Lui è sicuramente maggiorenne.

Giugno 1, 2009
«Almeno una foto ritrae l’ex primo ministro ceco Mirek Topolanek nudo in giardino durante la vacanza trascorsa in Sardegna a casa del presidente nel maggio duemilaotto. Certo c’erano anche i suoi bambini …ma non si può mai sapere che cosa esce sui giornali.»
Niccolo Ghedini.

Penis due.

Curiosi parallelismi tra Italia e Repubblica Ceca, al di là delle puttanate su Villa Certosa, le strane creature che ne popolano il parco o i servi milanesi. Difatti solo adesso, a due mesi circa di distanza, i mezzi d’informazione cechi starebbero iniziando a riportare alcune verità troppo a lungo osteggiate sulla caduta del governo Topolanek. E una -forse la principale- è la teoria secondo la quale l’ex Primo Ministro non sarebbe stato vittima dell’irresponsabilità dell’opposizione socialdemocratica ma anzi abbia pagato il naturale pegno per la situazione di totale stallo che si era venuta a creare nella vita politica ceca, soprattutto grazie al suo operato.*

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Le murs de la séparation su Slipperypond.

Maggio 27, 2009
«Berlusconi sembra molto amato a Tirana. Ci sono bar e ristoranti con il suo nome. Qualcuno vorrebbe perfino fondare un club Forza Albania. Che cosa gli vorrebbe chiedere? -E vero che il vostro presidente del Consiglio e’ circondato di ammirazione: alla mia gente piace la sua storia da favola, le televisioni piene di divi e lustrini, le ricchezze che ha saputo costruirsi e la carriera politica folgorante.» Besnik Mustafaj sul Corriere. Venticinque settembre del novantaquattro. Le murs de la séparation su Slipperypond oggi.
Ci risentiamo lunedì.

Jiří Paroubek con uova.

Maggio 25, 2009

«Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società anche grazie ad una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte della Europa. Tale sentimento nazionale non è però sfociato in un pesante rigurgito di nazionalismo, come nella vicina Slovacchia, grazie all’elevato livello culturale e il solido senso civico ceco.»

Angela di Gregorio, La Repubblica Ceca.

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Di lustracija e Starbucks.

Maggio 23, 2009
“Nel 1981 da un giorno all’altro furono chiuse scuole e università, sciolte le organizzazioni politiche e sindacali, diecimila persone tra le quali il leader di Solidarność Lech Waléşa finirono in carcere o internate. Nel tentativo di fare chiarezza in questi ultimi anni il paese [la Polonia] ha scavato a fondo nel passato con la Lustracija, la ricerca ossessiva di indizi di collusione con il regime. Fortunatamente l’era dei gemelli Kaczyński, rispettivamente capo di stato e primo ministro, si è conclusa nell’autunno del duemilasette con l’elezione di Donald Tusk. [...] Oggi qui [a Varsavia] accanto al megastore Empik si susseguono grandi profumerie e negozi di arredamento. In estate, con le belle giornate, la strada diventa un salotto all’aperto: file di tavolini fuori dai bar e dai caffè, gente che passeggia e si incontra. Sono queste le immagini che rendono omogenee e senza identità le capitali di tutto l’Occidente e che fanno inorridire Stasiuk [Andrezej Stasiuk, scrittore polacco.] Questo è ciò che lo ha spinto ad isolarsi in un paesino sui Carpazi.”
Capitani – Coen. A Est, il volto della nuova Europa. Einaudi 2008.

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Casi ciclici.

Maggio 21, 2009

Cestino.«Verso la fine degli anni settanta i tassi di crescita di tutti i paesi della Europa Orientale rallentarono in modo significativo e, all’inizio degli anni ottanta, ci fu un drastico calo della produzione. Era chiaro che l’Europa orientale era entrata in un periodo economico nuovo: non si trattava più di temporanei problemi ciclici ma toccavano nel profondo l’essenza stessa dell’intero sistema. Sin dalla fine degli anni settanta le nazioni dell’Est europeo avevano ridotto drasticamente il livello assoluto degli investimenti e, in molti casi, ciò si era accompagnato ad un progressivo taglio dei consumi reali (anche gli standard di vita ne risentirono duramente.) Il deterioramento della situazione economica fu determinato sostanzialmente dai sempre più bassi tassi di crescita, dal calo della produttività, da ulteriori aumenti del costo della energia, da una agricoltura fiacca, dalla diminuzione sul mercato mondiale del prezzo delle materie prime e soprattutto l’indebitamento estero di tutti i paesi del blocco orientale (per le élite comuniste il capitale occidentale era l’unico modo con il quale tacitare la pubblica opinione e ritardare il duro impatto del cambiamento strutturale.) I mercati finanziari transnazionali emersi negli anni settanta, inondati di petrodollari, dal canto loro consideravano l’Europa orientale un’area trascurata dagli investimenti sebbene tutto sommato affidabile proprio perché l’Unione Sovietica costituiva una sorta di garanzia per i paesi indebitati: il celebre ombrello sovietico. Durante quel periodo l’URSS permise ai suoi alleati forti deficit commerciali ma, quando questi ultimi ebbero serie difficoltà di rimborso, si guardò bene dall’intervenire direttamente.
L’ombrello sovietico tradiva così tutte le aspettative.»

Bülent Gökay. L’Europa orientale dal 1970 ad oggi. Il Mulino 2005.

Fieri costruttori boemi che nell’ottantanove avevano vent’anni adesso smettono di pagare architetti e ingegneri. Chiudono società e scappano investitori. L’ombrello occidentale tradisce così tutte le aspettative e molti giovani professionisti vanno a spasso sotto il meraviglioso cielo di Praga. Per fortuna oggi c’è il sole.


Angeli e topoi.

Maggio 20, 2009

Angela beve una birra mentre fuori casca il mondo. Beve una birra in casa di sconosciuti (ardita signorina. Oppure realmente in Ddr non esistevano i malfattori?) Ad ogni modo poco lontano già “…le case degli occidentali si stavano aprendo ai connazionali ritrovati dell’Est.” E lei a bere. Mica ostriche all’Hotel Kempinski, «come si era più volte ripromessa in una gag frequente con sua madre», ma birra con sconosciuti dopo una sauna con una amica. Angela parla in tele alla rete Ard. La gioventù nella Freie Deutsche Jugend: Angela faceva propaganda ma senza essere una comunista.

Angie.

Poi l’aneddoto: spesso quando si sedeva al ristorante toccava la lampada e diceva di accendere il microfono. Una proposta della Stasi la rifiutò con la scusa di essere troppo chiacchierona e avrebbe deluso le aspettative della Ditta. Tutti contenti che Angela la chiacchierona abbia raccontato se stessa alla tv ieri sera, anche se di fatto senza dire niente, escluso qualche nota di colore di quelle che i wessis* adorano. Per me sarebbe stata un ottimo agente, Angela.

*«Fu tentata di lasciare la Ddr durante un viaggio ad Amburgo
nel quale non capiva, avendo visto molti telefilm occidentali,
se una ragazza che dormiva sola in un albergo corresse qualche rischio.»

Vieni. Ti porto a ballare ad Ovest. Due.

Maggio 19, 2009
Il pezzo postato su Slipperypond.

La libertà è una cosa da concedere con cautela. Nel mio cortile, per esempio, di domenica succedono sempre cose spiacevoli: genitori liberati da obblighi lavorativi piazzano bambini in lacrime sui terrazzi, mentre giovani studenti liberi da lezioni declamano lo loro teorie al telefono. I vecchi -gente libera per definizione- fanno cadere pentole a terra mentre i cani filtrano il latente nervosismo degli umani liberi ululando di angoscia dai terrazzi. Di fatto dovrebbe esserci qualcosa o qualcuno che limiti le azioni di tutti: troppa libertà distrugge. Un ente capace di consigliare a tutti maggiore accortezza. La possibilità di finire malissimo dovrebbe sempre essere dietro l’angolo. Ma il mondo è cambiato e prova ne sia questa copia ingiallita di giornale che mi arriva in mano. E’ il Corriere della Sera di sabato 11 novembre 1989.

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Vieni. Ti porto a ballare ad Ovest.* Uno.

Maggio 18, 2009

Elemento del Muro. La prima cosa che salta agli occhi è quanto sia mutata in questi  anni la struttura stessa dei giornali: casca il Muro e il Corriere della Sera concede all’evento quattro pagine. Da pagina due a pagina cinque. Leggo: se cadono i muri in terra, figuriamoci in cielo. Le compagnie di bandiera dei due stati tedeschi, la Lufthansa e l’Interflug, hanno chiesto ieri la normalizzazione dei collegamenti aerei intertedeschi regolati dalla fine della guerra da statuti eccezionali. I collegamenti regolari erano assicurati dalle compagnie aeree alleate: una breccia a questo monopolio si aprì solo l’agosto precedente al novembre agli articoli (era l’88) con l’autorizzazione dei voli Francoforte-Lipsia e Lipsia-Dusseldorf. Se in banca servivano 10 ostmark per acquistare un marco tedesco, sul Kurfuerstendamm di B. Ovest un bar (il «Joe on the Ku’Damm») appende un cartello che dice: scambio 1 a 1 fino alle 15.00. Nei successivi anni si dibatterà a lungo se lo sviluppo più lento dei lander orientali tedeschi sarebbe stato evento da relazionarsi proprio a questo cambio e alla leggerezza del povero Joe. Un momento toccante relegato a fondo pagina: porto la bambina a dare il bacio della buonanotte alla sua madrina, come succede nelle città normali, dice Frau Schmidt mentre attraversa Bornholmerstrasse con in braccio la figlia di diciotto mesi. La madrina in questione abita a un isolato di distanza: fino al giorno prima un altro continente.

*L’intero articolo domani su Slipperypond.

Deaglio a tema Válečky.*

Maggio 14, 2009

«Roma. 9-11-1989. Sera tardi. Botteghe Oscure. Direzione nazionale PCI. La segreteria del partito ha compiuto il ricambio generazionale. L’ultimo rappresentante della generazione della guerra, Natta, ha avuto il posto onorifico di presidente; Giancarlo Pajetta, il veemente protagonista di tante battaglie parlamentari, non ha avuto niente. Insieme ad Achille Occhetto segretario ci sono Massimo D’Alema, Livia Turco, Piero Fassino, Gianni Pellicani e Claudio Petruccioli. Il centralino è tempestato di telefonate che chiedono la linea, un comunicato, qualcosa. Ma il palazzo non sa cosa rispondere. Il segretario Occhetto è irraggiungibile a Bruxelles, poiché sta avendo un incontro con il segretario laburista inglese Neil Kinnock. Si sa soltanto che ha rilasciato una strana dichiarazione: [oggi] crolla il simbolo della divisione e della Guerra Fredda. [...] Sia Kinnock che io abbiamo visto un fatto positivo in questo avvenimento clamoroso. Da tempo noi non facciamo più parte del movimento comunista internazionale.

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Cento giorni. Punto. A capo.

Maggio 13, 2009

Jiří František Potuznik.Il portavoce di colui che fu Primo Ministro si chiama Jiří František Potuznik e certamente è tizio che scrive assai veloce, dato che già ha consegnato alle stampe un libro su un avvenimento concluso nemmeno un mese fa. Il miracolo editoriale è stato chiamato Mirek Topolanek: cento giorni a capo dell’Europa. Al di là di tutto, una preziosa lezione di metodo per coloro che perdono anni e anni a limare testi e adeguare lo stile agli eventi. Ma anche svicolando da possibili osservazioni generali [Topolanek non è mai stato a capo di nulla] gira voce che il succo del testo sia nello specifico il burrascoso rapporto tra il protagonista, un patito del fitness e della bici, e questo francese egocentrico e incazzino che prova sempre a rubare la scena [oltre all'amore con Angela -bionda tedesca dell’Est- e José, portoghese che di Mirek si rivelerà coscienza critica e confessore.] “Quasi come gemelli” dirà una delle pagine più intense della retrospettiva.

Postfazione. L’idea di scrivere un testo e chiamarlo Topolanek – 100 giorni a capo dell’Europa mi ricorda la scelta di far stampare a Firenze le magliette celebrative della vittoria viola sulla Roma. Come a dire: bello, ma quando mai ricapiterà? Vai a finire che, celebrandoti, ti sminuisci.


Lunario di metà settimana.

Maggio 13, 2009
«Non so più nulla di questa città, io che vi affondavo come un albero le mie radici. Talvolta un amico mi manda di soppiatto un saluto. Nessuna donna mi scrive. Aspetto lettere invano. Del resto, come afferma Holan, un terzo della mia vita l’ho passata aspettando il postino. Ma cosa importa? Mi consolerò sfogliando l’elenco telefonico di Vienna, zeppo di cognomi cechi: Vávra, Zajíc, Petříček. [...] Da qualche anno si è appresa alla mia fantasia la nezvaliana metafora che rassomiglia Praga ad una cupa nave attaccata da legni corsari, che cannoneggiano le torri di Hradčany da tutte le parti d’Europa. Da qualche anno nella lontananza mi sembra che le architetture della città vacillino pronte a crollare.
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Grève.

Maggio 12, 2009

Trovo che Entropa di Cerny sia una brutta opera d’arte, e ciò indipendentemente dal fatto che per molti risulti essere solo una accozzaglia malriuscita di stereotipi obsoleti e grossi tubi innocenti; a parere mio sarebbe brutta anche se una struttura di quel tipo avesse sorretto l’insieme delle più belle immagini della storia della fotografia, penzolanti con fogliettini riportanti i più sofisticati concetti che mente umana possa concepire, e musica celeste di sottofondo: non enormi cessi bulgari e italiani pallonari. Non tedeschi beoni e francesi grèvi. Poiché Entropa per me è brutta a priori, messa su com’è con quello scheletro bluastro e le silhouette delle nazioni ficcate nel mezzo in colori cozzanti tra loro. Ma la faccenda sconsolante…

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Musette.

Maggio 7, 2009

Sarebbe stata una buona occasione per rimediare all’orrido semestre di presidenza, tuttavia l’eventuale approvazione del Trattato di Lisbona da parte del parlamento ceco risulterebbe bloccata dalle prevedibili dichiarazioni del presidente Klaus: per me è lettera morta, dice. E certo, di per sé non sarà una carta frizzante come magari vorrebbe lui, però comunque la si voglia vedere il Trattato resta una faccenda basilare per le nazioni dell’area, specie per quelle come la Repubblica Ceca che -stando a sentire lo stesso PM uscente Topolanek- senza una totale adesione all’Europa rischiano di finire ancora sotto altre influenze. Klaus continua a vederci un eccessivo trasferimento della sovranità nazionale alle istituzioni di Bruxelles nel Trattato già respinto in Irlanda lo scorso giugno, più un alto numero di altri difetti minori. E proprio alle vicende irlandesi fa riferimento quando afferma di volere aspettare l’esito del ritorno di Dublino alle urne in autunno, prima di decidere. Sulla stessa linea del polacco Kaczynski, che pure lui ha scelto di rinviare la firma. Dunque Repubblica Ceca e Polonia dietro Irlanda e Germania nella lenta ratifica [...e d'altronde lo dice il trattato stesso: ogni nazione può prendersi tutto il tempo che vuole per firmare.] Al presidente tedesco Horst Köhler ad esempio tocca attendere una verifica costituzionale del testo prima di dare il via libera. Ma in questo caso non ci saranno problemi.

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Peaches en Boemia.

Maggio 6, 2009

Il logo di Zappa. «Poi inaspettatamente successe uno dei fatti più sorprendenti della sua vita. Frank Zappa venne coinvolto nella Rivoluzione di Velluto. Di ritorno da Mosca voleva fermarsi a Praga, dove il tastierista Michael Kocáb era riuscito ad organizzare un incontro con il presidente Havel. Kocáb aveva conosciuto Zappa qualche tempo prima. [...] Zappa racconta dell’episodio: “mi è venuto a trovare un uomo che all’epoca era un famoso musicista rock cecoslovacco. Si chiamava Michael Kocáb e mi aveva invitato a Praga per eseguire alcune mie composizioni orchestrali. Poi un paio di mesi dopo ci fu una rivoluzione e lui diventò membro del parlamento.”»

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Vent’anni e un giorno.

Maggio 3, 2009
Una gabbia. La conferenza stampa fu convocata a sorpresa in tutta fretta, quel bel mattino primaverile del 2 maggio ‘89. “I giornalisti ungheresi e stranieri sono invitati a Hegyeshalom, al confine con l’Austria, per un incontro col vicecomandante della Guardia di frontiera, colonnello Novaki”. L’ufficiale spese poche parole e il segnale della svolta investì tutto il mondo. “Oggi cominciamo a smantellare i reticolati e i sistemi d’allarme tra Est e Ovest del continente.” Cominciò così, sotto gli occhi di noi occidentali scettici e increduli, la fine della Cortina di ferro. Tarquini su Repubblica.

 


L’est in translation. Due.*

Maggio 1, 2009

Disegno da Ellustrator.livejournal.com. L’assistente americano di Saakashvili si chiama Daniel Kunin e descrive così il presidente: really, he’s just a typical Wester politician. Un po’ di storia: nel 2000 il leader georgiano Shevardnadze, ex ministro degli esteri sotto Gorbaciov, all’inizio in grado di riportare qualche forma di stabilità in zona, si trova a dovere fronteggiare un periodo di grave stagnazione economica e alti livelli di corruzione. Nonostante il clima da ghiacciaia nell’inverno precedente Tbilisi aveva avuto non più di cinque ore di elettricità al giorno e lo stipendio medio si aggirava circa sui trentacinque dollari al mese.

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L’est in translation. Uno.*

Aprile 29, 2009

Nei giorni successivi alla breve guerra che vide opposta la Georgia alla Russia il presidente Mikheil Saakashvili usava organizzare il proprio tempo in questo modo: di giorno riceveva i leader occidentali, di sera portava a zonzo i giornalisti stranieri per fare loro vedere cosa avesse combinato davvero Mosca. Nel buio attorno a Tbilisi si narra di lunghe arrampicate presidenziali tra rovine di case, spaziosi campi puzzolenti di bruciato e boschi fruscianti di strani rumori. Mikheil Saakashvili -uomo alto, corpulento e difficilmente stancabile- quando poi rientrava nel suo ufficio all’alba subito chiedeva all’assistente Kunin cosa gli riservasse l’agenda, e casomai gli fossero stati concessi cinque minuti allora allungava i piedoni sopra il grosso tavolo con i documenti e il computer e socchiudeva gli occhi davanti alle icone ortodosse con le quali la sua stanza era stata riempita. Sugli scaffali biografie di Stalin e della famiglia Kennedy al gran completo, quelle con in copertina i più belli esemplari della specie sulla spiaggia, occhi socchiusi e sorriso da spot. Adesso Saakashvili ha quarant’anni ma al tempo della elezione ne aveva trentasei; un folto ciuffo nero sulla fronte e un trascorso da idolo giovanile con i fiori in mano ad opporsi alle ingiustizie del sistema sovietico. In città tutti lo chiamano Misha, soprannome diviso con almeno altri 300 georgiani. Però lui è il presidente e forse qualcosa cambia quando chiamano lui. Al contrario tutta personale è la caratteristica di non saper stare seduto più di quindici minuti senza alzarsi dalla sedia e cominciare a ronzare per la stanza. Autore di ottime battute (il basso Putin una volta disse di voler prendere Saakashvili per le palle e lui rispose: “guardiamo se ha abbastanza corda…”) beve spesso un vino georgiano chiamato Saperavi. La guerra di questa estate -sostiene Wendell Steavenson dal New Yorker- è stata sotto molti aspetti una guerra personale tra lui e Putin. L’ambasciatore a Tbilisi Richard Holbrooke una volta spiegò allo stesso Steavenson che è stata la guerra di un piccolo uomo rappresentante di una grande nazione, contro un grande uomo a capo di una piccola nazione. Una banalità, certo. Ma pericolosa, vista l’abitudine dei georgiani di chiamare il presidente russo Lilli-putin. Si tratta di un tizio dannatamente suscettibile e loro più di altri dovrebbero saperlo.

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Blue monday.

Aprile 27, 2009

In Faust. «I fatti miei, anche se esposti in bella forma, da sempre mi hanno creato problemi. Per dirne una in ambito lavorativo, poiché in effetti posso seriamente vantare l’orrida tendenza ad essere prolisso, verboso, autoreferenziale sulla carta e bugiardo a parole, io quando parlo o scrivo dei fatti miei. Ed ecco perché riferisco sempre meno di loro ultimamente. Consapevole di dovermi riguadagnare una credibilità ogni volta taccio e al massimo sparo in giro battute sceme. E persino il presente blog è un modo come un altro per svicolare dai personalismi, sebbene poi uno riesca fino ad un certo punto a nascondere  i propri difetti e ogni tanto qualche sparata autobiografica inevitabilmente faccia capolino pure qui [roba che -ne sono certo- corrisponde alle parti meno gradite dai lettori che arrivano in zona.] Tuttavia, anche essendo ben conscio di questo mio limite, stavolta vorrei scrivere un attimo dei fatti miei, un breve paragrafo che in qualche modo risulterà persino inerente a uno degli argomento principe del blog e per questo svicoleremo sì, ma non di molto. Però facciamolo con ordine. Almeno questo, in questo brutto blue monday.»

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Su David Duke e Filip Vavra. Due.

Aprile 25, 2009
Praga. The Czech police arrested David Duke, former leader of the Ku Klux Klan racist movement, in Prague today on suspicion of promotion of movements seeking suppression of human rights. Arriving in the Czech Rep. at the invitation of local neo-Nazis, Duke was to give lectures in Prague and Brno. David Duke is suspected of denying or approving of the Nazi genocide and other Nazi crimes. Czech lawyer Klara Kalibova said some passages of Duke’s book can be interpreted as an effort at justifying or challenging the Holocaust. This crime is punishable by up to three years in prison in the Czech Republic. (Da ČeskéNoviny.cz.) Stamani è stato rilasciato. Ma deve abbandonare il paese entro mezzanotte.

Su David Duke e Filip Vavra. Uno.

Aprile 22, 2009

Cestino. Breve riflessione successiva alla telefonata serale nella quale mi riferiscono dell’arrivo a Praga di David Duke, ex capo del Ku Klux Klan. Il Ministro degli Interni ceco Langer dichiara trattarsi di una visita allarmante e l’Univerzita Karlova v Prahe si allinea. Filip Vavra -neonazi locale- prende atto di questo però dice che le conferenze con l’amico americano si faranno ugualmente ma in luoghi segreti.

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Per dire.

Aprile 21, 2009

Dal Washington Post. E così anche la Repubblica Ceca ha abbandonato Ahmadinejad ai suoi sproloqui, levando le tende da Ginevra. Il salone della conferenza adesso ricorda certe grosse aule universitarie durante le occupazioni. Ai banchi solo i crumiri. A Ginevra per lo più preti, qualche inglese, e un francese identico a Dustin Hoffmann. Resta da capire se affidare l’apertura di un convegno internazionale contro il razzismo al leader iraniano -che dei sette minuti di intervento previsti ne ha presi trenta- sia da leggere come una inaspettata apertura dell’Onu all’humor nero o altro.

Dal Washington Post.…oltretutto il caso di Praga è indicativo perché, a differenza di altre nazioni contrarie sin dall’inizio, la Repubblica Ceca aveva un po’ nicchiato al nastro di partenza (per ammissione della stessa portavoce del Ministero degli Esteri Zuzana Opletalova.) C’è invece -e a quanto mi risulta continua a esserci- l’Ungheria, mentre la Polonia neanche è mai arrivata, allineandosi da subito al fronte del no. Rientrando in patria il leader iraniano viene accolto con fiori, riportano le ultime news. «Parteciperà sempre alle conferenze internazionali» è stata la dichiarazione dei membri dello staff di Ahmadinejad scendendo dall’aereo a Tehran. Stesse parole pronunciate dai rappresentanti vaticani a Ginevra, a sottolineare l’ennesima convergenza di vedute tra i rispettivi vertici, sia mai ci fosse stato bisogno.


Infilati due dita in bocca.*

Aprile 19, 2009
Il Grande Dittatore. Prague. Some 200 people expressed disagreement with racism, antisemitism and neonazism in the Goodwill March that passed through the former Jewish Town and continued with a meeting in a Prague garden at which a report on antisemitism in the country last year was read. (Da České noviny.) Budapest. Far-right demonstrators marched to the German embassy in Budapest on Saturday, a day ahead of the March of the Living, denying the Holocaust and to raise their voice against the Zionist world rule. The around 200 skinheads, their sympathizers and uniformed members of the paramilitary Hungarian Guard held posters reading Down with the Holocaust doctrine, The third empire strikes back, some were wearing T-shirts, saying Dare to be white. (Fonte Visegradgroup News.)
*In ceco: Strc prst shrz krk.

Pronto.

Aprile 18, 2009

Stamani avrei voluto scrivere alcune righe su questo nuovo libro di foto 1989, limitandomi ad osservare che le immagini sono bruttine e spesso tagliate a metà dalla costola (la cicca di Vaclav Havel nasce da una parte, si incunea nella rilegatura e spunta dall’altra senza farci sapere cosa nasconda nel mezzo.) Però mi blocco quasi subito e riporto la notizia che leggo sulla Stampa nella sezioni Esteri: Berlino, la telefonata che fece cadere il muro. In poche parole il corrispondente italiano per ANSA Riccardo Ehrmann, chiedendo a Schabowski da quando le restrizioni nei vari passaggi tra Est e Ovest sarebbero state allentate, altro non avrebbe fatto che eseguire un accordo precedentemente preso con il direttore dell’Ufficio Stampa della Ddr Günther Pötschke, suo amico ben consapevole di essere arrivati ormai alla fine del percorso e desideroso di accelerare i tempi della caduta.

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Mister Ruby Tuesday e l’ottantanove. Due.

Aprile 17, 2009
Cappellaio matto. 8. Lipsia, fine ottobre duemilaotto. -Oh, chiaro- fa il signor V. – Il crollo è stata una esperienza  unica. Specie il periodo subito successivo, ovverosia quando tutti iniziammo a raccogliere i cocci delle nostre esistenze stravolte e fui costretto ad abbandonare lo show-biz per cercare qualcosa di serio da fare  e tirare su due spiccioli. Ecco perché a metà gennaio finii in quel centro di istruzione e formazione per disoccupati appena fuori città…
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C’è questo tipo strano.

Aprile 15, 2009

Il logo di R.U.R. Smantellando il loculo di un vecchio fotografo vicino di stanza a lavoro* trovo un numero di questa rivista che parla di Europa. Gennaio ‘96. Retrospettiva sulle Azzorre della quale ci importa poco, e Praga con le solite storie riguardanti la magia e l’oro. Unico elemento degno di nota la seguente scoperta: tempo fa per qualche notte…

* Si accavallano voci sul suo conto. Le ultime lo danno vivo
ma in stato vegetativo su qualche letto d’ospedale cittadino.

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Foglie verdi di una triste sera di aprile.

Aprile 12, 2009

Fiori. Tra le circostanze che portarono al crollo dei regimi socialisti dell’Europa Orientale i problemi economici rappresentarono il primo elemento da prendere in considerazione. I segnali d’allarme in questo ambito non erano mancati. Il periodo iniziato a metà anni settanta -il periodo della stagnazione del blocco sovietico- segnò lo scoppio e l’accelerazione della crisi economica oltre al deterioramento assoluto degli standard di vita in buona parte dell’Europa Orientale, e in questo lasso di tempo ci fu pure un progressivo peggioramento di competitività nei confronti dell’Europa occidentale: il divario con l’occidente, annullato con la fine della guerra, si ampliò di nuovo e soltanto per quanto riguarda il consumo di alcool l’Est mantenne il suo triste primato.

da Bülent Gökay, “L’Europa orientale dal 1970 ad oggi.”

Il consumo di alcool: ma sarà vero? Mi riservo di indagare. Per intanto.

Foglie verdi di una triste sera di aprile.

Branou.Cosa resta ormai della cultura ceca -si domandava nel settantatré il Repellino- e del fermento intellettuale cittadino? “Foglie verdi di una triste serata di giugno. Banditi dai giornali, dalle case editrici, dal cinema e dai teatri, gli scrittori vivacchiano di piccoli espedienti. Da qualche tempo i loro luoghi d’incontro non sono più i circoli o le redazioni, ma i cimiteri. E’ già trascorso un anno da quando gli accigliati guardiani, che tengono le chiavi ma non il cuore di Praga, hanno chiuso il celebre teatro Za branou, perla della moderna civiltà europea. Malinconiche foglie cullate da un filo di vento. Il teatro Za Branou dice addio recitando il Gabbiano nella messinscena di Krejča.”

Invece adesso sono passati trent’anni e la cultura è riesplosa nella regione, nonostante qualche veto un po’ sciocchino e certe lungaggini burocratiche forse evitabili. Ma ciò che spicca in questi tempi è la rudezza e la diffusa pochezza della classe politica ceca, o almeno così sostiene il giornalista Jiri Hanak sottolineando in un editoriale sulla Pravo come il presidente Klaus, al momento dell’incarico al nuovo primo ministro Fischer, non abbia ringraziato quello uscente Topolanek.
Ringraziamenti di rito e ipocriti, molto spesso. E chi lo nega. Però così si fa e non misurarsi nel balletto sarebbe un chiaro indice del drammatico stato delle cose. Continua Hanak: Klaus avrebbe anche detto che non lascerà l’incombenza di governo tutta sulle spalle del nuovo PM Fischer, di fatto sminuendone il ruolo e (agli occhi dei possibili denigratori) facendolo passare come semplicemente un mero esecutore dei suoi diktat, messo lì in attesa di vere elezioni. Di un vero premier. E anche questo non si fa, perché è maleducazione. Al limite pensalo ma evita di dirlo. Tuttavia nell’ondata di critiche che non pochi osservatori locali stanno rivolgendo al popolo ceco in toto figura anche la terribile abitudine di sprecarsi in giri di shopping mostruosi sotto le feste e non far come i saggi e rispettosi vicini tedeschi che -scrive la Zerina, giornalista pure lei- in questi giorni di Pasqua riempiono le chiese e sbarrano i negozi per non cadere in tentazione. Maleducati e spendaccioni, dicono. A me i cechi paiono molto migliori di come tra loro si dipingono.


Fischer’s prize.

Aprile 9, 2009

Oggi Klaus ha dato a Fischer l’incarico di formare un governo tecnico che sostituirà quello di Topolanek, caduto a fine marzo. Sulla figura del nuovo PM tutti si sono trovati d’accordo in tempi rapidi, da quelli dell’ODS ai verdi del SZ ai cattolici del KDU-CSL (ovverosia la maggioranza di Topolanek) nonché l’opposizione CSSD, i socialdemocratici .

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Identità e biciclette.

Aprile 7, 2009

Ritratto d'un austero Klaus.Ho riletto il pubblico speech di Obama nella Hradcanske namesti e in tutta sincerità non c’ho trovato niente di particolarmente ceco o più specificamente praghese, come invece sostiene Klaus in una intervista trasmessa oggi sulla Český Rozhlas (ma d’altronde una mia comprensione immediata dell’eventuale elemento praghese nelle parole di Obama sottintenderebbe il fatto che io abbia imparato davvero a comprendere lo spirito della città, cosa che invece ancora purtroppo mi sfugge vista la complessità della faccenda, e la palla la lascio assai volentieri al Presidente.)

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Sovrappopolamento praghese.

Aprile 4, 2009

Ogni volta che mi trovo dentro l’aeroporto praghese Ruzyne vengo colto da un visibilissimo giramento di palle* dunque è piuttosto naturale che associ il luogo ad una riuscita succursale dell’inferno. Ma oggi realmente avrei voluto esserci, piombare al Terminal Due con un pulmino da Dejvická e tutelare Obama da Klaus e Topolanek e le loro assurde discussioni. Epperò poi penso che il neo-eletto presidente saprà cavarsela pure da solo (i due spesso amano annientarsi a vicenda, oltretutto) dunque mi rilasso sulla sedia e studio dalla distanza la viabilità cittadina intasata.

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Karmelistká e Kanovnická: amore e smarrimento.

Aprile 3, 2009

Le tue scarpe di tela si trovano immobili dentro una pozza vicino Karmelistká, che è una tra le principali strade del centro storico di Praga. Ad un tratto la carreggiata di destra -casomai tu venissi preso dalla voglia di iniziare a correre verso la prima periferia- costeggia una collina con una scalinata dalla quale scendono alcuni zombie di metallo dall’aria suscettibile. Questi zombie di metallo sono un monumento celebrativo alle vittime del regime e qui ne hai visti tanti (di monumenti celebrativi, non di zombie di metallo) ma di loro al momento puoi scorgere solo le silhouette in lontananza, immobile come sei davanti a questo bar con gli interni in legno che sforna brioche su brioche incurante del tuo dolore. Poiché la tua adorata sta qualche passo avanti e ha appena detto che non può durare tra voi: è finita, bello mio. Devi farci l’abitudine. Il suo cuore è lancinato da sentimenti profondissimi e sinceri però deve davvero fare così (trattasi di real-sentimentalismo locale. Niente più…) e non c’è scelta. Per quanto ti riguarda intravedi all’istante una vena poco cortese nel tuo IO della quale mai avevi sospettato e scavandoti dentro scopri di sperare vivamente che un grosso fulmine stralci il cupo celo di Boemia e la fulmini lì per strada, lasciando del suo fascinoso corpo un gruzzolo e poco più di polvere sul fondo del cratere a ridosso del Most Legií. Ma poi ti metti l’anima in pace relativamente presto, ché tanto non succederà niente di quanto speri, e ti limiti a seguirla con la faccia implorante e le Converse umide ai piedi. La Vltava oggi non l’hai vista ma percepisci lo stesso la sua vicinanza dal fischio a crescere man mano che proseguite verso la collina e il castello. Rumore di acqua e gelo nelle ossa. Tempo da rospi, pensi. Il tuo tempo.

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Butta la pasta, Elizabeth.

Aprile 3, 2009

Dalla disposizione dei posti a cena -per i maniaci, scaricabile in formato .pdf da un sito che adesso non ricordo- gli esperti di galateo deducono che Gordon Brown abbia messo in castigo Topolanek, rifilandolo quasi a capotavola.* Causa della scelta forse le frasi sulla politica economica del presidente americano (“ci porteranno dritto all’inferno”) anche se tutto resta da chiarire. -Però io ho solo espresso la mia opinione per un possibile trend protezionista- dichiara Topolanek a Tarquini nell’intervista di oggi su Repubblica. Per chi non lo sapesse, il governo di Topolanek a Praga è in crisi e difficilmente lui resterà premier fino alla fine del semestre ceco di presidenza. Ma alla domanda su una eventuale uscita di scena risponde: -”trovo divertente che questo mi venga chiesto da un italiano. Spesso infatti da voi i governi durano al massimo una stagione (cosa non sempre vera, accidenti.)”- E la crisi di governo a Praga non deve preoccupare Bruxelles? -”Anche l’Italia ha cambiato premier senza influire sulla presidenza di turno.”- Quindi dalle parole emerge il timore per un nuovo muro -”il muro della incomprensione, della diffidenza e del sospetto”- che tornerà a dividere l’Est dall’Ovest europeo se non ci muoviamo correttamente. Epperò la notizia stavolta è che qualcosa di condivisibile Topolanek lo dice anche, forse solo per culo o forse per reale convinzione, non è dato sapere. Comunque alla domanda se non teme che l’Est europeo possa diventare il nuovo focolaio di instabilità della crisi ribatte: -”questa è una grossa menzogna. L’epicentro della crisi sono gli USA [ma] vedo uno sforzo di trasferire gli effetti altrove dalle sue origini. Il pregiudizio contro l’Est è totalmente scorretto.”

* Illusi: the place to be è il centrotavola, stavolta. Ecco perché Berlusconi -anch’egli ai margini- sedeva agli antipodi del PM ceco, lontano lontano da Obama. E qui hai voglia a urlare…

That’s the press, postrádat.

Aprile 1, 2009

Ieri su Slipperypond avevo accennato all’imminente ventennale dell’ottantanove dal punto di vista dell’editoria, o meglio la valanga di roba che sull’argomento potrebbe finire nelle librerie. Però per adesso quasi tutto tace. Soltanto Eurozine ne approfitta per proporre una retrospettiva sullo stato dei media nei paesi dell’Europa centro-orientale a vent’anni dalla caduta. Alcune considerazioni a riguardo. Come per moltissimi settori, la transizione ha portato cambiamenti ambigui e di non facile lettura anche nell’informazione di quelle che vengono definite (brutto) le ‘giovani democrazie.’ Di fatto -dice Jaromir Volek- la caratteristica più significativa della stampa post-ottantanove in Repubblica Ceca, ma non solo, è il trionfo del mercato. Esteso, entrante e ossessivo. Luogo comune o dura realtà, parrebbe che anche la stampa maggiormente di qualità qui sia stata travolta dall’onda e messa ko in maniera non pronosticata da ciò che gli inglesi (e dunque certi praghesi) chiamano con un filo di soddisfazione tabloidization, vale a dire riportare cazzate e filtrare con le linee dell’editore i concetti più seri.

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Ground control to Major Vladimír.

Marzo 29, 2009
“Io cammino e quei torrenti di folla che ai tempi del Culto scorrevano insipidi e limacciosi, nastri trasportatori di volti aggrondati, insicuri, sembrano adesso sbocciare di sembianze più aperte, più serene, di occhi lucenti. Passano donne meravigliose e io cammino su questa zattera oblunga dentro una rete di manifesti, affissi, visi e di luci: mi addentro nei labirinti di ànditi, androni, passaggi, gallerie, scorciatoie che la contornano. E dappertutto un inconfondibile aroma di cultura [...]. Io conosco le angustie economiche, gli scompensi che affliggono questo paese risalito a stento dalla palude [...] ma mi consolo pensando che, se non domeranno il suo ardire con striduli giri di vite, esso tornerà a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati dell’Oriente e dell’Occidente. È un compito sovrumano, insidioso, ma forse il più lusinghiero che possa oggi offrirsi ad un popolo.*

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Si torna oggi.

Marzo 27, 2009

Il governo di Topolanek è saltato e Vaclav Klaus barcolla tra le eventualità, limitandosi ad affermare che serve una soluzione in tempi brevi sia per la crisi economica sia per quel fatto della Presidenza Europa che insomma che figura ci facciamo. I due sembrano comunque d’accordo sul fatto che il periodo in primis rappresenti lo scoglio maggiore, di fatto obbligando tutti alla prudenza nelle azioni politiche. In questi tempi sarebbe infatti un suicidio affidarsi a un governo provvisorio, anche se molti iniziano a pensare che sarebbe meglio un esecutivo a tempo che uno guidato da un idiota tipo Topolanek. Tuttavia non si escludono elezioni anticipate (una nota: Topolanek tra le righe da giorni borbotta che dietro a questo scricchiolio ci sia lo zampino del sindaco di Praga Bem, suo contestatore durante lo scorso congresso di partito, nonché figura onnipresente sui cartelloni lungo le trafficate arterie cittadine. Alle accuse per il momento Bem non risponde, mentre Mirek Topolanek evita di rincarare la dose e Klaus continua col suo stranissimo silenzio da comatoso.)
Naturalmente -a Praga come ovunque- in situazioni di questo tipo il Presidente della Repubblica usa ricevere i leader della opposizione per verificare lo stato delle cose e sincerarsi che nessun tipo di golpe sia all’orizzonte: Jiří Paroubek e Jiří Cunek saranno chiamati al Castello oggi stesso per essere decapitati, poiché Klaus resta ancora dell’idea che la Presidenza EU debba finire con Topolanek al timone e non con possibili sostituti in gamba. Eventuali cambi potranno verificarsi in ottobre.
(Seconda e ultima nota del breve post: per me l’aspetto più carino della vicenda resta comunque l’eco delle voci che arrivano da fuori e nello specifico da Mosca, luogo dal quale il ministro Nesterenko si affretta a dichiarare che il principale motivo della caduta di Topolanek siano i passi falsi sulla sicurezza nazionale ceca, e in particolare -come poteva essere altrimenti?- l’idea di consentire la base-radar americana a Brdy. La cosa è poi confermata pure da Dmitri Rogosin, ambasciatore russo presso la NATO: lo stallo del Primo Ministro, sommata all’elezione e l’arrivo a Praga di Obama, faranno certo rivedere i piani del governo ceco sulla base USA.) Intanto sabato si continua a manifestare contro la base e al corteo praghese prenderà parte un tizio davvero curioso. Chi? Sul tema tornerò a brevissimo.

Continua…

Mister Ruby Tuesday e l’ottantanove.

Marzo 26, 2009
7. Lipsia, fine ottobre duemilaotto. -A proposito. Li conosci i Plastic People of the Universe?- chiede Nĕmeček. La macchina sotto i nostri culi barcolla. Con la testa faccio segno di no. Non li conosco. Fuori dal finestrino scorrono le silhouette tutte uguali delle piccole città al confine tra Germania e Repubblica Ceca. Una dopo l’altra e Š. che ridacchia seduta sul sedile posteriore, tutta presa a sfogliare la sua rivista di arredamento scritta in quella lingua assurda con la quale si ostinano a parlare qui. -Beh, dovresti approfondire la tua cultura musicale- scopro. -I Plastic People of the Universe erano molto famosi negli anni della ribellione, e continuano ad esserlo anche adesso, più o meno. I membri della band -grandi fan di Zappa- sono stati incarcerati parecchie volte e mi è stato riferito che i poliziotti a Praga per lungo tempo usavano manganellare i manifestanti fino a “fare loro uscire Frank Zappa dal culo.” [testuale. Ndr.] – Oh, borbotto. -Persino Václav Havel ha firmato una petizione per il loro rilascio, sai?- Annuisco. Tipico. -E i Beatman -prosegue Nĕmeček abbassando la radio. -Li conosci?- Ancora dico no. -Beh, da qualche parte dovrei avere loro un disco e…pensa hanno suonato a fine anni ‘60 pure a Monaco arrivando a tanto così dal firmare un contratto con la Decca Records, la famosa etichetta del posto e… lanciavano messaggi molto coraggiosi per i tempi e…fu grazie alla spinta dei Beatman che persino Paul Anka arrivò a Praga [mi pare fosse la fine del sessantasei, o forse era estate.] Insomma i tempi delle feste in stile occidentale dei Primitives all’F-Club…e la Fish Fest con i tizi che si tiravano le secchiate di acqua mentre fuori marciavano i carri armati russi…oppure la Bird Fest con i musicisti tutti coperti di piume che starnazzavano sul palco e…ah, gli Olympic di Zelva? Prodotti e distribuiti dalla Supraphon, quella che ai tempi era l’etichetta discografica statale e…sì, quello sì che era un periodo interessante. Non credi?” straparla Nĕmeček mentre usciamo dall’autostrada. Mi permetto di fargli notare che anche il periodo che stiamo vivendo adesso lo è. Più o meno. Per questo ne scriviamo. Mica per altro.

Appunti per Mazowsze. Frantisek.

Marzo 20, 2009
Neu.5. Monaco. Ottobre 2008. -Venerabile Zar Frantisek Nĕmeček III, qui è il tuo amico Florian Vömel che ti parla, e sottolinea, sia mai davvero possa servire a qualcosa, quanto nelle tue stupide cronache tu abbia comunque sempre ragione. Domanda numero uno: ma come diavolo fai? Poiché è vero, in fin dei conti: un giorno sarà proprio fico essere tedeschi. Anche se per il momento devo accontentarmi di essere quel che sono e punto e basta. Vale a dire nulla di eccezionale…
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Golem for dummies.

Marzo 16, 2009

Mi rifaccio alla cronologia banvilliana per chiarire un concetto piuttosto accidentato; e d’altronde in casi di questo genere un preambolo serve proprio (oltretutto si tratta di un notevole strappo a quella regola che mi sono imposto, vale a dire non parlare mai riguardo certe cose che scoprirete di seguito) pena la chiusura immediata di questo spazio. Ma tant’è: sembra che le regole siano fatte apposta per esser infrante e c’è assai più gusto se a farlo è chi l’ha concepite. A seguire, due punti.

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Little Creatures.

Marzo 11, 2009

Uno dice: basta. Non voglio stare in un paese nel quale i Rom sono maltrattati, c’è una corruzione giudiziaria insostenibile, la stampa è controllata in tutto dal governo e la sanità fa schifo. Però alla fine la Slovacchia è bella. E non ci sto male. Dunque forse servirà davvero un po’ di mente locale prima di prendere decisioni affrettate e pianificare altrove il mio futuro. Partiamo dall’inizio, però.

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Le celebri varie.

Marzo 7, 2009

Il Cappellaio Matto. In effetti volevo aprire una sezione varie che facesse da contenitore per quei post poco attinenti agli argomenti che di solito tratto, ma visto che tutto ciò che scrivo o dico può essere collegato alle faccende centro-esteuropee in qualche modo, tutta l’operazione avrebbe ben poco senso. Ecco perché le relative fughe che mi concederò le infilerò qui di seguito tutte assieme, nel breve spazio di un post. Poi basta. Primo esempio.

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Money and obscured by clouds.

Marzo 3, 2009

El Santo. Io non so cosa sia un discorso europeo dell’anno e nemmeno se in passato ne abbiamo avuti altri (forse quello di Berlino?) Ad ogni modo Obama a Praga in aprile ne pronuncerà uno, o per lo meno questo è quanto sostiene Topolanek. 
Ché sono giorni assai frenetici per coloro i quali devono scrivere il NIE definitivo sullo stato delle cose in Europa Centrale, dato che la zona parrebbe essere franata dentro moltissime discussioni di varia natura, ahimé.
Due esempi.

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April come she will.

Febbraio 28, 2009

Prova a dare una definizione di buonasorte: la tizia della ONG* prende tempo e dice che sarebbe meglio per me ripassare ad inizio aprile. Al momento stanno organizzandosi per una visita del sindaco di Praga e il tempo stringe. -Ok- faccio io. -Inizio aprile va bene, tutto sarà calmo.- Breaking news: il Presidente Obama raggiungerà Praga ad inizio aprile. D’oh. Causa della visita…

* Argomento già trattato in qualche post precedente.

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La mia guida alla (fu) Mitteleuropa.

Febbraio 25, 2009

Nella Storia del Presente di Ash si legge di una guida alla Mitteleuropa edita da una piccola casa editrice fiorentina che -nessuno sa come- era poi capitata tra le mani dell’autore in quel di Oxford. Grazie ad elaborati colpi di culo in contesti non propriamente fortunatissimi penso di essermi imbattuto pure io nel libretto. Edito nel novantuno da Passigli, la suddetta Guida alla Mitteleuropa contestualizza non molto i grandi cambiamenti appena giunti nelle zone, anzi più o meno si limita a dipingere un generico quadretto, tuttavia non privo di spunti.

L’incipit.

Se in Svizzera, Austria e Germania il turista può attendersi uno standard uguale o superiore a quello degli alberghi italiani, in Cecoslovacchia la situazione è molto meno confortante.’ Il perché si sottende che tutti lo immaginino. Ma ancora: ‘gran parte degli alberghi migliori sono del tutto privi di fascino: grandi costruzioni dotate in genere di un comfort discreto, però impersonali e spesso francamente brutte.’ E c’è poco da stupirsi poiché di fatto mi spiegano che erano i tempi nei quali il cadavere del real-socialismo ancora risultava calduccio al tatto del visitatore occidentale e si stentava a vedere in esso il bello, l’aggraziato o comunque quel singolare grottesco che spesso trasfigura al giorno d’oggi in fascinoso e intrigante. Di fatto ad inizio anni novanta pretendere ventate ostalgiche sarebbe stato un filo prematura e un edificio enorme e squadrato era solo un edificio enorme e squadrato, magari costruito nel centro di una periferia anonima e grigia. Nulla di più. Tuttavia il libretto fornisce notevoli indizi a Garton Ash così come a tutti quelli che siano in grado di reperirlo (missione non facile) in particolar modo per le brevi descrizioni dei singoli alberghi riscontrabili lungo la via che da Trieste conduce a Bratislava: chissà quanti sono scomparsi e quanti ancora restano in piedi.

Le scoperte.

Oh, per quanto mi riguarda innanzi tutto scopro che la maggior parte dei principali hotel di Praga aveva al proprio interno (cito) ‘ristorante e night-club’: delle due imprese adesso una è stata abbandonata quasi ovunque e non è il ristorante. Inoltre qui e lì fanno cadere il mio monocolo certi scivoloni poco politically correct del curatore: non capita di rado infatti di imbattersi in commenti tipo ‘ancora a tratti si può notare l’antico splendore, sebbene un energica ripulita ai pavimenti lo renderebbe certo più degno del suo passato.’ Dalle mie parti -e sono parti ipocrite, lo riconosco- certe cose si pensano ma giammai si dicono. Ancora sparse inoltre tracce di quella adorabile pacchianeria ora scomparsa che emergeva rapportandosi all’argomento: ‘oltre al caffè, dalla purissima facciata liberty, vi è un ristorante all’interno che è una copia esatta di quello del Titanic.’ In barba a qualsiasi forma di scaramanzia, per Dio.

Uno struzzo.

La storia dell’U Tri Pstrosu -I tre struzzi, hotel centrale e assai frequentato- è curiosa e merita d’essere riportata: nel 1606 la fece decorare Jan Fuchs, fornitore ufficiale di piume di struzzo per la Boemia. A fine anni ottanta diviene luogo famossimo per la Bomba Malakoff, dessert -riporto- ‘veramente esplosivo.’ Non stento a crederlo.


Il komunistickým špionem.

Febbraio 24, 2009

Antl.Asistent senátora je ve firmách s komunistickým špionem, dice il giornale. Ed il fatto che oggi mi sento fortunato è confermato dalla rara somiglianza che stavolta passa tra il ceco e l’italiano. Dunque evito di chiamare al telefono il mio autoctono di riferimento per le traduzioni e annuso in totale autonomia l’argomento del pezzo: trattasi di una accusa mossa all’assistente del senatore Roman Wimmer, spalla del socialdemocratico Miroslav Antl, di essere uno spione (špionem) per i servizi segreti russi. Epperò forse toccherà un filo contestualizzare prima di proseguire. Per fortuna nel sito c’è pure la versione inglese.

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Un bel peccato.

Febbraio 20, 2009

Come sempre Vaclav Klaus arriva nella sua stanza, sistema il microfono e fa partire lo show. Tema di oggi a qui Bruxelles: perché non vuole dichiarare se firmerà o meno il Trattato di Lisbona. Risposta: Klaus told them (ai giornalisti) he has always said chess players do not announce their move in advance. Per quanto, il tema di oggi qui non sarà l’abilità allo scacchiere di Klaus ma la situazione delle ONG in Repubblica Ceca, faccenda da me toccata con mano quando ho visitato la settimana scorsa la sede di una grossa associazione non-governativa praghese. Adesso, a quanto sono riuscito a capire nella norma qualsiasi ente profit o no-profit del mondo piange miseria se interpellato al riguardo e indipendentemente dalla situazione finanziaria reale nella quale versa: è un trend diffuso e che dà enormi soddisfazioni ai responsabili. Dunque anche la Ong che ho visitato io non fa eccezione, per quanto poi sia dislocata in uno dei palazzi più belli della città, pieno di marmo e stucchi e porte pesantissime: nel chiuso di una stanzina piccola ma dignitosa dove si srotolano tappeti e c’è qualche poltrona rossa. Come si entra alla parete un olio su tela raffigura Havel che suggerisce qualcosa all’orecchio di Gesù Cristo e la cosa dice molto sulla statura del personaggio, o quantomeno sulla visione che di Havel hanno qui. Per il resto libri e computer, più una signora in un angolo che mi accoglie con gentilezza.

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Appunti per Mazowsze. Vysočany.

Febbraio 17, 2009
4. Praga, Dejvická. Inizio ottobre 2008. «Alle ventidue e venticinque del ventidue otto sessantotto il compagno Kabrna barcolla e si alza. Sembra stanco e ragionevolmente lo è. Il compagno Kabrna ha la faccia quadrata, occhietti luminosi e qualche ciuffo di capelli biondi sparso sulla testa. Non c’è traccia di microfoni attorno a lui quindi è costretto a mettere le mani a conca davanti alla bocca per farsi sentire. La sala centrale della fabbrica di Vysočany è grande ma non enorme e dopo avere urlato un pò si volta verso il compagno Tomas per dire…»
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Adesso che sta male.

Febbraio 15, 2009

2235809769_8d9a6ccc593Sono il tipo di persona che non sarebbe affatto sorpresa se, nel pieno del suo mandato, venisse arrestata e trascinata in qualche cupa aula di tribunale per affrontare un processo o portata diretto in qualche cava a spaccare pietre. Né sarei sorpreso se mi capitasse di sentire all’improvviso la sveglia, destarmi in una cella di una prigione poi, con sommo divertimento, andare a raccontare agli altri carcerati tutto ciò che mi è successo negli ultimi sei mesi.

Così Vaclav Havel a Gerusalemme qualche tempo fa. E se l’analisi potrebbe sembrare eccessivamente scanzonata e dunque un filo distorta, invito tutti a vedere il documentario Obcan Havel per capire che in fondo le cose davvero stanno in questo modo.

EU2009 a Praga c’è ma non si vede.

Febbraio 12, 2009

Per quanto possa avere un valore, vedo una Praga piuttosto distaccata dalle faccende euro-presidenziali. O meglio una Praga che si fa trovare pronta evitando di essere risucchiate nel vortice comunitario, prostituendosi al semestre. E magari questo è anche un buon segno. Non so. Solo nella zona dei ministeri si intuisce che qualcosa è diverso dal solito. Per il resto invece tutto tace. Il logo della presidenza…

Il logo della presidenza ceca EU2009.

…appare unicamente in ristrette aree del centro per scomparire del tutto in periferia. Telegiornali e giornali ne parlano ma con discrezione. L’eurobarometro -qualsiasi cosa sia- spiega che il 78 percento dei cechi considera importante la presidenza dell’Unione Europea, così come due terzi dei cechi sostiene di seguire con un vago ‘sui media’ i movimenti della presidenza; solo un quinto dei cittadini europei è invece a conoscenza del fatto che la Repubblica Ceca sia presidente di turno dell’Eu (ma fugate ogni residuo di malizia: nessuno sapeva nemmeno che prima c’era stata la Francia al timone, e che dopo toccherà alla Svezia.) E comunque da un bel pezzo in zona non si parlava della vecchia storia dei missili puntati verso Mosca, dunque ha visto bene di abbandonarsi ieri al gusto vintage pure il ministro degli esteri Karel Schwarzenberg, il quale proprio a Mosca ha dichiarato che lo scudo USA non servirà -se mai sarà ultimato- contro la Russia ma contro l’Iran. Alla solita balla polverosa il corrispettivo russo ha naturalmente glissato ripetendo che ne parleremo questo benedetto scudo verrà finito. Se mai verrà finito. Ma per adesso vi prego basta.


Identità centroeuropea. Uno.

Febbraio 1, 2009

«Era un tipo alto e magro, con capelli corti e smunti pettinati con cura sulla fronte stretta. Un tipo nordico che mai ci saremo aspettati di trovare così a est. Impossibile definirne l’età: a prima vista avrebbe potuto avere tra i trenta e i sessant’anni. Era un bell’uomo, con quella pelle perfetta e i lineamenti scandinavi, eppure sembrava tenersi in ombra. Persino mentre mi stava di fronte era difficile metterlo bene a fuoco, come se quella parte della mia coscienza che aveva il compito di imprimere le immagini nella memoria fosse diventata improvvi-samente difettosa. Forse aveva trascorso anni a cercare di passare inosservato -alle autorità, alla polizia, alle spie e agli informatori- che uno strato della sua realtà di superfice si era consumato. Aveva l’aspetto offuscato di un attore che si fosse appena tolto il trucco. Strinse la mano a ciascuno di noi in quel modo serio, affettato, tipico del Centroeuropa, che sembra un commiato più che una presentazione. E un sorriso così malinconico. Il suo inglese era ottimo, con solo un lievissimo accento straniero. Ci diede il benvenuto a Praga con un tono pacato ma garbatamente signorile, come se non fossimo arrivati a Praga ma nella sua proprietà. Avremo notato più volte quell’atteggiamento padronale, in particolar modo nei circoli degli intellettuali. Essendo stati privi di tante cose, quegli artisti critici e studiosi rimanevano avvinghiati con la passione degli esuli alla loro città, alla sua storia, alla sua trascurata magnificenza, alla sua tenace misteriosità. Avevo portato in dono una bottiglia di whisky irlandese acquistato al duty-free. ‘Ah…il Jameson’ esclamò il professore col tono di chi apprezza un prezioso regalo proveniente da un luogo ritenuto mitico: seta del Catai, spezie di Samarcanda. Mi prese la bottiglia dalle mani con delicatezza, quasi con tatto, un grado di riconoscenza perfettamente calibrato; un gesto raffinato, ecco l’espressione giusta; non avevo mai conosciuto nessuno cui tanto si addicesse quell’aggettivo.»

John Banville, Ritratti di Praga. Ed. Guanda 2005.

L’oblast’ di Kaliningrad.

Gennaio 27, 2009

L’oblast’ di Kaliningrad del quale tanto si è parlato nei mesi scorsi scopro oggi essere una regione ben più corpulenta di quanto potessi immaginare: sostanzialmente in scala con la madrepatria dove ogni cosa è enorme, questo avamposto russo in territorio europeo, trattato da tutti come un fazzoletto di terra buono solo per essere riempito con missili, è grosso quanto metà Slovacchia. Ma procediamo con ordine.

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Good old fashioned lover boy.

Gennaio 25, 2009

Il tribunale di Budapest ha condannato oggi a venti mesi con la condizionale l’uomo che il ventitré ottobre duemilasei, durante i disordini antigovernativi nella capitale, si impossesso’ di un carro armato T-34 sovietico esposto come documento storico per il 50/mo anniversario della rivolta del cinquantasei. L’uomo si era messo alla guida del tank con l’ intento di attaccare la polizia impegnata a sedare i disordini. L’imputato -ex carrista di sessantasette anni- si e’ presentato in tribunale nell’uniforme della Guardia Ungherese, banda paramilitare di destra, ed ha negato di avere commesso un reato. Era accusato di avere arrecato pericolo pubblico con veicolo su strada e danneggiato un documento storico esposto. Caduta l’accusa di resistenza armata a pubblico ufficiale. Sia la procura che il condannato hanno presentato ricorso contro la sentenza di primo grado.
[fonte: ANSA.]