Il giornale conservatore polacco Rzeczpospolita ieri parlava del seguente giochetto: un posto influente per la Repubblica Ceca nella nascitura Commissione Europea in cambio della firma di Klaus al Trattato di Lisbona. Tutto questo nel giorno successivo alla ennesima sparata contro la ratifica di diciassette senatori Ods, per altro molto vicini al presidente. Piotr Maciej Kaczyński, analista politico del think-thank CEPS, interpellato al riguardo ipotizza che grossi ostacoli da parte ceca non ce ne sarebbero dato che, per un ruolo decisivo ad esempio nella energia o nei trasporti a Bruxelles, tutti i cechi capirebbero. Compresi pure gli inguaribili rompicoglioni. Opzione invece irrealistica per…
…l’ambasciatrice presso l’Unione Europea Milena Vicenová. Ché in attesa dell’Irlanda al voto ieri Polonia e Repubblica Ceca restano gli unici paesi a non aver ancora ratificato il Trattato di Lisbona [anche se Kaczyński potrebbe firmare in tempi brevi se da Dublino arriverà un sì, scrive la Gazeta Prawna.]
Paweł Wypych, uomo politico vicino a Kaczyński, afferma infatti che in caso di adesione dell’Irlanda la firma polacca potrebbe arrivare prima dell’undici novembre. E comunque sulla faccenda ceca Barroso è stato molto chiaro: senza adesione al Trattato nessun ruolo in assoluto a politici di Praga, diktat che tuttavia potrebbe essere un male relativo visto che il tizio più quotato per essere impacchettato quindi spedito a Bruxelles in caso di ratifica risulta essere nientemeno che quel favoloso stratega di Mirek Topolanek.
Ad ogni modo il personaggio del giorno resta il Ministro agli affari europei Štefan Füle, il quale ha dichiarato in un’intervista esclusiva ad EurActiv.cz tutto il proprio possibilismo riguardo la firma di Klaus, nonché ha fornito i numeri -rispondendo ad una sollecitazione dell’esponente CSSD Gabriela Kalabkova, e così dando prova di meritorio coraggio- del costo della presidenza ceca EU: 3.054 miliardi di corone ceche ad oggi, cifra tra l’altro destinata ad aumentare fino ad inizio novembre quando tutto sarà stato conteggiato. Soldi spesi bene visto quanto ne sono usciti malconci e screditati a Praga.
«Europa orientale: che cosa c’è dietro un nome? Si potrebbe già scatenare un dibattito su quali siano i termini appropriati per definire la ragione che è argomento di questo libro: Europa centro-orientale, Europa centrale e sud-orientale [o balcanica], Europa centro-occidentale o Mitteleuropa…e forse trovare la giusta combinazione non fa differenza. Però le varie definizioni possono entrare in conflitto tra loro. Questo io l’ho imparato la prima volta a Mosca nel 1984. Seduto in una birreria nei pressi del nostro pensionato descrivevo con toni entusiastici al mio amico slovacco Jano il corso di letteratura dell’Europa orientale che avevo seguito alla università di Harvard. “Letteratura della Europa orientale? E che cosa sarebbe?” mi aveva chiesto. “Ma come? Kundera, Kiš, Miłosz…ho continuato a disquisire, finché il mio amico non mi ha interrotto con tono quasi scontroso: “la Cecoslovacchia è Europa occidentale. Europa orientale è l’India.” Chiaramente la visione geografica di Jano era estremistica, ma anche oggi chiunque visiti questa regione e abbia un udito fine avvertirà la stessa reazione raggelante a termini come Europa orientale oppure Balcani, definizioni che trasmettono all’istante un’idea di arretratezza o di russificazione. La forma preferita è Europa Centrale o, ancora meglio, semplicemente Europa.»




