«Soffia sull’intera Europa un piacevole vento di conta e statistiche. Proiezioni nate con il fine esplicito di essere smentite o generare qualche speranza nei cuori dei sognatori più intransigenti. Operazioni con le quali la connaturata instabilità politica ceca va a nozze. Cioè: quando hai la quasi certezza che un esecutivo o coalizione al massimo dura un paio di anni, almeno divertiti con i numeri del successivo. Da un punto di vista meramente cronologico gli ultimi dati forniti dalla agenzia STEM* sono i seguenti: l’attuale e principale partito di opposizione ČSSD [i socialdemocratici] assieme al KSČM [i comunisti] raggiungerebbero agili quota 138 seggi alla Camera dei Deputati ossia la maggioranza nel contesto di ipotetiche elezioni politiche [ipotetiche fino un certo punto poiché in Repubblica Ceca si voterà sul serio tra non molto tempo.] Altri che finirebbero in parlamento sarebbero l’ODS -corrispettivo di centrodestra del ČSSD- e il Top09 di Karel Schwarzenberg appartenente allo stesso schieramento. Scarseggerebbero viceversa le possibilità di rentrée per i cristiano-democratici del KDU-ČSL, il cui bacino elettorale non parrebbe garantire un superamento della fatidica soglia del cinque percento. Idem il movimento di Radek John Věci Veřejné che -progettato con intenti di rottura e portavoce di istanze di trasparenza- ha impiegato pochi mesi ad impelagarsi in scandali e scivoloni che affosserebbero carrozzoni ben più rodati» [continua qui.]
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11 maggio 2012«’Cause I try and I try and I try and I try.»
26 gennaio 2012
Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un secondo salto all’indietro.
* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.
Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ad oggi molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi. Ossia direbbero stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.
TOP09 è naturalmente finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra e dirottarsi sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno dopo anno. Perché arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo. Come in tutto.
On «East Journal.»
16 aprile 2011«Trattasi forse di licantropia politica tuttavia riconosciamo nella faccenda una dose apprezzabile di pragmatismo: a Praga l’accordo per la composizione del futuro consiglio comunale tra l’Ods [Občanská demokratická strana, il principale partito di centrodestra] e i socialdemocratici del ČSSD è stato raggiunto in piena notte, trasformando così una curiosa ammucchiata di individui scalpitanti in una ordinata Große Koalition che -se anche durerà un mese- quantomeno all’alba può presentare il tratto distintivo dell’equilibrio. I fatti: le elezioni locali di metà ottobre [ne abbiamo trattato qui], tornata nella quale è stato un terzo partito a risultare vincitore in città [il Top09 del ministro degli esteri Karel Schwarzenberg, centrodestra dunque alleato con l'Ods e Věci veřejné nel governo Nečas] hanno decretato un sostanziale equilibrio nei voti capace di generare alcune turbolenze e le fisiologiche battaglie per la prevaricazione. Tuttavia dopo i sempre presenti tempi tecnici per scannarsi e accorparsi, alle prime luci di martedì la creatura è stata mostrata alla cittadinanza: cinque seggi andranno all’Ods, cinque al ČSSD. L’Ods gestirà le politiche di sviluppo urbanistico, il ČSSD i trasporti. Il nuovo sindaco di Praga sarà probabilmente Bohuslav Svoboda dell’Ods, ginecologo dunque con una certa familiarità nei travagli [quello della notte scorsa non è stato un parto facilissimo, battono le agenzie-stampa], destinato a sostituire Pavel Bém, primo cittadino in carica dal 2002 [rieletto nel 2006] e celebre per i ripetuti screzi con l’ex premier Topolánek con il quale condivide il partito ma ben pochi punti di vista; resterà invece fuori dal consiglio cittadino il vertice del ČSSD praghese Petr Hulinský» [continua su East Journal.]
On «East Journal.»
1 marzo 2011
«Il Čssd rispetta le previsioni della vigilia e si conferma primo partito nazionale con un decoroso ventidue percento; seguono i conservatori della Ods fermi sulla ventina. Entrambi i movimenti sono riusciti nella mirabolante impresa di perdere una valanga di voti tra scandali economici e gaffe di ogni sorta nel brevissimo volgere di un annetto, e assistere più o meno inermi a rapidissimi cali di credibilità. Che il prossimo esecutivo a Praga sia di centrodestra risulta essere conseguenza della natura ben definita dei nuovi astri TOP 09 e Věci veřejné, contenitori plasmati apposta per ricevere le preferenze dei delusi [definizione quanto mai generalista], conservatori al punto giusto e per questo contrari a qualsiasi sorta di imparentamento con la sinistra.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
5 febbraio 2011
«I risultati delle urne che a fine maggio indicheranno i nuovi equilibri politici in Repubblica Ceca potrebbero presentare aspetti interessanti per coloro che fossero misteriosamente interessati alle faccende locali; oltretutto piuttosto inedita è stata anche la fase pre-elettorale dalle parti del Pražský hrad, tra nuove formazioni, promesse di cambiamento e colpi di [in] testa. Proviamo a fare un po’ di ordine. Fino dalle prime legislature vi è sempre stato un numero ridotto di partiti, con rappresentanze parlamentari abbastanza stabili; d’altronde è cosa nota quanto la Repubblica Ceca sia uno tra i paesi dell’Europa ex socialista la cui transizione sia avvenuta nel modo più rapido, senza eccessivi scossoni o inquietanti virate verso territori osceni. I due maggiori movimenti nazionali, il ČSSD e la ODS, nelle forme attuali risalgono entrambi alla fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, ossia il periodo a ridosso della caduta del regime socialista e quello immediatamente successivo. Il partito di centrosinistra ČSSD [Česká strana sociálně demokratická] si è rinnovato attraverso la Rivoluzione di Velluto plasmandosi adeguatamente ai tempi, mentre il corrispettivo di centrodestra ODS [Občanská demokratická strana] re-inventandosi come costola autonoma del Forum Civico di Havel, in una operazione la cui paternità va attribuita all’attuale presidente della repubblica Václav Klaus, che ne sarebbe stato effettivo padrone per dodici anni.» [Continua su East Journal.]
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18 gennaio 2011
Monitorare il declino di un leader politico è faccenda quantomeno spinosa poiché si tratta spesso di rapportarsi con qualcosa inerente la fede e il distacco del quale necessita una analisi oggettiva viene a crearsi rarissime volte [per altro frequentemente ciò accade quando il leader in questione è passato a miglior vita, o del potere che aveva gli sono rimaste soltanto le briciole.] Inoltre l’Italia è un punto di osservazione particolare dettato dal fatto che i leader in declino usano concedersi declini lunghi una ventina d’anni, senza contare come talvolta risorgano pure dopo essere stati spintonati nel loculo da colleghi, stampa ed elettorato.
Potrebbe rappresentare una pratica scappatoia mettersi dunque a studiare i declini esteri: sia mai che aumentando la distanza dal target diminuisca il coinvolgimento e cresca l’oggettività [pur scemando la conoscenza specifica di alcuni aspetti del fenomeno, ma questo importa poco e va ammesso senza troppe remore.] Per esempio Jiří Paroubek e le proprie infinite peripezie nella Praga dell’ultimo decennio. Premier dal 2005 al 2006 nonché segretario del principale partito progressista dal 2006 al 2010 [preceduto da Bohuslav Sobotka e sostituito da Bohuslav Sobotka]; in grado di vincere una elezione e stare alla testa del più votato movimento nella successiva, ma dimettersi il giorno seguente poiché nessun alleato è stato trovato mentre a destra si fondono che è una meraviglia. Al momento, sfumata l’ipotesi di correre nel futuro a Presidente della Repubblica, Jiří Paroubek si direbbe provarci come governatore della regione di Ústí nad Labem nella quale è stato eletto, all’estremo nord-ovest della nazione non lontano dal confine tedesco. Tuttavia anche qui la storia si è fatta complicata visti i rapporti sensibilmente peggiorati con il potente politico locale Petr Benda. Ed è proprio il crescente numero di nemici che Paroubek sarebbe riuscito a farsi, o quanto abbia maturato una sorprendente abilità nell’offendere o infastidire vecchi amici, il metro usato da molti per definire i contorni del declino; quanto la faccenda sia connaturata al fastidio per l’insoddisfazione crescente tout court è dibattito apertissimo. Risale alla fine della estate scorsa l’apparizione televisiva nella quale ebbe a sostenere «non mi candiderò a leader nel prossimo congresso ma in quello dopo ancora…chissà» [idioma locale: «v politice nic není definitivní», ossia in politica niente è definitivo] lasciando filtrare l’idea di un periodo di riflessione al quale avrebbe potuto seguire un secondo di rinata partecipazione attiva ai vertici. Anni luce dalle attuali posizioni dato che Jiří Paroubek probabilmente non tornerà alla testa dei socialdemocratici e sono tanti quelli che scommettono non tornerà neanche in altre posizioni di prim’ordine. Ciò che non ha mai giovato alla carriera dell’ex Primo Ministro alcune scelte non felicissime come quella di aprire fronti e alleanze tra i socialdemocratici e i comunisti, ancora percepiti da buona fetta dell’elettorato come prosecutori del detestabile passato dittatoriale cecoslovacco, nonché essere simpatico e accattivante come un calcio nei coglioni.


