
-Se mi diverto? Oh. Da matti.
-Sicuro.
-I tuoi nuovi amici sono uno spasso.
-Come no.
-Davvero. Adoro parlare di circoscrizioni elettorali.
-Ah.
[Una precisazione: la signorina in questione mi ha sempre reputato più dinamico e intraprendente di lei. Ma anche abbastanza idiota. Non fatico dunque ad immaginare che mi abbia smascherato.]
-Germania- la sento ridere mentre si allontana in direzione della cucina.
-Non è vero un cazzo, giusto?- borbotta quando provo a raddrizzare una cornice alla parete.
-Non toccarla. Senti- continua facendosi di nuovo vicina.
-Ancora mi sfugge il motivo per il quale non ti abbia già cacciato a calci nel culo. Vuoi rinfrescarmi la memoria?
Le risate della sala arrivano ovattate. Probabilmente qualcuno ha raccontato la storiella di Westerwelle sulla tazza del cesso al quale spiegano il concetto di Mitte [centro]. La guardo.
-Posso dirti una cosa?- domando.
-Spara- fa lei con già una mano sulla maniglia
-Viviamo in un mondo di coppie e non abbiamo neppure quarant’anni.
-Cosa intendi insinuare, scusa?
-Speravo che avresti trovato una via di fuga per restare a galla.
-Invece?
-Invece sei sprofondata come un sasso.
Silenzio e solo dopo qualche secondo sottovoce ribatte: «se invece fossi felice sul serio?»
-Tu felice? Impossibile. Guarda il mondo nel quale vivi. Niente è vero.
Tocco il bonsai che cade. -Oh mein Gott. Ma allora è vero che parli per stereotipi. La gente realizzata e ricca è sempre stronza. Giusto? Ma chi te li formula i pensieri? Il regista di Reich und Schön?*
Fuori dalla finestra la città splende di neon.
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Berlino: reich und schön.
31 maggio 2012Scene di caccia in Nordrhein-Westfalen.
14 maggio 2012«Sie ist die klare Gewinnerin: die Leute mögen sie eben,
diese Hannelore Kraft. Kann sie da nicht auch Kanzlerin?»
Curioso da esterno sedersi sopra un bus [un bus molto comodo: va ammesso] e iniziare a giudicare la Germania che placida [forzatura: indifferente] scorre sotto il tuo culo. Lasci per una ennesima volta Berlino [ogni volta il sapore è quello amarognolo dell'addio. Ogni volta scopri poi trattarsi solo di simulazione. Ad ogni modo inutile lambiccarsi su come stia la faccenda adesso perché non rimane che l'attesa] e parti in direzione di Monaco. Alla redazione dell’Economist pontifichi su euro e Monti con i soliti interlocutori agitati che chiedono come sia stato possibile dalle nostre parti sopportare il precedente premier per un ventennio senza dare fuoco a sedi di quotidiani o partiti e fortuna che le risposte standard con il tempo si sono confermate standard proprio perché funzionali e pratiche per calmare i soliti interlocutori agitati. Sul groppone numerose retrospettive dei direttori dei più importanti [venduti] quotidiani/settimanali/mensili europei circa crisi e integrazione e voto e ventilate uscite greche: me ne farò una idea più precisa rileggendole in viaggio. Compreso il Di Lorenzo che è più realista del re. A qualche fermata del bus la polizia tedesca sale a bordo e chiede i documenti a coloro che sempre se li sentono chiedere in Germania. Quelli dal look meno tedesco. Poi Monaco che non mi piace ma riserva spesso sorprese e ammetto sia stata il mio primo passo nell’area dunque un qualche affetto le è dovuto. Una giovane economista illustra a cena vicino l’Ostbahnhof i risultati di questa ricerca su euro e periferia della zona con ombre lunghe pressoché su tutto. I tedeschi macinano perché sanno vendere benino i lavori che producono anche quando non hanno un gran valore, mi è stato spiegato, e questa la metto sicuramente nel novero delle cose da verificare come i poliziotti bavaresi più cazzuti rispetto ai berlinesi. Tema intrigante da sviluppare sarebbe la perdita per la Germania di quell’aura cool che [nei limiti] aveva caratterizzato la fase Schröder e nemmeno la prima Merkel riuscì a estinguere. Eventuali paragoni con la cool Britannia di Tony Blair sarebbero prevedibili e forse anche giustificati ma evitiamo di entrare a gamba tesa nell’argomento. Ci torneremo. Sia sull’argomento che in Germania. Dove -mi pare di capire- giusto in queste ore viene nuovamente trombato il cancelliere a discapito della controparte Spd. Frizzante il clima in Nordrhein-Westfalen. Per adesso accontentiamoci della [ben più] lieve brezza toscana.
Su «East Journal.»
2 maggio 2012«Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali la quasi totalità degli interlocutori sorvola. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo. Allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano, funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. Lo conosci? chiede il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare, confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. Non il musicista. Lo scrittore. Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: certamente lo conosco. Quindi: che brutta fine ha fatto. La conversazione viene liquidata con un poveraccio cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia una summa di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appaia doveroso.» [Continua qui.]
Incipit[s] capitoli 1-3. Studi[o] dal vero.
30 aprile 2012Praga.
Karmelitská.
1. «Mi viene richiesta una sorta di cronistoria degli eventi con esplicita crudeltà poiché niente per me sarebbe più complesso. Due i motivi. Il primo è l’ordine intrinseco che simile esercizio sottintenderebbe [avendone la possibilità, per recarmi in cucina dal salotto sceglierei di passare dal tetto] mentre il secondo è strettamente tematico. Ovvero quanto più un argomento risulta essere per me personale e intimo, più lo tratterei con la delicatezza di un suonatore di grancassa. Si tratterà magari di qualcosa relazionabile alla frustrante prudenza con la quale uso accostarmi a tutto, oppure l’essere così chiuso [il corsivo va inquadrato nell'ottica di certe considerazioni familiari delle quali forse un giorno scriverò]. Sia come sia, fosse possibile gradirei affrontare il presente excursus sentimentale tramite i miei usuali parametri cioè sproloquiando senza la minima traccia di chiarezza e/o gettando direttamente il computer nel fondo di un pozzo. In molti sapranno essermi vicini lo stesso e d’altronde vi è un numero altissimo di evidenze con pochi elementi di dubbio.
Berlino.
Schönleinstraße.
2. «-Se proprio vuoi saperlo -biascica al telefono la mia amica slovacca Fraňa pulendo con l’indice il bordo di un portacenere in lamiera comprato in Marocco- penso l’amicizia sia un gioco delle parti piuttosto squallido da qualsiasi posizione tu intenda vederla. Lei, sin dai tempi dell’università, è sempre stata quella che per me ha deciso smuovendo montagne e di contro a me è sempre toccato il vergognoso ruolo di yes-woman. Mi segui?
Piccola pausa.
-Ti seguo.
-La durezza che ha mostrato non mi sconvolge affatto. Inoltre non va sottovalutata affatto la location, essendo il notturno praghese un luogo scenico e di sicuro impatto.
Come ogni volta, avevo rimosso un’infinità di aspetti.
-Se fosse rientrato nelle sue possibilità, te lo avrebbe gridato da un blindato del Reich.
Questa penso l’abbia rubata a Borges. Mi sfilo i calzini e chiedo quale abito stia indossando.
-Eh?
-Dico, adesso che parli con me. Come sei vestita?
-Lascia stare e pensa a ricostruirti.
-Ti prego. Voglio saperlo.
-Indosso uno yukata giapponese. Sarai contento.
Taccio.»
Bratislava.
Obchodná.
3. «Allora brucio i tempi e mi avvicino al volto di K. Curioso come si somiglino, lei e sua sorella, specie da distanze così ridotte. Gli occhi ma anche la forma dei pollici. E rifletto su quante sfumature da lontano siano particolari risibili di contesti ben più ampi. Forse evitabili o comunque aggirabili. Mentre da pochi centimetri tornino a farsi elementi imprescindibili dei quali tenere conto. Qualsiasi sviluppo possa verificarsi nella trattazione. Così scelgo di cingerla tra le braccia e poggio la testa sopra la sua spalla. I colli si sfiorano rendendo avvertibili le pulsazioni di quelle vene che sempre dimentico come si chiamano ed esamino la conformazione di un neo lievemente asimmetrico che magari dovrebbe farsi controllare. I capelli a contatto con la gota e il calore della fronte nella classica posa per la quale un esercito di registi andrebbe in subbuglio, con mani di poco più basse rispetto a quanto verrebbe consentito dagli usuali standard relazionali tra un mammifero della mia stazza e una operosa formica come lei.»
On «East Journal.»
20 marzo 2012«A Berlino Joachim Gauck viene eletto il nuovo Bundespräsident e da Praga il premier Petr Nečas decide di prodigarsi in istantanee lodi rivolte alla persona e apprezzamenti alla scelta. Le motivazioni devono essere ricercate principalmente nel passato di Gauck, pastore protestante e fiero oppositore del regime comunista in Germania Orientale [ne abbiamo scritto qui e qui] nonché nella larga maggioranza che lo ha sostenuto, prova generale o meno per una futura Große Koalition [soltanto la sinistra propriamente detta del Die Linke si è fatta da parte non appoggiandone la candidatura, cui devono essere sommate un bel numero di astensioni tra i cristiano-conservatori e il liberali]. Il tutto nel contesto di un periodo piuttosto fitto di scambi sull’asse ceco-tedesco che culminerà con la visita in Boemia di Angela Merkel all’inizio di aprile. Buon risalto dell’avvento nei media locali, anche se rimane da definire nei dettagli il programma. Uniche certezze la durata della permanenza [solo un paio d’ore per l’agenzia stampa Česká tisková kancelář via České noviny] e il principale tema in agenda, cioè lo stato delle cose in economia filtrato attraverso la scelta ceca di non aderire al fiscal compact di recente introduzione. Il cancelliere da Berlino arriverà al Pražský hrad nel ventennale della stesura del trattato di cooperazione tra Germania e Repubblica Ceca ma anche in un periodo di evidente difficoltà per il capo del governo Nečas, la cui riconferma alle prossime elezioni pare quantomai problematica. E proprio a tal proposito si segnalano interessanti dibattiti sul futuro scenario politico ceco nell’ottica dei recenti risultati elettorali slovacchi, dove a imporsi è stato lo schieramente socialdemocratico.» [Continua su East Journal.]
You’ll find my favorite axe.
2 marzo 2012
Finita Belforter Straße svolto a sinistra e imbocco Kollwitzstraße. Prenzlauerberg è un curioso quartiere di Berlino e non sbaglierebbe chi scegliesse di descriverlo come un enorme asilo con qualche dentista per bambini ricchi [o almeno la parte più vicina a Mitte, quella che da Torstraße va alla Wasserturm e Odebergerstraße. Oltre non mi sentirei di arrivare a tanto.] Un distretto nel quale ogni coppia di androidi pare felice, pacificata, in carriera, rapida di gambe e di cervello nonché abilissima nel gestire la propria prole composta principalmente da gnomi che riescono ad andare in bici nella più totale autonomia su strade trafficatissime fin dentro lindi supermercati dove fare la fila e pagare in scioltezza i loro gelati prima di togliere le tende con la sicurezza dei pensionati. Settore che fu della ex Berlino Est, Prenzlauerberg si direbbe avere cancellato gran parte del proprio passato meno agiato attraverso una abile opera di rimozione, o almeno così la vede il mio nuovo padrone di casa Stefan P. che qui ha trascorso l’intera esistenza e ancora ricorda quando scarseggiavano i forni [Stefan P. ha quarantatré anni e adora i Genesis, pur non sopportandone le individualità.] -Sei mai stato a Greifswalderstraße?- mi domandò il primo giorno che ci incontrammo. Scossi la testa e gli chiesi cosa ci fosse da vedere a Greifswalderstraße.
-Niente. Escluso un commovente monumento ai lavoratori.
-Davvero?
-Sì. Ernst Thälmann, amico mio. Alla testa di una colonna di centomila manifestanti. Rivoluzione e fronte unito nelle fabbriche fra socialdemocratici e comunisti. Mi segui? Rivoluzione. E ascesi.
Pictures of you.
«Válečky»: brandelli.
24 febbraio 2012Bye bye love. Bye bye sweet caress.
17 febbraio 2012«Germania: Wulff verso le dimissioni.
Imminente l’annuncio del presidente tedesco.»
[Fonte: ANSA.]
On «East Journal» reloaded.
15 febbraio 2012
In occasione della visita a Roma [di risalto zero sui media
sia italiani che tedeschi: amen] del presidente Wulff , ecco riproposto
l’articolino che uscì su East Journal circa un mesetto fa.
Berlino. Un silenzio opprimente accompagna gli spostamenti per la città dell’italiano di ritorno in Germania. Specie quando ti presenti nei bar capita di sentire d’un tratto la tremenda nostalgia per le domande sull’ex premier nostrano, qui al centro di interminabili dibattiti e imprescindibile nucleo in fiumi di constatazioni. Ai tempi infatti bastava un niente per erigerti a paladino delle libertà ferite. Di contro l’attuale primo ministro, il «genero perfetto» [cit. Süddeutsche Zeitung], offre minimi spunti dialettici e nessuna possibilità d’ironia dozzinale a chi non ne capisca il sofisticato linguaggio. Sia come sia è storia vecchia e ormai logora. Finisce quindi che parliamo di calcio con occhi bassi e imbarazzo. Ma la Schadenfreude [il piacere provocato dalle sfortune altrui] è stimolo non gestibile dunque, finita la seconda birra, succede che sia tu a chiedere al berlinese di turno qualche impressione sul recente scandalo che ha coinvolto il presidente federale tedesco Christian Wulff. Ovviamente nulla di paragonabile ai botti cui siamo stati abituati nel passato più recente. Solo la scoperta di un prestito a tassi agevolati che l’attuale Bundespräsident avrebbe richiesto ad un imprenditore e conseguente telefonata alla Bild per bloccare un articolo sulla vicenda.
Contestualizzando la storia del prestito risale al 2009, anno nel quale Wulff ancora ricopriva la carica di governatore della Bassa Sassonia. Il prestito fu di 500.000 euro -a tasso agevolato: ecco il punto dolente- e venne richiesto a un amico affarista chiamato Egon Geerkens. Wulff all’inizio nega che Geerkens gli abbia prestato direttamente il denaro, sostenendo di avere trattato con la moglie. Versione contraddetta dallo stesso Geerkens il quale già causò guai a Wulff pagandogli qualche anno prima le spese di un viaggio aereo. Trama da fiction tv in salsa Niedersachsen. Si va avanti.
La Bild, popolare giornale tedesco [popolare da intendersi nella accezione di tabloid generalista-populista puntualissimo su nudi femminili e scandali di vip semi-sconosciuti] si interessa della storia e scrive un editoriale critico. Wulff viene a sapere del pezzo e prova a bloccarne la pubblicazione telefonando al direttore responsabile Kai Diekmann, il quale tuttavia fa uscire ugualmente l’articolo. L’accusa è di avere mentito nel febbraio del 2010 davanti al parlamento della Bassa Sassonia negando i rapporti con Geerkens. Si trattava di una interrogazione parlamentare: roba grave.
Poi succede che Wulff va in tv* per difendersi ma non convince nessuno. Ammette la telefonata alla Bild e bolla il tutto come errore per il quale chiedere toccanti scuse. Tuttavia desidera specificare che non intendeva bloccare la pubblicazione del pezzo quanto esclusivamente rimandarla. Diekmann assiste allo spettacolino e chiede a Wulff il permesso di rendere pubblica la trascrizione del minaccioso messaggio che Wulff stesso avrebbe lasciato sulla sua segreteria telefonica. L’auto-incoronamento del Bundespräsident a «vittima dei media» è diretta conseguenza di questo stato di cose. Ad ogni modo nessuna intenzione di dimettersi da parte di Wulff nonostante i fiumi di critiche che stanno arrivando sia dalla stampa storicamente ostile che da quella amica [di centrodestra. Più o meno cattolica e conservatrice].
Al momento della stesura di questo post è un piovoso pomeriggio di domenica otto gennaio e qui attorno si sente un gran brusio. Infatti, nonostante i tentativi di gettare acqua sul fuoco, sia la Merkel che il vice Rösler starebbero cercando un sostituto di Wulff in caso di dimissioni. Qualcuno che verrebbe accettato anche dal principale partito del centrosinistra SPD, evitando così di impantanarsi in logoranti e [per la maggioranza] pericolosi scontri a nemmeno un anno dal voto.
Nella giornata di sabato davanti al palazzo-residenza di Wulff a Bellevue qualche centinaio di manifestanti hanno bandito scarpe al cielo: mutuiamo quello che possiamo dalle proteste nel mondo arabo sperando in un terreno non troppo umido [è periodo di pioggia in Germania]. Nessuna calzatura è stata scagliata contro le luccicanti vetrate dell’edificio ma resta evidente il disappunto. In zona il ruolo di presidente della repubblica è quasi esclusivamente rappresentativo e paiono mal digeriti individui ritenuti non impeccabili a ricoprirlo**. Consequenziale quanto, ad ogni latitudine [e ognuno con i rispettivi standard nazionali] il problema sia andare a scovare dove si nascondono quelli impeccabili. Sia mai esistano davvero.
* Per chi masticasse il tedesco, ecco il filmato integrale. In soli 21 minuti il wulff-pensiero sull’accaduto, correlato da sguardi liquidi e sorrisi magnetici.
** Wulff è anche sospettato da molti media di avere ricevuto dalla banca regionale del Baden-Württemberg un secondo prestito a condizioni vantaggiose grazie al ruolo che svolse alcuni anni fa durante il riassetto della casa automobilistica Porsche: un habitué per alcuni.
Ça va sans dire.
13 febbraio 2012
Banca di Grecia per i greci banca di Berlino. Banca di Berlino per i berlinesi banca di Grecia [o.s.t. De Cecco*.]
Moenkhausia sanctaefilomenae a Berlino.
10 febbraio 2012-Hai saputo di Kaczyński?
-Mi fa male la testa.
-Dovrai fare una TAC. Andiamo.
-Che ridere.
-Ho qui un ciddì. Posso?
-Di che si tratta?
-Si tratta degli Wire.
-Ti concedo cinque minuti di radio e non uno di più.
-Come on Barbie let’s go party.
-Ti prego. Oppure possiamo parlare. Cosa ne pensi dell’idea?
-Rivoluzionaria.
-Allora parti tu.
-Lech Aleksander Kaczyński era un gigantesco figlio di puttana e la sua morte finirà per essere un bene.
-Sai che prima qui c’era un acquario?
-No.
-Ma il vecchio inquilino non poteva tenersi i pesci al momento del trasloco allora li ha messi in un sacco della Lidl e buttati nel fiume.
-Ah.
-Certo erano pesci tropicali. Delle Bahamas. Moenkhausia sanctaefilomenae o qualcosa del genere. Abituati ai ventisei gradi. Però sapranno cavarsela lo stesso. Giusto?
-Giusto.
On «East Journal.»
25 gennaio 2012
In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]
I pezzi su «Domani» on Arcoiris: 2010-2011.
4 gennaio 2012
8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»
…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla
domenicale. A fare i seriosi c’è da spisciarsi.
Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.
On «East Journal.»
9 dicembre 2011
«Tornare a leggere [e tendenzialmente ad apprezzare] Šklovskij è intento quantomai costruttivo per molti motivi: tra i tanti spicca il dare una bella sportellata ad alcune delle tendenze radicate più in profondità nella editoria contemporanea, che possono essere riassunte brevemente come segue: predilezione per i malloppi [il suo Zoo o lettere non d’amore è libretto agile e snello]. Strapotere del plot, trama intesa come elemento imprescindibile per la valutazione di una opera [Zoo o lettere non d’amore ha un plot quantomai labile, traendo la propria forza da tutt’altro]. Facile collocazione di un testo in una predefinita nicchia di mercato [Zoo o lettere non d’amore può finire senza problemi negli scaffali delle guide turistiche, di saggistica, narrativa, libri di cucina oppure libri da colorare. Cosicché l’acquirente si confonda e scelga la via della fuga tutto spaesato]. Però esistono anche ragioni meno distruttive per amare Šklovskij. Particolare non trascurabile il dato che ogni frase di Zoo o lettere non d’amore sappia suonare come una sentenza di notevole spessore poetico -per quello che significa- nonché un funzionale tramite per provare a contestualizzare al meglio i tempi e lo spazio della narrazione, periodo essenziale del novecento.» [Continua su East Journal.]
Due navate e torno.
19 ottobre 2011
Sia l’Europa centrale anche un funzionale tramite per faccende interne: d’altronde quando ne scrivo [o quando fisicamente mi trovo in loco] non vengo scisso per motivi inspiegabili dal passato e l’intima natura che mi/ci caratterizza resta appiccicata alla pelle come una muta. La valigia [la sacca. Il trolley] continua ad essere stracolmo/a di sollecitazioni italiane e l’estero si fa contesto scondario sebbene amato e studiato e vissuto come personale. La forza dei ricordi [in questo caso le ripetute crisi nervose] per altro contribuisce a donare una patina di valore sempre più spessa e resistente al luogo nel quale vengono collocati: tante volte Berlino o Bratislava, oggi l’aeroporto internazionale Ruzyně di Praga. Posto di per sé tutt’altro che fatato e teatro soprattutto di irripetibili scene madri cui soprassiedo per quel minimo di buongusto rimasto. Silenzio doveroso su tutte tranne una ossia questa: ricordo che stavo per imbarcarmi alla volta di Pisa quando lessi sul giornale di Eluana Englaro. Duemilanove: la storia è nota. Al lato delle dichiarazioni di Beppino Englaro l’oscenità dei commenti degli esponenti del governo di allora, vale a dire del presente. Irrispettosi, violenti, volgari, banali, prevedibili. Bimbi rancorosi e sciocchi, tendenzialmente assetati della classica voglia di vendetta tipica del represso, come li avessero appena fatti uscire dalle segrete di una fortezza. Pericolosi poiché scarsamente consapevoli delle parole sputacchiate, visibilmente non autonomi, capaci di parlare solo perché ricevuto dall’alto il placet accompagnato da qualche promessa/ricatto. Per gran parte fu l’ala cattolica a strombazzare cazzate. Quella che talvolta [si badi bene: sempre a parole] usa in questo periodo contrapporsi all’ala dei puttanieri e dei fraudolenti, salvo poi tornare ad appoggiarli quando la situazione si fa critica e rischiano di capitolare. Sono politici di lungo corso, neo-politici, politici che furono, pre-politici [la definizione sembra riscuotere un decoroso successo], società civile dei piani alti, cardinali e vescovi con innegabile talento per moniti dal sapore di campanella della ricreazione che termina e si torna in classe. Da qui il prurito che provo stamani a leggere del supposto rispetto che sarebbe dovuto al centrodestra dal mondo dei credenti, adesso in subbuglio per i fatti stranoti che coinvolgono l’esecutivo e chi lo rappresenta. Com’era scontato è tornato in ballo il decreto Englaro.* C’è preoccupazione che i topolini possano abbandonare la nave e da qui il fermento: «si ricordino cosa abbiamo fatto per i valori cristiani» etc. C’è preoccupazione per un ravvedimento e magari una diaspora ma questo non accadrà mai. Due o tre giorni di indignazione significano niente per i tempi vaticani o di coloro i quali tirano al guinzaglio d’Oltretevere: come si profilerà all’orizzonte una qualsiasi scoreggia da sondino e fine-vita, ricominceranno gli sbrodolamenti. Tutto già visto. Prevedibile. Niente che valga un post. E proprio da questa constatazione l’unico aspetto [almeno per me] intrigante in ciò che scrivo: fu quella [allo stato attuale delle cose] nell’aeroporto Ruzyně l’unica volta che desiderai sul serio non rientrare nel mio paese, vestirmi da trombettiere e restare ben ancorato al Ponte di Carlo. Ma poi contestualizzi e -miracolo- passa.
* Pure Sacconi ieri l’ha riciclato contro Vito Mancuso.
On «East Journal.»
20 settembre 2011
«Domenica di pioggia, fredda e ventosa. Ad avere una vela in terrazza al posto del triste ombrellone Ikea certo schioccherebbe austera puntando i mari [la Sprea] in direzione sud-est. Ci sarebbe da restare chiusi in plancia e riscaldarsi al lume di candela tuttavia è giunto il tempo delle amministrative dunque abbassiamo i ponti e ruzzoliamo in terraferma. Ognuno ha il diritto di esercitare il proprio voto, così come ognuno ha il diritto a provviste fresche e una razione di liquore. Ognuno lavi la propria biancheria e scelga con coscienza. Chi diserta sarà punito con la morte in mare aperto.
Ringraziando il cielo, nessuno sulla carta stampata oggi ha proposto un incipit così idiota per commentare la tornata elettorale berlinese, quella dei Pirati che superano la soglia di sbarramento arrivando a quasi il nove percento dei consensi. Ma forse mi sono perso qualche scritto. Sia come sia, iniziamo dai dati generali: l’Spd del sindaco ri-eletto per la terza volta Klaus Wowereit perde terreno però si conferma primo partito cittadino con circa il ventotto percento delle preferenze. Sale la Cdu della cancelliera [di pochino ma sale] restando comunque all’opposizione. Continua la marcia abbastanza trionfale dei verdi che mettono il segnetto +4.5 alla voce crescita assesstandosi sul diciassette percento, mentre cala la sinistra-sinistra Die Linke. Coalizione dunque che passa, presumibilmente, dal colorito rosso-rosso [Spd+Linke] a rosso-verde [Spd+Grüne] sebbene esprimersi in questo modo sia da orticaria. Ultimo il dato dal quale abbiamo iniziato: i Pirati che crescono di quasi il nove percento per quindici seggi. Dimenticandosi -ma lo hanno fatto in tanti- dei liberali, i quali scivolano al due percento dal quasi-sei della volta scorsa. Tracce della debacle attestabili sui manifesti davanti a casa, nei quali ai candidati Fdp era stato disegnato un bel nasone rosso da clown, talvolta pure gradevole.» [Continua su East Journal.]
«On East Journal.»
18 settembre 2011
«Berlino. Per caso [immagino] chi sta scrivendo quasi mai è stato contemporaneamente nella stessa città con il papa, se escludiamo sporadiche giornate a Roma per turismo o lavoro. Non ero in Repubblica Domenicana con Wojtyła nel settantanove -in questo caso mi mette al riparo da accuse di relativismo il fatto che avessi sei mesi- e nemmeno a fine agosto in Spagna con Ratzinger. Ma [ancora: immagino] per caso sarò a Berlino il ventidue settembre quando Benedetto XVI sbarcherà in città dando inizio al proprio pellegrinaggio in Germania. Chi fosse interessato alle specifiche può fare un salto sul sito ufficiale [eccolo] e tenere d’occhio il countdown sulla destra. Ratzinger, si legge, volerà con un aereo Lufthansa battezzato Ratisbona. Al seguito: cento persone. In volo [un paio d’ore] verrà servito [a tutte e cento le persone?] un variegato menù incentrato su specialità italiane e tedesche. Prima della messa all’Olympiastadion capatina del Presidente della Repubblica Federale Christian Wulff e Angela Merkel. Incipit imprescindibile per sottolineare quanto la capitale tedesca stia vivendo un periodo di grande fermento. Infatti, a ridosso del papa -recitano i cartelli- anche il cancelliere si concederà una uscita pubblica in città: Die Kanzlerin kommt il diciassette settembre. Tuttavia in questo caso va specificato che la Merkel non arriverà alla piazza dello speach con un aereo battezzato Amburgo, essendo residente a dieci minuti di metro/cinque di delegazione con scorta.» [Continua su East Journal.]
Tranche de vie.
12 agosto 2011
Latte «Ja!» e birra Duckstein [4.9°]
On «East Side Report.»
14 giugno 2011
«L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe, scriveva Tito Livio di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino. I fatti: cade in questi giorni l’anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a direil protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorchéil Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi. Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all’attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L’ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona.» [Continua su East Side Report.]
On «East Journal.»
18 maggio 2011«Berlino. Piacevoli variazioni sul tema ossia, contrariamente a quanto spesso accade, stavolta è dall’estero che tocca seguire un voto italiano: la prassi risulta infatti essere monitorare dall’Italia tornate elettorali estere. E va bene che si trattava di voto locale ma la stretta connessione con la politica nazionale e l’andamento del governo hanno certo contribuito a rendere la faccenda più appetitosa nonché meritevole di qualche sforzo. Impressioni al riguardo. Durante la mattinata menefreghismo pressoché totale dei principali canali televisivi tedeschi nei confronti della chiamata alle urne in Italia, ed è strano visto quanto fosse evidente il nesso con l’operato del primo ministro italiano, ossia un tizio del quale di solito si parla con eroica abnegazione. Evidentemente però, se spogliato del colore generato dalle migliaia di uscite cui ha abituato le diplomazie e i media di mezzo mondo, il Cavaliere risulta capace di destare meno interesse e -al netto di lanci striminziti- viene nominato solo in parallelo a Strauss Kahn e il vecchio Bill Clinton.» [Continua su East Journal.]
On «East Journal.»
7 marzo 2011«Sulla carta e online sono rintracciabili dozzine di associazioni tedesco-ceche con lo scopo di promuovere scambi culturali tra le due nazioni; dai militari e diplomatici nei tempi passati alle gare ciclistiche attuali, lungo la rotta tra Berlino e Praga è transitato [e continua a transitare] più o meno di tutto. D’altronde la distanza è relativa e la morfologia del territorio -un’unica gigantesca pianura- agevola i contatti.» [On East Journal.]










