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Incipit[s] capitoli 1-3. Studi[o] dal vero.

30 aprile 2012

Praga.
Karmelitská

1. «Mi viene richiesta una sorta di cronistoria degli eventi con esplicita crudeltà poiché niente per me sarebbe più complesso. Due i motivi. Il primo è l’ordine intrinseco che simile esercizio sottintenderebbe [avendone la possibilità, per recarmi in cucina dal salotto sceglierei di passare dal tetto] mentre il secondo è strettamente tematico. Ovvero quanto più un argomento risulta essere per me personale e intimo, più lo tratterei con la delicatezza di un suonatore di grancassa. Si tratterà magari di qualcosa relazionabile alla frustrante prudenza con la quale uso accostarmi a tutto, oppure l’essere così chiuso [il corsivo va inquadrato nell'ottica di certe considerazioni familiari delle quali forse un giorno scriverò]. Sia come sia, fosse possibile gradirei affrontare il presente excursus sentimentale tramite i miei usuali parametri cioè sproloquiando senza la minima traccia di chiarezza e/o gettando direttamente il computer nel fondo di un pozzo. In molti sapranno essermi vicini lo stesso e d’altronde vi è un numero altissimo di evidenze con pochi elementi di dubbio.

Berlino.
Schönleinstraße.

2. «-Se proprio vuoi saperlo -biascica al telefono la mia amica slovacca Fraňa pulendo con l’indice il bordo di un portacenere in lamiera comprato in Marocco- penso l’amicizia sia un gioco delle parti piuttosto squallido da qualsiasi posizione tu intenda vederla. Lei, sin dai tempi dell’università, è sempre stata quella che per me ha deciso smuovendo montagne e di contro a me è sempre toccato il vergognoso ruolo di yes-woman. Mi segui?
Piccola pausa.
-Ti seguo.
-La durezza che ha mostrato non mi sconvolge affatto. Inoltre non va sottovalutata affatto la location, essendo il notturno praghese un luogo scenico e di sicuro impatto.
Come ogni volta, avevo rimosso un’infinità di aspetti.
-Se fosse rientrato nelle sue possibilità, te lo avrebbe gridato da un blindato del Reich.
Questa penso l’abbia rubata a Borges. Mi sfilo i calzini e chiedo quale abito stia indossando.
-Eh?
-Dico, adesso che parli con me. Come sei vestita?
-Lascia stare e pensa a ricostruirti.
-Ti prego. Voglio saperlo.
-Indosso uno yukata giapponese. Sarai contento.
Taccio.»

Bratislava.
Obchodná. 

3. «Allora brucio i tempi e mi avvicino al volto di K. Curioso come si somiglino, lei e sua sorella, specie da distanze così ridotte. Gli occhi ma anche la forma dei pollici. E rifletto su quante sfumature da lontano siano particolari risibili di contesti ben più ampi. Forse evitabili o comunque aggirabili. Mentre da pochi centimetri tornino a farsi elementi imprescindibili dei quali tenere conto. Qualsiasi sviluppo possa verificarsi nella trattazione. Così scelgo di cingerla tra le braccia e poggio la testa sopra la sua spalla. I colli si sfiorano rendendo avvertibili le pulsazioni di quelle vene che sempre dimentico come si chiamano ed esamino la conformazione di un neo lievemente asimmetrico che magari dovrebbe farsi controllare. I capelli a contatto con la gota e il calore della fronte nella classica posa per la quale un esercito di registi andrebbe in subbuglio, con mani di poco più basse rispetto a quanto verrebbe consentito dagli usuali standard relazionali tra un mammifero della mia stazza e una operosa formica come lei.»

Tanto per starsene in guardia…

10 marzo 2012

…votano in Slovacchia. Tra oggi e domani aggiornamenti su East Journal.

I pezzi su «Domani» on Arcoiris: 2010-2011.*

26 dicembre 2011


7. Caccia ai rom. Massacri in Slovacchia dove girano troppe armi [più o meno] da caccia.

*Reprise. 16-09-2010. Bratislava.
Questo era rimasto fuori dal post precedente.
Ribadisco che il titolo [escluso le quadre] non è mio.

Il «fronte freddo autunnale», per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto].
Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro nei prezzi e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue.
Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto].
Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia.
Tuttavia stupisce il senso di calma facilmente avvertibile nell’aria, sensazione che -agevolata forse dal tramonto rossastro e la bella luce dietro il Castello- conferisce alla scena un’idea piacevole di sospensione e fissità. Un sentore difficile da spiegare [specie se chiamato a scriverne: meglio mimarlo] ciò nonostante ripreso e gentilmente avallato da due bratislavesi fatti e rifiniti che siedono al mio tavolo. Nonostante tutto, spiegano -ovvero nonostante la crescita della città e il proprio dinamismo- Bratislava era e rimane un luogo calmo. O meglio composto. Misurato. Sostanzialmente pacifico. Dimensioni ridotte o sortilegi di vario tipo, non è dato saperlo. Resta il fatto che la trascurata magnificenza di alcuni palazzi e le esplosioni di modernità di altri si fanno fondali ideali per questo deciso ma mai entrante viavai di anime. Non è tanto la modernità quanto la graziosa riproduzione teatrale della modernità.
Qualcuno ha parlato di perdita dell’innocenza. Nei fatti un bagno di sangue può causarla. Difficile, se non impossibile, tirarci fuori altro. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni e metabolizzi la faccenda come meglio crede. Però resta il dato: ciò che è avvenuto a fine agosto è stata la prima strage omicida nella storia della Slovacchia. La prima ad opera di uno psicopatico prodotto dall’interno. Sui giornali si è anche azzardato: la prima volta che una mattanza di questo tipo ce la ritroviamo in salotto e non nella televisione a metà circa di un film americano [qui cito la Pravda]. Ora, in qualche doloroso modo, siamo una nazione adulta.
Devínska Nová Ves -luogo nel quale tutto è accaduto- è un quartiere periferico piuttosto verde e ben tenuto. Sulle dinamiche della strage si è scritto parecchio e trattasi di numeri oramai cupamente noti: otto morti e diversi feriti, alcuni messi malissimo. Servirà però forse spendere qualche parolina anche sulle modalità attraverso le quali la società ha risposto alla follia e le mosse che il governo preparerebbe per scongiurare altre azioni del genere. Come spesso accade infatti le telecamere dei media sono state rapide a spegnersi una volta inquadrato l’asfalto e le macchioline di sangue. Partiamo dall’esecutivo e nello specifico dal Ministro dell’Interno, nelle cui mani è finito l’incarto. Proposta di revisione di una legge [la 190/2003] riguardante il possesso di armi, con conseguenti restrizioni. Riduzione di validità del permesso da dieci a cinque anni e severi [nonché ravvicinati] esami psicologici, da qualche tempo rimossi [dicono] a causa della potente lobby dei cacciatori. Tutto entro breve. Magari entro la fine di settembre.
Secondo le informazioni fornite al quotidiano Slovak Spectator da Viktor Plézel, un portavoce del Corpo di Polizia, in Slovacchia ci sarebbero attualmente circa 157.500 titolari di licenze per armi da fuoco; cifra che rappresenta più o meno il tre per cento della popolazione [ma, ribatte Ľudovít Miklánek il presidente di una associazione di settore, il suddetto numero non tiene conto dei possessori di pistole ad aria compressa, armi sportive o simili amenità: i primi che finiranno schedati al prossimo giro di boa e che dunque stanno ergendosi polemici contro il Ministro e le sue sciabolate.] Rimanendo ai parametri esposti -qualcuno fa notare più o meno provocatoriamente- finirebbero illegali anche i cannoni in vendita da certi antiquari del centro storico.
Non trascurabili inoltre i controlli sulle vendite di armi giocattolo, spesso modificabili con relativa facilità in aggeggi capaci di pescare con precisione un potenziale bersaglio e omaggiarlo di servizietti sgradevoli.
Poi viene la popolazione, viene la società civile. Il contenitore delicatissimo di vittime e carnefici. Nota essenziale: sempre, dopo una mattanza come quella di Devínska Nová Ves, leggiamo che spunterebbero tra le persone versioni più o meno oneste di esami di coscienza collettivi con domande tipo: «…ma questo bagno di sangue dice qualcosa anche di me? Del sistema nel quale vivo?». Naturalmente è complicatissimo stabilire gli esiti di introspezioni simili, specie nel breve. Alcuni analisti nel mese appena trascorso hanno scritto che volontà di questo tenore non siano state così evidenti all’interno della cittadinanza; tuttavia -nonostante l’etnia delle vittime, quei rom che tante discussioni e polemiche hanno generato qui- è stato registrabile un profondo e [parrebbe] reale turbamento accompagnato da pochi scivoloni ambigui [le reazioni più temute, tipo «le vittime sicuramente spacciavano droga oppure erano troppo rumorosi», cavalcando così i più triti stereotipi sulla minoranza rom in Slovacchia]. Né bene né male. Cioè anche la reazione al massacro è stata composta, silente. Contenuta. Forse troppo? Certo in questa sottile ambiguità magari c’entra qualcosa la compostezza di cui sopra. Chiadere altro sarebbe fuorviante. In molti se lo domandano. Al nuovo esecutivo guidato dalla signora Radičová il compito di monitorare la situazione. Di perdite della innocenza, di ingressi nel mondo adulto è bene che ce ne sia solo uno, dicono gli amanti del parallelismo. Numeri maggiori e forse l’organismo non potrebbe reggerli. Tutti concordi nell’affermare che quando capita poi sono sempre guai seri.

Due navate e torno.

19 ottobre 2011


Sia l’Europa centrale anche un funzionale tramite per faccende interne: d’altronde quando ne scrivo [o quando fisicamente mi trovo in loco] non vengo scisso per motivi inspiegabili dal passato e l’intima natura che mi/ci caratterizza resta appiccicata alla pelle come una muta. La valigia [la sacca. Il trolley] continua ad essere stracolmo/a di sollecitazioni italiane e l’estero si fa contesto scondario sebbene amato e studiato e vissuto come personale. La forza dei ricordi [in questo caso le ripetute crisi nervose] per altro contribuisce a donare una patina di valore sempre più spessa e resistente al luogo nel quale vengono collocati: tante volte Berlino o Bratislava, oggi l’aeroporto internazionale Ruzyně di Praga. Posto di per sé tutt’altro che fatato e teatro soprattutto di irripetibili scene madri cui soprassiedo per quel minimo di buongusto rimasto. Silenzio doveroso su tutte tranne una ossia questa: ricordo che stavo per imbarcarmi alla volta di Pisa quando lessi sul giornale di Eluana Englaro. Duemilanove: la storia è nota. Al lato delle dichiarazioni di Beppino Englaro l’oscenità dei commenti degli esponenti del governo di allora, vale a dire del presente. Irrispettosi, violenti, volgari, banali, prevedibili. Bimbi rancorosi e sciocchi, tendenzialmente assetati della classica voglia di vendetta tipica del represso, come li avessero appena fatti uscire dalle segrete di una fortezza. Pericolosi poiché scarsamente consapevoli delle parole sputacchiate, visibilmente non autonomi, capaci di parlare solo perché ricevuto dall’alto il placet accompagnato da qualche promessa/ricatto. Per gran parte fu l’ala cattolica a strombazzare cazzate. Quella che talvolta [si badi bene: sempre a parole] usa in questo periodo contrapporsi all’ala dei puttanieri e dei fraudolenti, salvo poi tornare ad appoggiarli quando la situazione si fa critica e rischiano di capitolare. Sono politici di lungo corso, neo-politici, politici che furono, pre-politici [la definizione sembra riscuotere un decoroso successo], società civile dei piani alti, cardinali e vescovi con innegabile talento per moniti dal sapore di campanella della ricreazione che termina e si torna in classe. Da qui il prurito che provo stamani a leggere del supposto rispetto che sarebbe dovuto al centrodestra dal mondo dei credenti, adesso in subbuglio per i fatti stranoti che coinvolgono l’esecutivo e chi lo rappresenta. Com’era scontato è tornato in ballo il decreto Englaro.* C’è preoccupazione che i topolini possano abbandonare la nave e da qui il fermento: «si ricordino cosa abbiamo fatto per i valori cristiani» etc. C’è preoccupazione per un ravvedimento e magari una diaspora ma questo non accadrà mai. Due o tre giorni di indignazione significano niente per i tempi vaticani o di coloro i quali tirano al guinzaglio d’Oltretevere: come si profilerà all’orizzonte una qualsiasi scoreggia da sondino e fine-vita, ricominceranno gli sbrodolamenti. Tutto già visto. Prevedibile. Niente che valga un post. E proprio da questa constatazione l’unico aspetto [almeno per me] intrigante in ciò che scrivo: fu quella [allo stato attuale delle cose] nell’aeroporto Ruzyně l’unica volta che desiderai sul serio non rientrare nel mio paese, vestirmi da trombettiere e restare ben ancorato al Ponte di Carlo. Ma poi contestualizzi e -miracolo- passa.

* Pure Sacconi ieri l’ha riciclato contro Vito Mancuso.

Slovak [non] spectator.

11 ottobre 2011

Livini qui.

On «East Journal.»

29 aprile 2011


«I principali parametri di analisi politica applicati alla ex Europa dell’Est [adesso Europa centrale, Europa centro-orientale o Mitteleuropa 2.0] sono la corruzione e le spinte nazionalistiche. Pratico elemento dal quale partire e sul quale formulare un numero apparentemente infinito di teorie, salvo poi constatare come corruzione e spinte nazionalistiche esistano in misura del tutto paritaria anche nei principali paesi della Europa occidentale, nelle Americhe e in Oceania, e tutto il castello tenda a sgretolarsi.*» [On «East Journal» qui.]

* A tale proposito segnalo una mappa dell’Europa riportata qualche giorno fa da Repubblica nella quale si illustra la nuova onda nera di estrema destra calata in EU sia a Ovest che a Est, per quanto alla voce «destra austriaca» venga, sulla cartina, segnalata la Repubblica Ceca: sarà l’abitudine.

On «East Journal.»

15 aprile 2011

«The cold autumnal front -recycling an adequate expression of Jonathan Franzen- starts biting hard. But it is not easy to find a free seat in the bar on the street, and the waitresses seem very focused not to disappoint any of the clients [I discovered that, even if someone can be irritating and boring, it’s never nice to make him wait longer than necessary.] Putting myself in the shoes and in the language of a tourist guide, I must say that in Obchodná there are a lot of «different attractions™»: pubs and shops, some of them pretty big, as well as take away and restaurants, generating all together the typical heterogeneity of the most visited places of any urban center on Earth [local dishes like bryndzové halušky mixed easily with pizza quatro stagionni and kebabs, toast or sandwiches.] Hostels competing for the best prize are separated by doors with neon signs, more or less buzzing and ambiguous, and supermarkets. Hodzovo námestie and the Presidential Palace are just a few meters from here, as the fountain of Hlavni námestie loved by the tourists, especially the Germans. Cinemas and theaters and an unspecified number of trams rattling in the middle of the road [the fearful and pessimistic stranger will always see as a miracle the fact that none of those who are trudging on the edge of the street with heavy shopping bags will be killed by the silent local public service.] Translating all of this: I am in the heart of a city, one of the most populated streets of Bratislava, Slovakia.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

10 marzo 2011

«Buona parte delle foto pubblicate dai quotidiani slovacchi tra domenica e lunedì -ossia i due giorni successivi al fallito referendum di sabato- ha come soggetto una coppia di scrutinatori in una stanza deserta; luce radente e spazi vuoti, geometrie e solitudini, per molti aspetti torna alla mente la desolante magnificenza delle tele di Hopper. La tendina dietro la quale esercitare il voto viene ritratta tesa e ben tirata ma tutto lascia presupporre che nessuno dietro stia esercitando un bel niente, mentre alcune bandiere non schioccano al vento anzi penzolano mosce a ridosso della cattedra; anche qui, in molti casi si vota dentro cupe aule scolastiche.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

2 marzo 2011


«I risultati delle elezioni slovacche ricalcano un trend piuttosto diffuso -Repubblica Ceca, Gran Bretagna e Paesi Bassi- ovvero il partito socialdemocratico vince però si ritrova senza i numeri necessari per governare, consegnando ai movimenti di centrodestra la maggioranza in parlamento. I dati del voto a Bratislava: lo Smer del premier Robert Fico si attesta attorno al trentacinque percento, che corrisponde a sessantadue seggi; l’unione cristiano democratica SDKÚ di centrodestra ferma invece la corsa attorno al sedici [ventotto seggi.] I liberali di Sas stanno sul dodici percento [ventidue seggi] mentre il movimento cristiano-democratico Kdh attorno all’otto e qualcosa, per quindici seggi. Idem Most-Híd, al contrario del partito nazionalista Slovenská národná strana di Jan Slota che supera di poco il cinque percento, valendogli nove [presumibilmente rumorosi] seggi.» [Continua su East Journal.]

A chi Lukašenko sta sulle palle.

17 febbraio 2011

«Grazie a lei e alla sua gente che so che la ama,
e questo è dimostrato anche dai risultati elettorali,
che sono sotto gli occhi di tutti
S.B. 29-11-2009.

«Prime ministers of Austria, Czech Republic, Germany, Hungary, Poland and Slovakia have jointly supported Belarusian opposition persecuted by the authoritarian regime of Alexander Lukašenko at their meeting in Bratislava. The prime ministers called on President Lukašenko to release all activists imprisoned after the presidential elections in December, end repressions against political opposition, independent media and civic society, observe human rights and freedoms. Belarusian police suppressed demonstrations following the elections, which the opposition says were manipulated. According to the official results, Lukašenko won 80 percent of the vote in the election’s first round. Several dozens of opposition representatives face punishment of up to 15 years in prison. In January, the European Union banned top officials of Lukašenko´s regime from entering its territory and it froze their bank accounts in European banks.» [České noviny in ceco e inglese.]

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