Tony Judt vs. John Lewis Gaddis.

Giugno 6, 2009

Tony Judt.Il capitolo ventunesimo del libro dello storico Tony Judt L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del novecento è una lunga recensione decisamente sfavorevole* alla storia della Guerra Fredda scritta da John L. Gaddis. Cito dalla note di apertura: questa recensione è stata pubblicata nel marzo 2006 sulla New York Review of Books. John L. Gaddis si è comprensibilmente offeso per la mia mancanza d’entusiasmo verso la sua versione più recente e più commercialmente redditizia dei decenni della Guerra Fredda, ma ciò non cambia il fatto che il suo libro contribuisca in maniera significativa a diffondere negli Stati Uniti malintesi e ignoranza sulla vera natura della Guerra Fredda, sul suo esito problematico e perdurante nel nostro paese e all’estero.

* Testuale.

«La Guerra Fredda, nell’analisi di Gaddis, fu allo stesso tempo inevitabile e necessaria. Non era possibile far retrocedere l’impero sovietico ed i suoi alleati, ma bisognava almeno contenerli. Lo stallo durò quarant’anni.»

Ma alla fine, grazie a maggiori risorse, un modello economico e politico molto più attraente, nonché all’iniziativa di pochi uomini [e una donna] giusti, i buoni ebbero la meglio. Ecco in soldoni il riassunto del libro di Gaddis secondo Judt, il quale accusa il collega senza mezze misure di possedere una visione troppo americanocentrica delle cose. Naturalmente dal testo [e dalle foto on-line delle rispettive facce] chiunque sarebbe portato a dare ragione a Judt e torto marcio a Gaddis.

John Lewis Gaddis:

gaddis

 «Le sue [di Gaddis] descrizioni degli statisti statunitensi e delle loro azioni è dettagliata e vivida. Al contrario quando si occupa della parte sovietica è convenzionale e bidimensionale» scrive Judt. Il libro di Gaddis è stato concepito durante gli anni di Bush e non è un caso. Qui per esempio potete vedere Gaddis che sorride accanto a George W. Bush, portando fiero al collo un enormemente goffo medaglione rosso da società segreta.
«Il risultato è dunque una storia della Guerra Fredda narrata come un confronto tra superpotenze, ma quasi sempre dalla prospettiva di una di esse.» Sebbene serva ricordare che questa versione delle cose era la norma fino alla caduta della Unione Sovietica. Poi però si è registrata una apertura anche negli Stati Uniti, cui è seguita la seconda chiusura concomitante l’arrivo dell’amministrazione repubblicana e l’isolazionismo USA post-terrorismo. La speranza è che adesso sia stato intrapreso il cammino verso una seconda apertura. Parrebbe di essere sulla strada buona ma è davvero troppo presto per farsi un’idea sensata [un presidente cinese -non ricordo mai quale- diceva che ancora è troppo presto pure per farsi una idea pure sulla Rivoluzione Francese.]

E insomma l’opera di Gaddis -continua Judd- è il risultato di un punto di vista parziale. E la parzialità negli Stati Uniti fa notizia. Gaddis è un trionfalista senza mezze misure: l’America ha vinto la Guerra Fredda perché meritava di vincere. E basta così. «La narrazione di John Gaddis riflette lo stesso provincialismo che attribuisce con approvazione ai suoi protagonisti americani. Ed in parte è una questione di stile: Gaddis ricorre spesso a vecchi cliché. Nel cinquantasei l’Europa dell’Est era una polveriera e il comunismo un palazzo costruito sulle sabbie mobili.**» Nel testo Gaddis a volte sfiora il ridicolo: Richard Nixon fu sconfitto da un avversario più potente dell’URSS e del movimento comunista internazionale: la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Roba così.

** Dio mi aiuti.

Poi Judt bacchetta Gaddis anche sul silenzio riguardo molti aspetti fondamentali per capire il periodo: il cosiddetto Terzo Mondo africano ma anche il Medio Oriente. L’Est asiatico e il Sud America. Nonché definisce poco degno di fiducia ciò che scrive a proposito dei paesi dell’ex blocco sovietico: Gaddis parla di Havel come  del cronista della disillusione del comunismo più influente della sua generazione. Ottimo. Escluso che Havel non fu mai un comunista. Ribatte Judd: nato da una famiglia abbastanza facoltosa [il nonno, già l'ho detto in questo sito, era un celebre architetto] in seguito espropriata e discriminata dalle autorità comuniste, Havel non seguì i suoi contemporanei nella breve passione per il marxismo. Secondo Gaddis Havel diede voce a una visione diffusa della Europa dell’Est come di una società nella quale la moralità universale, la moralità dello stato e dell’individuo potessero essere un’unica cosa [Gaddis non è molto a suo agio con le astrazioni politiche, ma si capisce ugualmente quello che intende.] Anche qui -ribatte Tony Judd- sarebbe bello se fosse vero. Sfortunatamente però, negli anni tra la nascita e la caduta del comunismo, meno di duemila uomini su quindici milioni in Cecoslovacchia firmarono la Charta 77 di Havel. Havel fu il primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista proprio perché aveva trascorso una buona fetta di vita in galera e con il passato regime non aveva mai avuto rapporti. Magari all’identikit di Gaddis si sposa meglio il polacco Michnik o l’ungherese Kornai: nessuno dei due viene citato da Gaddis.

Tony Judt:

Tony Judt.

Quindi il capitolo spie: secondo Judt è un errore non dare il giusto spazio, all’interno di una cronaca della Guerra Fredda, ai servizi segreti. E quel poco che c’è -ancora una volta- riguarda solo le spie americane [si capisce sempre più il perché di quel sorriso assente nella foto con Bush] ed è oltremodo sospetta e strana questa rimozione visto che l’intelligence era una delle poche cose che il blocco sovietico riusciva a fare bene. Ma «se John Gaddis avesse dedicato più attenzione alle spie e allo spionaggio avrebbe potuto evitare un errore particolarmente significativo che illustra benissimo il suo auto-confinamento nelle costrizioni della esperienza interna USA. Benché nel suo libro ci sia un solo riferimento al maccartismo, John Gaddis ne approfitta per scrivere che non era chiaro in assoluto che le democrazie occidentali potessero mantenere la tolleranza per il dissenso e il rispetto delle libertà civili che le distinguevano dalle dittature.» Le democrazie occidentali? Risulta invece che il sen. McCarthy fosse un americano a tutti gli effetti, no? E che non ci fu nessun maccartismo in Gran Bretagna, Francia e Italia. La tolleranza e le libertà civili non erano minacciate in tutte le democrazie occidentali. Erano minacciate negli USA e basta. C’è una bella differenza, pare.
Epperò è ovvio che l’aspetto più interessante della recensione di Judd al libro di Gaddis non siano le enormi divergenze tra i due quanto il confronto -attualissimo fino a qualche mese fa, adesso si spera un filo più datato- tra due visioni del mondo, della storia e della politica. La versione di Gaddis infatti -scrive Tony Judd in conclusione del pezzo- si adatta perfettamente agli Stati Uniti contemporanei [era il 2006.] Un paese ansioso stranamente separato dal proprio passato e dal resto del mondo, che necessita disperatamente di una favola a lieto fine. La Guerra Fredda di Gaddis sicuramente verrà letto da molti americani. Come testo di storia e -tra le parole ammirative citate sulla sovraccoperta- per “quelle cose che ha da insegnarci” su come affrontare nuove minacce. E’ un pensiero davvero deprimente.

Tony Judd, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del novecento. Da pagina 356 a 368.

Lascia un commento