
Banca di Grecia per i greci banca di Berlino. Banca di Berlino per i berlinesi banca di Grecia [o.s.t. De Cecco*.]
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Ça va sans dire.
13 febbraio 2012On «Europa Futura.»
7 febbraio 2012
…also on East Journal: 10-01-2010.
Da qui la lieve polvere tematica.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio duemilanove] e una di area balcanica, la Slovenia dal duemilasette. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino [si direbbe] scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero ilcollasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med: le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Ciononostante si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto vale a dire scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo. Alcune anche curiose.»
Continua qui.
On «East Journal.»
3 febbraio 2012
«Il governo ceco dice no al fiscat compact -serie di norme di coordinamento tra i governi europei in materia di bilancio pubblico- sul quale è stato trovato un accordo alcuni giorni fa. Il primo ministro Petr Nečas [Občanská demokratická strana] tuttavia dichiara al quotidiano Lidové noviny che non esclude un cambio di rotta nel futuro per la presenza di una clausola che consentirà all’attuale o un prossimo governo, qualora sia ritenuto opportuno, di entrare nel gruppo. Fermi dunque a quota venticinque su ventisettele adesioni, bypassando la conta delle firme apposte da alcuni stati con sotteso malumore [tanto per restare in zona, la Polonia]. Decisione che sottolinea le congenite divisioni interne alla maggioranza ceca composta da Ods, Věci veřejné e Top09, scricchiolii emersi attraverso dichiarazioni quantomai esplicite dei rispettivi leader. Il ministro degli esteri Schwarzenberg [Top09] si dice infatti scettico nei confronti della decisione del premier Nečas [Ods] che però viene appoggiata dal capo di stato Klaus [padre nobile -se il termine conserva un senso- della stessa Ods il quale, già che c’è, attacca pure l’unione monetaria sulla Pravo]. Servirà inoltre ricordare quanto anche a ridosso del no ufficiale le parti avevano lungamente dibattuto sull’argomento proponendo varie teorie e correlandole con proposte sui diversi metodi per la scelta.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
25 gennaio 2012
In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]
Chitty chitty deutsche bang.
18 gennaio 2012
Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.
* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»
On «Europa Futura.»
16 gennaio 2012
Primo dicembre duemiladieci per East Journal.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]
On «Numero Zero» di East Journal.
6 maggio 2011
«Il 2010 sarà ricordato come un anno movimentato all’interno della breve storia ceca e, consequenzialmente, nell’intimo di coloro i quali abitano la zona; al contrario, da fuori si continuerà ad avere l’impressione di un luogo piuttosto statico e poco utile da mettere sotto il vetrino poiché incapace di fornire ai golosi media esteri il cibo che più preferiscono, la news con il botto, l’esagerato che si fa funzionale e vendibile, il colpo di scena ad effetto. La Repubblica Ceca non è la Madre Russia dei ripetuti omicidi, dei liberticidi e del gas per ricattare, ma neanche l’Europa propriamente detta, la Germania e la Francia del mercato unico o l’Inghilterra dei veti, dei tagli e delle banche azzoppate [l'Italia -grazie al duro lavoro di equipe governative determinate- è riuscita a mantenere il comodo status di provincia dell'impero e nulla parrebbe indicare un qualsiasi tipo di upgrade nei mesi a venire.] Eppure nel 2010 in Repubblica Ceca si sono accavallati un bel numero di eventi degni di nota e forse alcuni con una rilevanza maggiore rispetto a quanto riportato ultimamente da certi articoli a tema [tracce boemo/morave nella stampa del Belpaese: in Repubblica Ceca manichini di poliziotte con minigonna per far rallentare il traffico sul Corriere della Sera, per altro proprio durante i giorni nei quali a Praga il traffico si rallentava davvero per una grande manifestazione contro il decurtamento del dieci percento nei salari dei dipendenti pubblici.] [Continua.]
Il «Numero Zero» di East Journal, magazine scaricabile in .pdf e per e-book, sta qui.
On «East Journal.»
17 aprile 2011
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa significa confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Altri stati mitteleuropei -definizione polverosa però piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- sono destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece questo gennaio, puntualissimo, o quantomeno c’è ragione di crederlo.] Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
14 febbraio 2011«Risale a giovedì scorso la firma di un articolato piano per la cooperazione tra Repubblica Ceca e Francia; a stipularlo i primi ministri Petr Nečas e François Fillon. Molti punti toccati e inclusi nel progetto di crescita: educazione, scienza, ingegneria civile. Ma sopratutto energia, o meglioenergia nucleare, essendo francese il colosso Areva che intende occuparsi dell’impianto ceco di Temelín (ne abbiamo parlato qui la settimana scorsa) in procinto di espandersi con due nuovi reattori. Quindi l’argomento Euro a procedere di pari passo obbligatoriamente, in questi tempi, con i temi della stabilità e del rilancio: l’asse franco-tedesco per tenere in piedi l’economia continentale è ben visto da Praga, mentre Parigi ha accolto favorevolmente sia la riforma delle pensioni ceca che le misure anti-debito, essenziali per ogni paese dell’Unione compresi quelli che ancora non abbiano adottato la moneta unica, ma in quella direzione intendano muoversi. È il caso ceco?» [Continua su East Journal.]


