Posts Tagged ‘Europa Centrale’

Arcade fire.

10 dicembre 2012


«-Ora come ora negare è la cosa più utile. E noi neghiamo.
-Tutto?
-Tutto.
-Ma come? Non solo l’arte e la poesia…ma persino…
-Tutto- ripeté Bazarov con indescrivibile compostezza.»

Ivan Sergeevič Turgenev.
Padri e figli [Отцы и Дети.]
1862.

«Che Guevara v domě u Prahy.»

27 gennaio 2012

Oldies but goldies
: due.

«Tutto qui è noioso, grigio e senza vita» sembra sostenesse Che Guevara di Praga. Motivando: «questo non è il socialismo ma il suo fallimento.» Ecco perché se n’è andato a Vienna. Dove ci si diverte duro e il socialismo è di quelli cazzuti.

Chitty chitty deutsche bang.

18 gennaio 2012


Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.

* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»

Due navate e torno.

19 ottobre 2011

 


Sia l’Europa centrale un funzionale tramite per faccende interne: d’altronde quando ne scrivo [o quando fisicamente mi trovo in loco] non vengo scisso per motivi inspiegabili dal passato e l’intima natura che mi/ci caratterizza resta appiccicata alla pelle come una muta. La valigia continua ad essere stracolma di sollecitazioni italiane e l’estero si fa contesto scondario sebbene amato e studiato e vissuto come personale. La forza dei ricordi [in questo caso le ripetute crisi] per altro contribuisce a donare una patina di valore sempre più resistente al luogo nel quale vengono collocati: tante volte Berlino o Bratislava, oggi l’aeroporto internazionale Ruzyně di Praga. Posto di per sé tutt’altro che fatato e teatro soprattutto di irripetibili scene madri cui soprassiedo per quel minimo di buongusto rimasto. Silenzio doveroso su tutto tranne una cosa ossia questa: ricordo che stavo per imbarcarmi alla volta di Pisa quando lessi sul giornale di Eluana Englaro. Duemilanove. La storia è nota. Al lato delle dichiarazioni di Beppino Englaro l’oscenità dei commenti degli esponenti del governo di allora, vale a dire del presente. Irrispettosi, violenti, volgari, banali, prevedibili. Bimbi rancorosi e sciocchi tendenzialmente assetati della voglia di vendetta tipica del represso, come li avessero appena fatti uscire dalle segrete di una fortezza. Pericolosi poiché scarsamente consapevoli delle parole sputacchiate, visibilmente non autonomi, capaci di parlare solo perché ricevuto dall’alto il placet accompagnato da qualche promessa/ricatto. Per gran parte fu l’ala cattolica a strombazzare cazzate. Quella che talvolta [si badi bene: sempre a parole] usa in questo periodo contrapporsi all’ala dei puttanieri e dei fraudolenti, salvo poi tornare ad appoggiarli quando la situazione si fa critica e rischiano di capitolare. Sono politici di lungo corso, neo-politici, politici che furono pre-politici [la definizione sembra riscuotere un decoroso successo], società civile dei piani alti, cardinali e vescovi con innegabile talento per moniti dal sapore di campanella della ricreazione terminata e si torna in classe. Da qui il prurito che provo stamani a leggere del supposto rispetto che sarebbe dovuto al centrodestra dal mondo dei credenti, adesso in subbuglio per i fatti stranoti che coinvolgono l’esecutivo e chi lo rappresenta. Com’era scontato è tornato in ballo il decreto Englaro [pure Sacconi ieri l'ha riciclato contro Vito Mancuso.] C’è preoccupazione che i topolini possano abbandonare la nave e da qui il fermento: «si ricordino cosa abbiamo fatto per i valori cristiani» etc. C’è preoccupazione per un ravvedimento e magari una diaspora ma questo non accadrà mai. Due o tre giorni di indignazione significano niente per i tempi vaticani o di coloro i quali tirano al guinzaglio d’Oltretevere: infatti, come si profilerà all’orizzonte una qualsiasi scoreggia da sondino e fine-vita, ricominceranno gli sbrodolamenti. Tutto già visto e prevedibile. Niente che valga un post. E proprio da questa constatazione l’unico aspetto [almeno per me] intrigante in ciò che scrivo: fu quella volta nell’aeroporto Ruzyně l’unica volta che desiderai sul serio non rientrare nel mio paese, vestirmi da trombettiere e restare ben ancorato al Ponte di Carlo in Praga. Ma poi contestualizzi e -miracolo- l’odio passa.

Brum brum.

16 ottobre 2011


«In termini kierkegaardiani un processo rivoluzionario non implica un progresso graduale ma un movimento ripetitivo, un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Ed è esattamente qui che ci troviamo oggi, dopo l’oscuro disastro del 1989, la conclusione definitiva dell’epoca iniziata con la Rivoluzione d’ottobre. Si deve dunque rigettare ogni senso di continuità con ciò che la sinistra ha significato negli ultimi due secoli. Sebbene momenti sublimi come il climax giacobino della Rivoluzione francese e della Rivoluzione d’ottobre rimarranno per sempre una parte chiave della nostra memoria, il quadro generale deve essere superato e ogni cosa deve essere ripensata, iniziando dal punto zero.»

Slavoj Žižek, Dalla tragedia alla farsa.
Ideologia della crisi e superamento del capitalismo.
Ponte alle Grazie 2009.

Su «East Journal.»

11 maggio 2011


«Berlino. Sebbene la nostra [dei tedeschi] storia non sia mai stata solo nostra e non lo sarà nemmeno in futuro, ebbe a sostenere Hans-Dietrich Genscher, ministro degli esteri della Germania Ovest quindi della Germania unificata, il nostro è un popolo al centro dell’Europa ed è, tra tutti, quello che ha il maggior numero di vicini: nel bene e nel male tutto ciò che accade in Germania si ripercuote sull’intero continente e dico questo senza presunzione poiché ciò comporta responsabilità maggiori. Il centro dell’Europa, dunque. Nonché il rapporto aumento-di-potere/aumento-di-responsabilità come già in Spiderman. Senza contare il numero dei vicini. Inoltre c’è vicino e vicino e se la Svizzera evoca fantasmi meno inquietanti, il confine tedesco-polacco finisce sempre per essere area particolare in qualsiasi modo venga messa: sarà destino. Infatti, per quanto nessun paragone possa essere proposto con il passato, qualche scricchiolio in zona viene percepito anche di questi tempi e principalmente riguarda il mercato del lavoro e il flusso reale o potenziale di individui a svallare sulla direttiva Est-Ovest dell’Oder [Odra in ceco e polacco, Wódra nelle lingue lusiziane, sia mai possa servire da gancio.] D’altronde le cose stanno così da un ventennio e parrebbero i cambiamenti sociali e/o politici di Germania e Polonia avere scalfito ben poco la percezione -specialmente tedesca- del viavai di lungo corso. Alcune contestualizzazioni.» [Continua su East Journal.]

Su «East Journal.»

17 aprile 2011


«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Altri stati mitteleuropei -definizione polverosa però piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- sono destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.] Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.» [Continua su East Journal.]

Su «East Side Report.»

6 marzo 2011


«Questa volta [non l’unica per altro] gli slovacchi sono stati più rapidi dei cechi: il governo a Bratislava c’è già mentre a Praga toccherà aspettare ancora un po’. Inghippi di nomine e qualche meccanismo bloccato; faccende che possono succedere, chiaro. Tuttavia lodevole il pragmatismo dimostrato dal nuovo premier slovacco Signora Radičová, e assai importanti le parole di Karel Schwarzenberg, futuro [presente e passato] responsabile per gli esteri ceco in trasferta, primo ospite del neonato esecutivo di centrodestra formato dalla unione dei cristiano-democratici del SDKÚ con SasKresťanskodemokratické hnutie ed il Most-Híd della minoranza ungherese.» [Continua su East Journal.]

«Europa Orientale» in Domani Arcoiris.

5 marzo 2011


«Sprofondando nell’appiccicosa afa dell’estate centro-europea viene naturale guardarsi indietro e fare due calcoli su ciò che è accaduto nei mesi passati, decisamente più freschi: di fatto ci siamo lasciati alle spalle una primavera ricchissima di eventi importanti all’interno dell’ex blocco sovietico. Elezioni politiche in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e il nuovo Presidente della Repubblica in Polonia.» [Continua su Domani on Arcoiris.]

Su «East Journal.»

4 marzo 2011


«Petr Nečas guiderà il governo formato dalla coalizione dei tre partiti di centrodestra ODS, TOP 09 e Věci Veřejné, sostituendo l’esecutivo del tecnico Jan Fischer, chiamato a sua volta a rimpiazzare quel Mirek Topolánek franato un anno fa [era, con apprezzabile tempismo, il maggio del duemilanove: pieno svolgimento della presidenza ceca dell’Unione Europea.] La cerimonia è avvenuta come da tradizione nello sfarzo barocco del Pražský Hrad previa giuramento davanti al Presidente della Repubblica Václav Klaus il quale -in un breve discorsino- ha ricordato ai presenti di essere a quota sei Primi Ministri nominati dal duemilatré; tra le parole di Klaus un certo orgoglio per l’esperienza maturata nel settore ma anche qualche dubbio inerente la stabilità di un posto che cambia sei Primi Ministri in sette anni; Nečas da parte sua si è limitato a rispondere specificando quanto sia un onore poter collaborare con il Presidente e non prestando troppa attenzione alla inquietante galleria di teste che lo ha preceduto.» [Continua su East Journal.]

Su «East Journal.»

6 gennaio 2011


Qui
l’articolo che potrete trovare anche qui. Il 2011 è decisamente multitasking.

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