Firenze delle Letterature in «Codice a Sbarre.»

18 giugno 2013

Scena.
Tre gli eventi FiLet all’interno di Codice a Sbarre. Giornate della libera editoria a Firenze dal ventuno al ventiquattro giugno.

Sabato ventidue giugno h.17.00 presso lo spazio SUC: «La criticità del mercato editoriale.»
Domenica ventitré giugno h. 15.00 presso la Sala Vetrate: «L’editoria e il digitale. Dai blog al self-publishing.»
Domenica ventitré giugno h. 21.00 presso lo spazio SUC: «Protagonisti scenza scena. La nuova letteratura a Firenze.»


«The sound of Seattle» su Scrittori Precari.

14 giugno 2013

Seattle.
«Funzione principale di una recensione dovrebbe essere stimolare l’interesse per un testo. Sia che ne esca bene, sia che ne esca con le ossa rotte. Condizione essenziale per il favorevole sviluppo dell’intera operazione: la possibilità [anche remota] di recuperare il testo in questione. Nello specifico sembra una missione quantomeno disperata, ma amen. È infatti qualcosa di antico e intimo che sta spingendomi a scriverne e non posso sottrarmi nonostante le evidenze [per caso ne posseggo ancora una copia. Impolverata e dagli angoli morsicati. Difficile quantificare il numero dei fortunati tipo me.] Titolo: The sound of Seattle. Autori: Guido Chiesa e Steve Blush. Collana Sconcerto di Stampa Alternativa. Anno domini millenovecentonovantatré e addirittura dai ringraziamenti un brivido di flanella torna a scorrere lungo la schiena del rottame nostalgico: Jonathan Ponemann e Bruce Pavitt della Sub Pop, etichetta discografica che lanciò la quasi totalità della scena musicale del periodo e fornì il cd allegato al libro, dal sottoscritto perduto [credo] attorno al millenovecentonovantasei.» [Continua qui.]


«Selezione naturale» su Il Giornale.

12 giugno 2013

Florenz.
Di Luigi Mascheroni. Qui.


Robona a Pistoia.

10 giugno 2013

Pistoia«Selezione naturale» a Pistoia con «Toscani maledetti» edito da PianoB e «In territorio nemico» di minimumfax. L’evento qui.


Mrożek. Fučík. Schulz su «East Journal.»

7 giugno 2013


Uno.

a. «Una biblioteca da sbaraccare e la consapevolezza della fascinazione provata verso autori di quel genere o area di provenienza [ad oggi: Polonia. Ma in esteso l’Europa centrale] risultano gli elementi sulla base dei quali mi è stata donata una vecchia edizione di L’elefante. Titolo originale: Słoń. Scritto da Sławomir Mrożek e per l’Italia edito da Einaudi nel 1963. Buttare giù due righe al riguardo venga quindi intesa come modalità per sdebitarmi con l’autore del gesto il quale -per propria ammissione- L’elefante non l’ha mica letto nonostante l’aspetto di chi conosca nel profondo simili capolavori [il nostro preferisce Eschilo oppure la Boule de suif di Maupassant.] Dunque partiamo contestualizzando un minimo Mrożek: signore dalle fattezze del tranquillo pescatore di paese [figura con la quale divide il copricapo e talvolta un gilet multi-tasca] negli anni si distingue come uno tra i più brillanti autori polacchi di teatro e satira» [su East Journal qui.]

Due.

b. «Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali sorvola la quasi totalità degli interlocutori. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Ma anche impegni in borsa risultano funzionali. Senza contare come questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. Lo conosci? chiede infatti il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. Non il musicista. Lo scrittore. Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: certo lo conosco. Quindi: che brutta fine ha fatto. La conversazione viene liquidata con un poveraccio cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia stata una summa di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appare doveroso» [su East Journal qui.]

Tre.

c. «Pochi dubbi al riguardo, se esistessero parametri per stabilire un mitteleuropeismo certificato e garantito e [dati i tempi] innegabilmente doloroso. Poiché Bruno Schulz nasce a Drohobyč, cittadina ucraina dell’oblast’ di Leopoli. Zona detta anche L’vivščyna al confine con la Polonia. Da una famiglia di ebrei della Galizia, la più grande e popolata tra le province dell’impero austro-ungarico. Nel cuore del cuore d’Europa l’infanzia a Leopoli dopodiché studio viennese e ritorno in Galizia. Il patto Molotov-Ribbentrop. La città invasa dalla Unione Sovietica. La Germania nazista e l’Operazione Barbarossa. Il ghetto e il lavoro per l’ufficiale delle Schutzstaffel Felix Landau. Gunther e uno sparo alla nuca e la morte -per strada e per vendetta- con il corpo che finisce in una fossa comune. L’esperienza mitteleuropea come somma di suggestioni e stimoli e contaminazione e l’idioma polacco che è in primis vicinanza culturale con Varsavia -non se la prenda Kiev- e l’apprendimento del tedesco. La conoscenza della letteratura e poesia boema, o l’arte sperimentale russa di Chagal e l’austriaca di Kubin. Schulz che scompare lasciando indelebile traccia nell’opera del polacco Gombrowicz [tutta la nostra generazione è cresciuta all’ombra di Schulz è citazione ripetuta come un mantra] e Kantor. Nel praghese Hrabal o Grossman» [su East Journal qui.]


«Selezione naturale» a Roma.

5 giugno 2013

Prague.
Per dire. Giovedì tredici giugno alla libreria Altroquando. Ore sette.


«Selezione naturale» alla Cité.

29 maggio 2013

Selfportrait.
Venerdì trentuno maggio ore diciannove. Con Alessandro Raveggi, Vanni Santoni e Giulio Pedani. E me. Lo ricorda Toscanalibri qui.


Su «Scrittori precari.»

20 maggio 2013

Chiesa.

Si scrive di Firenze e quanto accade. Poi «Un racconto vincente» del D’Isa. Che sta in Selezione naturale. Qui.


«Selezione naturale» su i-Libri.

17 maggio 2013

Havel.
Su «i-Libri» si parla di Selezione naturale.


«Selezione naturale» alla Cité.

15 maggio 2013

Willy.
Giusto per dire che venerdì trentuno maggio c’è Selezione Naturale alla Cité di Firenze. Ore diciannove.


Studi.

13 maggio 2013

Maria.
«Selbstbewusstsein o concezione
del sé in Maria Sharapova.»

Parte prima.

Capita quotidianamente che incroci il suo sguardo felice. Una felicità fanciullesca ma consapevole. Detonante ma composta. Senza dubbio meriti del 2.0 e del social network. Tuttavia non bisogna sottovalutare la costanza che dimostro e una ferrea disciplina mentre Maria Sharapova sta lì. Tutti i giorni. In foto che ride. Su Facebook inevitabilmente «piace» la pagina a lei dedicata così come quella dedicata a Mark Twain e Saul Bellow e J.D. Salinger. Gente con una tendenza al riso meno invasiva e soprattutto non intestatari di una marca di caramelle denominata utilizzando la storpiatura del proprio cognome [Sugarpova™]. Immagini di Maria in spiaggia o sul campo di allenamento. In qualche boutique o al fianco di primi ministri del sud-est asiatico estremamente soddisfatti. Sempre che ride e settantamila like a corollario. Ovvio non sia invidia quella che anima il semplice sistema di emozioni datomi in dotazione da una natura beffarda e ingenerosa: al contrario è pura ammirazione di bambino. Maria a ridere e restituire la suggestione che non vi sia alcuna scollatura tra l’imposizione mediatica cui è sottoposta [«prendi in mano questo oggetto poi ridi in direzione della camera. Dopodiché quel sacco di denaro sarà tuo»] e la risata che esplode sul suo bellissimo volto siberiano. Un prodotto genuino. Una tela autentica. Al netto delle malignità: non contraffatta. Poiché Maria ride convinta del fatto sia fonte di giustificabile gioia la caramella Sugarpova™, una racchetta da venticinquemila dollari, un modello di Porshe chiamato Maria o scarpe plasmate sulla forma perfetta del suo piede. E in qualche modo è consolatorio perché si ha sempre il sospetto ci siano forzature e recite nel 2.0 capaci di mascherare e celare il reale. Ingannare e storpiare. Viceversa Maria che ride ci fa capire quanto possa essere un piano unico l’indole più personale di un essere umano e la faccia pubblica della medaglia. Maria adora sul serio la Porsche di cui è testimonial e reputo sensato pronosticare che ci rimarrebbe proprio male se un giorno a Stoccarda cambiassero strategia di marketing preferendole [esempio] la Venus Williams. Sebbene la lezione che arriva dalla pagina Facebook di Maria sia un’altra ovvero non c’è niente di osceno nell’essere come Maria e sbagliato sarebbe appiccicarle un giudizio di merito [altro esempio: una che ride di gioia al centro di un gazebo mostrandola caramella Sugarpova™ è forzatamente individuo superficiale e piatto. Per dio: no.] Poiché è doveroso pensare a un mondo maturo abbastanza per identificare l’ottusa semplificazione e svicolarne. Dato che qualcosa in Maria indica capacità di analisi e introspezione. Serietà e senso del mondo. Forse le unghie delle mani con segni evidenti di masticazione o forse il compulsivo giocare con i capelli durante talune occasioni pubbliche. Il tenero imbarazzo quando è costretta a stare al gioco delle imitazioni con l’istrionico collega Đoković, oppure è solo una mia idea dettata dalla ammirazione. La sensazione di un credente. Ma resta il dato ineluttabile: Maria che ride ha occhi luminosi e acuti. Entusiasti e al tempo stesso nervosi per la situazione delicata che l’intero sistema-pianeta sta vivendo e da qui le fotografie di Maria che ride mentre tiene in braccio un cucciolo di panda gigante [Ailuropoda melanoleuca. Animale non propenso alla riproduzione dunque in pericolo di estinzione] o un koala spelacchiato al limitare del deserto australiano. Maria che ride mentre strofina il naso di un delfino a bordo di una piscina di Miami oppure indica sulla mappa dell’Amazzonia le aree con maggiore rischio di disboscamento e consequenziale pericolo per le tribù indigene. Sempre ridendo e stimolandoci. Alleggerendoci e spronandoci. Constatato quanto sia Maria una figura dicotomica. Ci può infatti apparire imbambolata vittima di commerci screditanti nell’atto di sgranare la caramella Sugarpova™ ma in realtà sta vivendo la faccenda cui è impelagata [il set alle Barbados e il bikini fluorescente che la fascia] come un profondo atto di fede cui sacrificarsi. Sembra dolce e premurosa Maria nei bianco-e-nero della pagina Facebook eppure traspare da minuscoli particolari il rigore di una sana educazione post-sovietica di metà anni novanta. Gli anni delle privatizzazioni selvagge e del caos politico. Di Eltsin e dei nascenti oligarchi [vedi: La nuova Guerra Fredda di Lucas.] In Maria ciò che ha le vesti di una carezza può rivelarsi un ceffone sebbene sia un tramite per farti crescere. Maturare. Volare. C’è qualcosa di profondamente cristiano in Maria che ride al volante della Porsche parcheggiata tra le dune dell’Arabia perché nel suo voltarsi verso il fotografo è evidente la volontà di condividere e fare comunione. Invitarti nell’abitacolo e sgommare. Maria che ride sulla Porsche in Arabia non ride di te che non stai sulla Porsche in Arabia ma ride con te che un giorno avrai la Porsche grazie a lei. Ride per svelarti la felicità e l’appagamento cui potresti giungere se -come Maria- metti impegno nelle passioni e spirito di sacrificio. L’ostia con il corpo di Maria è una caramella chiamata Sugarpova™ e la cattedrale in cui officiare la cerimonia un campo in terra rossa.
L’iconografia standard delle immagini nelle quali Maria viene ritratta che ride si basa principalmente su tre ambientazioni a presentarsi cicliche nelle riproduzioni.
a. Il momento defaticante a seguito dell’allenamento mattutino di Maria [spesso sul bagnasciuga. Lungo una stradina di montagna o dentro una palestra asettica simile al laboratorio di Balle Spaziali dove Mel Brooks è ricomposto con il culo davanti.]
b. Il momento della vittoria al termine di una stremante partita nella quale Maria non è riuscita a imporre alla avversaria il pronosticato sei-a-zero e alza le braccia al cielo prima di scolarsi una bibita della quale è testimonial.
c. Sopra o davanti qualcosa di cui Maria è testimonial. Stando ai dati recenti: una marca di orologi. Una marca di scarpe. Una marca di automobili. Una marca di acqua minerale. Le caramelle Sugarpova™.

Continua.

«Selezione naturale» su Puntoradio Cascina.

8 maggio 2013

Welles.

Tipo attorno alle dieci e mezzo. Stasera.


«Alta defizione» su Scrittori Precari.

3 maggio 2013

Wilson.

«Uno. Per cominciare ammettiamo di utilizzare in questa sede l’abusato escamotage di scrivere una recensione con il linguaggio proposto dall’autore del libro recensito, che sicuramente è ammiccante nonché un filo paraculo tuttavia non privo di:
a. Spunti acuti.
b. Brani buffi.
c. Riflessioni anche interessanti sulla figura del giovane disilluso e sensibile.»

«Due. Il tizio si chiama Adam Wilson e il libro Alta definizione [in originale Flatscreen] edito da ISBN. Stando al plot, spaccato della vita di Eli Schwartz che sarebbe un tardo-adolescente non realizzatissimo la cui esistenza cambia dopo l’incontro con un ex attore in sedia a rotelle chiamato Seymour Kahn.» [Continua qui.]


«Selezione naturale» su Toscanalibri.

2 maggio 2013

Toscanalibri.

White on white.


A breve.

30 aprile 2013

Cappellino.
Brani dal nuovo lavorone «Selbstbewusstsein o coscienza del sé in Maria Sharapova.» Poi si torna su Scrittori precari.


«Selezione naturale» su La poesia e lo spirito.

22 aprile 2013

La poesia e lo spirito.

Due chiacchiere con Giovanni Agnoloni qui.


«Selezione naturale» su Affari Italiani.

17 aprile 2013

Affari.Nello specifico: qui.


Sul Corriere Nazionale: «TN e SN e CN e TUS.»

15 aprile 2013

Corrierenazionale. Giovanni Agnoloni su In territorio nemico più Selezione naturale e l’evento del secolo Torino una sega e la prossima raccolta di autori toscani e in generale sulle cose graziose.


«Selezione naturale.» Sabbath alla IBS.

10 aprile 2013

Vetrina.

Sotto la Dandini e la Gamberale ma sopra Saviano e il suo libro sulla raglia.

«Selezione naturale» su Intoscana.

6 aprile 2013

Copertina.

Grazie a Ilaria Giannini. Sta qui.


Selezione di selezione.

4 aprile 2013

Selezione di selezione.

Su Toscanalibri «Selezione naturale. Storie di premi letterari» e la presentazione di sabato in IBS.


«Selezione naturale» su Repubblica.

2 aprile 2013

Selezione naturale.

Oggi su Repubblica Firenze l’articolo di Fulvio Paloscia sul libro. As usual: per chi volesse ci vediamo il sei aprile alla IBS.


«Selezione naturale.» Schizzi.

1 aprile 2013

Schizzi.

Prima bozza degli inserti grafici di Selezione naturale. Storie di premi letterari. Poi con il tempo le cose sono migliorate. Resta comunque un apprezzabile naïf. Pure su questo alla IBS.


Su «East Journal.»

29 marzo 2013

Band.

«In Repubblica Ceca tra stampa e politica c’è stato -e continua ad esserci- un costante incitamento al recupero dei sani valori nazionali intesi come tramite imprescindibile per la stabilizzazione istituzionale e la coesione popolare. Faccenda comprensibile nonché diffusissima a qualsiasi latitudine, ma quali sarebbero nello specifico i capisaldi verso cui voltarsi alla bisogna tra Praga e Brno? Su Transition on line la giornalista Kateřina Šafaříková inquadra l’argomento attraverso una prospettiva quantomai particolare. Contestualizzando: sia Václav Klaus che Miloš Zeman [secondo e terzo capo di stato cechi] sul tasto hanno premuto con forza durante questi anni o mesi. Klaus in chiave anti-haveliana, descrivendo il predecessore come un europeista sognatore poco legato alla natura più intima della propria terra, mentre Zeman da un’ottica spiccatamente anti-schwarzenbergiana: mica un ceco purosangue. Lo sfidante altro non sarebbe stato che un mezzo austriaco e chissà cos’altro» [continua qui.]


Moenkhausia sanctaefilomenae a Berlino.

24 marzo 2013

-Hai saputo di Kaczyński?
-Mi fa male la testa.
-Dovrai fare una TAC. Andiamo.
-Che ridere.
-Ho qui un ciddì. Posso?
-Di che si tratta?
-Si tratta degli Wire.
-Ti concedo cinque minuti di radio e non uno di più.
-Come on Barbie let’s go party.
-Ti prego. Oppure possiamo parlare. Cosa ne pensi dell’idea?
-Rivoluzionaria.
-Allora parti tu.
-Lech Aleksander Kaczyński era un gigantesco figlio di puttana e la sua morte finirà per essere un bene.
-Sai che prima qui c’era un acquario?
-No.
-Ma il vecchio inquilino non poteva tenersi i pesci per il trasloco allora li ha messi in un sacco della Lidl e buttati nel fiume.
-Ah.
-Certo erano tropicali. Bahamas. Moenkhausia sanctaefilomenae o qualcosa del genere. Abituati ai ventisei gradi. Però sapranno cavarsela lo stesso. Giusto?
-Giusto.


«Selezione naturale. Storie di premi letterari.»

23 marzo 2013

La copertina.

Lo presentiamo alla IBS di Firenze sabato sei aprile. Dentro ci sono Vanni Santoni e Alessandro Raveggi e il Collettivomensa e Gregorio Magini e Francesco D’Isa e Valerio Nardoni e Marco Simonelli e me. Su Facebook sta qui.


«Cazzo: inventarsi qualcosa.» Studi al riguardo.

21 marzo 2013

«Questo partito [il Partito della Birra] non ha nulla a che vedere con la birra. E’ apparso sulla scena politica per scherzo e i suoi ideatori sono stati i primi a stupirsi del successo. Però l’aspetto pericoloso del fenomeno è che così si ridicolizza la politica e il suo campo di azione. Il Partito della Birra è un partito-antipartito tipico di questa tendenza. Per altro c’era anche un Partito del Whisky in Cecoslovacchia e un Partito della Iniziativa Erotica in Ungheria.»

Bronisław Geremek, La democrazia in Europa.
Pag. 29-9. Nero su bianco Laterza. 1992.

1989.

18 marzo 2013

Firenze 1989: i cambiamenti che stavano sconvolgendo l’Europa visti da un undicenne e tratteggiati sul diario di Garfield.*


Su «East Journal.»

7 marzo 2013

Hitchcock.

«L’interesse nasce da un banalissimo errore di valutazione: il vero nome di Pablo Neruda sarebbe infatti Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto e lo pseudonimo nient’altro che un omaggio. Contestualizzando: c’è una tomba nel praghese Vyšehradský hřbitov. Il cimitero. E’ nera, squadrata e non particolarmente bella. La targa Jan Neruda è incisa in lettere dorate e aumenta in scintillio quando si accende il lampione al fianco infiocchettato con la bandiera nazionale. Il tizio lì seppellito fu giornalista, narratore e poeta e -sebbene non compreso fino in fondo dai coevi- ad oggi resta uno tra i più celebri scrittori cechi. Apprezzato al punto di meritarsi un pensierino in Cile. Fetta di mondo piuttosto lontana dalla Mitteleuropa e chi usa cantarla. Biografia quantomai intrigante: Jan Neruda nasce in Malá Strana a Praga. Il quartiere del castello e delle piccole strade a intersecarsi. Malostranské náměstí sulla quale affaccia la chiesa di San Nicola, e guarda al ponte di Carlo. Prima metà dell’ottocento: il trentaquattro. Da famiglia non abbiente cui tanti sforzi sono necessari per garantire al figlio la possibilità di studiare. I primi soldi arrivano per brevi articoli e resoconti di viaggio, quindi l’indipendenza economica e l’amore per Anna Holinová, con la quale resterà circa dieci anni. Risale al cinquantasette la prima raccolta di poesia intitolata Hřbitoví kvítí, ovvero i fiori dei cimiteri. Scarso successo di critica mediato tuttavia dagli apprezzamenti crescenti per i feuilleton di spostamenti e traversate: Italia, Francia e Medio Oriente. Del sessantaquattro il testo Arabesky, a precedere la Povídky malostranské, i racconti di Malá Strana. Il microcosmo da rielaborare nel quale è cresciuto» [continua qui.]


Nöstalgia [nove.]

1 marzo 2013
Ramzan Kadyrov.
Originale [con titolo «Di Hummer. Tigri.
Mike Tyson e Putin
»] su Slipperypond.
Era ottobre duemilasei.

Molti indizi portano in questa direzione: fare il leader paramilitare sarebbe una professione decorosa, o quantomeno redditizia. Molto meglio di studiare per dentista, ad esempio. Certo serve il contesto giusto e le giuste condizioni di sviluppo. Ma il gioco varrebbe la candela. Prendete Ramzan Achmadovič Kadyrov: lui sta in Cecenia ed è semianalfabeta però [o proprio per questo] la sua vita è un vero spasso. Figlio di quel Akhmad Kadyrov presidente ceceno fatto secco il nove maggio del duemilaquattro, da qualche tempo il pargolo ha scelto di fare il Primo Ministro anche perché, guarda a volte il culo, il vecchio premier succeduto al padre [tale Sergei Abramov] ha visto bene di crepare a seguito di un incidente stradale a Mosca previa circostante un po’ sospette. Come capo del Servizio di Sicurezza Presidenziale Ceceno il ventinovenne Kadyrov viene ogni giorno accusato di essere brutale nei modi, spietato e antidemocratico. Per la stampa internazionale è implicato in numerosi casi di tortura e omicidio e l’associazione tedesca per i diritti umani GfbV afferma che circa il settanta percento di tutti gli assassinii, rapimenti, casi di tortura e stupri in Cecenia sono stati commessi dall’esercito privato di Ramzan, forza di sicurezza interna conosciuta come Kadyrovtsy, manipolo di tremila tizi dotati di un notevolissimo spirito di dedizione nei confronti del datore di lavoro. E se è vero che Berlusconi abbia parcheggiato un sommergibile nella cantina di Villa Certosa, Kadyrov più semplicemente sarebbe stato ucciso da una fucilata il ventotto aprile duemilaquattro. Le leggende sui potenti: adorabili ad ogni latitudine. Naturalmente Kadyrov è vivo.  Ovvio dunque come un tizio del genere goda dell’appoggio incondizionato del presidente russo Putin, sebbene si vociferi che recenti manovre non autorizzate del Kadyrovtsy abbiano suscitato l’irritazione del Cremlino, che gradirebbe l’esclusiva per faccende di questo tipo. Ultima apparizione sulla scena politica di Ramsan, un video nel quale massaggia due signorine in una sauna. Com’è ovvio, il governo ceceno filo-russo capeggiato dal presidente Alu Alkhanov si è affrettato a smentire l’autenticità del video. «So da fonte certa -ha dichiarato qualche tempo fa la giornalista russa Anna Politovskaya- che il giovane Kadyrov è una leggenda tra gli uomini dell’alta società moscovita», abituati alle danze cui il rampollo si abbandona nei più quotati bordelli cittadini [esercizi che ha provveduto a comprare nelle svendite sovietiche di qualche anno fa] o le sue curiose esternazioni. Affascinante il quadro dettagliato della persona, schema elaborato da quotate agenzie-stampa internazionali: Ramzan Kadyrov veste quasi sempre con elegantissime tute da ginnastica e, come già accennato, godrebbe di una cultura non così stellare avendo a stento terminato la scuola elementare. Tuttavia è proprietario della squadra di calcio di Grozny e una palestra per pugili all’interno della quale si addestrano i suoi controversi miliziani in compagnia [talvolta] del grande amico Mike Tyson. Kadyrov possiede un club di combattimenti tra animali dove lottano tra loro non solo pitbull ma anche cuccioli di leone e tigre, lupi e orsi bruni, senza contare la fissazione del giovane per i motori: a quanto sembra andrebbe matto per gli Hummer e i carri armati funzionanti. Petrolio, benzina, alcol, droga e pistole: ecco i capisaldi della disastrata economia di guerra cecena. Su questi beni di primo consumo Ramzan Kadyrov pretende pizzi e pratica estorsioni. Consequenzialmente si pensa che per questo Putin veda in Kadyrov un serio interlocutore con il quale rapportarsi, o quantomeno al pari di tutti i premier che usano praticare elettroshock agli ospiti. Di questi tempi i puntigliosi della «Associazione per i Popoli Minacciati» [APM] iniziano a nutrire il vago sospetto che il culto della personalità coltivato da Kadyrov possa portare la Cecenia ad una guerra civile simile a quella afghana. I soliti intellettuali rompicoglioni. A Grozny i manifesti che raffigurano il bel faccione biondo del capo sono ovunque e, per guadagnare popolarità in occasione delle elezioni, Kadyrov ha promesso un’auto a ogni madre che avrebbe chiamato il proprio figlio Ramzan. In Cecenia negli ultimi tempi c’è un gran fiorire di Ramsan. Ancora non al volante di un Hummer o possessori di orsi bruni, però ogni riforma di simile spessore necessita del proprio fisiologico tempo.


Domani.

13 febbraio 2013

Prisoner.

Alla Cité in Borgo San Frediano 20 si parla di «Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria» con quel fenomeno di Federico Di Vita e Fabiagio del Collettivomensa. Alle diciotto.


«Torino una sega due» su Scrittori Precari.

12 febbraio 2013

Bowie e Pop.

«Cara vecchia tigre che dorme [afferrato il rimando?], permettimi di ricordarti come le cose andarono più o meno in questo modo. Poiché molto tempo è ormai trascorso e la memoria può giocare qualche scherzo. Dunque riassumiamo: si deve al tuo articolo che stamani ho avuto la sfortuna di leggere il tentativo di scrivere questa mia scimmiottando il tuo stile da pomposo bastardo. E se talvolta annusi stia superandoti in grazia e profondità beh, fammi il piacere di non polemizzare anzi spedirmi un bouquet di rose nella tana che da qualche lustro infesto in totale solitudine. Sarà gesto commovente e graditissimo. Ma veniamo al dunque. È correlabile al ributtante trend adesso in circolazione -quello che spinge numerosi direttori di testata a infilare bei soldoni nelle tasche di sciagurati del tuo stampo- il pezzo odierno sui tuoi [i nostri] anni del liceo. Come se qualcuno potesse essere interessato ai particolari più luridi del percorso scolastico di un modesto scrittore di farse tipo te, assieme a un fallito bombarolo del mio stampo» [continua su Scrittori Precari.]


Senza impegno.

11 febbraio 2013

DDR.

Finalmente giunto il modulo per abbonarsi al «Mensile della Repubblica Democratica Tedesca.» Questo 1982 inizia alla grandissima.

After changes. Upon changes.

4 febbraio 2013

Serena Ganhi.

Tornare talvolta ai gloriosi Slipperypeople.


Su «East Journal.»

30 gennaio 2013

Stooges.

«Adesso che i giochi sono fatti, le fredde cronache si sciolgono come neve al sole e ciò che segue è l’inevitabile emersione del fango. La poltiglia di golem cantata dalla Zora Jiráková del Ripellino. Le accuse non tanto velate o le solite congiure che fisiologicamente macchiano il passato dei potenti. Mafia. Gas. Banche. Energia. Cannoni puntati da Praga contro Bruxelles e bandierine non esposte al Hrad. Così non serve tornare su quanto risulta stranoto. Ha vinto Miloš Zeman e ha perso Karel Schwarzenberg. Ha levato le tende lo scettico comunitario Klaus e sullo scranno più alto sta arrampicandosi l’ex comunista paffuto. Un fiume di articoli hanno illustrato nei dettagli le dinamiche dell’evento dunque non torniamoci, concentrandoci su altro. Ovvero sulle principali argomentazioni utilizzate dai denigratori del vincitore, nonché l’impianto iconografico più abusato in questa campagna presidenziale a spese del vincitore nel ballottaggio. La prima gara con in palio un posto da capo di stato. Prezident České republiky. Il boss che si rintanerà nel castello più grande del mondo e forse della galassia. Scontato osservare come gli avversari di Zeman abbiano scelto di scommettere su tre aspetti rappresentativi dell’individuo: le caratteristiche somatiche, il proprio passato politico e quei legami con il [quasi da tutti] mal tollerato predecessore. Niente di nuovo poiché accade ovunque così. Il nano malefico. Lo psico-nano. Le orecchie di Obama. Gli epiteti per la Merkel oppure una gioventù post-fascista o comunista o trascorsa a baciare pile in chiesa prima di farsi radicali. Però in zona l’effetto risulta più straniante poiché queste zampate banalotte si contrappongono alla meravigliosa attitudine alla satira sottile che molti vogliono generata proprio in Boemia e Moravia. La faciloneria di uno Zeman dalle sembianze maialesche steso sopra un vassoio a stridere con ricercatissimi video o articoli nei quali viene messo a nudo il re attraverso calembour mirati e finemente teatrali. La rappresentazione abusata di uno Zeman ringhiante che arriva da frames particolarmente infelici di qualche ripresa pubblica come sottolineatura del fatto che gli ex comunisti non cambiano e sempre mantengono questa tendenza ad azzannare i passanti [pure il locale museo del comunismo usa simili parallelismi: la matrioska nel cartellone minaccia l’avventore come un dobermann affamato] o intento a succhiare il sangue di qualche avversario posizionato di spalle. Messo al posto dell’Hitler nella Caduta come già un miliardo di politici e qualche dozzina di calciatori, ma anche doppiato con la voce di Jabba the Hut. Dopodiché le rivelazioni sconvolgenti sul passato dell’uomo capaci di giocare un ruolo deciso nell’agone: alla mafia locale non avrebbe cambiato niente l’eventuale vittoria di Zeman o Fischer poiché entrambi destinati a soffocare tra i tentacoli della piovra moldava nel giro di qualche giorno [pure Fischer sarebbe stato iscritto al partito comunista negli anni ottanta, con quanto ne consegue. E non da membro obbligato ma nelle vesti di fermo sostenitore. Questo implica intuitivamente legami poco chiari e tendenze a farsi fregare.] Zeman che pecca in trasparenza nelle donazioni della campagna perché è classico di quelli tipo lui offuscare i fondi. Zeman che vale Klaus in affidabilità perché la pensano simile sull’amnistia che salverebbe gli amici in comune e sempre a braccetto avrebbero contribuito, dopo la campagna da avversari nel novantotto, a generare l’attuale sistema di corruzione mediamente diffusa in Repubblica Ceca [Come si fa a sostenere che Miloš Zeman supporti Václav Klaus e viceversa? Te lo spiego io. Hanno gli stessi legami clientelari. Così il tranchant Jiří Dienstbier, socialdemocratico.] Zeman che prova in tutti i modi a divorarsi le riviste liberal della nazione fino ad arrivare all’ipotesi di fondi moscoviti a ingrossargli le tasche per il finanziamento dei club di sostegno, con i favori che ne deriverebbero per il futuro. And so on. Però adesso è capo di stato e tocca fare i conti con questo Zeman. Per inciso la partenza non è delle migliori stando a una lettera firmata da numerose personalità delle arti e delle scienze pronte a sostenere in coro come Zeman non sia il loro presidente. Attacchi dalla stampa in Germania [Handelsblatt] o Austria [Die Presse] a sostegno della tesi di una campagna zemaniana [sic] troppo anti-tedesca, unita a bordate dal parlamento contro l’eventualità di elezioni politiche anticipate. Riassumendo: dalla pianura praghese è difficile ascendere alla collina del Castello. Idem difficile è ruzzolarci giù. Ma pure fronteggiare l’altura, con il vento che c’è, per Miloš Zeman non sarà proprio una passeggiata di salute.»


Zemanlandia.

27 gennaio 2013

Zeman.

Cazzatina post-elettorale.


«Most» a Torino.

23 gennaio 2013

East Journal.

«Venerdì 25 gennaio, cioè tra pochi giorni, la redazione di East Journal presenterà la rivista Most [che tutti ormai conoscete, nevvero?] al circolo Polski Kot in Torino via Messena 19 alle ore 19 [le sette di sera.] Ci saremo noi, bellissimi, e ci sarà la birra, biondissima» [info e il resto: qui.]


«Tra i giovani scrittori nel covo del Caffè Notte.»

20 gennaio 2013

Piazza.

Di Fulvio Paloscia. Sullo stato [letterario] delle cose in zona e recenti eventi: qui.


Stasera.

18 gennaio 2013

Torino una sega.

Questo l’anno scorso. Poi vediamo.


Most.

16 gennaio 2013

Most.

La rivista. Su East Journal. Qui.


Su «East Journal.»

14 gennaio 2013

Mayhem.

In attesa del ballottaggio i miei
articolini
al riguardo [grazie Davide.]

Prossimamente sto lì.

14 gennaio 2013

Oratore.

a. Venerdì diciotto gennaio ore ventuno e cinque si legge a Torino una sega due. Letture di sangue. L’evento letterario del triennio presso il Caffé Notte in vie delle Caldaie ventotto a Firenze.
b. Giovedì ventiquattro gennaio ore diciotto si parla con e di Roberto Vigevani assieme a Raoul Bruni in occasione della uscita del libro Lo studio dell’ebraico e l’arte della manutenzione della vecchiaia [Nicomp Laboratorio Editoriale] presso la libreria IBS di Firenze in via dei Cerretani sedici rosso.
c. Giovedì quattordici febbraio ore diciotto e quindici si ri-parla con il buon Federico Di Vita e Fabiagio Salierno del Collettivomensa su Pazzi Scatenati. Usi e abusi dell’editoria [Tic edizioni] presso la libreria Cité di Firenze in Borgo S. Frediano venti rosso. That’s it.


Solo per dire che Bowie.

9 gennaio 2013

Schermata

Torna a cantare Berlino. Buon segno.


Su «East Journal.»

7 gennaio 2013

Sesame street.

«La tentazione è irresistibile quindi pure la stampa ceca cede e si cimenta in questi giorni nel diffusissimo giochino il cui scopo finale è stabilire il vincitore dell’inevitabile duello televisivo di prima serata. Risultato che a occhio non cambierà una virgola l’esito finale ma trovandoci spaventosamente a ridosso del voto per eleggere il nuovo presidente della repubblica si percepisce l’obbligo di esprimere pareri e snocciolare dati di gradimento redazionali e tra lettori-elettori. Della faccenda già abbiamo parlato e giusto lo scorso venerdì i riflettori dello studio Prima hanno avuto l’onore di potere illuminare le facce [diversissime ma all’inizio entrambe tese] dei due candidati più quotati: Miloš Zeman e Jan Fischer. Il primo ex capo di governo negli anni 1998-2002 per i socialdemocratici del ČSSD e adesso fondatore dello Strana Práv Občanů – SPO, ovvero il partito dei diritti civili, mentre il secondo un tecnico chiamato a sostituire quel Mirek Topolánek franato nel mezzo del semestre ceco di presidenza europea nel 2009. Risultato: Fischer capace di emozionare [parrebbero aggirarsi per l’Europa diversi tecnici emozionanti] al contrario dello scafato politico progressista che sarebbe apparso più calmo e rassicurante ma soprattutto in grado di esporre argomentazioni maggiormente convincenti» [continua qui.]


Torino una sega: l’evento. Due.

4 gennaio 2013

Ein.

Su Facebook sta qui.


Torino una sega: l’evento. Uno.

1 gennaio 2013

Torino una sega.

Firenze. Diciotto gennaio. L’evento culturale definitivo.


Oldies but goodies festivi.

30 dicembre 2012

Everly brothers.

22-04-2010. Berlino.

«Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo spazio vitale oppure il grande spazio economico del nazionalsocialismo, lo spazio orientale della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre spazio del conflitto Est/Ovest non esiste più, ancora tracce restano leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita. Da Berlino partiva l’oriente del mondo, da qui è iniziata la spinta verso Est del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove ovverosia che il blocco orientale avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita. Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo» [continua qui.]

16-09-2010. Bratislava

«Il fronte freddo autunnale, per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto]. Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro per i prezzi più convenienti e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue. Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto]. Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia» [continua qui.]

29-03-2010. Berlino.

«Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di lavoratori ospiti dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco. La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico. Le polemiche e il dibattito che ne è seguito furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future» [continua qui.]


Tranche de vie.

26 dicembre 2012

Latte «Ja!» e birra Duckstein [4.9°]

Su «East Journal.»

18 dicembre 2012

Franz.

«Mai troppi dubbi sul fatto che potesse riscuotere un decoroso [a tratti elevato e diffuso] consenso la candidatura di Vladimír Franz a presidente della repubblica: è infatti nota la tradizione teatrale ceca e l’amore per l’oscuro, il gotico o quel senso di rottura che filtra osservandolo. Ma è solo apparenza poiché due bonari occhi azzurri si rivelano spesso capaci di fugare ogni preconcetto superficiale e diviene esplicita la connaturata pacatezza dell’individuo, al netto di tatuaggi e piercing. Ma prima due righe per contestualizzare. Si terranno il prossimo gennaio le elezioni dirette del capo di stato a Praga. Trattasi di sostituire il tempestoso Václav Klaus accompagnandolo alla porta del Castello causa fine mandato: comunque la si voglia vedere e sviando le intemperie, un personaggio centrale nella storia nazionale dalla caduta del comunismo ai giorni odierni. Metodologia che prende il posto della elezione parlamentare con voto di Camera e Senato [semplicemente Poslanecká sněmovna Parlamentu České republiky a Senát Parlamentu České republiky, sottolinea la pagina informativa] cui dobbiamo notevoli discussioni tra media e istituzioni. Il cambiamento è infatti sostanziale e tra i principali artefici della riforma l’attuale premier Petr Nečas, pressato da movimenti interni alla propria maggioranza come Top09 e Věci veřejné favorevoli e lo scetticismo del principale partito conservatore Občanská Demokratická Strana. Otto i candidati sui quali fornire ristretta biografia: il senatore psicologo Jiří Dienstbier Jr. appoggiato dai scialdemocratici del ČSSD, l’ex premier tecnico Jan Fischer chiamato nel 2009 a sostituire il dimissionario Topolánek, Táňa Fischerová dei verdi, Zuzana Roithová dei cristiano-democratici KDU-ČSL, il ministro degli esteri e boss del Top09 Karel Schwarzenberg, Přemysl Sobotka dell’Ods, Miloš Zeman del Strana Práv Občanů più il suddetto Franz fieramente indipendente [curioso osservare nelle schede di presentazione la voce «ruolo precedente la Rivoluzione di Velluto», per altro termine non ceco: si può andare da dissidente a comunista passando da emigrato e l’ambiguo nessuno.]» [Continua qui.]


Dalla parte del merlo.

16 dicembre 2012

«Nel corso degli ultimi duecento anni il merlo ha lasciato le foreste per diventare un uccello di città. Dapprima in Gran Bretagna, già alla fine del diciottesimo secolo, e qualche decina di anni più tardi a Parigi e nella Ruhr. Durante il diciannovesimo secolo ha conquistato una dopo l’altra tutte le città d’Europa. Intorno al novecento si è installato a Vienna e Praga, avanzando quindi verso Est e raggiungendo Budapest, Belgrado, Istanbul. Dal punto di vista del pianeta questa invasione del merlo nel mondo dell’uomo è assai più importante della invasione della America del Sud da parte degli spagnoli, o il ritorno degli ebrei in Palestina. Il cambiamento dei rapporti tra le diverse specie del creato [pesci, uccelli, uomini e vegetali] è un cambiamento di ordine più elevato rispetto a quello fra diversi gruppi di una medesima specie. Che la Boemia sia abitata dai celti o dagli slavi, che la Bessarabia sia stata conquistata dai romani o dai russi, la terra se ne infischia. Ma che il merlo abbia tradito la propria originaria natura per seguire l’uomo nel suo mondo artificiale è qualcosa che produce un mutamento nell’organizzazione del pianeta.»

M. Kundera. Kniha smíchu a zapomnění.

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