«Mi rincuora il fatto che Il cimitero di Praga di Umberto Eco abbia poco a che spartire con Praga. Sul perché di simili sentimenti posso solo formulare vaghe ipotesi e tra queste forse la più presentabile è che, quando si ama qualcosa, alla fine vorremo essere sempre gli unici depositari del sapere al riguardo, con ogni intromissione esterna che finisce per avere la piacevolezza di una visita dei ladri in casa. Una forma di egoismo prettamente infantile o l’eccessivo timore per una potenziale perdita dettata da una inaspettata fuga di notizie: minima idea. Ad ogni modo meglio così. La trama del testo di Eco parrebbe riguardare tutto lo scibile umano degli ultimi duecento anni, sfiorando solo marginalmente la capitale vltavina. Però devo ammettere come -nonostante i miei sforzi per ridurre al silenzio qualsiasi altra voce a tema- di libri su Praga in circolo ce ne siano un bel po’. East Journal e geopolitiche permettendo, proporrei un piccolo excursus al riguardo, limitandomi ai volumi che ho letto [per intero o solo le prime dieci pagine] a carattere narrativo e saltando a piè pari la saggistica propriamente detta, più o meno affrontabile e digeribile.*» [Reloaded su Café Golem.]
Posts Tagged ‘East Journal’
I don’t want to be buried in a Prag sematary.
17 maggio 2012Su «East Journal.»
15 maggio 2012«Che non godesse di simpatie radicatissime dalle parti del Nordreno-Westfalia era immaginabile, tuttavia succede alcune volte di pronosticare una sconfitta che nei fatti si rivela doppiamente pesante. Solita storia: i numeri. La Cdu di Merkel e soci scende dal trentaquattro percento a circa il ventisei mentre le previsioni la davano al trenta. A farne le spese il capolista Röttgen, ministro federale dell’ambiente e sodale da tempo del cancelliere. Per altro la zona è di quelle delicate quindi da tenere in grande considerazione. Land più popoloso della Repubblica Federale nonché motore industriale nazionale (altissimo il contributo che la Ruhr dà al paese in termini di prodotto interno lordo), mica puoi bypassare la voce di posti come Colonia, Dortmund e Düsseldorf e relative acciaierie. Un messaggio indiscutibilmente chiaro: esce vincitrice la Spd tramite la consacrazione della popolare governatrice Hannelore Kraft e si confermano i verdi. Bene i liberali -e questa è una notizia- mentre scende la Linke salutando il Landtag, che sarebbe il parlamento dello stato. Aula nella quale viceversa entrano i Piraten i quali continuano la loro marcia su buona parte della Germania. Procedendo a colpi di percentuali, i socialdemocratici guadagnano quattro punti -non una infinità- però dieci ne perde la principale controparte di centrodestra. A completare l’opera il suddetto calo della sinistra-sinistra che permette una maggioranza assoluta alla Spd e relativa libertà di azione.» [Continua qui.]
Su «East Journal.»
11 maggio 2012«Soffia sull’intera Europa un piacevole vento di conta e statistiche. Proiezioni nate con il fine esplicito di essere smentite o generare qualche speranza nei cuori dei sognatori più intransigenti. Operazioni con le quali la connaturata instabilità politica ceca va a nozze. Cioè: quando hai la quasi certezza che un esecutivo o coalizione al massimo dura un paio di anni, almeno divertiti con i numeri del successivo. Da un punto di vista meramente cronologico gli ultimi dati forniti dalla agenzia STEM* sono i seguenti: l’attuale e principale partito di opposizione ČSSD [i socialdemocratici] assieme al KSČM [i comunisti] raggiungerebbero agili quota 138 seggi alla Camera dei Deputati ossia la maggioranza nel contesto di ipotetiche elezioni politiche [ipotetiche fino un certo punto poiché in Repubblica Ceca si voterà sul serio tra non molto tempo.] Altri che finirebbero in parlamento sarebbero l’ODS -corrispettivo di centrodestra del ČSSD- e il Top09 di Karel Schwarzenberg appartenente allo stesso schieramento. Scarseggerebbero viceversa le possibilità di rentrée per i cristiano-democratici del KDU-ČSL, il cui bacino elettorale non parrebbe garantire un superamento della fatidica soglia del cinque percento. Idem il movimento di Radek John Věci Veřejné che -progettato con intenti di rottura e portavoce di istanze di trasparenza- ha impiegato pochi mesi ad impelagarsi in scandali e scivoloni che affosserebbero carrozzoni ben più rodati» [continua qui.]
* Středisko empirických výzkumů cioè «centro studi empirici». Società con sede in un bel palazzone praghese. Analisi ri-pubblicata da České Noviny.
Lo zoo Šklovskij e Praga reloaded.
4 maggio 2012Nasce Café Golem. Qui e qui pezzettini passati per il Válečky.
Su «East Journal.»
2 maggio 2012«Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali la quasi totalità degli interlocutori sorvola. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo. Allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano, funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. Lo conosci? chiede il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare, confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. Non il musicista. Lo scrittore. Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: certamente lo conosco. Quindi: che brutta fine ha fatto. La conversazione viene liquidata con un poveraccio cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia una summa di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appaia doveroso.» [Continua qui.]
Austerità.
19 aprile 2012On «East Journal.»
18 aprile 2012«Sul fenomeno dei pirati è stato scritto molto [esempio: East Journal qui] e c’è ragione di credere che quello appena trascorso sia stato un biennio quantomeno riuscito per la formazione. Successi elettorali, visibilità e funzionali casse di risonanza per gli obiettivi prefissati. In Germania vale quanto si dice talvolta nel meteo con il fronte freddo: arriva dal Baltico. Scende da nord [il Piraten Partei tedesco è filiazione dello svedese Piratpartiet del 2006] e -organizzata una struttura sovranazionale: i Pirati Europei- eccoli pronti per riunirsi a Praga. Scopo del meeting organizzare una piattaforma comune in vista delle elezioni al parlamento europeo del duemilaquattordici. Il piano è spiegato al České noviny da Mikulas Ferjencik, vicepresidente del Česká pirátská strana. I pirati cechi. Si tratta di stilare un documento che dovrà essere approvato dai pirati delle singole nazioni, ad oggi venticinque nel vecchio continente e una sessantina sparsi per il mondo. A modello -ma senza atteggiamenti cattedratici poiché sarebbero poco piratesco- la delegazione arrivata dalla Germania, dimostratasi capace di proporre programmi in grado di convincere sostanziose fette di elettorato su più livelli.» [Continua qui.]
On «East Journal.»
4 aprile 2012«Una volta [e non era tanto, tanto tempo fa] Eric Hobsbawm si espresse più o meno in questo modo sull’argomento: assieme alla fine del comunismo è scomparsa una mole enorme di valori, abitudini e pratiche sociali che avevano segnato la vita di intere generazioni nella ex URSS e paesi da essa controllati. Dobbiamo così riconoscere quanto profondi e gravi siano risultati gli shock e le disgrazie in termini umani verificatesi in conseguenza di questo brusco e inaspettato terremoto sociale. Non è questa la sede più adatta -o forse lo sarebbe tuttavia è sempre complicato e rischioso misurarsi nell’esercizio in poche battute- per valutare la correttezza degli aggettivi brusco o inaspettato. Dunque limitiamoci a sottolineare come senza dubbio di shock si trattò, e pure vi seguirono una discreta sequenza di disgrazie.» [Continua qui.]
On «East Journal.»
20 marzo 2012«A Berlino Joachim Gauck viene eletto il nuovo Bundespräsident e da Praga il premier Petr Nečas decide di prodigarsi in istantanee lodi rivolte alla persona e apprezzamenti alla scelta. Le motivazioni devono essere ricercate principalmente nel passato di Gauck, pastore protestante e fiero oppositore del regime comunista in Germania Orientale [ne abbiamo scritto qui e qui] nonché nella larga maggioranza che lo ha sostenuto, prova generale o meno per una futura Große Koalition [soltanto la sinistra propriamente detta del Die Linke si è fatta da parte non appoggiandone la candidatura, cui devono essere sommate un bel numero di astensioni tra i cristiano-conservatori e il liberali]. Il tutto nel contesto di un periodo piuttosto fitto di scambi sull’asse ceco-tedesco che culminerà con la visita in Boemia di Angela Merkel all’inizio di aprile. Buon risalto dell’avvento nei media locali, anche se rimane da definire nei dettagli il programma. Uniche certezze la durata della permanenza [solo un paio d’ore per l’agenzia stampa Česká tisková kancelář via České noviny] e il principale tema in agenda, cioè lo stato delle cose in economia filtrato attraverso la scelta ceca di non aderire al fiscal compact di recente introduzione. Il cancelliere da Berlino arriverà al Pražský hrad nel ventennale della stesura del trattato di cooperazione tra Germania e Repubblica Ceca ma anche in un periodo di evidente difficoltà per il capo del governo Nečas, la cui riconferma alle prossime elezioni pare quantomai problematica. E proprio a tal proposito si segnalano interessanti dibattiti sul futuro scenario politico ceco nell’ottica dei recenti risultati elettorali slovacchi, dove a imporsi è stato lo schieramente socialdemocratico.» [Continua su East Journal.]
Let your balalaika sing: auguri EJ.
18 marzo 2012On «East Journal.»
12 marzo 2012Su East Journal e
Termometro Politico.
«Parrebbero già molto chiare le indicazioni provenienti dal voto di ieri in Slovacchia: larga vittoria per lo Smer -partito di centrosinistra guidato dell’ex premier Robert Fico- che si attesta attorno al quaranta percento dei voti, conquistando la quasi maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Percentuali decisamente minori per i partiti del centrodestra la cui coalizione ha formato il governo uscente di Iveta Radičová, crollato dopo le spaccature inerenti il fiscal compact. Dalle prime ore successive la chiusura dei seggi [le 22.00 di sabato] numeri infatti ad attestarsi tra il 39.6-37.3 per Smer e il 9.9-10.8 del corrispettivo di centrodestra KDH, dunque rispettivamente 75 contro 19-20 seggi. Circa l’8 percento delle preferenze sono andate invece al nuovo movimento OĽaNO di Igor Matovič [14 o 15 seggi] mentre attorno al 7 dovrebbero assestarsi i liberali di SaS per 11-13 seggi. Cifre simili a quelle ottenute dal maggiore dei due partiti della minoranza ungherese in Slovacchia, il Most-Híd, stimabili tra il 6.5 e il 7 percento dei voti per 12-13 seggi [l’altro, il partito della coalizione ungherese Smk, dovrebbe viceversa restare di poco sotto la soglia di sbarramento del cinque percento, pericolo scampato dallo Slovenská národná strana - SAS, il partito nazionalista che proprio di Fico fu alleato nell’esecutivo 2006-2010 e collocato attorno al 5.1].» [Continua su East Journal.]
Tanto per starsene in guardia…
10 marzo 2012…votano in Slovacchia. Tra oggi e domani aggiornamenti su East Journal.
On «East Journal.»
29 febbraio 2012
«Ne riparleremo ma può darsi serva un breve riassunto a due settimane dall’evento. Ossia la tornata elettorale che si terrà in Slovacchia a metà marzo. Trattasi di elezione parlamentare anticipata poiché il governo presieduto dal primo ministro Iveta Radičová è stato sfiduciato sul voto per la ratifica dell’estensione del fondo europeo salva stati dunque è necessaria la chiamata alle urne. Il tutto nel contesto di un diffuso e tangibile distacco verso i partiti capace di generare l’apparente paradosso della moltiplicazione dei partiti stessi: in Slovacchia dal giugno del 2010 ad oggi è stato infatti calcolato quasi un raddoppiamento delle sigle, ricondotto da molti analisti alla necessità di proporre nuovi leader capaci di garantire un ricambio. Dunque oltre ai relativamente nuovi ANO [in slovacco come in ceco significa sì] e al Most-Híd della minoranza ungherese, emblematico in questo senso il caso di Igor Matovič, trentanovenne boss di Obyčajní Ľudia a nezávislé osobnosti [in breve: OL], movimento conservatore nato recentemente da una costola del SaS e ben quotato nei sondaggi. D’altronde nei momenti di scompiglio arriva spesso un tizio dall’aria giovanile a risolvere tutto» [continua su East Journal.]
On «East Journal.»
21 febbraio 2012
Un amico tedesco si prende la briga di sacrificare trenta secondi del proprio preziosissimo tempo [è designer d’interni: a Berlino significa tanto] per scrivermi una mail. Poche righe ma indicative. «Quel ******* di Wulff si è tolto dalle ********. Alla tv hanno persino fatto paragoni con l’Italia degli ultimi quindici anni. Ci pensi?» Ci penso. Ma credo sia doveroso svicolare da ogni parallelismo. Non porterebbe tanto lontano. D’altronde che l’ex Bundespräsident non fosse un monumento di rettitudine si poteva immaginare, così come molti annusarono un possibile passo falso di Angela Merkel al momento dell’insediamento. Sia come sia: acqua passata. Di Wullf già abbiamo scritto qui. Adesso è Gauck il futuro. Gauck è il futuro perché Gauck è il passato. In qualche modo. Doveroso occuparsene visto che tante testate nazionali ed estere definiscono Gauck eroe dell’Est o [più o meno correttamente] il piccolo Havel della DDR. Breve bio: pastore attivista per i diritti umani in Germania Orientale fu nel 1989 figura di spicco del movimento Neues Forum che divenne nel 1990 Bündnis 90 [Alleanza 90] assieme a Demokratie Jetzt [Democrazia Adesso] e l’Iniziativa per la pace ed i diritti civili [Initiative für Frieden und Menschenrechte]. Quindi -garanzia di rottura effettiva, sia mai ci fossero stati dubbi- a seguito della elezione a deputato divenne presidente della commissione speciale per il controllo dello scioglimento della Stasi, i servizi segreti della Germania comunista. [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
18 febbraio 2012
«Casomai qualcuno non lo sapesse: il patrimonio UNESCO è composto anche dalla cultura immateriale di un luogo. Presso la sede dell’ambasciata italiana a Berlino il dato mi viene sottolineato da un pool di esperti nel corso di una conferenza a tema, aperta e chiusa da catering con eccellenti vini bianchi. Tuttavia l’iter per entrare nel club non è tra i più agili e richiede numerosi passi.
Jaroslav Kostečka è il segretario della Českomoravská myslivecká jednota [l’associazione ceca dei cacciatori, gruppo il cui simbolo è un cervo dall’aria comprensibilmente afflitta*] e spiega che la caccia è stata di recente inserita nella lista del patrimonio culturale immateriale ceco. Ciò risulterà ottimo viatico per raggiungere la quota UNESCO. Dovere di cronaca impone di ricordare altri elementi della cultura immateriale ceca presenti nel club: la danza del sud-est moravo chiamata verbunk [o verbounko o verbunko o verbunkas o werbunkos o werbunkosch o verbunkoche. In ogni caso derivazione dal tedesco werben], la falconeria, la cavalcata dei re di Vlčnov [o Jízda králů. Sfilata di costumi che si tiene in maggio nella quale un fiume di persone coloratissime invadono le strade di una città minuscola], le maschere carnevalesche e tradizioni della zona di Hlinsko in Boemia orientale.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal» reloaded.
15 febbraio 2012
In occasione della visita a Roma [di risalto zero sui media
sia italiani che tedeschi: amen] del presidente Wulff , ecco riproposto
l’articolino che uscì su East Journal circa un mesetto fa.
Berlino. Un silenzio opprimente accompagna gli spostamenti per la città dell’italiano di ritorno in Germania. Specie quando ti presenti nei bar capita di sentire d’un tratto la tremenda nostalgia per le domande sull’ex premier nostrano, qui al centro di interminabili dibattiti e imprescindibile nucleo in fiumi di constatazioni. Ai tempi infatti bastava un niente per erigerti a paladino delle libertà ferite. Di contro l’attuale primo ministro, il «genero perfetto» [cit. Süddeutsche Zeitung], offre minimi spunti dialettici e nessuna possibilità d’ironia dozzinale a chi non ne capisca il sofisticato linguaggio. Sia come sia è storia vecchia e ormai logora. Finisce quindi che parliamo di calcio con occhi bassi e imbarazzo. Ma la Schadenfreude [il piacere provocato dalle sfortune altrui] è stimolo non gestibile dunque, finita la seconda birra, succede che sia tu a chiedere al berlinese di turno qualche impressione sul recente scandalo che ha coinvolto il presidente federale tedesco Christian Wulff. Ovviamente nulla di paragonabile ai botti cui siamo stati abituati nel passato più recente. Solo la scoperta di un prestito a tassi agevolati che l’attuale Bundespräsident avrebbe richiesto ad un imprenditore e conseguente telefonata alla Bild per bloccare un articolo sulla vicenda.
Contestualizzando la storia del prestito risale al 2009, anno nel quale Wulff ancora ricopriva la carica di governatore della Bassa Sassonia. Il prestito fu di 500.000 euro -a tasso agevolato: ecco il punto dolente- e venne richiesto a un amico affarista chiamato Egon Geerkens. Wulff all’inizio nega che Geerkens gli abbia prestato direttamente il denaro, sostenendo di avere trattato con la moglie. Versione contraddetta dallo stesso Geerkens il quale già causò guai a Wulff pagandogli qualche anno prima le spese di un viaggio aereo. Trama da fiction tv in salsa Niedersachsen. Si va avanti.
La Bild, popolare giornale tedesco [popolare da intendersi nella accezione di tabloid generalista-populista puntualissimo su nudi femminili e scandali di vip semi-sconosciuti] si interessa della storia e scrive un editoriale critico. Wulff viene a sapere del pezzo e prova a bloccarne la pubblicazione telefonando al direttore responsabile Kai Diekmann, il quale tuttavia fa uscire ugualmente l’articolo. L’accusa è di avere mentito nel febbraio del 2010 davanti al parlamento della Bassa Sassonia negando i rapporti con Geerkens. Si trattava di una interrogazione parlamentare: roba grave.
Poi succede che Wulff va in tv* per difendersi ma non convince nessuno. Ammette la telefonata alla Bild e bolla il tutto come errore per il quale chiedere toccanti scuse. Tuttavia desidera specificare che non intendeva bloccare la pubblicazione del pezzo quanto esclusivamente rimandarla. Diekmann assiste allo spettacolino e chiede a Wulff il permesso di rendere pubblica la trascrizione del minaccioso messaggio che Wulff stesso avrebbe lasciato sulla sua segreteria telefonica. L’auto-incoronamento del Bundespräsident a «vittima dei media» è diretta conseguenza di questo stato di cose. Ad ogni modo nessuna intenzione di dimettersi da parte di Wulff nonostante i fiumi di critiche che stanno arrivando sia dalla stampa storicamente ostile che da quella amica [di centrodestra. Più o meno cattolica e conservatrice].
Al momento della stesura di questo post è un piovoso pomeriggio di domenica otto gennaio e qui attorno si sente un gran brusio. Infatti, nonostante i tentativi di gettare acqua sul fuoco, sia la Merkel che il vice Rösler starebbero cercando un sostituto di Wulff in caso di dimissioni. Qualcuno che verrebbe accettato anche dal principale partito del centrosinistra SPD, evitando così di impantanarsi in logoranti e [per la maggioranza] pericolosi scontri a nemmeno un anno dal voto.
Nella giornata di sabato davanti al palazzo-residenza di Wulff a Bellevue qualche centinaio di manifestanti hanno bandito scarpe al cielo: mutuiamo quello che possiamo dalle proteste nel mondo arabo sperando in un terreno non troppo umido [è periodo di pioggia in Germania]. Nessuna calzatura è stata scagliata contro le luccicanti vetrate dell’edificio ma resta evidente il disappunto. In zona il ruolo di presidente della repubblica è quasi esclusivamente rappresentativo e paiono mal digeriti individui ritenuti non impeccabili a ricoprirlo**. Consequenziale quanto, ad ogni latitudine [e ognuno con i rispettivi standard nazionali] il problema sia andare a scovare dove si nascondono quelli impeccabili. Sia mai esistano davvero.
* Per chi masticasse il tedesco, ecco il filmato integrale. In soli 21 minuti il wulff-pensiero sull’accaduto, correlato da sguardi liquidi e sorrisi magnetici.
** Wulff è anche sospettato da molti media di avere ricevuto dalla banca regionale del Baden-Württemberg un secondo prestito a condizioni vantaggiose grazie al ruolo che svolse alcuni anni fa durante il riassetto della casa automobilistica Porsche: un habitué per alcuni.
On «Europa Futura.»
13 gennaio 2012
2-2011.
«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato]. E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali]. Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti. Senza contare quanto si tratti di un organismo in continua evoluzione e difficilmente inquadrabile, l’Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni fa venivano tirati in ballo argomenti adesso [è lecito augurarselo] un filo sorpassati e démodé: un bel po’ d’acqua è passata sotto i pittoreschi ponti locali e non accorgersene sarebbe indicativamente sospetto. Per dirne una Jiří Pehe -ex collaboratore di Havel e sofisticato analista ceco- nel duemilasei si domandava se fosse proprio l’Europa centrale il problema dell’Unione Europea: il riferimento andava alla tendenza alnazionalismo e al populismo che molti percepiscono come caratteristica radicata e esclusiva di questa fetta di mondo, unita alla persistente sfiducia nell’EU di certi anziani ma non solo. Tuttavia le cose sono cambiate e spesso in meglio, nell’ultimo quinquennio, nonché certe titubanze si sono dimostrate del tutto infondate. Seguono alcuni casi.»
Continua qui.
«Europa futura.»
8 gennaio 2012
Qui.
On «East Journal.»
22 dicembre 2011
Un aspetto piuttosto intrigante da sottolineare riguardo la morte di Václav Havel è che in questi giorni a celebrarne la memoria siano, per buona parte, individui che hanno smesso di essere bambini nel 1989. Una generazione di trenta-trentacinquenni con esistenze tagliate in due dalla Sametová revoluce, nomignolo bruttino di marca occidentale traducibile con rivoluzione di velluto. Certo taluni provati dalla crisi internazionale ma altri [un numero più corposo rispetto a certi esteri] protagonisti attivi della affermazione di uno stato dinamico e in crescita. Tizi che in quel novembre di ventidue anni fa avevano dieci anni e tendenzialmente capivano poco di quanto stesse accadendo tra Václavské náměstí e la Laterna Magica. I motivi dell’entusiasmo dei genitori miscelato alle rispettive paure solo coperte dal tintinnare delle chiavi davanti al museo nazionale. Si gridava «Havel na Hrad», che significa «Havel nel Castello»: questa la volontà. Havel nel castello ci finì sul serio e da lì tutto ebbe [nuovo] inizio.*
Adesso i giornali celebrano a dovere -o come meglio credono- Havel. Il rivoluzionario intellettuale dissidente baffuto comico drammaturgo forse inadatto presidente con abitudini strane e strane frequentazioni. Che continuino a farlo. Idem la blogosfera, terra di mezzo nella quale ognuno ha da riassumere la biografia di Havel o raccontare il personalissimo aneddoto al riguardo. Mano più o meno calcata sul presupposto abbandono di molti cechi alla causa haveliana attorno la fine dei novanta è indice di quanto l’autore voglia innalzarsi a critico integerrimo o ammirabile conoscitore del soggetto. Poco importa. Qualcuno ha scritto che nessun ceco potrà mai riassumere Havel in una frase. Figuriamoci un alieno.
Funerali fissati per venerdì nella Cattedrale di San Vito a Praga. Posticino [Praga] da Havel restituito all’Occidente secondo una felice definizione di Sandro Viola. La bara verrà trasportata sopra un carro militare come già accadde per Tomáš Garrigue Masaryk** nel 1937, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia [in zona si tiene tanto a questa estetica da interregno tra le due guerre]. Per adesso si abbassino le bandiere a Praga, nella intera Repubblica Ceca e Bruxelles o Strasburgo. Davanti al Parlamento Europeo e la Nato. Il consiglio di martedì inizi con un minuto di silenzio e tutti in piedi, lì o nella birreria di Karmelitská immersa nel fumo. Tanto è uguale. [continua su East Journal.]
* Ecco. Questa frase la cambierei.
On «East Journal.»
14 dicembre 2011
«Un buon cronista deve possedere il dono della sintesi e rapportarsi con Václav Klaus, capo di stato ceco, aiuta sempre in questo senso. Infatti, suonando musiche assai simili tra loro da circa un ventennio, il presidente lo inquadri facile facile. Stando agli avvenimenti di questi giorni eccolo quindi a dichiarare esattamente ciò che tutti immaginavano avrebbe dichiarato alla prima occasione propizia [nello specifico una intervista radiofonica]: la Repubblica Ceca convive con un deficit che, come potete constatare, non è in grado di eliminare. In questa situazione sarebbe [perciò] da irresponsabili aumentare il nostro debito fornendo ulteriori prestiti a paesi fortemente indebitati, cosa che rimanderebbe l’identificazione di una soluzione reale [qui messa giù lievemente editata. Per chi masticasse con fluidità l’idioma locale ecco il testo riportato da České Noviny: Česká republika sama žije s deficitem, který, jak je vidět, není schopna eliminovat. V této situaci by bylo nezodpovědné naše zadlužení zvyšovat poskytováním dalších půjček pro extrémně zadlužené země.] Contestualizzando: la Repubblica Ceca dovrebbe contribuire al fondo salva-stati [l’Efsf: European financial stability facility] con 3,5 miliardi di Euro, l’equivalente di 89 miliardi di corone. Sulla decisione Klaus ha poi aggiunto che nessuna scelta dovrà essere dettata dalla paura per il possibile isolamento conseguente un no, che in ceco sarebbe un ne.» [Continua su East Journal.]
Radio radicale: e due.
20 ottobre 2011On «East Journal.»
25 luglio 2011«C’è un dibattito in zona che pare destinato a non estinguersi mai e riguarda i vecchi scatoloni edificati nel quarantennio trascorso dalla Mitteleuropa sotto il celebre ombrello sovietico™: due i quesiti in ballo. Primo: quale dei suddetti scatoloni sarebbe da demolire e quale dapreservare, magari persino tutelandolo con periodiche mani di vernice o stucco? E secondo: giusto oppure sbagliato sforzarsi nel non associarli all’alone di negatività e fastidio che fisiologicamente avvolge buona fetta di quanto concerne il periodo, anzi trattarli come normalissimi palazzi all’interno di un normalissimo tessuto urbano? Tradotto: brutti sono brutti ma mica è colpa loro se c’era il partito unico e la censura e la polizia di frontiera. Senza contare quanto, visto l’andazzo, nessuno può avere la certezza che saranno sostituiti da edifici più graziosi a seguito della rimozione. Tuttavia qui tocchiamo la sfera del gusto personale e atteniamoci ai dati.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
13 luglio 2011
«Era riscontrabile una diffusa simpatia in parte di quel che fu l’ex blocco sovietico nei confronti di Ronald Reagan: forse a causa dell’aspetto e dello stile dell’ex presidente statunitense, sensibilmente differenti dal grigiore dell’apparato comunista, o forse per reale persuasione della bontà delle sue idee, bendisposto come fu verso una Europa centro-orientale e una Unione Sovietica migliorabili. Nella norma i cittadini apprezzano quando lo straniero sceglie di battersi per loro e l’arrivo dei nostri è meccanismo che raramente si inceppa o decade. Differenti punti di vista: per alcuni Reagan fu chiave della caduta dell’Impero del Male™ [celebre definizione del Nostro, poi ripresa e allargata] mentre per altri già si trattava di sistema logoro e Reagan ne avrebbe solo anticipato un po’ il collasso con i propri modi diretti e certe capacità di mediazione. Sia come sia, il reaganismo di ritorno è fenomeno attualmente in voga a molte latitudini -non solo in zona- spinto da riletture e assoluzioni più o meno a trecentosessanta gradi: restiamo in fiduciosa attesa del remake di Top Gun.» [Continua on East Journal.]
Prendere una testata.
27 giugno 2011
Raro caso nel quale fa piacere. Complimenti a tutti.
On «East Journal.»
20 aprile 2011
«[...] East Journal numerozero, ottanta pagine scaricabili in un normale pdf o in versione e-book. Reportage, approfondimenti e dossier, contributi nuovi e di ampio respiro che difficilmente avremmo potuto proporvi sul web. Contestualmente riproponiamo alcuni articoli pubblicati nel corso dell’anno, e che risultano sempre attuali. Una vera e propria rivista, scaricabile gratuitamente come sempre. A questo link invece la potrete vedere come e-book.» [On East Journal.]
On «East Journal.»
8 aprile 2011[Su East Journal Magazine n.2]
«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato.] E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce, o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali.] Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti.» [Continua on East Journal.]
«East Journal magazine» volume due.
30 marzo 2011«East Journal compie un anno e per festeggiare vi fa un regalino, sperando sia cosa gradita. A voi il secondo e-magazine, sessanta pagine di approfondimenti, inchieste e nuovi articoli. Lo potete scaricare in East-magazine marzo [senza troppi colori, nel caso lo voleste stampare] o consultare direttamente on-line in forma elettronica.» [Qui.]
…auguri, G.
On «East Journal.»
11 marzo 2011
«È evidente come la situazione in Libia potrebbe divenire un serio problema per moltissime nazioni o organismi sovranazionali, e non solo per i principali stati [o potenze] mediterranei come Francia, Spagna e Italia. Dunque sulle faccende riguardanti Gheddafi più o meno tutti mettono bocca in queste settimane, da coloro i quali avrebbero modo di intervenire militarmente [gli Stati Uniti] a chi riuscirebbe a influire davvero sulla economia di guerra [la Russia bloccando non solo parzialmente il commercio di armi] fino a tizi che meno peso hanno nelle dinamiche nordafricane ma per i quali la radicata tendenza all’analisi dimostrata nell’ultimo ventennio -nonché i ruoli, effettivi e formali, ricoperti- comporta l’obbligo di dire qualcosa [Havel e Klaus per la Repubblica Ceca, vale a dire i capi di stato a Praga nel post-89.]» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
4 marzo 2011
«Petr Nečas guiderà il governo formato dalla coalizione dei tre partiti di centrodestra ODS, TOP 09 e Věci Veřejné, sostituendo l’esecutivo del tecnico Jan Fischer, chiamato a sua volta a rimpiazzare quel Mirek Topolánek franato un anno fa [era, con apprezzabile tempismo, il maggio del duemilanove: pieno svolgimento della presidenza ceca dell’Unione Europea.] La cerimonia è avvenuta come da tradizione nello sfarzo barocco del Pražský Hrad previa giuramento davanti al Presidente della Repubblica Václav Klaus il quale -in un breve discorsino- ha ricordato ai presenti di essere a quota sei Primi Ministri nominati dal duemilatré; tra le parole di Klaus un certo orgoglio per l’esperienza maturata nel settore ma anche qualche dubbio inerente la stabilità di un posto che cambia sei Primi Ministri in sette anni; Nečas da parte sua si è limitato a rispondere specificando quanto sia un onore poter collaborare con il Presidente e non prestando troppa attenzione alla inquietante galleria di teste che lo ha preceduto.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
3 febbraio 2011
«Da qualche giorno si aggira per Praga un nuovo ambasciatore degli Stati Uniti d’America; il signore risponde al nome di Norman Eisen e -faccenda tirata in ballo come credenziale imprescindibile all’incarico- ha madre slovacca e padre polacco [a Washington è fondamentale che tutto torni, almeno su un livello areale.] Notizia degna di menzione poiché si trattava di incarico vacante da un biennio, ossia dal giorno nel quale Richard Graber lasciò la città a seguito della scadenza del mandato assegnatogli da Bush jr. Eisen -la cui permanenza risulta essere al momento di un solo anno, sebbene prorogabile- è stato ricevuto sia dal capo di stato Václav Klaus che dal Ministro degli Esteri Schwarzenberg: i primi mesi del nuovo ambasciatore paiono fitti di impegni e pendenze quindi nessuna perdita di tempo. Sul taccuino a spiccare il nodo inerente l’ampliamento della centrale nucleare di Temelín, l’aggiunta di due reattori [opera in agenda da un pezzo ma stoppata per il crollo della Unione Sovietica: vallo a immaginare] tramite una gara d’appalto. Tra le società partecipanti la statunitense Westinghouse, i russi – cechi Škoda JS-Atomstroyexport e la francese Areva. Inoltre, con Schwarzenberg Eisen ha discusso di politiche estere, ringraziando la Repubblica Ceca per la partecipazione attiva all’impegno militare in Afganistan.» [Continua su East Journal.]
On «Radio Radicale.»
27 gennaio 2011«East Journal» su Passaggio a Sud Est di Roberto Spagnoli.
Lustracja on «East Journal.»
25 gennaio 2011
Nuova veste grafica [in fieri] di East Journal. Nuovi articoli. Nuove firme e vecchie conoscenze. Perché there’s no place like home.
On «East Journal.»
21 gennaio 2011
«L’abituale e pratica coltre di nebbia che parrebbe avvolgere tutto è di nuovo scesa su Minsk, a seguito del picco mediatico risalente a qualche settimana fa [East Journal ha trattato l’argomento qui e qui.] D’altronde si tratta di prassi radicata e c’era da aspettarsi la fuga di cameraman terminati gli scontri post-elettorali. Questo il motivo per il quale riportare notizie inerenti le vicende bielorusse è sia il classico dovere di cronaca quanto un modo per provare a tenere vivo l’interesse -e alto il livello di guardia- nei confronti di realtà così stridenti all’interno del panorama europeo. L’occasione per tornare a puntare lo sguardo in zona viene fornita stavolta dal ministro degli esteri ceco Schwarzenberg, invitato ad esprimersi al riguardo nel corso di una conferenza sulle priorità delle politiche estere praghesi all’interno della scena comunitaria: posizioni contrarie a un taglio dei rapporti con la Bielorussia ma sanzioni che siano reali contro i politici bielorussi, per esempio limitando loro le opportunità di viaggiare all’estero.» [On East Journal.]
On «East Journal.»
14 gennaio 2011
«Le recenti polemiche scatenate dalla nuova legge sui media approvata in Ungheria dal governo di Viktor Orbán [East Journal ne ha parlato qui] contribuiscono, tra le altre cose, a porre l’accento su un aspetto piuttosto spinoso per l’Europa centro-orientale, vale a dire il rapporto non propriamente agevole che i singoli stati dell’area si sono trovati ad avere con i vertici comunitari ogni qualvolta sia toccata a loro la presidenza di turno dell’Unione; è capitato nel 2009 alla Repubblica Ceca e accade ora all’Ungheria, la quale presiede il consiglio EU dal primo gennaio duemilaundici e in carica resterà fino al trenta giugno. Naturalmente si tratta di una casistica ancora limitata [nei fatti solo Repubblica Ceca e Ungheria hanno rappresentato l’Europa centrale nel ruolo, più la Slovenia per l’area balcanica] tuttavia sono stati tantissimi gli scivoloni cechi, così come non si direbbe iniziata nel migliore dei modi l’avventura ungherese [la Slovenia, viceversa, se l’è cavata con agilità sebbene -dicono gli inguaribili scettici- soltanto perché s’è ritrovata sullo scranno prima della crisi economica che ha rovesciato il banco comunitario, e non solo.] Inoltre pare doveroso sottolineare quanto l’Ungheria non sia che all’inizio del proprio percorso e avrà tutto il tempo che le serve per dimostrare di essere una democrazia sulla quale poter fare affidamento, guidata da un solido e rispettabile esecutivo.» [On East Journal.]



















