Il requiem di Krastev.

Ottobre 27, 2009

Ivan Krastev* nel suo «Addio alla Europa centrale» scrive che l’interpretazione del significato storico dell’89 è oggi molto più ambigua rispetto al passato. Infatti se la «vittoria dell’Ovest» nella guerra fredda aveva rappresentato l’indubbio trionfo del liberalismo, come sosteneva Robert Cooper e gran parte della élite politica europea giusto dieci anni fa, beh, attualmente lo stesso liberalismo è in crisi ovunque e soprattutto nell’Europa centrale. Inoltre abbiamo avuto la crisi tra Russia e Georgia e il ritorno della geopolitica**, senza contare le infinite peripezie di ratifica al trattato di Lisbona e dunque della unità europea.

Parrebbe essere tornato di moda il realismo à la Kissinger: «così, proprio mentre il 1989 viene ufficialmente celebrato in tutta Europa, il crollo del Muro di Berlino sta perdendo quel significato di spartiacque fra passato e futuro che gli è stato ampiamente attribuito. Si ha l’impressione che l’energia politica del 1989 si sia esaurita, tanto nell’Est quanto nell’Ovest del continente.» La nuova generazione di leader politici dell’Europa centrale [populisti o tecnocrati che siano: noi non ci facciamo mancare nulla e ne abbiamo d'entrambi i tipi] si riconoscerebbe poco e niente infatti nelle idee e nella eredità della rivoluzione dell’ottantanove la quale, in fin dei conti, non è stata la loro rivoluzione: i populisti in circolo amerebbero di più rispolverare fasti pre-bellici e liquidare la fase post-1989 come un breve periodo di potere terminato con il loro arrivo, per fortuna, e di dominio continuato e mascherato della vecchia élite comunista; al contrario per i liberali cresciuti a ridosso della svolta conta solo l’economia e bisogna diffidare di ogni genere di simbologia politica. Parimenti la fascinazione e la spinta emotiva del 1989 starebbe perdendo forza pure nell’Europa occidentale la quale, vessata da altri problemi [immigrazione...terrorismo...clima...] non subirebbe più alcun tipo di attrazione per quella parte del mondo che fu rintanata dietro al muro. La prima considerazione di Krastev dunque non lascia spazio a speranza: «ad appena vent’anni dalla fine della guerra fredda, la rivoluzione del 1989 ha perso il suo fascino e l’Europa centrale non esiste più come identità politica, né rappresenta una strategia concreta per giocare un ruolo nella politica europea.» Tuttavia la scomparsa della Europa centrale come un luogo comunitario di esperienza condivisa non significa una non comunanza di interessi interni ai paesi che vi appartengono, nonostante i colori dei governi. Ivan Krastev a tale proposito fornisce un breve elenco di convergenze tra gli ex paesi del Patto, e come si muoverebbe l’Europa se fosse composta soltanto da loro: «se gli stati della Europa centrale fossero i soli a decidere della politica EU, per esempio, avremo un rapido allargamento dell’Europa ai Balcani occidentali, [...] politiche economiche più liberiste e maggiore libertà di movimento di lavoratori e servizi attraverso i confini nazionali.» Non avremo invece nessuna chance per la Turchia nell’Unione, così come scarsissimo interesse per le politiche inerenti al cambiamento climatico [ovviamente, questo assieme a nessuna prospettiva di rafforzamento dei poteri e autorità di Bruxelles.] Domanda: però non è questa una identità politica ben definita? Ad una prima lettura infatti parrebbe che quella perdita totale di identità politica di cui sopra, da parte della Europa centrale, non sarebbe così netta, nonostante la frase conclusiva della seconda sezione del lungo intervento ribadisca il concetto: «l’Europa centrale dunque può certo sopravvivere come raggruppamento strategico dei nuovi membri EU, ma ha cessato di esistere come raggruppamento politico unito da una comune sensibilità storica e visione normativa.»
Interessanti quindi i cinque fattori che hanno determinato la scomparsa dell’Europa centrale: lo sgretolamento del consenso politico nelle nuove democrazie [«il diffondersi del populismo e il tramonto del consenso liberal in molte società della Europa centrale hanno creato condizioni per l'affermarsi di revisionisti che hanno demolito le grandi conquiste delle rivoluzioni di velluto» e dunque ondate di delusione e cinismo che avrebbero investito la zona]; poi l’effetto di convergenza prodotto dalla integrazione europea; l’accettazione dei paesi dell’area della interpretazione neoconservatrice della fine della guerra fredda; le laceranti ricadute del rilancio della Russia [ma qui tocca fare mille divisioni interne, ché quasi ogni paese della zona continua a porsi in modi differenti e ambigui con Mosca, ad esclusione forse soltanto di Varsavia, sempre e comunque sospettosa e diffidente] nonché -quinto e ultimissimo fattore- l’ingresso sulla scena politica e sociale della generazione della fine della storia. Chi? «L’ultimo fattore, probabilmente il più importante», vale a dire l’affermarsi di una generazione di adulti i quali, a differenza dei genitori, non sono affatto interessati al mondo tragico che li ha preceduti e che «non pone domande dolorose e non desidera instaurare un dialogo coi morti. [...] L’azione combinata della rivoluzione di internet, del venire meno del monopolio statale sulle forme di socializzazione dei giovani, e la scomparsa delle ideologie politiche, è riuscita in breve tempo a cancellare il comunismo dal passato collettivo.» In sostanza il comunismo è morto e questo è un bene. Ma anche la memoria del comunismo è morta, e questo è un male.
E proprio a ciò si ricollega la conclusione dell’analisi di Krastev: ok, non esiste più l’Europa centrale ma non c’è alcun motivo per piangere. Questa fascinosa identità avrebbe infatti avuto un ruolo decisivo ai fini della resistenza dell’Europa dell’Est al totalitarismo e alla successiva integrazione dell’area nella Nato e nell’EU, ma ormai ha esaurito davvero la propria utilità.
«Negli ultimi tempi l’Europa centrale ha iniziato ad assomigliare sempre più ad un vecchio rentier che vuole trarre il massimo profitto dalla propria rendita di posizione, senza produrre idee nuove oppure nuove politiche.» [Anche se restano differenze nazionali non trascurabili.] Ma adesso che non ci sarebbe più alcuna centroeuropeicità da difendere e da sostenere, «i nuovi membri possono affrontare più agevolmente i propri complessi e il proprio provincialismo.» Al contrario sarebbe preoccupante lo svanire della memoria dell’89. «Ridotta a progetto svincolato dalla storia, l’Unione Europea ha pochissime speranze di sopravvivere.» Come dire, guardiamo dunque dalle imminenti celebrazioni dell’89 di trarre gli spunti giusti: forse -incredibile a dirsi- cadono proprio nel momento migliore.

* Presidente del Centre for liberal strategies di Sofia.  Il pezzo citato è su Aspenia numero 46. La fine della storia: 89.09.
** “Nei vent’anni successivi alla caduta del Muro la geopolitica mondiale è stata particolarmente dinamica.” Carlo Jean, Il ventennio lungo. Sempre Aspenia, pag. 49. Ma si sa che sono faccende difficili da definire…

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