Archivio per gennaio, 2012

Ribollita e/o škubánky.

28 gennaio 2012

[Tentativo di articolo serioso per la celebre rivista
XXXXX poi finito da nessuna parte. Era luglio 2011.]

Le ultime elezioni politiche in Repubblica Ceca risalgono a poco più di un anno fa: fu infatti alla fine del maggio duemiladieci che Petr Nečas, leader del principale movimento conservatore Občanská demokratická strana, venne incaricato dal capo di stato Václav Klaus di formare il governo [Václav Klaus è quel tale che l'Europa nemmeno può vederla in cartolina]. Nomina alla quale seguì l’insediamento a Praga di un esecutivo di centrodestra, avendo l’Ods ottenuto il maggior numero di seggi in coalizione con i neonati movimenti Top 09 e Věci veřejné. Soltanto opposizione invece per il partito con più voti ossia i socialdemocratici del ČSSD guidati in quel periodo da Jiří Paroubek. Un governo politico forte di numeri rassicuranti dopo la parentesi tecnica di Jan Fisher, primo ministro «a tempo» con il compito di sostituire Mirek Topolánek, franato a metà del semestre ceco di presidenza europea [nessun accenno in questa sede al tema della nodità: come indicato dall'esecutivo, la sobrietà è di rigore]. Tuttavia, nonostante i pochi mesi di effettiva operatività, già parrebbe terminata la luna di miele tra la coalizione al potere e la popolazione, o almeno così riportano le recenti rilevazioni dell’istituto locale di analisi sociopolitica SANEP. Dati capaci di dipingere un quadro piuttosto critico della scena: buona parte degli intervistati si dice infatti non soddisfatta dell’operato dell’attuale esecutivo valutandolo insufficiente [59.2] mentre, da un punto di vista comparativo, Nečas e i suoi ricoprirebbero una posizione collocabile a metà tra il «peggiore governo di sempre» [26.6] e «uno tra i peggiori governi di sempre» [37.6]. Numeri ben lontani dall’essere incoraggianti che non vengono confortati neppure dall’ultima rilevazione, quella con la domanda più diretta: il governo Nečas è un beneficio per la Repubblica Ceca? «No» per il 57.6 degli interpellati mentre «tendenzialmente no» per il 20.1. [Viceversa, sommando «sì» e «tendenzialmente sì» la cifra va a stabilizzarsi attorno al 16 percento]. Ovvia la riflessione conseguente vale a dire quanto, a Praga come ovunque, non ci sia l’abitudine di considerare verità assolute i quadri che talvolta possono scaturire da indagini di questo tipo; ciononostante restano innegabili i problemi, i passi falsi e le polemiche che hanno intralciato e coinvolto nel profondo il lavoro della crew di Nečas. Alcuni guai esogeni come la crisi economica globale in grado di generare ripercussioni nella quasi totalità delle politiche nazionali, altri endogeni dunque vissuti dal corpo elettorale come maggiormente accusatori [tema sovranazionale del complotto]. Polemiche e sospetti che hanno avuto per nucleo principale il partito del dimissionario Ministro degli Interni Radek John, il Věci veřejné che tradotto potrebbe suonare come la cosa pubblica o l’amministrazione pubblica e che proprio nelle vesti di movimento della trasparenza scelse di vendersi in campagna elettorale. Accuse sulle modalità di finanziamento, corruzione per un ministro interno al partito [Vít Bárta al dicastero dei trasporti, poi dimessosi anche lui] e un evidentissimo frazionamento interno. Posizioni divergenti se non contrastanti con il maggior partito della coalizione Ods, condite da ripetute minacce di lasciare la maggioranza se non saranno esaudite alcune richieste in tempi brevi, tra le quali riforme sul sistema sanitario e previdenza sociale. Com’è scontato in un contesto simile, dall’altra parte dell’emiciclo muove le proprie carte l’opposizione avanzando l’ipotesi di elezioni anticipate per voce dell’attuale leader socialdemocratico Bohuslav Sobotka [preso -qualche tempo fa- a cazzotti da un ubriacone. Ma questo è un altro tema]. L’accusa rivolta a Nečas ed i suoi ministri è di non saper fronteggiare la delicata situazione sociale creatasi in Repubblica Ceca e all’estero. Sobotka e il ČSSD aggiungono anche la richiesta di dimissioni immediate per il Ministro della Difesa Alexandr Vondra [Ods], accusato di cattiva gestione economica del semestre di presidenza europeo nel duemilanove, e per il Ministro delle Finanze Miroslav Kalousek [Top09] a seguito di recenti prese di posizione eccessivamente rigide nei confronti dei lavoratori del settore dei trasporti, sul piede di battaglia per un pacchetto di riforme che danneggerebbe la maggior parte dei dipendenti. Un tema quantomai attuale sul quale è intervenuto persino il capo di stato Klaus, dandone tuttavia una lettura agli occhi di molti filo-governativa e distante dalle posizioni super partes che il ruolo richiederebbe: i sindacati farebbero il gioco delle opposizioni covando intenti politici e non solo proponendo rivendicazioni sociali. Serve tuttavia ricordare che Klaus è stato fondatore dell’Ods nel 1991, primo ministro come leader dell’Ods dal 1992 al 1997, e capo di stato dal 2003 grazie alla carriera ai vertici dell’Ods. Poiché anche a Praga il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dal popolo; il popolo vota il governo, poi resta all’ascolto. Ma talvolta, anche dopo soli dodici mesi, capita possa dare l’impressione di volere rivedere le scelte. Squillino le trombe, fanfare e così sia.

«Che Guevara v domě u Prahy.»

27 gennaio 2012

Oldies but goldies
: due.

«Tutto qui è noioso, grigio e senza vita» sembra sostenesse Che Guevara di Praga. Motivando: «questo non è il socialismo ma il suo fallimento.» Ecco perché se n’è andato a Vienna. Dove ci si diverte duro e il socialismo è di quelli cazzuti.

«’Cause I try and I try and I try and I try.»

26 gennaio 2012


Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un secondo salto all’indietro.

* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.

Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ad oggi molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi. Ossia direbbero stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.
TOP09 è naturalmente finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra e dirottarsi sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno dopo anno. Perché arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo. Come in tutto.

On «East Journal.»

25 gennaio 2012


In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]

Chitty chitty deutsche bang.

18 gennaio 2012


Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.

* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»

«Craxòva? Craxoská? Craxá ulička?»

17 gennaio 2012

Oldies but goldies: uno.

«Il viscerale anticomunismo di Craxi maturò nel ’56 durante un viaggio a Praga. -Lì la cappa si incrina. Eravamo per la libertà dei popoli quindi diventammo anticomunisti.-»
Ecco trovato dove intitolargli una strada.

On «Europa Futura.»

16 gennaio 2012

Primo dicembre duemiladieci per East Journal.

«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o Club Med, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]

Piuttosto efficace.

14 gennaio 2012

…con Monti non funzionerebbe. Ai tempi: «BBB+erlusconi.»
E via così.

On «Europa Futura.»

13 gennaio 2012

2-2011.

«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato]. E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali]. Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti. Senza contare quanto si tratti di un organismo in continua evoluzione e difficilmente inquadrabile, l’Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni fa venivano tirati in ballo argomenti adesso [è lecito augurarselo] un filo sorpassati e démodé: un bel po’ d’acqua è passata sotto i pittoreschi ponti locali e non accorgersene sarebbe indicativamente sospetto. Per dirne una Jiří Pehe -ex collaboratore di Havel e sofisticato analista ceco- nel duemilasei si domandava se fosse proprio l’Europa centrale il problema dell’Unione Europea: il riferimento andava alla tendenza alnazionalismo e al populismo che molti percepiscono come caratteristica radicata e esclusiva di questa fetta di mondo, unita alla persistente sfiducia nell’EU di certi anziani ma non solo. Tuttavia le cose sono cambiate e spesso in meglio, nell’ultimo quinquennio, nonché certe titubanze si sono dimostrate del tutto infondate. Seguono alcuni casi.»

Continua qui.

«Europa futura.»

8 gennaio 2012


Qui.

Ma ti dirò un terribile segreto.

7 gennaio 2012
«Non c’è nessuno là dentro che non sia la Signora Grassa di Seymour. [...]
Non c’è nessuno, in nessun luogo, che non sia la Signora Grassa di Seymour.»

I pezzi su «Domani» on Arcoiris: 2010-2011.

4 gennaio 2012


8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»

…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla
domenicale. A fare i seriosi c’è da spisciarsi.

Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.

The spaghetti incident.

3 gennaio 2012


Già si espresse al riguardo Tony Judt e non saprei se questa mia possa essere considerata come una grottesca appendice a quello scritto [di roba nuova ne tirerò fuori circa zero dal cilindro], senza contare quanto mettersi in scia a tizi del genere finisca per rivelarsi spesso una pensata poco producente. Ad ogni modo sono obbligato a ribadirlo, al costo di passare per plagiatore davanti agli occhi dei tre o quattro individui che finiscono qui cercando Hank Skorpio nei Simpsons*: il Belgio è un posto interessantissimo e soprattutto reale. Paesaggi mozzafiato sia mai amaste la sobrietà [è periodo] uniti a una scena politica talmente consolatoria [in entrambi i sensi: forse in futuro saprò spiegarmi meglio] che a leggerne ricorda qualcosa tra la fiaba della buonanotte e un romanzo beat. Il premier si chiama Elio Di Rupo e usa vestirsi come t’immagini potesse conciarsi ai bei tempi [seconda metà degli anni ottanta] lo sceneggiatore di un programma comico ex Fininvest, vale a dire papillon a pois e bretelle. Però anche lui è sobrio [è periodo] e dopo snervanti negoziati ha prestato giuramento: era lo scorso dicembre e in questo modo ha interrotto i cinquecentoquarantuno giorni di vuoto al potere.
Django Reinhardt è belga come i dEUS: entrambe precisazioni che diranno poco a chi s’interessi superficialmente di musica. Tuttavia pazienza. Io usavo andare spesso in Belgio quando mio cugino lì viveva e convolò a nozze: pure questo interesserà ad un numero ristretto di lettori.
Capita adesso che di Belgio debba [forse] scrivere per una faccenda grossotta dunque in questi giorni scavo con maggiore costanza nei ricordi. Su tutto emerge la vicenda di un bassista chiamato a suonare per la festa successiva alla cerimonia di questo cugino [fornisco le iniziali del cugino: N. d'A.] il quale per primo -o almeno tra i primi- mi introdusse ai segreti del rock, facendomi impugnare il suo strumento poi spiegandomi come toccare le grosse corde. E nemmeno disse niente quando feci cadere a terra un piatto di spaghetti; mi trovavo a pochissimi centimetri dallo stand sul quale aveva riposto il basso e sono convinto [lo resto a distanza di più di vent'anni] di avere macchiato quel bel mogano e tutto il resto in maniera piuttosto seria con gli schizzi. Però niente: la sobrietà. Si vede in Belgio era periodo anche nel novantuno.
Oppure la storia dei sommergibili che affollerebbero il mare sulle coste belghe come migliaia di giovani aringhe: questo deve essere collegato al racconto che mi fece un lontano [credo] zio della sposa sulla facilità con cui in Belgio possa capitarti di nuotare in mezzo ai sottomarini**. Zona di vitale importanza geopolitica ed ecco -ora che ci penso bene- dove nacque persino la mia seconda passione [la geopolitica: non i sommergibili. Che comunque non disprezzo.] Ascoltai l’aneddoto con il cuore in gola prima di far cadere a terra il piatto di spaghetti. Se non ricordo male sopra Bruxelles c’era una opprimente cappa d’afa. Vediamo di fare un po’ di ordine.

a. Il motto nazionale è l’unione fa la forza. Scritto in tre lingue.
b. Waterloo è in Belgio. Django Reinhardt non è nato a Waterloo.
c. La Germania invase il Belgio come tappa tra le prime del piano Schlieffen.
d. Il piano Schlieffen, come buona parte dei piani militari tedeschi e delle sortite tedesche ai mondiali, fallì.
e. Lovanio è detta la capitale della birra.
f. Liegi dette i natali a Jean-Michel Saive, numero uno del ranking mondiale di ping pong per 515 giorni.
g. I 515 giorni vanno dal 9 febbraio 1994 all’8 giugno 1995 e dal 26 marzo 1996 al 24 aprile 1996.
Adesso possiamo iniziare: continua.

** Ad essere ancora più puntuali: capita di
sfiorarli con i piedi se arrivi alle boe, in
un contesto non dissimile dalle balene sul
fondale di Belluca nel Treno ha fischiato.
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