Archivio per Agosto, 2009

Hřebeny.

Agosto 30, 2009

La faccenda dello scudo missilistico statunitense in Polonia e Repubblica Ceca appare e scompare dalle cronache più come un soldato infilato nella macchia di un territorio ostile che come un grosso impianto (o meglio, due grossi impianti) statici ed a pochi km. da popolosi centri urbani, dei quali tutti conoscono l’esistenza e l’esatta ubicazione. C’è infatti molto di militaresco nelle dichiarazioni spesso contraddittorie al riguardo, così come nei rapidissimi cambi di programma talvolta ventilati da questo o quel giornale. Ieri -ma dobbiamo riconoscere il fatto che da molto tempo tutto taceva- è stato il turno del New York Times, che dedica alla vicenda un pezzo bello lungo per spiegare…

Leggi il seguito di questo post »

Il maueratoneta. Oranienburger Tor.

Agosto 23, 2009

I tizi facilmente distraibili come il sottoscritto devono per forza scrivere in luoghi a loro ben noti, altrimenti la frittata è fatta. Un giorno lessi che Chatwin compose le migliori pagine della propria carriera nella penombra di una tenda piantata in chissà quale buco del culo del mondo. Ecco, con me una simile storia non funzionerebbe e basti contare che aiuta poco -o almeno così è per la scrittura- anche questo soggiorno fuorisede cui mi sono sottoposto, in un luogo tra l’altro distante anni luce dal concetto di deserto assolato o ghiacciaio. Il problema è che…

Leggi il seguito di questo post »

Páneurópai. Wedding.

Agosto 20, 2009

L’unione delle due cose, l’essere in pieno agosto e il fatto che qui Germania i quotidiani italiani arrivino nelle edicole della U-Bahn circa alle una del pomeriggio, conferisce alle monotone giornate dell’immigrato un ritmo lento e piacevole: è possibile svegliarsi alle undici, fare colazione a mezzogiorno e comprare il Corriere o Repubblica un secondo dopo che sono stati esposti negli scaffali di Friedrichstraße con i quotidiani turchi o russi.

Leggi il seguito di questo post »

Siate buffi.

Agosto 16, 2009

«Scrivo dalla città che adori per comunicarti che Praga, in questo sediziosissimo tempo, pullula di gójlemess. Non c’è più un castagno, un cortile né un tetto né un ponte che non portino l’impronta di minacce argillose. Malá Strana, Loreta, il tuo angolo a Kampa, Petřín, il Belvedere e il cimitero di Olšany. Masnade di grumi informi si ammucchiano in questa barca di pazzi che ha la prua ad Hradčany e la poppa sul Letná. La città tutta giace in tenebre e orrori. Dappertutto c’è puzzo di golem, terriccio muffito, servitù e sudore caprino. Ed è oramai troppo tardi per rinforzare le deboli mura, incastellare porte, steccare i fossi a difesa. Questa salsa del diavolo è penetrata nelle case: in qualsiasi casa si incontrano manichini di creta intenti a grattarsi la rogna, a ridere in modo sganasciato, a crapulare, a pulirsi la sconquassata dentiera. [...] L’unica consolazione è vedere al mattino dentro nei bidoni della spazzatura i resti di gójlemess, che durante la notte si sono disgregati in marciume d’argilla. Ma è un magro conforto: per un golem che si dissolve, cento altri ne spuntano, mentre purtroppo si vanno spegnendo di crepacuore i migliori di noi. Però deve esserci redenzione. Nulla si tiene quaggiù che non sdruccioli o cada. Ma quando?»

da una lettera di Zora Jiráková.

Leggi il seguito di questo post »

A venire da Est. Triftstraße.

Agosto 11, 2009

«I polacchi, pigiati sempre in cinque sopra una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa, con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe di Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano certi grandi fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da ragazzi dai visi spigolosi e tratti slavi, con il naso schiacciato. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano sempre le loro tipiche cialde e giravano soltanto in Skoda. L’ungherese era elegante di aspetto e non manifestava alcun interesse per il blocco orientale. Bulgari e rumeni fuori dai propri confini non se ne incontravano, e se eravamo nel loro paese non c’era bisogno di riconoscerli. Che albanesi e jugoslavi esistessero realmente, una cosa che a scuola non smettevano di assicurarci, noi non potevamo darlo per certo. Non averli mai visti di persona -in fin dei conti erano nostri fratelli- sembrava sempre un po’ strano.»

Jana Hensel. Zonenkinder.

Fil rouge. Praha.

Agosto 9, 2009

Io e Topolanek siamo legati da un duplice fil rouge. Chiarisco la cosa in due brevi punti. Primo: una enorme fetta di sciagurati che finisce in zona Válečky usa proprio Mirek Topolanek come parola-chiave, cosicché i picchi di fama dell’ex Pr. Min. finiscono per corrispondere ai miei. Secondo: ogni volta che quel salame arriva in Italia fa una puttanata, esattamente come io ne faccio una ogni volta che arrivo in Repubblica Ceca. Un interessante interscambio. Spero possa occuparsi anche di ciò il Mladá Fronta DNES in questo afoso agosto centroeuropeo.

Nota. L’ultima di Topolanek è quella inerente alla villa in Toscana. Ne potete leggere qualcosa qui e qui. Da České Noviny.

Vezzi. Wedding.

Agosto 7, 2009

Ebbi modo di leggere una volta -ero non so a quale stupido punto della mia infinita carriera liceale- un brano di questo pensatore greco del quale non ricordo più il nome, nel quale si riportava un pensiero che ai tempi mi colpì abbastanza, proprio come adesso risulta capace di annientarmi. Com’è ovvio non ricordo l’autore o il testo di provenienza, però forse i più zelanti tra coloro che sul Válečky capitano cercando birra o cestino troveranno da qualche parte la voglia matta scoprire tutto, poi facendomelo sapere via mail. Ché insomma il succo del discorso era il seguente: mica importa sotto quale terra sei sepolto. Quando muori sono cazzi amari e basta. Oggi come ieri trovo la cosa assai ragionevole. Ma certo tocca contestualizzare un filo per capirci; nessuno infatti qui presuppone di essere ucciso con una lancia o bruciato in una pira. Piuttosto direi che non importa molto in quale città tu stia trovandoti, visto che tanto uno alla fine ha sempre i coglioni girati se possiede validi motivi per farseli girare (se così non fosse, lo sciagurato in questione sarebbe solamente un pazzo) quindi non stare a farti eccessivi problemi di viaggi e spostamenti, casomai tu avessi cazzi storti. È un dato di fatto che per quelli del tuo stampo cambierà poco comunque. Ché svagarsi con colpi di scena estemporanei e cambi di programma è lusso permesso soltanto a coloro i quali sono mediamente in forma, così come mai fidarsi delle canzoni che dicono di farsi un giro per riequilibrare.* Piuttosto resta fermo dove sei e cimentati in esercizi senza dubbio utili come gli eccessi di alcool o le freccette (la pensava in questo modo anche il Calvino del post precedente? Chissà.) Detto questo, torniamo a noi.

* Esistono canzoni di questo tipo? Analizzerò la cosa, prima o poi.

Dikobraz. Berlino.

Agosto 5, 2009
La torre. «Non che ti aspetti qualcosa di particolare [...]. Tu sei uno che per principio non si aspetta niente da niente. Ci sono tanti, più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa di esperienze straordinarie. Dai libri, dalle persone, dai viaggi. Da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è evitare il peggio.»

Dikobraz. Praga.

Agosto 2, 2009
«Trovo Dikobraz, numero 51 del diciassette dicembre sessantotto. Nonostante fossero passati quattro mesi dall’inizio dell’occupazione sovietica, il paese non era ancora completamente paralizzato dalla paura. Sul settimanale satirico era infatti apparsa un’audace vignetta natalizia che raffigurava, a pochi giorni dal Natale ‘68, due signori che si auguravano “un sereno e felice Natale 1989.” Come aveva fatto l’autore a indovinare il futuro con tale precisione?»
Mariusz Szczygieł. Gottland. Cronache nottetempo.