Archivio per giugno, 2011

An extraordinarily irritating book.

30 giugno 2011

Curiosi parallelismi tra coloro che scelgono la
virata a destra in età avanzata. Ad ogni latitudine
e con qualsiasi tipo di background.

«This is an extraordinarily irritating book written by one of those people who smugly believe that, having lost their faith, they must ipso facto have found their reason. In order to be persuaded by it, you would have to be open to propositions like this: part of the left’s savage animus against Sarah Palin is attributable to her status not as a woman, neither as a Conservative, but as a Worker. Or this: America is a Christian country. Its Constitution is the distillation of the wisdom and experience of Christian men, in a tradition whose codification is the Bible. Some of David Mamet’s unqualified declarations are made even more tersely. On one page affirmative action is described as being as injust as chattel slavery; on another as being comparable to the Japanese internment and the Dred Scott decision. We learn that 1973 was the year the United States won the Vietnam War, and that Karl Marx -who on the evidence was somewhat more industrious than Sarah Palin- never worked a day in his life. Slackness or confusion might explain his reference to the ­Scottish-Canadian newspaper magnate Lord Beaverbrook as a Jewish courtier in the tradition of Disraeli and Kissinger but it is more than ignorant to say of Bertrand Russell -author of one of the first reports from Moscow to analyze and excoriate Lenin- that he was a fellow-traveling dupe and tourist of the Jane Fonda style.»

[Il resto sta qui. Per i faticoni invece,
in lingua italiana, a pagina quarantatré
di Repubblica del 28-6-2011.
By Christopher Hitchens.]

On «East Journal.»

29 giugno 2011


«Certe volte capita di sentire qualcuno che parla di qualcun altro appiccicandogli l’epiteto di maestro™. Ciò può verificarsi in una strabiliante moltitudine di settori. Tra scrittori, ad esempio, talvolta capita che un autore si rivolga con il termine maestro™ ad un secondo autore tendenzialmente morto al quale un po’ si è ispirato o dal quale un po’ scopiazza; quando non si ha niente a che spartirci ma potrebbe rivelarsi utile l’accostamento o per lanciarsi/rilanciarsi. L’accademia prettamente detta lasciamola perdere perché lì sono tutti maestri™ [discepoli e detrattori] vicendevolmente. Tuttavia esistono figure di spicco all’interno delle singole discipline: evitando come la peste l’epiteto maestro™, riconosciamo loro una meritevole preparazione e non frequenti capacità espositive e divulgative. La paternità di punti di vista talvolta innovativi e qualche dote di ammaliatore che non guasta mai. Nella slavistica Angelo Maria Ripellino potrebbe essere [anzi viene] definito un maestro™. Dati i parametri di cui sopra si tratta di faccenda indiscutibilmente vera. Il web per fortuna straborda di accurate biografie e liste delle opere di Ripellino quindi evitiamo l’ennesimo Bignami al riguardo, ricordando solo che fu eccellente universitario [filologia slava e lingua e letteratura ceca poi russa], puntualissimo corrispondente dalla Cecoslovacchia [ma non solo], poeta e scrittore.» [Continua su East Journal.]

Prendere una testata.

27 giugno 2011


Raro caso
nel quale fa piacere. Complimenti a tutti.

Nöstalgia [sei.] Esempi di critica letteraria âgée.

25 giugno 2011
Originale [con titolo
«Allemanda»]  su Slipperypond.
Era febbraio duemilaotto.

Finito di leggere «le Benevole*» si è nettamente più stronzi di quando si è cominciato.

On «East Journal.»

23 giugno 2011


«E’ noto il celebratissimo dogma giornalistico secondo cui negli articoli non bisognerebbe mai usare la prima persona singolare: io l’ho imparato da un capo-redattore molto disponibile, poi trasferito dalla capitale in una sperduta provincia a seguito del fallimento della piccola testata che lo sottopagava. Però bisogna fare uno strappo alla regola stavolta poiché la contestualizzazione necessaria dell’argomento passa dalla mia esperienza diretta: ho avuto infatti l’onore di essere stato uno tra gli ultimi ad entrare in Danimarca prima del [relativo] polverone conseguente il ripristino dei controlli di frontiera in entrata. Viaggio comodo nel nord della Germania su bus da Berlino fino Rostock, quindi traghetto notturno e ti svegli che sei già in quei paesini dai nomi adorabili tipo Gedser o Bøtø By. Adesso tocca mostrare i documenti, talvolta o sempre, dipende da tanti fattori e sopportare un po’ di fila. Sia come sia, parte proprio dal caso danese la giornalista ceca Kateřina Šafaříková per constatare l’atteggiamento -a suo parere piuttosto ambiguo- di alcuni governi della Europa centro-orientale a seguito della rinascita di nuovi muri all’interno del continente. L’articolo sta su periodico Časopis Respek.» [Continua su East Journal.]

La scena del sassofono.

22 giugno 2011


«Czech President Václav Klaus is celebrating his 70th birthday with a jazz concert at Prague Castle tonight with hundreds of guests attending. Klaus who regularly starts the jazz cycle at Prague Castle is a devotee of the genre*.»
Ok. Devoto del genere.  E proprio per questo tornano a mente le umiliazioni che il predecessore Václav Havel gli riservava nei ruggenti anni novanta non invitandolo ai concerti più cool della città, anche con Bill Clinton e signora a giro.
Per chi avesse modo la scena del sassofono [eccola] sta nel bellissimo documentario Občan Havel - Scény z prezidentské kuchyně.** Più o meno a metà. Loro a ridere e Klaus a casa: ecco spiegato come mai gli girano le palle da circa quindici anni e se la prende con gli ecologisti.

* Fonte: České Noviny.
** Di Pavel Koutecký e Míra Janek. 2007.

An extremely loud lehkost bytí.

21 giugno 2011


Saul Bellow con la Russia ce l’ha fatta. E forse anche Philip Roth con la Cecoslovacchia ai tempi di Zuckerman. Di certo ce l’ha fatta Banville con i ritratti di Praga. Safran Foer tendenzialmente no però va detto che si tratta di brano estratto da qualcosa di più lungo [dice il testo che leggerà a Capri in occasione di una roba tra scrittori a confronto] dunque valga un po’, per me in primis, l’attenuante dell’estrapolato da. Magari la cosa più bruttina è il titolo ma anche qui non capisco quanto sia riconducibile a Repubblica* o alla penna di Foer: «ogni cosa leggera è pesante» miscelando Kundera con l’«ogni cosa è illuminata» dell’autore del brano. Suonava meglio «molto forte incredibilmente lento» o «ogni cosa è riso e oblio.» Ma sono pareri. Sia come sia eccoci a Praga: la storia di un tizio truffato da un tassista che chiede quattrocentoeuro per portarlo in albergo, in potenza costretto a cacare senza carta igienica, compatito dall’ambasciata, ignorato dalla polizia e umiliato da un cameriere che gli mette in conto anche la maionese [Foer è un vegetariano piuttosto convinto** quindi, temo, un grande rompicoglioni. Tuttavia avendo il racconto come protagonista un «uomo senza qualità», cioè non il Foer che di qualità ne avrà pure tante, si tratta di particolare secondario.]
Ma, come dicono gli editori quando fanno le pulci a un testo, come mai proprio Praga se ciò che accade poteva accadere a un americano in trasferta più o meno ovunque nel mondo, al netto di qualche cliché squisitamente locale? Spesso questo basta per cassare un manoscritto o innescare qualche pallosissima discussione. Ovvero una città, specie una così particolare e profonda, se trattata da semplice fondale di cartapesta tanto vale lasciarla stare, no? L’uso strumentale di un posto non è un reato ma, se il posto non è il posto quanto una riproduzione bidimensionale del posto, può bastare per restituire il sentore di qualcosa che manca. E se qualcuno non è Foer arriva anche quello d’occasione persa?

* Il pezzo sta a pag. 34 del numero di domenica 19 giugno 2011.
** Il suo «Se niente importa»[Eating Animals] è del 2010.

Nöstalgia [cinque.]

18 giugno 2011

Originale [con titolo «Tony Judt vs.
John L. Gaddis.
»] su Slipperypond.
Era gennaio duemiladieci.

Il capitolo ventunesimo del libro dello storico inglese Tony Judt «L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del novecento» è una recensione decisamente sfavorevole [testuale] alla «Storia della Guerra Fredda» scritta da John L. Gaddis. Cito dalla note di apertura: «questa recensione è stata pubblicata nel marzo 2006 sulla New York Review of Books. John L. Gaddis si è comprensibilmente offeso per la mia mancanza di entusiasmo verso la sua versione più recente e commercialmente redditizia dei decenni della Guerra Fredda, ma ciò non cambia il fatto che il suo libro contribuisca in maniera significativa a diffondere negli Stati Uniti malintesi e ignoranza sulla vera natura della Guerra Fredda, sul suo esito problematico e perdurante nel nostro paese e all’estero.» Ci do un’occhiata. «La Guerra Fredda nell’analisi di Gaddis fu allo stesso tempo inevitabile e necessaria. Non era possibile fare retrocedere l’impero sovietico ed i suoi alleati, però bisognava quantomeno contenerli. Lo stallo durò quarant’anni» scrive Judt. Sia come sia -continua Gaddis- alla fine, grazie a maggiori risorse, un modello economico e politico molto più attraente nonché alla iniziativa di pochi uomini [e una donna: la Tatcher] giusti, i nostri hanno avuto la meglio. In soldoni sta qui il nodo centrale secondo Judt del fiume di pagine scritte da Gaddis; un testo che pecca di una visione troppo americanocentrica degli eventi in pressoché ogni riga. Ovvio come da alcune immagini* chiunque sarebbe portato a dare ragione a Judt e torto marcio a Gaddis. Però tocca proseguire sforzandosi di fingere una non credibile dose di imparzialità. «Le sue [di Gaddis] descrizioni degli statisti statunitensi e delle loro azioni è dettagliata e vivida. Al contrario, quando decide di occuparsi della parte sovietica è convenzionale e bidimensionale» argomenta Judt. Il corposo saggio di Gaddis è stato d’altronde concepito durante gli anni del potere repubblicano e non è un caso che trasudi un chiaro unipolarismo. «Il risultato è dunque una storia della Guerra Fredda narrata come un confronto tra superpotenze, ma quasi sempre dalla prospettiva di una di esse». Punto di vista parziale che genera perplessità e la constatazione che Gaddis sia un trionfalista senza mezze misure non fa che peggiorare le cose: l’America ha vinto la Guerra Fredda perché meritava di vincere e basta. A molti senza dubbio potrebbe bastare come spiegazione. «La narrazione di John Gaddis riflette lo stesso provincialismo che egli attribuisce con certa approvazione ai suoi protagonisti americani. In parte è una questione di stile.» Dunque andiamo a guardare un poco lo stile. Nel testo Gaddis ricorre spesso a obsoleti cliché tra i più amati dal pubblico che bazzica il settore; per esempio nel cinquantasei l’Europa dell’Est era «una polveriera» e il comunismo «un palazzo costruito sulle sabbie mobili», dio ce ne scampi. Richard Nixon fu sconfitto da un avversario più potente dell’URSS o del movimento comunista internazionale, «la Costituzione degli Stati Uniti d’America», e roba di questo tipo. Per non parlare inoltre di quanto grave sia il silenzio che viene fatto calare su molti aspetti centrali per la migliore comprensione del periodo: il cosiddetto Terzo Mondo africano del tutto ignorato ma anche il Medio Oriente; l’Est asiatico e il Sud America, zone imprescindibili per una corretta comprensione dei fenomeni. Epperò, quando non ignora qualcosa e ne scrive, può capitare che Gaddis scriva una cazzata. Judt definisce infatti [con tono diplomatico e apprezzabile] poco degno di fiducia la tesi di Gaddis a proposito dei paesi dell’ex blocco sovietico. Pure qui, guardiamo un po’ nello specifico. All’interno della «Storia della Guerra Fredda» Gaddis parla di Havel come del cronista della disillusione del comunismo più influente della sua generazione. Un comunista in grado di analizzare al meglio, quindi distaccarsene, il mondo che lo circondava. Ottimo, non fosse che Havel non fu mai comunista. Argomenta Judt: «nato da una famiglia abbastanza facoltosa [il nonno, già ne parlammo qui sul Válečky, fu celebre architetto] in seguito espropriata e discriminata dalle autorità comuniste, Havel non seguì i suoi contemporanei nella breve passione per il marxismo». Secondo Gaddis, Havel diede voce a una visione diffusa della Europa dell’Est come di una società nella quale la moralità universale, statale e dell’individuo potessero essere un’unica cosa [«Gaddis non è molto a suo agio con le astrazioni politiche ma si capisce lo stesso ciò che intende.»] Comunque anche qui -punzecchia Judd- sarebbe bello se fosse vero. Sfortunatamente tuttavia, negli anni tra la nascita e la caduta del comunismo, meno di duemila uomini su quindici milioni in Cecoslovacchia firmarono la Charta 77 di Havel. Non certo una percentuale da urlo.
Havel fu il primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista proprio perché egli aveva trascorso una buona fetta di vita in galera e con il passato regime non aveva avuto rapporti ambigui. Magari all’identikit di Gaddis si sposa meglio il polacco Michnik o l’ungherese Kornai. Nessuno dei due viene citato da Gaddis.
Quindi il capitolo spie, a occhio quello più appetitoso: secondo Judt sarebbe un errore non dare il giusto spazio, all’interno di una cronaca della Guerra Fredda, ai servizi segreti. Come prevedibile, nel testo di Gaddis quel poco che c’è ancora una volta riguarda solo le spie americane. Rimozione oltremodo strana visto l’intelligence era una delle poche cose che il blocco sovietico riusciva a fare decorosamente. In conclusione la versione di John Gaddis -scrive Tony Judt- si adatta alla perfezione agli Stati Uniti contemporanei [era il 2006]. «Un paese ansioso stranamente separato dal proprio passato e dal resto del mondo, che necessita disperatamente di una favola a lieto fine.» [Ma adesso le cose sono cambiate o -come diceva quel signore cinese del quale non ricordo il nome- «ancora è troppo presto per dare un giudizio anche sulla rivoluzione francese?»**] Ad ogni modo la «Storia della Guerra Fredda» di Gaddis è stato letto e verrà letto da molti americani: come testo di storia e -tra le parole ammirative citate sulla sovraccoperta della edizione inglese- per «quello che ha da insegnare a noi tutti» circa il metodo migliore con il quale affrontare  minacce sempre nuove. Un pensiero davvero deprimente, conclude Judt.

** Sebbene probabilmente  il riferimento fosse al Maggio Francese del sessantotto: capita.

On «East Side Report.»

14 giugno 2011


«L’animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe, scriveva Tito Livio di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino. I fatti: cade in questi giorni l’anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a direil protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorchéil Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi. Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all’attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L’ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona.» [Continua su East Side Report.]

On «East Journal» e «Ecoinchiesta.»

10 giugno 2011

Post pubblicato anche su
Ecoinchiesta. Sta qui.

«Avendo avuto la fortuna sfacciata di poter girovagare un po’ in quella fetta di Europa che comprende i länder di Mecklenburg Vorpommern e Schleswig-Holstein [per i neofiti alla lettura: Germania nord-orientale e Germania nord-nord] mi è capitato di passare davanti la cittadina di Geesthacht, famosa in zona per una ridente campagna a circondarne l’abitato, la fascinosa avifauna che la popola e una centrale nucleare composta da un reattore Bwr per complessivi 1410 mw di potenza. Costruito tra il settantaquattro e l’ottantatré, l’impianto di Krümmel si è fatto un nome grazie al reattore tra i più grossi in commercio e il numero notevole di leucemie riscontrato lì attorno nel lontano ottantasei. Inattivo nel 2007 per un incendio, Krümmel è stato rimesso in moto nel 2009 ma dopo pochi giorni è stato nuovamente disattivato per un corto-circuito assai simile a quello del 2007 che causò l’incendio: i casi della vita. Sia come sia, al momento Krümmel è spento ma questo il viaggiatore di transito frequentemente lo ignora e capita che qualcuno venga sorpreso a incrociare le dita sul bus mentre ne scorge la silhouette all’orizzonte.» [Continua su East Journal.]

On «East Journal.»

5 giugno 2011


«Alcuni recenti siparietti in contesti piuttosto prestigiosi [cit. il G8 a Deauville ma la lista serebbe lunga] inducono alla riflessione su quanto possa essere utile una decorosa rappresentanza estera, vale a dire tizi in grado di non farti scomparire quanto li spedisci in giro a fare le tue veci. La nobile tradizione diplomatica centro-europea pone le proprie radici nel contesto storico dell’area, per millenni punto di contatto tra diversissime suggestioni: popoli, culture, interessi, ricchezze, odi e velleità di conquista più o meno spietate. Un nome su tutti, sia mai possa interessare, l’esportabilissimo Tomáš Masaryk. Elementi imprescindibili per apparire degni di fiducia o interlocutori potenzialmente validi con controparti redditizie o basilari sul piano strategico: Stati Uniti, ovvio. Ma non solo. Ecco come mai, al netto dei risultati che otterrà -conseguenti elementi per certa misura non rapportabili al suo operato- il principe Karl Johannes Nepomuk Josef Norbert Friedrich Antonius Wratislaw Mena Fürst zu Schwarzenberg si rivela ogni volta una buona carta da giocare per la Repubblica Ceca. Non a caso inamovibile Ministro degli Esteri nei governi Topolánek e Nečas. Da qui il motivo per cui gli è stato organizzato un bel weekend negli USA con al seguito nutrito gruppetto di affaristi cechi in rappresentanza di faccende tra loro diversissime: industria cinematografica, industria del nucleare, finanza e altro. Principali tappe del tour San Francisco, Los Angeles, Washington, New York ma soprattutto il Texas, stato cardine per l’economia statunitense e assieme l’ultimo posto sulla faccia della terra nel quale sogneresti di trovare uno come Schwarzenberg.» [Continua su East Journal.]

Nöstalgia [quattro.]

4 giugno 2011

Originale [con titolo «Jožin z Bažin
reloaded.
»] su Slipperypond.
Era marzo duemiladieci.

In scia alla nobile attitudine di eseguire furti su commissione, accetto la sollecitazione ed eseguo un articolino su commissione: il manovratore dietro l’intera operazione risulta essere quel CdC che, trascorrendo ore e ore al giorno online per motivi prettamente accademici, ci sta ogni tanto si distragga e incappi in altro, povero. Stavolta dalla piattaforma cui frana mi segnala quanto segue: starebbe verificandosi un curioso revival in Europa Centrale del celebre pezzo Jožin z Bažin* di Ivan Mládek. E d’altronde la trama del brano, il ritmo e l’abbigliamento dei protagonisti non potevano che attrarre l’attenzione del nostro e risvegliarne la vecchia e tormentata anima b-boy. Per quanto riguarda il sottoscritto, invece, avendo la fortuna di trovarmi in zona e soffrendo di una fastidiosa monotematicità negli argomenti, non posso esimermi dall’obbedire e scriverci la cazzatina al riguardo, adempiendo così al mio ruolo in Slipperypond e nel mondo. Ma procediamo con ordine.
Primo punto: trama della canzone [onestamente l'intero articolo non si svilupperà tanto oltre la trama della canzone, credendo fermamente tutto quel che sia doveroso recepire da Jožin z Bažin nasca e muoia nelle parole e nelle immagini del video, senza contare inoltre come su internet la versione in inglese delle liriche si trovi ovunque.] Ad ogni modo c’è questo tizio che sale sulla propria Škoda 100** per recarsi nel ridente villaggio di Orava*** quando, strada facendo, una vocina ronzante nella testa lo convince che meglio farebbe a svoltare per Praga e liberare la città dal terribile mostro Joey [strašidlo Jožin] il quale conserva la graziosa abitudine di mangiarne i residenti. Tuttavia il sindaco di Vizovice -luogo nel quale sorge il celebre albero con naso di Vizovice- ha promesso la mano della primogenita al prode che gli porterà Joey, più una fattoria collettiva in uso. Sarà proprio il cavaliere sulla Škoda colui che compirà l’eroico gesto, limitandosi a recuperare  po’ di polvere e un aeroplano [entrambe cose non difficili da reperire nella Cecoslovacchia del settantotto.] Joey viene catturato e venduto allo zoo. Fine. Storiella piuttosto lineare, vi riconosciuto. Però indicativa. E d’altronde strani animali e senso del fantastico hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nell’immaginario cecoslovacco, come in quello di qualsiasi altra parte del globo [per altro, al riguardo rileggevo in questi giorni la trama di Kostava k popírání, mediometraggio nel quale un tizio si perde nei meandri della burocrazia socialista dell'epoca mentre cerca un misterioso funzionario del quale rimane solo un telefono che squilla in continuazione. Il tizio porta in braccio un gatto nero. Però forse, vista l'assenza di balletti e strumenti buffi, siamo anni luce distanti da Jožin z Bažin e troppo vicini al vecchio Franz. Minima idea.]

Nota nella nota: come già scritto in precedenza, l’intera faccenda mi è stata segnalata dal Cdc poiché taluni network di suo gradimento riporterebbero d’un revival in atto di Jožin z Bažin, nonostante gli autoctoni che ho potuto interpellare [nell'indicativa cifra di due] mi abbiano spiegato quanto sia trend in fase calante, avendo la melodia ritrovato giusta notorietà circa un anno fa [«sebbene il brano non sia mai scomparso del tutto e anche adesso goda di decorosa programmazione», scopro con giustificato sollievo attaccato alla cornetta del telefono.]

Nöstalgia [tre.]

1 giugno 2011

Originale [con titolo «Utilizzo strumentale
di letture assurde
»] su Slipperypond.
Era marzo duemiladieci.

Dunque c’è questo articolo* che riporta le somiglianze e le differenze tra il Maggio Francese del sessantotto e la Primavera cecoslovacca dello stesso anno. Per quanto riguarda me, ne scrivo poiché ho avuto modo di dibattere sull’argomento con una parigina di stanza a Berlino arrivata in veste di provocatrice. Proverò a riportare quanto è emerso dalla lettura del pezzo e la successiva chiacchierata che abbiamo avuto io e la signorina al chiuso di un piccolo salotto di Kreuzberg, facendo filtrare solo in minima parte la innata fascinazione che provo per gli eventi della Pražké jaro e la connaturata antipatia verso il Maggio Francese, incrementata da film orrendi come «The Dreamers.» Allora tra le somiglianze viene infilata nel testo la natura e struttura delle maggiori città che fecero da palcoscenico agli eventi: Parigi e Praga, città «magiche, ricche di significati, rappresentative ognuna nel proprio modo della cultura europea, delle proprie radici e traumi» [benché, ulteriore dato ad accumunare le suggestioni, in Francia non si ribellarono solo i parigini così come l'impulso decisivo del riformismo cecoslovacco partì da Bratislava e non dalla capitale]. Parimenti al grande impatto che entrambi gli eventi ebbero sui media. Per la mia adorabile dirimpettaia una storia assai semplice: l’eco dei moti francesi arrivò fino in Cecoslovacchia secondo vettori oscuri, convincendo i locali alla rivolta [al solito, tutto è una emanazione francese] e ne consegue quanto, senza i tizi della Sorbona, nessuno avrebbe mosso un dito in nessuna parte del globo, figuriamoci in Cecoslovacchia.

***

Dunque i brontolii parigini si fanno emblema delle storture che tormentano da tempo i borghesi di una società «apparentemente felice, ordinata e di successo». Idem i progetti di Dubček contro il potere totalizzante di Mosca e la ricerca di una terza via tra socialismo e capitalismo. Tutto in Cecoslovacchia per provare a risollevare una società apparentemente infelice, sicuramente ordinata e -chissà- potenzialmente di successo.** Quindi la mia provocante interlocutrice prosegue spiegando che senza il Maggio Francese la nostra conversazione non sarebbe potuta avvenire perché le rispettive madri sarebbero state costrette ad abortire da terribili agenti segreti nel buio di una cella oppure invece che studiare in una Europa unita staremo a marcire dentro segrete di castelli guardando compagni deceduti appesi alle pareti.
-Può essere- sibilo prima di unirmi al coro dichiarando che per fortuna sono stati inventati i parigini [sottolinea per altro l’autrice del testo quanto in entrambi i casi si trattò di movimenti nei quali i giovani svolsero un ruolo fondamentale e in special modo gli studenti. Cerco di capire se M.me davanti a me sia stupita o meno del fatto che le università fossero state realizzate anche altrove, dopodiché mi gratto la testa].
Condivisibile poi -sebbene un po’ fine a se stesso- il parallelismo secondo cui «tutti e due i movimenti appaiono come ribellione al potere costituito» poiché a ben guardare ciò capita quasi sempre nelle rivolte. Uguale il fatto che siano entrambe onde «caratterizzate da marcato anticonformismo».
La signorina -con occhi illuminati parlando di ciò che a Parigi ebbe luogo e che sceglie di onorare tracannando birra- mi domanda se ho visto la foto di quella bella ragazza che protesta portata in braccio da altri sexy contestatori***. Le rispondo che l’ho vista ma la ritengo un falso [e la tizia in definitiva un cesso] ossia niente di diverso dagli scatti di Loch Ness e la provetta di Colin Powel all’ONU. Ciò la offende moltissimo.
Capitolo differenze. Per finire. E qui ci mettiamo i diversi tipi di potere o la direzione presa dai due movimenti. Linea ascendente, di crescita per il Maggio. Discendente per l’avanzata del riformismo cecoslovacco. A Praga esisteva infatti un piano definito come alternativa al potere «quali fossero le sue reali possibilità di riuscita» [l'alternativa allo stalinismo si trovava nel Programma di Azione e nei piani di riforma economica di Ota Šik] mentre a Parigi non esisteva un piano B da contrapporre alla società di consumo capitalistica [idem per le divergenze tra le figure dei leader. Fumose in Francia con Cohn-Bendit e Sauvageot. Chiarissima a Praga con Dubček].
Scopro -e non poteva essere diversamente- di avere davanti con una amante di Danny il Rosso, divenuto Danny il Verde e adesso non Danny di quale colore, la quale tuttavia tentenna su Dubček e la capacità del leader slovacco di tuffarsi da trampolini altissimi come dimostrano invece alcune foto in un libro edito da Le Lettere****. E forse proprio da questo aspetto della leadership l’ultima divergenza tra i movimenti citata nel testo e che io ancora ribadisco, vale a dire gli ingredienti-base dei rispettivi minestroni. Collage da piazzare entrambi «nella parte più a sinistra del tradizionale asse destra-sinistra» ma se a Praga si amalgamano «l’autogestione di stampo jugoslavo, l’umanismo di tradizione ceca e il socialismo più classico», nel Maggio Francese si mischiano «marxismo, situazionismo, Marcuse, Adorno, Horkheimer, Freud, Mao, Trockij» più qualche tizio di Hollywood.
Però adesso si è fatto tardi e l’abbozziamo salutandoci. Sorriso di circostanza e quando esco [avendole lasciato il numero di cellulare nella vana speranza di qualche squillo] la mente torna a The Dreamers, pellicola cui salvo unicamente [in parte] Eva Green. Come preventivato la serata finisce con una insostenibile freddezza nel cœur che neppure l’ennesimo Jägermeisterriesce a scalfire.

* Praga, Parigi, Primavera: le sfide del 1968 e il comunismo occidentale, di Trinidad Noguera Gracia, in «Era sbocciata la libertà? A quarant´anni dalla Primavera di Praga» curato da Francesco Guida ed edito da Carocci.
** Dice poi una nota del testo [e anche qui riporto con fedeltà] che, se è vero come entrambi gli eventi furono all’istante innalzati a livello di narrazione mitologica e ci fu una forte identificazione collettiva consequenziale, fu senz’altro più semplice per gli europei occidentali immedesimarsi nei francesi rispetto che nei cecoslovacchi, ai quali certo andava l’appoggio di molte parti della società ma verso cui rimaneva uno strisciante distacco figlio del fatto che, gira e rigira, chissà cosa caspita stava succedendo laggiù.
*** Parallelismo per Hollande: qui.
**** L’ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione nell’Europa dell’Est [1963-1973.] A cura e con un saggio di Antonio Pane. Note di Alessandro Catalano e Alessandro Fo.
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