Archivio per il 'Slovenská Republika'Categoria

«About the fifty ways.»

Novembre 28, 2009

«Il periodo della luna di miele del post-comunismo si concluse in modo più drammatico in Cecoslovacchia. Havel, pur essendo riuscito a restare in carica il doppio degli anni rispetto a Wałęsa e Zelev, aveva tuttavia fallito proprio dove i suoi colleghi di altri paesi erano riusciti. [...] Il problema di Havel fu l’atteggiamento ambiguo dei cechi nei confronti dei vecchi dissidenti e l’epoca comunista nel suo complesso.»

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Komárno.

Settembre 5, 2009

Segmento.Paragone probabilmente campato in aria poiché a relazionare le due cose c’è solo la vicinanza temporale, ma trattasi di avvenimenti entrambi curiosi ed a loro modo significativi. Arriva oggi [ieri] a Londra il treno commemorativo partito da Praga della impresa di Nicholas Winton, inglese che salvò quasi settecento ebrei cecoslovacchi dallo sterminio. I media locali hanno dato molto risalto alla intera vicenda mostrando belle fotografie di questo signore oggi centenario, e boeme ottantenni alle quali…

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Little Creatures.

Marzo 11, 2009

Uno dice: basta. Non voglio stare in un paese nel quale i Rom sono maltrattati, c’è una corruzione giudiziaria insostenibile, la stampa è controllata in tutto dal governo e la sanità fa schifo. Però alla fine la Slovacchia è bella. E non ci sto male. Dunque forse servirà davvero un po’ di mente locale prima di prendere decisioni affrettate e pianificare altrove il mio futuro. Partiamo dall’inizio, però.

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La mia guida alla (fu) Mitteleuropa.

Febbraio 25, 2009

Nella Storia del Presente di Ash si legge di una guida alla Mitteleuropa edita da una piccola casa editrice fiorentina che -nessuno sa come- era poi capitata tra le mani dell’autore in quel di Oxford. Grazie ad elaborati colpi di culo in contesti non propriamente fortunatissimi penso di essermi imbattuto pure io nel libretto. Edito nel novantuno da Passigli, la suddetta Guida alla Mitteleuropa contestualizza non molto i grandi cambiamenti appena giunti nelle zone, anzi più o meno si limita a dipingere un generico quadretto, tuttavia non privo di spunti.

L’incipit.

Se in Svizzera, Austria e Germania il turista può attendersi uno standard uguale o superiore a quello degli alberghi italiani, in Cecoslovacchia la situazione è molto meno confortante.’ Il perché si sottende che tutti lo immaginino. Ma ancora: ‘gran parte degli alberghi migliori sono del tutto privi di fascino: grandi costruzioni dotate in genere di un comfort discreto, però impersonali e spesso francamente brutte.’ E c’è poco da stupirsi poiché di fatto mi spiegano che erano i tempi nei quali il cadavere del real-socialismo ancora risultava calduccio al tatto del visitatore occidentale e si stentava a vedere in esso il bello, l’aggraziato o comunque quel singolare grottesco che spesso trasfigura al giorno d’oggi in fascinoso e intrigante. Di fatto ad inizio anni novanta pretendere ventate ostalgiche sarebbe stato un filo prematura e un edificio enorme e squadrato era solo un edificio enorme e squadrato, magari costruito nel centro di una periferia anonima e grigia. Nulla di più. Tuttavia il libretto fornisce notevoli indizi a Garton Ash così come a tutti quelli che siano in grado di reperirlo (missione non facile) in particolar modo per le brevi descrizioni dei singoli alberghi riscontrabili lungo la via che da Trieste conduce a Bratislava: chissà quanti sono scomparsi e quanti ancora restano in piedi.

Le scoperte.

Oh, per quanto mi riguarda innanzi tutto scopro che la maggior parte dei principali hotel di Praga aveva al proprio interno (cito) ‘ristorante e night-club’: delle due imprese adesso una è stata abbandonata quasi ovunque e non è il ristorante. Inoltre qui e lì fanno cadere il mio monocolo certi scivoloni poco politically correct del curatore: non capita di rado infatti di imbattersi in commenti tipo ‘ancora a tratti si può notare l’antico splendore, sebbene un energica ripulita ai pavimenti lo renderebbe certo più degno del suo passato.’ Dalle mie parti -e sono parti ipocrite, lo riconosco- certe cose si pensano ma giammai si dicono. Ancora sparse inoltre tracce di quella adorabile pacchianeria ora scomparsa che emergeva rapportandosi all’argomento: ‘oltre al caffè, dalla purissima facciata liberty, vi è un ristorante all’interno che è una copia esatta di quello del Titanic.’ In barba a qualsiasi forma di scaramanzia, per Dio.

Uno struzzo.

La storia dell’U Tri Pstrosu -I tre struzzi, hotel centrale e assai frequentato- è curiosa e merita d’essere riportata: nel 1606 la fece decorare Jan Fuchs, fornitore ufficiale di piume di struzzo per la Boemia. A fine anni ottanta diviene luogo famossimo per la Bomba Malakoff, dessert -riporto- ‘veramente esplosivo.’ Non stento a crederlo.

Meno due.

Dicembre 30, 2008

euroI complottisti qui già si misurano in esercizi sublimi: per esempio uno di buona portata pirotecnica è sostenere che l’entrata in zona -euro della Slovacchia prima di Repubblica Ceca e Polonia lo si debba a certi gasdotti russi che attraverserebbero il territorio come grossi lombrichi a molti metri di profondità. Non so. Ad ogni modo in Slovacchia l’euro arriverà tra due giorni e la cosa è nota a tutti da tempo. E nello specifico colui che più di altri s’è battuto per la faccenda è il potentissimo Igor Barát, tizio militaresco che -garantisce lo Spectator- è però a conoscenza di numerosissimi party cool per festeggiare come si deve l’avvento (feste da aggiungere alle ceche per il semestre di presidenza EU: l’ex Cecoslovacchia riunita da questo nuovo vento danzereccio è un favoloso inizio d’anno per chiunque ci tenga a che in zona vi sia un popolo sempre più capace di divertirsi duro.)

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When Toyokazu met Luboš.

Dicembre 21, 2008

Il tizio che arriva in zona, nel novero delle cose che vorrebbe dire ma non può, ci infila sempre questa: però è buffo un nero che parla ceco. Confermo: può esserlo. Allo stesso esatto modo un giapponese che parla slovacco. Però poi uno analizza la faccenda un filo più in profondità e scopre l’arcano: ovvero in Slovacchia oggi esistono 44 compagnie giapponesi che danno lavoro a più o meno quindicimila slovacchi, una cifra enorme se confrontata alla popolazione. Inizio a tradurre l’intervista per lo Spectator a Toyokazu Kubota, un giapponese dell’ambasciata dal cognome nipponico ma che suona curiosamente locale [tipo Neruda.] E insomma Kubota parla alla perfezione la lingua del posto, l’inglese, e naturalmente il giapponese. Tuttavia per una curiosa selettività inconscia anche dopo un secolo passato a Budapest in ungherese sa dire solo jó napot [ciao.]

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