When Toyokazu met Luboš.

Dicembre 21, 2008

Il tizio che arriva in zona, nel novero delle cose che vorrebbe dire ma non può, ci infila sempre questa: però è buffo un nero che parla ceco. Confermo: può esserlo. Allo stesso esatto modo un giapponese che parla slovacco. Però poi uno analizza la faccenda un filo più in profondità e scopre l’arcano: ovvero in Slovacchia oggi esistono 44 compagnie giapponesi che danno lavoro a più o meno quindicimila slovacchi, una cifra enorme se confrontata alla popolazione. Inizio a tradurre l’intervista per lo Spectator a Toyokazu Kubota, un giapponese dell’ambasciata dal cognome nipponico ma che suona curiosamente locale [tipo Neruda.] E insomma Kubota parla alla perfezione la lingua del posto, l’inglese, e naturalmente il giapponese. Tuttavia per una curiosa selettività inconscia anche dopo un secolo passato a Budapest in ungherese sa dire solo jó napot [ciao.]

La prima domanda riguarda l’eventuale preoccupazione slovacca per lo spostamento di interessi giapponesi da Bratislava all’Est più remoto. La risposta di Kubota più o meno è: sì, la gente un po’ è preoccupata ma non deve avere paura perché il lavoro laggiù costerebbe meno tuttavia mancano le infrastrutture e tipico della cultura nipponica in ambito lavorativo è il motto short-term investiment at maximum profit. Quindi il discorso si sposta sul campo più interessante di eventuali scambi culturali tra due nazioni così simili. Finito questo, Kubota inizia a descrivere le inquietanti prassi coloniali dei vari A.D. giapponesi spediti da Tokio in Slovacchia.
“Inizialmente proviamo a familiarizzare con i locali -dice.- Che poi è il nostro modo di fare business. Impariamo qualcosa della cultura del posto, quindi mandiamo gli slovacchi [the locals] a fare qualche mese di training in Giappone. Così possiamo con calma installargli un po’ di cultura del lavoro giapponese. La nostra disciplina, che come sapete si basa principalmente sulla precisione e le deadlines [?] Ché noi preferiamo il collettivismo all’individualismo e ciò insegniamo, no?”

Venendo a sapere quanti slovacchi pratichino regolarmente judo uno potrebbe stupirsi. “Ho appena visto un torneo di judo qui a Bratislava ed è curioso perché si trattava di un torneo per l’infanzia. E i maestri parlavano in giapponese ai loro giovani allievi. Per quanto possa notare, c’è in atto una importante giapponesizzazione della cultura in Slovacchia.” Mmm. “Anche se il turismo in zona è calato ma questo dipende dalla crisi mondiale e non da un minore interesse giapponese per il centro-esteuropeo.”
[Altra cosa degna di nota emerge da un eventuale confronto tra l'accademia giapponese e quella slovacca: also, according to traditional ethics, academics cannot be involved in money making activity, because it goes against traditionals morals. Suona pure zen, meno slovacco.]

3 Risposte a “When Toyokazu met Luboš.”


  1. mica conoscevo il tuo progetto parallelo!!

  2. Gabe. Dice:

    …ma sarò sempre “quello di Slipperypond”, un pò come Tom Selleck sarà sempre Magnum P.I. (Rave-G non ti dice queste cose importantissime!?)

  3. Anonimo. Dice:

    O Henry Winkler “the Fonz.”


Lascia un commento