In effetti volevo aprire una sezione varie che facesse da contenitore per quei post poco attinenti agli argomenti che di solito tratto, ma visto che tutto ciò che scrivo o dico può essere collegato alle faccende centro-esteuropee in qualche modo, tutta l’operazione avrebbe ben poco senso. Ecco perché le relative fughe che mi concederò le infilerò qui di seguito tutte assieme, nel breve spazio di un post. Poi basta. Primo esempio.

a. Dopo la dipartita di un lontano parente -ed è storia di ieri- mi sono ritrovato a pensare circa quel che abbiamo diviso negli anni io e questo tizio. In fin dei conti nulla, escluso la diretta della fucilazione di Ceauşescu (Perbacco. Dunque eccoci.) Era la notte di Natale dell’ottantanove e la Romania fu l’unica nazione del blocco a spargere sangue sulla transizione, oltretutto a Natale. Io avevo undici anni. La televisione alle mie spalle ronzava come sempre e inutile dire che lì per lì contestualizzai maluccio la portata storica di quegli eventi che stavano scorrendo troppo veloci davanti ai miei sgranati occhioni bambineschi. Tuttavia riuscii a intuire ugualmente che le cose sarebbero andate a finire male per quella strana coppia di coniugi catturati e processati per ben cinquantacinque minuti, quindi condannati a morte dopo strampalate fughe nei campi e sugli elicotteri scassati di un regime alla frutta. Ad ogni modo curioso da ricordare, fosse altro come omaggio al bis-zio scomparso e per la breve riflessione su quanto adesso ricordi io in prima persona dell’ottantanove.

b. Inoltre blateravo sempre ieri di come possa spesso inciampare sulle vicende balcaniche. La cosa può trovare una credibile giustificazione nel fatto che si tratta di quanto più intricato e complesso possa esistere nel panorama europeo, una realtà distanti secoli dalla cara vecchia Mitteleuropea di cui sopra e sotto. E comunque anche senza essere esperti masticatori dell’argomento il recente libro Arkan – La tigre dei balcani di Christopher S. Stewart è godibile, specialmente le prime trenta pagine che corrispondono al prologo e spiegano quanto in certi periodi si debba fare molta attenzione a non sbagliare treno (pp. 15-21.) Poi -sempre restando in tema di recensioni letterarie lievemente off topic dal nostro circolo in senso stretto- ho cominciato a sfogliare Tentazione di János Székely, uscito a prezzo orrendo (25 insanguinati euri) per i guru di Adelphi: l’autore era un buffissimo ungherese la cui vita è stata riassunta in sole seicentosessantacinque pagine scritte in caratteri microscopici.

c. Quindi -e solo in conclusione- il breve e doveroso saltino nella più stretta attualità. Infatti dall’ultima volta che ho scritto su queste pagine l’attenzione generale dei media si è spostata dalla crisi economica e dal coinvolgimento in essa dei paesi centro-esteuropei, alla Russia e al nucleare, più che altro dopo l’incontro Clinton-Lavrov con tanto di pulsante reset in dono al Ministro degli Esteri di Mosca. Epperò noi la nota la facciamo ugualmente sulla Repubblica Ceca, che nella faccenda c’entra solo di sfuggita: il mio praghese di riferimento infatti oggi alza la cornetta e via telefono mi riporta questa notizia, della quale io non mi ero accorto giusto un mese fa quando mi ingozzavo di papero in un celebre ristorante del centro storico di Praga. Di fatto lui sostiene che alla fine è vero che la crisi inizia a farsi vedere anche nei pub e ristoranti della città, sebbene in questo modo decisamente strano: ossia non è che ci siano meno clienti (quelli sono sempre gli stessi); piuttosto coloro che arrivano ordinano birre più piccole e piatti meno farciti. Per gli ottimisti un segno inequivocabile della relativa portata della crisi; per i pessimisti il primo inevitabile passo verso un triste baratro scondito e analcolico.






