
Materiale pubblicato tra il 2010 e il 2011
su Europa Orientale di Domani. In vista
della chiusura del sito riscaldo la zuppa.
La mia pagina è [era?] questa.
I titoli non sono miei.
1. «I turchi votano sinistra ma non lo vogliono dire» [cit.]
29-03-2010. Berlino.
Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di «lavoratori ospiti» dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco.
La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini «vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico». Le polemiche e il dibattito che ne seguì furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future.
Da sempre orientata con decisione verso la Spd e i verdi, la componente turca in Germania ebbe secondo alcuni un ruolo notevole ai tempi della ultima campagna elettorale di Schröder, quando il cancelliere si spese per l’adesione della Turchia alla EU contrapponendosi ad Angela Merkel, la quale invece avrebbe preferito lavorare per una «partnership privilegiata», che per altro già esisteva. La tesi di Schröder era di accogliere un Islam moderato che sarebbe stato la migliore precauzione contro derive e fanatismi. Vinse la Merkel.
I dati riportano come la posizione della comunità turca non sia cambiata sostanzialmente con le elezioni del duemilanove; il grande successo -già ridimensionato, per altro- dei liberali di Westerwelle non può certo essere accreditato al voto turco.
Berlino è città particolare sotto una moltitudine di aspetti tuttavia è la capitale e il più esteso centro urbano dunque una decorosa torretta sulla quale arrampicarsi per dare un’occhiata al fenomeno. La comunità turca cittadina dovrebbe contare circa 150.000 individui e mentre alcuni zone -tra le quali le centralissime Mitte e Prenzaluer Berg- ne sono quasi totalmente prive, altre come Wedding, Neukolln e Kreuzberg hanno ormai radicata una forte connotazione etnica. Per la maggior parte si tratta di persone nate in Germania o residenti in suolo tedesco da anni e nelle chiacchiate si preferisce evitare di esprimersi sui singoli partiti, o forse questo succede soltanto quando l’interlocutore è uno sconosciuto come me. Piuttosto viene ribadito quanto, soprattutto in un periodo come questo di notevoli distanze da elezioni di vario tipo, sarebbe preferibile focalizzare l’attenzione su richieste e necessità che dovrebbero prescindere dai singoli schieramenti [è utopia diffusa questa che, in determinate situazioni, conservatori e progressisti possano agire nello stesso modo]. Più sicurezza sociale e risposte alla crisi, magari in fase decrescente ma ancora evidentemente ben capace di destare preoccupazioni.
Il fatto che gli adolescenti turchi facciano gruppo a parte nei locali e sulle pensiline della U-Bahn non viene letto come un grosso guaio, o indice di qualche guerra in vista contro coetanei tedeschi. Il guaio -si conclude- è piuttosto quando la politica a qualsiasi livello dimentica o finge di spendersi per le fasce più deboli della popolazione. Farà comodo ricordare che questo vale esattamente per i turchi-tedeschi come per i tedeschi-tedeschi.
Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, anche con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano e certe frasi di Erdoğan che avrebbe negato il genocidio degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano.

2. Praga [che] vuole cambiare faccia.
12-04-2010. Praga.
Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «I ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era molto elegante d’aspetto e non manifestava interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco -così come da uno di Dresda o un viennese- parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. Mi ricollego a quanto scrive Angela de Gregorio in La Repubblica Ceca:
Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società (ceca) anche grazie a una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte d’Europa.
Dunque riappropriazione della propria natura continentale dopo l’uscita dall’«ombrello sovietico» e sempre minori differenze sia con i coetanei dei paesi confinanti che con quelli provenienti dalla [termine orrendo] «vecchia Europa». Ecco a grandi linee un quadretto dei trentenni in Repubblica Ceca, prima generazione ad affermarsi nel mondo del lavoro dopo una bella fetta di esistenza trascorsa in democrazia e con ampie possibilità -spesso sfruttate- di gironzolare in Europa e nel mondo. Ma quali sono le priorità che chiedono alla politica? Domanda complicata ed a enorme rischio generalizzazione, tuttavia attuale visto che tra quaranta giorni circa ci saranno le elezioni e tutti a Praga e dintorni saranno chiamati a esprimersi.
Breve riassuntino, forse necessario, della situazione in zona: al momento in Repubblica Ceca governa un esecutivo guidato dal tecnico Jan Fischer, che ha sostituito il primo ministro Mirek Topolánek durante lo sgangherato semestre di presidenza europea, mentre al Pražský hrad siede come presidente quel Václav Klaus che l’Europa non la può vedere nemmeno in cartolina. Topolánek e la Ods -Občanská demokratická strana, il partito civico democratico di centrodestra- ha vinto le passate elezioni battendo assieme ai verdi del Demokratická strana zelených i socialdemocratici del ČSSD di Jiří Paroubek.
Il tentativo di chiarirmi le idee avviene in una birreria di Dejvická, prima periferia della capitale. I miei interlocutori sono tutti giovani professionisti più o meno stabili da un punto di vista lavorativo; principalmente architetti, designer e pubblicitari con mansioni che fingo di capire, nessuno di loro ha perso il lavoro con la crisi. E certo la tendenza a screditare la politica è faccenda piuttosto diffusa anche qui e in pochi si aspetterebbero un futuro migliore dalla elezione di questo o quest’altro individuo. Molti si trovano d’accordo su quanto alla fine sia possibile andare avanti solo per spinte e spintarelle [ebbene la cosa accadrebbe anche al di fuori dell’Italia] tuttavia -per quanto debba specificare che si tratti di un campione piuttosto ristretto e reduce da molte pinte- è possibile notare una certa uniformità di pensiero nelle risposte alla mia prima domanda: «quali dovrebbero essere le priorità del partito da votare?» Risposta: ricambio generazionale, maggiore presenza di donne [ovviamente ad affermare ciò le signorine in sala, ma anche i ragazzi paiono onestamente convinti] e soprattutto un deciso cambio di marcia nelle politiche estere, con conseguente maggiore peso, prestigio e responsabilità della Repubblica Ceca in seno all’EU. Successivo quesito, anch’esso piuttosto scontato ma inevitabile: «e quali partiti o movimenti meglio rappresentano ciò?» La risposta contiene elementi interessanti.
Rapido salto oltre il confine. Nella vicina Germania si è assistito di recente a ciò che comunemente viene chiamato «il lento declino dei Volksparteien», vale a dire dei maggiori partiti che hanno segnato la storia della nazione pre e post-unificazione: la Spd e la Cdu, capaci di prendere il novanta percento dei consensi nel settanta, l’ottanta negli ottanta, il sessanta nei novanta e via a scendere. Al momento sembrerebbe che la stessa cosa stia verificandosi anche in Repubblica Ceca attraverso la preferenza che i miei interlocutori concederebbero a due nuovi movimenti guidati da una coppia di individui diversissimi tra loro, per quanto entrambi abili a capire gli umori di una buona fetta di elettorato: i nomi dei partiti sono Top 09 e Věci veřejné, quest’ultimo traducibile più o meno con «la cosa pubblica, l’amministrazione di tutti».
I rispettivi leader si chiamano Radek John e Karel Schwarzenberg, tizi opposti sia da un punto di vista fisico-mediatico che di storie personali: il primo infatti è un giovanilistico scrittore/giornalista/sceneggiatore con trascorsi da attivista in difesa di prostitute e tossicodipendenti, mentre il secondo un esperto ex ministro e Sua Altezza Serena [il nome completo di Schwarzenberg è Johannes Nepomuk Karl Josef Norbert Friedrich Antonius Mena Wratislaw zu und von Schwarzenberg.]
Fattori a premiarne i programmi -pur con la consapevolezza che imporsi in solitaria sarà impossibile e servirà accordarsi con i fratelli maggiori- appunto un ventilato rinnovamento generazionale, una maggiore presenza di donne nella dirigenza nonché lo sguardo più europeista in politica estera di cui sopra.
E sebbene cosa ciò voglia dire nello specifico resti ancora un po’ fumoso nella bocca di molti, è ben delineata l’assoluta necessità di non ripetere i recenti errori screditanti di Klaus e Topolánek nei mesi appena trascorsi, i continui rinvii alla ratifica del Trattato di Lisbona, le frasi fuori posto e il conseguente scetticismo nei confronti della Repubblica Ceca da parte di gran parte della stampa -e non soltanto- estera. Chi è cresciuto in una Europa diversa si aspetta un diverso approccio con l’Europa; è la nuova generazione sulla quale molto si è scritto, drammatizzandoci e ricamandoci a dovere, capace di mischiare i ricordi d’infanzia delle vacanze sul Baltico a quelli di qualche anno dopo in Spagna o in Italia, e le file ai posti di blocco con quelle al gate Ryanair; che ha saputo scoprire un mondo diverso senza cadere nella facilissima trappola del nazionalismo, come invece è accaduto in stati vicini, e che con la propria ottima educazione sta contribuendo al progresso scientifico e culturale non solo nazionale ma di tutta Europa. Affrontare e comprendere il passato ma anche superarlo e guardare avanti. In tedesco c’è una parola per questo, un po’ complicata ma dal suono elegante: Vergangenheitsbewältingung. In ceco non so. Ad ogni modo gli zonenkinder della Hensel piano piano iniziano a ricoprire incarichi di rilievo in Repubblica Ceca, votano e talvolta il voto lo chiedono. È la prima volta che accade e sarà interessante seguirne gli sviluppi.
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