi, casomai si rivelasse una scelta sbagliata, amen.
…continua.
* Risposta dell’estremista Casini: «Sbigottimento nel leggere gli elogi del nostro premier a Lukašenko, del quale il presidente del Consiglio italiano ha magnificato la popolarità e il consenso tra i cittadini: venga ora in parlamento.» [Repubblica; 1-12-2009.] Come vederlo.
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10 febbraio 2012

-Hai saputo di Kaczyński?
-Mi fa male la testa.
-Dovrai fare una TAC. Andiamo.
-Che ridere.
-Ho qui un ciddì. Posso?
-Di che si tratta?
-Si tratta degli Wire.
-Ti concedo cinque minuti di radio e non uno di più.
-Come on Barbie let’s go party.
-Ti prego. Oppure possiamo parlare. Cosa ne pensi dell’idea?
-Rivoluzionaria.
-Allora parti tu.
-Lech Aleksander Kaczyński era un gigantesco figlio di puttana e la sua morte finirà per essere un bene.
-Sai che prima qui c’era un acquario?
-No.
-Ma il vecchio inquilino non poteva tenersi i pesci al momento del trasloco allora li ha messi in un sacco della Lidl e buttati nel fiume.
-Ah.
-Certo erano pesci tropicali. Delle Bahamas. Moenkhausia sanctaefilomenae o qualcosa del genere. Abituati ai ventisei gradi. Però sapranno cavarsela lo stesso. Giusto?
-Giusto.

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7 febbraio 2012

…also on East Journal: 10-01-2010.
Da qui la lieve polvere tematica.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio duemilanove] e una di area balcanica, la Slovenia dal duemilasette. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino [si direbbe] scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero ilcollasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med: le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Ciononostante si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto vale a dire scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo. Alcune anche curiose.»
Continua qui.
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28 gennaio 2012

[Tentativo di articolo serioso per la celebre rivista
XXXXX poi finito da nessuna parte. Era luglio 2011.]
Le ultime elezioni politiche in Repubblica Ceca risalgono a poco più di un anno fa: fu infatti alla fine del maggio duemiladieci che Petr Nečas, leader del principale movimento conservatore Občanská demokratická strana, venne incaricato dal capo di stato Václav Klaus di formare il governo [Václav Klaus è quel tale che l'Europa nemmeno può vederla in cartolina]. Nomina alla quale seguì l’insediamento a Praga di un esecutivo di centrodestra, avendo l’Ods ottenuto il maggior numero di seggi in coalizione con i neonati movimenti Top 09 e Věci veřejné. Soltanto opposizione invece per il partito con più voti ossia i socialdemocratici del ČSSD guidati in quel periodo da Jiří Paroubek. Un governo politico forte di numeri rassicuranti dopo la parentesi tecnica di Jan Fisher, primo ministro «a tempo» con il compito di sostituire Mirek Topolánek, franato a metà del semestre ceco di presidenza europea [nessun accenno in questa sede al tema della nodità: come indicato dall'esecutivo, la sobrietà è di rigore]. Tuttavia, nonostante i pochi mesi di effettiva operatività, già parrebbe terminata la luna di miele tra la coalizione al potere e la popolazione, o almeno così riportano le recenti rilevazioni dell’istituto locale di analisi sociopolitica SANEP. Dati capaci di dipingere un quadro piuttosto critico della scena: buona parte degli intervistati si dice infatti non soddisfatta dell’operato dell’attuale esecutivo valutandolo insufficiente [59.2] mentre, da un punto di vista comparativo, Nečas e i suoi ricoprirebbero una posizione collocabile a metà tra il «peggiore governo di sempre» [26.6] e «uno tra i peggiori governi di sempre» [37.6]. Numeri ben lontani dall’essere incoraggianti che non vengono confortati neppure dall’ultima rilevazione, quella con la domanda più diretta: il governo Nečas è un beneficio per la Repubblica Ceca? «No» per il 57.6 degli interpellati mentre «tendenzialmente no» per il 20.1. [Viceversa, sommando «sì» e «tendenzialmente sì» la cifra va a stabilizzarsi attorno al 16 percento]. Ovvia la riflessione conseguente vale a dire quanto, a Praga come ovunque, non ci sia l’abitudine di considerare verità assolute i quadri che talvolta possono scaturire da indagini di questo tipo; ciononostante restano innegabili i problemi, i passi falsi e le polemiche che hanno intralciato e coinvolto nel profondo il lavoro della crew di Nečas. Alcuni guai esogeni come la crisi economica globale in grado di generare ripercussioni nella quasi totalità delle politiche nazionali, altri endogeni dunque vissuti dal corpo elettorale come maggiormente accusatori [tema sovranazionale del complotto]. Polemiche e sospetti che hanno avuto per nucleo principale il partito del dimissionario Ministro degli Interni Radek John, il Věci veřejné che tradotto potrebbe suonare come la cosa pubblica o l’amministrazione pubblica e che proprio nelle vesti di movimento della trasparenza scelse di vendersi in campagna elettorale. Accuse sulle modalità di finanziamento, corruzione per un ministro interno al partito [Vít Bárta al dicastero dei trasporti, poi dimessosi anche lui] e un evidentissimo frazionamento interno. Posizioni divergenti se non contrastanti con il maggior partito della coalizione Ods, condite da ripetute minacce di lasciare la maggioranza se non saranno esaudite alcune richieste in tempi brevi, tra le quali riforme sul sistema sanitario e previdenza sociale. Com’è scontato in un contesto simile, dall’altra parte dell’emiciclo muove le proprie carte l’opposizione avanzando l’ipotesi di elezioni anticipate per voce dell’attuale leader socialdemocratico Bohuslav Sobotka [preso -qualche tempo fa- a cazzotti da un ubriacone. Ma questo è un altro tema]. L’accusa rivolta a Nečas ed i suoi ministri è di non saper fronteggiare la delicata situazione sociale creatasi in Repubblica Ceca e all’estero. Sobotka e il ČSSD aggiungono anche la richiesta di dimissioni immediate per il Ministro della Difesa Alexandr Vondra [Ods], accusato di cattiva gestione economica del semestre di presidenza europeo nel duemilanove, e per il Ministro delle Finanze Miroslav Kalousek [Top09] a seguito di recenti prese di posizione eccessivamente rigide nei confronti dei lavoratori del settore dei trasporti, sul piede di battaglia per un pacchetto di riforme che danneggerebbe la maggior parte dei dipendenti. Un tema quantomai attuale sul quale è intervenuto persino il capo di stato Klaus, dandone tuttavia una lettura agli occhi di molti filo-governativa e distante dalle posizioni super partes che il ruolo richiederebbe: i sindacati farebbero il gioco delle opposizioni covando intenti politici e non solo proponendo rivendicazioni sociali. Serve tuttavia ricordare che Klaus è stato fondatore dell’Ods nel 1991, primo ministro come leader dell’Ods dal 1992 al 1997, e capo di stato dal 2003 grazie alla carriera ai vertici dell’Ods. Poiché anche a Praga il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dal popolo; il popolo vota il governo, poi resta all’ascolto. Ma talvolta, anche dopo soli dodici mesi, capita possa dare l’impressione di volere rivedere le scelte. Squillino le trombe, fanfare e così sia.
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25 gennaio 2012

In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]
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18 gennaio 2012

Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.
* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»
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17 gennaio 2012

Oldies but goldies: uno.
«Il viscerale anticomunismo di Craxi maturò nel ’56 durante un viaggio a Praga. -Lì la cappa si incrina. Eravamo per la libertà dei popoli quindi diventammo anticomunisti.-»
Ecco trovato dove intitolargli una strada.
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16 gennaio 2012

Primo dicembre duemiladieci per East Journal.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]
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13 gennaio 2012

2-2011.
«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato]. E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali]. Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti. Senza contare quanto si tratti di un organismo in continua evoluzione e difficilmente inquadrabile, l’Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni fa venivano tirati in ballo argomenti adesso [è lecito augurarselo] un filo sorpassati e démodé: un bel po’ d’acqua è passata sotto i pittoreschi ponti locali e non accorgersene sarebbe indicativamente sospetto. Per dirne una Jiří Pehe -ex collaboratore di Havel e sofisticato analista ceco- nel duemilasei si domandava se fosse proprio l’Europa centrale il problema dell’Unione Europea: il riferimento andava alla tendenza alnazionalismo e al populismo che molti percepiscono come caratteristica radicata e esclusiva di questa fetta di mondo, unita alla persistente sfiducia nell’EU di certi anziani ma non solo. Tuttavia le cose sono cambiate e spesso in meglio, nell’ultimo quinquennio, nonché certe titubanze si sono dimostrate del tutto infondate. Seguono alcuni casi.»
Continua qui.
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4 gennaio 2012

8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»
…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla
domenicale. A fare i seriosi c’è da spisciarsi.
Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.
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31 dicembre 2011

Succede che il duemiladodici sarà per Václav Klaus l’ultimo anno da capo di stato in Repubblica Ceca. Lascito dell’individuo un impegno politico di durata trentennale all’interno del quale è possibile scovare centinaia di spunti per una riflessione [beninteso: sia mai che qualcuno intenda riflettere su Klaus al di fuori dei confini nazionali].
La recente scomparsa di Václav Havel può senza dubbio fornire un funzionale punto di partenza. Profondissime infatti le differenze tra i due presidenti della repubblica -gli unici nella storia del paese- ma senza dubbio entrambe figure imprescindibili per capirne le dinamiche.
Emersi dal periodo che precedette la caduta del regime, e di esso artefici indiscutibili, Havel e Klaus scelsero di aderire a parrocchie differenti una volta ristabilita la democrazia nell’area, e per le rispettive si spesero molto. Se arcinote risultano essere le battaglie di Havel, forse più oscure sono quelle di Klaus. Il costante invito a tenere le antenne ben drizzate contro una Europa della quale fidarsi ma fino un certo punto e cui aderire ma fino un certo punto, l’estenuante battaglia con il Trattato di Lisbona più l’impegno nella divulgazione a tema ambientale/ecologico con costante negazione dell’esistenza del surriscaldamento globale o qualsiasi relazione tra l’aumento della temperatura e le emissioni di CO2 [cito un brano al riguardo ma sarebbe possibile copia-incollarne altre migliaia dai suoi libretti: «il clima del pianeta rimane sostanzialmente immutato ma gli allarmisti sono riusciti a convincere i politici e molte persone comuni che il giorno del Giudizio si sta approssimando e, sulla base di questo falso assunto, hanno cercato di porre un freno alla nostra libertà e di limitare la nostra prosperità». Proverbiale l’ossessione del nostro per gli ecologisti, concepiti alla stregua di demoni persecutori o snervanti piazzisti.] Il tutto in contesti dei più vari: fasi d’ombra come anche momenti nei quali sulla Repubblica Ceca vennero a puntarsi i fari dell’intero continente per il semestre di presidenza*. [Continua su East Journal.]
* Inciso: il 2009. Periodo nel quale l’allora premier Mirek Topolánek vide bene di
cadere. Seguì l’ascesa del tecnico Jan Fisher poi, dopo le politiche del 2010,
l’arrivo di Petr Nečas: a conti fatti sono sei i primi ministri nominati da Klaus.
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26 dicembre 2011

7. Caccia ai rom. Massacri in Slovacchia dove girano troppe armi [più o meno] da caccia.
*Reprise. 16-09-2010. Bratislava.
Questo era rimasto fuori dal post precedente.
Ribadisco che il titolo [escluso le quadre] non è mio.
Il «fronte freddo autunnale», per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto].
Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro nei prezzi e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue.
Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto].
Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia.
Tuttavia stupisce il senso di calma facilmente avvertibile nell’aria, sensazione che -agevolata forse dal tramonto rossastro e la bella luce dietro il Castello- conferisce alla scena un’idea piacevole di sospensione e fissità. Un sentore difficile da spiegare [specie se chiamato a scriverne: meglio mimarlo] ciò nonostante ripreso e gentilmente avallato da due bratislavesi fatti e rifiniti che siedono al mio tavolo. Nonostante tutto, spiegano -ovvero nonostante la crescita della città e il proprio dinamismo- Bratislava era e rimane un luogo calmo. O meglio composto. Misurato. Sostanzialmente pacifico. Dimensioni ridotte o sortilegi di vario tipo, non è dato saperlo. Resta il fatto che la trascurata magnificenza di alcuni palazzi e le esplosioni di modernità di altri si fanno fondali ideali per questo deciso ma mai entrante viavai di anime. Non è tanto la modernità quanto la graziosa riproduzione teatrale della modernità.
Qualcuno ha parlato di perdita dell’innocenza. Nei fatti un bagno di sangue può causarla. Difficile, se non impossibile, tirarci fuori altro. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni e metabolizzi la faccenda come meglio crede. Però resta il dato: ciò che è avvenuto a fine agosto è stata la prima strage omicida nella storia della Slovacchia. La prima ad opera di uno psicopatico prodotto dall’interno. Sui giornali si è anche azzardato: la prima volta che una mattanza di questo tipo ce la ritroviamo in salotto e non nella televisione a metà circa di un film americano [qui cito la Pravda]. Ora, in qualche doloroso modo, siamo una nazione adulta.
Devínska Nová Ves -luogo nel quale tutto è accaduto- è un quartiere periferico piuttosto verde e ben tenuto. Sulle dinamiche della strage si è scritto parecchio e trattasi di numeri oramai cupamente noti: otto morti e diversi feriti, alcuni messi malissimo. Servirà però forse spendere qualche parolina anche sulle modalità attraverso le quali la società ha risposto alla follia e le mosse che il governo preparerebbe per scongiurare altre azioni del genere. Come spesso accade infatti le telecamere dei media sono state rapide a spegnersi una volta inquadrato l’asfalto e le macchioline di sangue. Partiamo dall’esecutivo e nello specifico dal Ministro dell’Interno, nelle cui mani è finito l’incarto. Proposta di revisione di una legge [la 190/2003] riguardante il possesso di armi, con conseguenti restrizioni. Riduzione di validità del permesso da dieci a cinque anni e severi [nonché ravvicinati] esami psicologici, da qualche tempo rimossi [dicono] a causa della potente lobby dei cacciatori. Tutto entro breve. Magari entro la fine di settembre.
Secondo le informazioni fornite al quotidiano Slovak Spectator da Viktor Plézel, un portavoce del Corpo di Polizia, in Slovacchia ci sarebbero attualmente circa 157.500 titolari di licenze per armi da fuoco; cifra che rappresenta più o meno il tre per cento della popolazione [ma, ribatte Ľudovít Miklánek il presidente di una associazione di settore, il suddetto numero non tiene conto dei possessori di pistole ad aria compressa, armi sportive o simili amenità: i primi che finiranno schedati al prossimo giro di boa e che dunque stanno ergendosi polemici contro il Ministro e le sue sciabolate.] Rimanendo ai parametri esposti -qualcuno fa notare più o meno provocatoriamente- finirebbero illegali anche i cannoni in vendita da certi antiquari del centro storico.
Non trascurabili inoltre i controlli sulle vendite di armi giocattolo, spesso modificabili con relativa facilità in aggeggi capaci di pescare con precisione un potenziale bersaglio e omaggiarlo di servizietti sgradevoli.
Poi viene la popolazione, viene la società civile. Il contenitore delicatissimo di vittime e carnefici. Nota essenziale: sempre, dopo una mattanza come quella di Devínska Nová Ves, leggiamo che spunterebbero tra le persone versioni più o meno oneste di esami di coscienza collettivi con domande tipo: «…ma questo bagno di sangue dice qualcosa anche di me? Del sistema nel quale vivo?». Naturalmente è complicatissimo stabilire gli esiti di introspezioni simili, specie nel breve. Alcuni analisti nel mese appena trascorso hanno scritto che volontà di questo tenore non siano state così evidenti all’interno della cittadinanza; tuttavia -nonostante l’etnia delle vittime, quei rom che tante discussioni e polemiche hanno generato qui- è stato registrabile un profondo e [parrebbe] reale turbamento accompagnato da pochi scivoloni ambigui [le reazioni più temute, tipo «le vittime sicuramente spacciavano droga oppure erano troppo rumorosi», cavalcando così i più triti stereotipi sulla minoranza rom in Slovacchia]. Né bene né male. Cioè anche la reazione al massacro è stata composta, silente. Contenuta. Forse troppo? Certo in questa sottile ambiguità magari c’entra qualcosa la compostezza di cui sopra. Chiadere altro sarebbe fuorviante. In molti se lo domandano. Al nuovo esecutivo guidato dalla signora Radičová il compito di monitorare la situazione. Di perdite della innocenza, di ingressi nel mondo adulto è bene che ce ne sia solo uno, dicono gli amanti del parallelismo. Numeri maggiori e forse l’organismo non potrebbe reggerli. Tutti concordi nell’affermare che quando capita poi sono sempre guai seri.
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23 dicembre 2011

Materiale pubblicato tra il 2010 e il 2011
su Europa Orientale di Domani. In vista
della chiusura del sito riscaldo la zuppa.
La mia pagina è [era?] questa.
I titoli non sono miei.
1. «I turchi votano sinistra ma non lo vogliono dire» [cit.]
29-03-2010. Berlino.
Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di «lavoratori ospiti» dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco.
La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini «vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico». Le polemiche e il dibattito che ne seguì furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future.
Da sempre orientata con decisione verso la Spd e i verdi, la componente turca in Germania ebbe secondo alcuni un ruolo notevole ai tempi della ultima campagna elettorale di Schröder, quando il cancelliere si spese per l’adesione della Turchia alla EU contrapponendosi ad Angela Merkel, la quale invece avrebbe preferito lavorare per una «partnership privilegiata», che per altro già esisteva. La tesi di Schröder era di accogliere un Islam moderato che sarebbe stato la migliore precauzione contro derive e fanatismi. Vinse la Merkel.
I dati riportano come la posizione della comunità turca non sia cambiata sostanzialmente con le elezioni del duemilanove; il grande successo -già ridimensionato, per altro- dei liberali di Westerwelle non può certo essere accreditato al voto turco.
Berlino è città particolare sotto una moltitudine di aspetti tuttavia è la capitale e il più esteso centro urbano dunque una decorosa torretta sulla quale arrampicarsi per dare un’occhiata al fenomeno. La comunità turca cittadina dovrebbe contare circa 150.000 individui e mentre alcuni zone -tra le quali le centralissime Mitte e Prenzaluer Berg- ne sono quasi totalmente prive, altre come Wedding, Neukolln e Kreuzberg hanno ormai radicata una forte connotazione etnica. Per la maggior parte si tratta di persone nate in Germania o residenti in suolo tedesco da anni e nelle chiacchiate si preferisce evitare di esprimersi sui singoli partiti, o forse questo succede soltanto quando l’interlocutore è uno sconosciuto come me. Piuttosto viene ribadito quanto, soprattutto in un periodo come questo di notevoli distanze da elezioni di vario tipo, sarebbe preferibile focalizzare l’attenzione su richieste e necessità che dovrebbero prescindere dai singoli schieramenti [è utopia diffusa questa che, in determinate situazioni, conservatori e progressisti possano agire nello stesso modo]. Più sicurezza sociale e risposte alla crisi, magari in fase decrescente ma ancora evidentemente ben capace di destare preoccupazioni.
Il fatto che gli adolescenti turchi facciano gruppo a parte nei locali e sulle pensiline della U-Bahn non viene letto come un grosso guaio, o indice di qualche guerra in vista contro coetanei tedeschi. Il guaio -si conclude- è piuttosto quando la politica a qualsiasi livello dimentica o finge di spendersi per le fasce più deboli della popolazione. Farà comodo ricordare che questo vale esattamente per i turchi-tedeschi come per i tedeschi-tedeschi.
Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, anche con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano e certe frasi di Erdoğan che avrebbe negato il genocidio degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano.

2. Praga [che] vuole cambiare faccia.
12-04-2010. Praga.
Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «I ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era molto elegante d’aspetto e non manifestava interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco -così come da uno di Dresda o un viennese- parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. Mi ricollego a quanto scrive Angela de Gregorio in La Repubblica Ceca:
Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società (ceca) anche grazie a una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte d’Europa.
Dunque riappropriazione della propria natura continentale dopo l’uscita dall’«ombrello sovietico» e sempre minori differenze sia con i coetanei dei paesi confinanti che con quelli provenienti dalla [termine orrendo] «vecchia Europa». Ecco a grandi linee un quadretto dei trentenni in Repubblica Ceca, prima generazione ad affermarsi nel mondo del lavoro dopo una bella fetta di esistenza trascorsa in democrazia e con ampie possibilità -spesso sfruttate- di gironzolare in Europa e nel mondo. Ma quali sono le priorità che chiedono alla politica? Domanda complicata ed a enorme rischio generalizzazione, tuttavia attuale visto che tra quaranta giorni circa ci saranno le elezioni e tutti a Praga e dintorni saranno chiamati a esprimersi.
Breve riassuntino, forse necessario, della situazione in zona: al momento in Repubblica Ceca governa un esecutivo guidato dal tecnico Jan Fischer, che ha sostituito il primo ministro Mirek Topolánek durante lo sgangherato semestre di presidenza europea, mentre al Pražský hrad siede come presidente quel Václav Klaus che l’Europa non la può vedere nemmeno in cartolina. Topolánek e la Ods -Občanská demokratická strana, il partito civico democratico di centrodestra- ha vinto le passate elezioni battendo assieme ai verdi del Demokratická strana zelených i socialdemocratici del ČSSD di Jiří Paroubek.
Il tentativo di chiarirmi le idee avviene in una birreria di Dejvická, prima periferia della capitale. I miei interlocutori sono tutti giovani professionisti più o meno stabili da un punto di vista lavorativo; principalmente architetti, designer e pubblicitari con mansioni che fingo di capire, nessuno di loro ha perso il lavoro con la crisi. E certo la tendenza a screditare la politica è faccenda piuttosto diffusa anche qui e in pochi si aspetterebbero un futuro migliore dalla elezione di questo o quest’altro individuo. Molti si trovano d’accordo su quanto alla fine sia possibile andare avanti solo per spinte e spintarelle [ebbene la cosa accadrebbe anche al di fuori dell’Italia] tuttavia -per quanto debba specificare che si tratti di un campione piuttosto ristretto e reduce da molte pinte- è possibile notare una certa uniformità di pensiero nelle risposte alla mia prima domanda: «quali dovrebbero essere le priorità del partito da votare?» Risposta: ricambio generazionale, maggiore presenza di donne [ovviamente ad affermare ciò le signorine in sala, ma anche i ragazzi paiono onestamente convinti] e soprattutto un deciso cambio di marcia nelle politiche estere, con conseguente maggiore peso, prestigio e responsabilità della Repubblica Ceca in seno all’EU. Successivo quesito, anch’esso piuttosto scontato ma inevitabile: «e quali partiti o movimenti meglio rappresentano ciò?» La risposta contiene elementi interessanti.
Rapido salto oltre il confine. Nella vicina Germania si è assistito di recente a ciò che comunemente viene chiamato «il lento declino dei Volksparteien», vale a dire dei maggiori partiti che hanno segnato la storia della nazione pre e post-unificazione: la Spd e la Cdu, capaci di prendere il novanta percento dei consensi nel settanta, l’ottanta negli ottanta, il sessanta nei novanta e via a scendere. Al momento sembrerebbe che la stessa cosa stia verificandosi anche in Repubblica Ceca attraverso la preferenza che i miei interlocutori concederebbero a due nuovi movimenti guidati da una coppia di individui diversissimi tra loro, per quanto entrambi abili a capire gli umori di una buona fetta di elettorato: i nomi dei partiti sono Top 09 e Věci veřejné, quest’ultimo traducibile più o meno con «la cosa pubblica, l’amministrazione di tutti».
I rispettivi leader si chiamano Radek John e Karel Schwarzenberg, tizi opposti sia da un punto di vista fisico-mediatico che di storie personali: il primo infatti è un giovanilistico scrittore/giornalista/sceneggiatore con trascorsi da attivista in difesa di prostitute e tossicodipendenti, mentre il secondo un esperto ex ministro e Sua Altezza Serena [il nome completo di Schwarzenberg è Johannes Nepomuk Karl Josef Norbert Friedrich Antonius Mena Wratislaw zu und von Schwarzenberg.]
Fattori a premiarne i programmi -pur con la consapevolezza che imporsi in solitaria sarà impossibile e servirà accordarsi con i fratelli maggiori- appunto un ventilato rinnovamento generazionale, una maggiore presenza di donne nella dirigenza nonché lo sguardo più europeista in politica estera di cui sopra.
E sebbene cosa ciò voglia dire nello specifico resti ancora un po’ fumoso nella bocca di molti, è ben delineata l’assoluta necessità di non ripetere i recenti errori screditanti di Klaus e Topolánek nei mesi appena trascorsi, i continui rinvii alla ratifica del Trattato di Lisbona, le frasi fuori posto e il conseguente scetticismo nei confronti della Repubblica Ceca da parte di gran parte della stampa -e non soltanto- estera. Chi è cresciuto in una Europa diversa si aspetta un diverso approccio con l’Europa; è la nuova generazione sulla quale molto si è scritto, drammatizzandoci e ricamandoci a dovere, capace di mischiare i ricordi d’infanzia delle vacanze sul Baltico a quelli di qualche anno dopo in Spagna o in Italia, e le file ai posti di blocco con quelle al gate Ryanair; che ha saputo scoprire un mondo diverso senza cadere nella facilissima trappola del nazionalismo, come invece è accaduto in stati vicini, e che con la propria ottima educazione sta contribuendo al progresso scientifico e culturale non solo nazionale ma di tutta Europa. Affrontare e comprendere il passato ma anche superarlo e guardare avanti. In tedesco c’è una parola per questo, un po’ complicata ma dal suono elegante: Vergangenheitsbewältingung. In ceco non so. Ad ogni modo gli zonenkinder della Hensel piano piano iniziano a ricoprire incarichi di rilievo in Repubblica Ceca, votano e talvolta il voto lo chiedono. È la prima volta che accade e sarà interessante seguirne gli sviluppi.
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22 dicembre 2011

Un aspetto piuttosto intrigante da sottolineare riguardo la morte di Václav Havel è che in questi giorni a celebrarne la memoria siano, per buona parte, individui che hanno smesso di essere bambini nel 1989. Una generazione di trenta-trentacinquenni con esistenze tagliate in due dalla Sametová revoluce, nomignolo bruttino di marca occidentale traducibile con rivoluzione di velluto. Certo taluni provati dalla crisi internazionale ma altri [un numero più corposo rispetto a certi esteri] protagonisti attivi della affermazione di uno stato dinamico e in crescita. Tizi che in quel novembre di ventidue anni fa avevano dieci anni e tendenzialmente capivano poco di quanto stesse accadendo tra Václavské náměstí e la Laterna Magica. I motivi dell’entusiasmo dei genitori miscelato alle rispettive paure solo coperte dal tintinnare delle chiavi davanti al museo nazionale. Si gridava «Havel na Hrad», che significa «Havel nel Castello»: questa la volontà. Havel nel castello ci finì sul serio e da lì tutto ebbe [nuovo] inizio.*
Adesso i giornali celebrano a dovere -o come meglio credono- Havel. Il rivoluzionario intellettuale dissidente baffuto comico drammaturgo forse inadatto presidente con abitudini strane e strane frequentazioni. Che continuino a farlo. Idem la blogosfera, terra di mezzo nella quale ognuno ha da riassumere la biografia di Havel o raccontare il personalissimo aneddoto al riguardo. Mano più o meno calcata sul presupposto abbandono di molti cechi alla causa haveliana attorno la fine dei novanta è indice di quanto l’autore voglia innalzarsi a critico integerrimo o ammirabile conoscitore del soggetto. Poco importa. Qualcuno ha scritto che nessun ceco potrà mai riassumere Havel in una frase. Figuriamoci un alieno.
Funerali fissati per venerdì nella Cattedrale di San Vito a Praga. Posticino [Praga] da Havel restituito all’Occidente secondo una felice definizione di Sandro Viola. La bara verrà trasportata sopra un carro militare come già accadde per Tomáš Garrigue Masaryk** nel 1937, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia [in zona si tiene tanto a questa estetica da interregno tra le due guerre]. Per adesso si abbassino le bandiere a Praga, nella intera Repubblica Ceca e Bruxelles o Strasburgo. Davanti al Parlamento Europeo e la Nato. Il consiglio di martedì inizi con un minuto di silenzio e tutti in piedi, lì o nella birreria di Karmelitská immersa nel fumo. Tanto è uguale. [continua su East Journal.]
* Ecco. Questa frase la cambierei.
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14 dicembre 2011

«Un buon cronista deve possedere il dono della sintesi e rapportarsi con Václav Klaus, capo di stato ceco, aiuta sempre in questo senso. Infatti, suonando musiche assai simili tra loro da circa un ventennio, il presidente lo inquadri facile facile. Stando agli avvenimenti di questi giorni eccolo quindi a dichiarare esattamente ciò che tutti immaginavano avrebbe dichiarato alla prima occasione propizia [nello specifico una intervista radiofonica]: la Repubblica Ceca convive con un deficit che, come potete constatare, non è in grado di eliminare. In questa situazione sarebbe [perciò] da irresponsabili aumentare il nostro debito fornendo ulteriori prestiti a paesi fortemente indebitati, cosa che rimanderebbe l’identificazione di una soluzione reale [qui messa giù lievemente editata. Per chi masticasse con fluidità l’idioma locale ecco il testo riportato da České Noviny: Česká republika sama žije s deficitem, který, jak je vidět, není schopna eliminovat. V této situaci by bylo nezodpovědné naše zadlužení zvyšovat poskytováním dalších půjček pro extrémně zadlužené země.] Contestualizzando: la Repubblica Ceca dovrebbe contribuire al fondo salva-stati [l’Efsf: European financial stability facility] con 3,5 miliardi di Euro, l’equivalente di 89 miliardi di corone. Sulla decisione Klaus ha poi aggiunto che nessuna scelta dovrà essere dettata dalla paura per il possibile isolamento conseguente un no, che in ceco sarebbe un ne.» [Continua su East Journal.]
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9 dicembre 2011

«Tornare a leggere [e tendenzialmente ad apprezzare] Šklovskij è intento quantomai costruttivo per molti motivi: tra i tanti spicca il dare una bella sportellata ad alcune delle tendenze radicate più in profondità nella editoria contemporanea, che possono essere riassunte brevemente come segue: predilezione per i malloppi [il suo Zoo o lettere non d’amore è libretto agile e snello]. Strapotere del plot, trama intesa come elemento imprescindibile per la valutazione di una opera [Zoo o lettere non d’amore ha un plot quantomai labile, traendo la propria forza da tutt’altro]. Facile collocazione di un testo in una predefinita nicchia di mercato [Zoo o lettere non d’amore può finire senza problemi negli scaffali delle guide turistiche, di saggistica, narrativa, libri di cucina oppure libri da colorare. Cosicché l’acquirente si confonda e scelga la via della fuga tutto spaesato]. Però esistono anche ragioni meno distruttive per amare Šklovskij. Particolare non trascurabile il dato che ogni frase di Zoo o lettere non d’amore sappia suonare come una sentenza di notevole spessore poetico -per quello che significa- nonché un funzionale tramite per provare a contestualizzare al meglio i tempi e lo spazio della narrazione, periodo essenziale del novecento.» [Continua su East Journal.]
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23 novembre 2011

«Gridare al pericolo comunista e farne una ossessione è pratica capace di garantire un ventennio di ottimi risultati elettorali in Italia. Viceversa in Repubblica Ceca ci sta di passare per anacronistico imbonitore e la cosa porta minori benefici. Sarà che in zona il regime c’è stato davvero e il ricordo è ancora fresco al punto tale che contestualizzi e fai due paragoni, oppure semplicemente salta agli occhi [persino degli osservatori più distratti] l’evidenza che siano altri i problemi da fronteggiare con i tempi che corrono. Fatto sta che la proposta di richiedere la sospensione delle attività del Partito Comunista di Boemia e Moravia [Komunistická strana Čech a Moravy – KSČM] presa dal ministro della difesa Alexandr Vondra ha raccolto scarsi consensi sia tra la cittadinanza sia nella opinione pubblica, generando tuttavia un interessante dibattito sul ricordo e l’identificazione di un eventuale momento nel quale forse simile lustracja avrebbe potuto avere senso. C’è da dire che si tratta di una pensata alla quale viene ciclicamente tolta un po’ di polvere e che non è stata partorita ex novo da Vondra: è infatti da un pezzo che simile suggestione rimbalza negli ambienti politici cechi sia sotto forma di richiesta di valutazione sulla costituzionalità del movimento sia tirando in ballo il BIS [Bezpečnostní informační služba] ossia il locale servizio di sicurezza con sede in un edificio che, lui sì, andrebbe seriamente analizzato per l’eccessiva aderenza al quarantennio di dominazione sovietica [cit.]» [Continua su East Journal.]
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16 novembre 2011

«Interessarsi ai rapporti ceco-tedeschi significa, girovagando tra le due nazioni, tenere le antenne perennemente dritte e puntate [non solo ma anche] in direzione di contesti all’apparenza secondari, faccende che esulano dalla pomposità dei comunicati ufficiali e amano infilarsi negli anfratti più in ombra della quotidianità. D’altronde dicono che succeda ovunque tra paesi confinanti: la realtà della percezione viene restituita meglio facendo benzina o sedendo dentro un bar, piuttosto che assistendo alla ennesima conferenza stampa congiunta con comunicato finale precotto. Sul fronte orientale della Germania il Land che meglio può relazionarsi con la Repubblica Ceca è per numerosi aspetti la Baviera. Si specificherebbe l’ovvio ripetendo quanto storia, geografia, gite in bicicletta e un dinamico commercio uniscano da tempo i due spicchi d’Europa contigui [ne abbiamo già parlato qui]. E proprio in Baviera usano riunirsi -quando il ruolo dei bravi padroni di casa spetta a loro- le molteplici associazioni/forum ceche/tedesche che si occupano di monitorare lo stato delle relazioni tra sponde del Nationalpark Bayerischer Wald e il corrispettivo Národní park Šumava.» [Continua su East Journal.]
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4 novembre 2011

«Periodo di congressi in Repubblica Ceca. Riunite le bande Top 09 e Ods, ovvero due dei tre movimenti di centrodestra attualmente al governo [il terzo è il Věci veřejné di Radek John, tizi che nel fine settimana preferiscono fare altro]. E tra attacchi al multiculturalismo -niente di eccessivo: non sarebbe in linea con lo stile locale, da sempre improntato ad un presupposto bon ton- o conseguenti dibattiti sull’Euro [«non possiamo curare mali altrui» etc.], ipotesi di coalizioni große o meno große per fare fronte alla crisi internazionale miscelata alla connaturata instabilità partitica ceca, ecco spuntare la dichiarazione che molti attendevano con ansia e nell’aria fluttuava da anni. Karel Schwarzenberg, ministro degli esteri e chairman di Top 09, si candiderà a Presidente della Repubblica nelle elezioni [indirette] che si terranno nel duemilatredici. Lo schematismo richiesto al buon articolo sullo stato delle cose impone la divisione in tre punti-chiave. Primo: chi è Karel Schwarzenberg? Secondo: chi è l’attuale Presidente della Repubblica rintanato nel Pražský hrad? Terzo: come si elegge un Presidente della Repubblica in Repubblica Ceca e di che professione stiamo parlando? Partiamo dalla fine.» [Continua su East Journal.]
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30 ottobre 2011

Moribondo: Io credo che lei sia una spia.
Schweyk: [Allegro.] Macché spia. Solo ascolto regolarmente la radio tedesca. Anche lei dovrebbe sentirla un po’ più spesso. E’ una delizia.
Moribondo: Niente affatto. E’ una vergogna.
Schweyk: [Deciso.] E’ una delizia.
Miope: Non dobbiamo fare i leccaculi con quella gente.
Schweyk: [Con serietà.] Non lo dica. E’ un’arte, questa.
B. Brecht. Schweyk im zweiten Weltkrieg.
1957, Suhrkamp Verlag Berlin – Frankfurt am Main.
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