[Tentativo di articolo serioso per la celebre rivista
XXXXX poi finito da nessuna parte. Era luglio 2011.]
Le ultime elezioni politiche in Repubblica Ceca risalgono a poco più di un anno fa: fu infatti alla fine del maggio duemiladieci che Petr Nečas, leader del principale movimento conservatore Občanská demokratická strana, venne incaricato dal capo di stato Václav Klaus di formare il governo [Václav Klaus è quel tale che l'Europa nemmeno può vederla in cartolina]. Nomina alla quale seguì l’insediamento a Praga di un esecutivo di centrodestra, avendo l’Ods ottenuto il maggior numero di seggi in coalizione con i neonati movimenti Top 09 e Věci veřejné. Soltanto opposizione invece per il partito con più voti ossia i socialdemocratici del ČSSD guidati in quel periodo da Jiří Paroubek. Un governo politico forte di numeri rassicuranti dopo la parentesi tecnica di Jan Fisher, primo ministro «a tempo» con il compito di sostituire Mirek Topolánek, franato a metà del semestre ceco di presidenza europea [nessun accenno in questa sede al tema della nodità: come indicato dall'esecutivo, la sobrietà è di rigore]. Tuttavia, nonostante i pochi mesi di effettiva operatività, già parrebbe terminata la luna di miele tra la coalizione al potere e la popolazione, o almeno così riportano le recenti rilevazioni dell’istituto locale di analisi sociopolitica SANEP. Dati capaci di dipingere un quadro piuttosto critico della scena: buona parte degli intervistati si dice infatti non soddisfatta dell’operato dell’attuale esecutivo valutandolo insufficiente [59.2] mentre, da un punto di vista comparativo, Nečas e i suoi ricoprirebbero una posizione collocabile a metà tra il «peggiore governo di sempre» [26.6] e «uno tra i peggiori governi di sempre» [37.6]. Numeri ben lontani dall’essere incoraggianti che non vengono confortati neppure dall’ultima rilevazione, quella con la domanda più diretta: il governo Nečas è un beneficio per la Repubblica Ceca? «No» per il 57.6 degli interpellati mentre «tendenzialmente no» per il 20.1. [Viceversa, sommando «sì» e «tendenzialmente sì» la cifra va a stabilizzarsi attorno al 16 percento]. Ovvia la riflessione conseguente vale a dire quanto, a Praga come ovunque, non ci sia l’abitudine di considerare verità assolute i quadri che talvolta possono scaturire da indagini di questo tipo; ciononostante restano innegabili i problemi, i passi falsi e le polemiche che hanno intralciato e coinvolto nel profondo il lavoro della crew di Nečas. Alcuni guai esogeni come la crisi economica globale in grado di generare ripercussioni nella quasi totalità delle politiche nazionali, altri endogeni dunque vissuti dal corpo elettorale come maggiormente accusatori [tema sovranazionale del complotto]. Polemiche e sospetti che hanno avuto per nucleo principale il partito del dimissionario Ministro degli Interni Radek John, il Věci veřejné che tradotto potrebbe suonare come la cosa pubblica o l’amministrazione pubblica e che proprio nelle vesti di movimento della trasparenza scelse di vendersi in campagna elettorale. Accuse sulle modalità di finanziamento, corruzione per un ministro interno al partito [Vít Bárta al dicastero dei trasporti, poi dimessosi anche lui] e un evidentissimo frazionamento interno. Posizioni divergenti se non contrastanti con il maggior partito della coalizione Ods, condite da ripetute minacce di lasciare la maggioranza se non saranno esaudite alcune richieste in tempi brevi, tra le quali riforme sul sistema sanitario e previdenza sociale. Com’è scontato in un contesto simile, dall’altra parte dell’emiciclo muove le proprie carte l’opposizione avanzando l’ipotesi di elezioni anticipate per voce dell’attuale leader socialdemocratico Bohuslav Sobotka [preso -qualche tempo fa- a cazzotti da un ubriacone. Ma questo è un altro tema]. L’accusa rivolta a Nečas ed i suoi ministri è di non saper fronteggiare la delicata situazione sociale creatasi in Repubblica Ceca e all’estero. Sobotka e il ČSSD aggiungono anche la richiesta di dimissioni immediate per il Ministro della Difesa Alexandr Vondra [Ods], accusato di cattiva gestione economica del semestre di presidenza europeo nel duemilanove, e per il Ministro delle Finanze Miroslav Kalousek [Top09] a seguito di recenti prese di posizione eccessivamente rigide nei confronti dei lavoratori del settore dei trasporti, sul piede di battaglia per un pacchetto di riforme che danneggerebbe la maggior parte dei dipendenti. Un tema quantomai attuale sul quale è intervenuto persino il capo di stato Klaus, dandone tuttavia una lettura agli occhi di molti filo-governativa e distante dalle posizioni super partes che il ruolo richiederebbe: i sindacati farebbero il gioco delle opposizioni covando intenti politici e non solo proponendo rivendicazioni sociali. Serve tuttavia ricordare che Klaus è stato fondatore dell’Ods nel 1991, primo ministro come leader dell’Ods dal 1992 al 1997, e capo di stato dal 2003 grazie alla carriera ai vertici dell’Ods. Poiché anche a Praga il Presidente della Repubblica non viene eletto direttamente dal popolo; il popolo vota il governo, poi resta all’ascolto. Ma talvolta, anche dopo soli dodici mesi, capita possa dare l’impressione di volere rivedere le scelte. Squillino le trombe, fanfare e così sia.
«Tutto qui è noioso, grigio e senza vita» sembra sostenesse Che Guevara di Praga. Motivando: «questo non è il socialismo ma il suo fallimento.» Ecco perché se n’è andato a Vienna. Dove ci si diverte duro e il socialismo è di quelli cazzuti.
Breve salto indietro: era il trenta gennaio duemilaotto quando Demetrio Volcic ebbe a sostenere come la Cecoslovacchia fu uno stato «inventato» [l'amara constatazione si trova all'interno di una trasmissione radiofonica nella quale vennero citati anche Tomáš e Jan Masaryk, oggetti della trattazione di Leoncini dalla quale mi arriva la segnalazione*]. Una creazione artificiosa spuntata a seguito della caduta dei quattro imperi -ottomano, austroungarico, russo e germanico- che quelle terre ebbero a comprendere. Naturalmente «sarebbe utile approfondire la teoria degli stati naturali e degli stati artificiali e conoscere quali siano gli stati artificiali» [ancora Leoncini] ma la storia si farebbe lunga. Comunque: se non esiste la [fu] Cecoslovacchia, di che diavolo stiamo parlando? Un altro salto all’indietro.
* Alexander Dubček e Jan Palach,
a cura di F. Leoncini. Rubbettino 2009.
[Inizio 2011 sul Válečky.] «Nella limpida scena politica ceca la strategia dell’astro nascente TOP09 è ora molto chiara, dopo mesi nei quali tutti si interrogavano su cosa realmente ci stessero a fare lì quei tizi: nei fatti si direbbero che stiano lì per rintuzzare con sempre maggiore convinzione l’immagine dei lindi e pinti e se poi tocca sputacchiare un po’ sugli altri amen [ammettiamo sia pratica saldamente diffusa ovunque]. Anzi meglio. Qualcuno li accusava di nascondere già in tasca un accordo di Große Koalition con il ČSSD per un governo post-elezione? Non solo negano ma ribattono come il ČSSD -assieme alla ODS e Věci veřejné, l’altra giovane stellina del firmamento locale- siano tutti una manica di biechi affaristi interessati unicamente alle poltrone quindi casomai in quelle segreterie bisogna cercare inghippi di questo tipo. O meglio l’accordo di Große Koalition l’avrebbe stipulato proprio il ČSSD con la ODS e il Věci veřejné a rimorchio. Dunque lindi e pinti e fuori dai giochi quelli di TOP09.
Il movimento è alternativa al cartellino dei padrini con l’unico obbiettivo di spremere soldi ai cechi, ha detto oggi il padre nobile del movimento Karel Schwarzenberg [České noviny]. E se non andremo da nessuna parte senza accordi con nessuno, ri-amen.» TOP09 è poi finito al governo nonostante l’appello lanciato da Petr Nečas di lasciar perdere l’idea di votare i piccoli partiti di destra* e dirottarsi tutti sulla ODS. Curioso [ma al tempo stesso scontato] come lo spauracchio del frazionamento turbi continuamente le notti di una buona fetta di politici cechi. Mentre per altri resta una manna. Anno dopo anno dopo anno. Perché poi arriva sempre il momento nel quale dà più soddisfazione fare da solo.
In Germania gira una voce: sarebbe già iniziata la stampa di marchi 2.0 in vista della fine dell’Euro. Folklore [ma in questo caso risulta più stimolante credere nell’alp* e nel coboldo**] oppure realtà? Nell’aria nessun suono di rotativa quindi non rimane che attendere e seguire lo sviluppo di certe faccende, per altro non prettamente tedesche. Inoltre, se c’è chi usa relazionarsi alla moneta unica con crescente sospetto e pianifica vie di fuga più o meno credibili, c’è anche chi pensa se [o quando] aderire all’Euro. Nessuna terra remota e popolata da avventurieri del mercato ma una nazione mediamente cauta situata a due passi in direzione sud-est: la Repubblica Ceca. Già abbiamo scritto della adesione slovacca ed estone nel 2009 e 2011. A Praga ancora non parlano di date ma qualcuno sussurra da tempo il 2015. Mai come adesso ogni cosa resta però in stand-by, sebbene l’argomento torni a galla per vie trasversali. Infatti è stato recentemente proposto un referendum per decidere se aderire o meno al patto di disciplina fiscale proposto dalla Unione Europea [il celebre fiscal compact]; breve è stato il passo per tornare a discutere anche di un referendum-bis inerente l’adozione della moneta unica. Lo spauracchio del primo è già stato affrontato [contrari sia il capo di stato Klaus che il ministro degli esteri Schwarzenberg, i quali affermano trattarsi di decisioni che il governo in carica deve prendere senza delegare alla popolazione] mentre resta in ballo il secondo, senza tuttavia la necessità di forzare i tempi per motivi quantomai evidenti. [Continua su East Journal.]
Per come è lecito intenderla, la percezione tedesca del gigantesco spazio slavo oltre il confine orientale della Germania è da sempre un aspetto intrigante da passare sotto il vetrino e continua a rivelarsi, ogni qualvolta venga tirata in ballo, anche un pratico contenitore cui attingere per chiunque intenda inventare storielle a tema nel modo più proficuo. Forse si tratta di un mix di invidia verso aspetti del carattere diffuso in media oltre la staccionata, oppure fascinazione per qualcosa che è sempre stato a un tiro di schioppo tuttavia mai ritenuto coinvolgente al punto giusto perché nei fatti inconciliabile con qualche forma di rigore prettamente teutonico. Non so. Ad ogni modo [e provo davvero ad essere il più neutro possibile, almeno in questa scivolosa occasione] da un po’ di tempo viviamo in un microcosmo di coppie e tutto arriva troppo in fretta. La velocità è il problema, ora come ora. Vale a dire: non è che stiamo diventando idioti vecchi e insipidi con gigantesche tendenze ad autoincensarci, quanto che stiamo facendolo troppo velocemente rispetto ai piani. Siamo persone che necessitano calma nei movimenti e non siamo stati abituati a correre: farlo ci rende ridicoli e infelici. Ecco come mai, tornando alla percezione tedesca della sfera slava, qualche sera fa un avvocato bavarese di circa trent’anni brucia le tappe con me dimostrandosi troppo in fretta lo stordito che è. Vale a dire, discutendo ad una cena vicino Bernauerstraße lo sento abbandonarsi con spiacevole rapidità a suggestioni decisamente stonate con il contesto o, per lo meno, meritevoli di qualche reprimenda. Infatti, riferendosi alle frequenti visite in Boemia che mi sarei concesso nel passato più o meno recente, sostiene di avere letto una cosa simpatica su Praga cioè, nell’ambito della grande predisposizione cittadina all’arte contemporanea, in pieno centro avrebbero da poco inaugurato un museo di *****.
-Di *****?
-Sì. L’hai visto?
Scuoto la testa.
-Enormi e colorati.
-Ah.
-Pure con le vene.
-Davvero non conosco.
-Capisco. Beh, spero tuttavia tu possa rimediare.
Annuisco.
-Ok -fa lui- …un po’ di insalata, amico mio?
Si chiede di innalzare a gran voce un coro di qualche natura che sia in grado di aiutare i tedeschi a ritrovare l’eurofiducia smarrita però la teoria di Caracciolo* sembrerebbe gettare sconfortanti aloni sull’ipotesi di buona riuscita della operazione: l’eurofiducia non c’è mai stata perché il reale sentimento di condivisione che dovrebbe costituirne la base mai è esistito e le acque fino ad oggi sono state chete solo a causa del fatto che [cito il Giannini] «come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà». Nel recente passato abbiamo avuto un discreto culo. In futuro vediamo.
* «Al di là dei vari criteri di Maastricht [...] la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, come anche agli spagnoli, ai portoghesi e agli italiani, non si può dare fiducia nel lungo periodo perché vocazionalmente tendenti a sforare o a mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali e precisi. E poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario. Questi pregiudizi restano. [...] Un giorno usciremo dalla crisi speriamo in condizioni non troppo disastrate; ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft. Se l’Europa non si fa è perché nulla di condiviso e duraturo si può costruire tra chi si considera geneticamente diverso.»
«Il viscerale anticomunismo di Craxi maturò nel ’56 durante un viaggio a Praga. -Lì la cappa si incrina. Eravamo per la libertà dei popoli quindi diventammo anticomunisti.-»
Ecco trovato dove intitolargli una strada.
«Relazionarsi alla zona orientale o centro-orientale d’Europa vuole dire confrontarsi con l’intera Europa, essendo tornati numerosi e inestricabili i legami ad intercorrere tra quello che fu l’Est e l’ex Ovest del continente: comunità politica, unione monetaria e unico mercato, sebbene oramai orientato in prevalenza lungo vettori non interni, o almeno per larga scala. L’Euro è stato adottato da una sola nazione tra quelle che furono del Patto di Varsavia [la Slovacchia dal primo gennaio 2009] e una di area balcanica, la Slovenia dal 2007. Gli altri stati mitteleuropei -definizione polverosa ma piuttosto pratica per indicare Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria- risultano destinati a confluire nell’area in date da stabilire e probabilmente differenti tra loro, così come la Romania, la Bulgaria, la Lituania e la Lettonia [in Estonia l’Euro arriverà invece puntualissimo questo gennaio, o quantomeno c’è ragione di crederlo]. Piccole variabili ma un destino, si direbbe, scritto. Allargamento che tuttavia in apparenza pare stridere con le voci che vorrebbero il collasso della moneta unica conseguente la crisi economica degli ultimi due anni e certe gestioni traballanti di politiche nazionali [Pigs o ClubMed, le identità degli stati a rischio sono ogni giorno su tutte le prime pagine dei giornali]. Tuttavia si tende a sottovalutare un problemino di non poco conto ossia scappare dall’Euro non si può, o quantomeno non con le leggi attualmente in vigore. Manca infatti una procedura per sciacquarsi di dosso la valuta comunitaria in caso faccia allergia a certi tipi di pelle, per quanto siano circolate -e continuano a farlo- più voci al riguardo, alcune anche curiose. Lo scenario di una Europa post-Euro viene descritto oggi in un articolo di Panara su Affari e Finanza dal quale copio/incollo la parte centrale riguardante l’atto finale, il prologo della potenziale tragedia: proviamo a immaginare. Se per costruire tecnicamente l’Euro ci sono voluti più o meno cinque anni, quanti ce ne vorrebbero per disfarlo? Il tempo necessario non è quello di stampare banconote ma di ricostruire sistemi monetari, di pagamento, creare norme per la transizione [...] e via elencando. [...] L’economia, per un periodo di qualche mese o più probabilmente qualche anno, sarebbe nel più assoluto disordine [a causa di] una valuta destinata a scomparire e senza conoscere un credibile tasso di cambio con quella destinata a sostituirla. Sarebbe una tragedia. Appunto. Maggiore per alcune nazioni e un filo minore per altre [per l’Italia sarebbe grossotta sia per l’importazione che per il sistema delle banche. Ma anche la Germania non ne guadagnerebbe tanto da un Marco 2.0 sì fortissimo però che potrebbe rivelarsi arma a doppio taglio nell’esportazione, o capace di creare bolle interne insostenibili]. Quindi pochi gli aspetti positivi della fanta-fine dell’Euro sebbene le solite voci, quantificabili male nel numero comunque un bel coro, continuino a invocarne lo spettro. Certo espressioni di pancia e poco di cervello. Però da analizzare. I paesi più scricchiolanti sull’onda lunga dell’idea di ritrovare una neonata competitività mentre quelli più forti per il diffusissimo sentore che ci sia solo da perderci a fare i bancomat d’Europa [definizione frequentissima] prestando soldi a coinquilini sfaccendati o poco affidabili. E proprio dalla Germania sento le opzioni più singolari riguardo l’Euro e il suo tribolato futuro, non tanto perché siano di natali tedeschi [in parte lo sono eccome] ma perché a Berlino mi trovo e quanto Berlino sia snodo fondamentale per l’economia europea è aspetto abbastanza risaputo in giro.» [Continua qui.]
«Il 15 febbraio 2011 è stato festeggiato [esagerazione: nessuno, nei fatti, si è troppo interessato alla cosa] il ventennale dalla fondazione del Gruppo di Visegrád. Poiché era il lontano 1991 l’anno nel quale la vecchia Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria decisero di unirsi in questa misconosciuta alleanza centro-europea al fine di aumentare e implementare la cooperazione, lo sviluppo, gli scambi culturali e magari, facendo blocco, velocizzare il processo di integrazione continentale [il Muro era venuto giù da poco dunque niente pareva troppo scontato]. E certo nel ventennio intercorso sono stati compiuti numerosi passi avanti dai paesi aderenti al club, che nel frattempo sono divenuti quattro per il doppio fiocco rosa di Repubblica Ceca e Slovacchia; eppure del Gruppo di Visegrád ancora se ne parla raramente. Niente di grave, potrebbero ribattere i fanatici del settore: risultano essere così tante le faccende centro-europee ignorate dai media che l’attitudine si è fatta quantomeno prevedibile [di solito i recettori esteri si attivano solo quando qui esonda un fiume, gruppi nazionalisti esagerano nell’alzare la voce o qualche attaccante sbatte fuori l’Italia dai mondiali]. Inoltre l’aspetto fondamentale è che la democrazia funzioni davvero, la crisi faccia meno danni possibili e nessun capo di governo la spari troppo grossa a Bruxelles o Strasburgo: escluso piccoli scivoloni, possiamo dirci mediamente soddisfatti. Senza contare quanto si tratti di un organismo in continua evoluzione e difficilmente inquadrabile, l’Europa centrale rappresentata dal Gruppo di Visegrád, poiché solo quattro/cinque anni fa venivano tirati in ballo argomenti adesso [è lecito augurarselo] un filo sorpassati e démodé: un bel po’ d’acqua è passata sotto i pittoreschi ponti locali e non accorgersene sarebbe indicativamente sospetto. Per dirne una Jiří Pehe -ex collaboratore di Havel e sofisticato analista ceco- nel duemilasei si domandava se fosse proprio l’Europa centrale il problema dell’Unione Europea: il riferimento andava alla tendenza alnazionalismo e al populismo che molti percepiscono come caratteristica radicata e esclusiva di questa fetta di mondo, unita alla persistente sfiducia nell’EU di certi anziani ma non solo. Tuttavia le cose sono cambiate e spesso in meglio, nell’ultimo quinquennio, nonché certe titubanze si sono dimostrate del tutto infondate. Seguono alcuni casi.»
«Un silenzio opprimente accompagna gli spostamenti per la città dell’italiano di ritorno in Germania: specialmente quando ti presenti nei bar capita di sentire d’un tratto la tremenda nostalgia per le domande sull’ex premier nostrano, qui al centro di interminabili dibattiti e imprescindibile nucleo in fiumi di constatazioni. Ai tempi bastava un niente per erigerti a paladino delle libertà ferite. Di contro l’attuale primo ministro, il genero perfetto [cit. Süddeutsche Zeitung], offre minimi spunti dialettici e nessuna possibilità d’ironia dozzinale a chi non ne capisca il sofisticato linguaggio: sia come sia, è storia vecchia e ormai logora. Finisce quindi che parliamo di calcio con occhi bassi e imbarazzo. Però la Schadenfreude [il piacere provocato dalle sfortune altrui] è stimolo non gestibile dunque, alla fine della seconda birra, succede che sia tu a chiedere al berlinese di turno qualche impressione sul recente scandalo che ha coinvolto il presidente federale tedesco Christian Wulff. Per carità niente di paragonabile ai botti cui siamo stati abituati nel passato più recente: solamente la scoperta di un prestito a tassi agevolati che l’attuale Bundespräsident avrebbe richiesto ad un imprenditore, e conseguente telefonata alla Bild per bloccare un articolo inerente la vicenda. Contestualizzando, la storia del prestito risale al 2009, anno nel quale Wulff ancora ricopriva la carica di governatore della Bassa Sassonia. Il prestito fu di 500.000 euro -a tasso agevolato: ecco il punto dolente- e fu domandato a un amico imprenditore chiamato Egon Geerkens. Wulff all’inizio nega che Geerkens avesse prestato direttamente il denaro, sostenendo di avere trattato con la moglie. Versione contraddetta dallo stesso Geerkens, il quale già causò guai a Wulff pagandogli le spese di un viaggio aereo. Trama da fiction Tv in salsa Niedersachsen. Si va avanti.» [Continua su East Journal.]
«Non c’è nessuno là dentro che non sia la Signora Grassa di Seymour. [...]
Non c’è nessuno, in nessun luogo, che non sia la Signora Grassa di Seymour.»
8. «Il mercato va a gonfie vele e il patriottismo polacco…»
…«ripiega il lutto per gli affari.»
Ok. Anche stavolta il titolo non è mio.
22-04-2010. Berlino. Ultimo copia/incolla.
Quando faccio il serioso c’è da spisciarsi.
Il concetto di spazio in Germania è sempre stato maneggiato con serietà e per rendersi conto di ciò basterebbe ripassare le tante associazioni nelle quali è stato tirato in ballo durante il corso degli anni: lo «spazio vitale» oppure il «grande spazio economico» del nazionalsocialismo, lo «spazio orientale» della Guerra Fredda e via di seguito. E anche se da un ventennio il celebre «spazio del conflitto Est/Ovest» non esiste più, le sue tracce restano ancora leggibili in molti luoghi del territorio tedesco e in special modo nella Berlino dei brandelli di muro, delle torrette in disuso, delle statue e palazzi in stile moscovita con i vecchi tunnel. Da Berlino partiva «l’oriente del mondo», da qui è iniziata la «spinta verso Est» del Reich e da qui è stato amplificato il messaggio dell’ottantanove, ovverosia che il «blocco orientale» avrebbe lasciato definitivamente spazio sulle cartine all’Europa Centrale fresca di rinascita.
Lo spazio che divide Berlino dal confine polacco è breve, piatto, un filo monotono e facilmente percorribile con una vasta gamma di mezzi: treno e auto ma pure, per i più arditi, bicicletta. Questo ha comportato i numerosi contatti -molti senza dubbio sgradevoli- tra le due nazioni nel tempo. Uno spazio limitato carico tuttavia di enormi significati e vicende umane sulle quali si è discusso e scritto moltissimo.
In Polonia la vita politica è stata sconvolta nei giorni scorsi dal disastro aereo nel quale ha perso la vita il presidente Kaczyński assieme a gran parte del gotha amministrativo nazionale; servirà aspettare il risultato delle elezioni presidenziali per osservare in quale modo si muoverà il nuovo presidente [forse proprio Bronisław Komorowski, storico oppositore dei due Kaczyński] e le modalità attraverso le quali i vertici della società stroncati dall’incidente di Smoleńsk verranno ricostruiti. E certo prendere come paradigma dello stato delle cose in Polonia il Polnisches Institut di Berlino può sembrare una riduttiva esasperazione ma forse -proprio per quanto appena scritto, cioé il forte legame tra le due nazioni e i tanti polacchi che a Berlino vivono e lavorano- sia mai anche funzionale punto di partenza per uno spunto.
Il centro di cultura polacco a Berlino si trova in Burgstraße, lungo la riva del fiume Sprea e davanti l’imponente Pergamon in perenne ricostruzione. Posizione assai nobile, già dal pomeriggio del giorno dell’incidente fiori e candele sono apparsi lungo il marciapiede antistante per commemorare la morte di Kaczyński, della first lady e di tutti i passeggeri del Tupolev. Non solo polacchi ma anche molti tedeschi hanno manifestato il proprio cordoglio firmando il libro al centro della sala o accendendo una candela all’ingresso.
Nelle ore immediatamente successive la locandina della rassegna cinematografica Filmpolska ha lasciato spazio con ammirevole senso delle gerarchie a un ritratto in b/w della coppia presidenziale bordato in nero, nel quale Lech stiracchia un sorriso di difficile interpretazione mentre è la consorte a fissare la camera con uno sguardo che pare più sincero e benevolo. L’immancabile bandiera a lutto sta qualche centimetro alla destra dal cavalletto, ben visibile attraverso la vetrina, e chiunque passi da lì si ferma in silenzio. Polacchi, tedeschi e persino qualche italiano dal passo svelto.
Oggi è trascorsa poco più di una settimana dal giorno del disastro e già le candele sono sparite, assieme al ritratto dei Kaczyński, al cavalletto e al librone delle firme, che qualcuno ha diligentemente riposto sullo scaffale a futura memoria: in Burgstraße ogni cosa è tornata ad essere come il giorno precedente. Al netto di qualsiasi cattiveria o accusa il messaggio dietro a ciò è probabilmente molto definito: sia a Varsavia che nei satelliti fuori dai confini è necessario tornare alla normalità il prima possibile. Lo stato delle cose lo richiede. Impensabile infatti fermare proprio adesso una nazione -una delle poche nel blocco degli stati post-comunisti, ma non solo- che versa in buone condizioni di salute; una economia in crescita, un solido sistema bancario, una stabilità capace di attirare investitori stranieri e un governo con numeri tali da tenersi al riparo da crisi o scricchiolii vari. Macina il mercato interno e gira il turismo. Sarebbe una follia rallentare la Polonia proprio adesso e ciò deve essere assolutamente visibile. Da una vetrina berlinese alle stanze della politica di Varsavia, elaborato il lutto nel tempo strettamente fisiologico occorre andare avanti.
Come è ovvio che sia chi opera nella cultura, specie ad un livello istituzionale, se chiamato a rappresentare il proprio stato all’estero raramente si esprime sulla scena politica nazionale preferendo trincerarsi dietro una neutralità che possa garantire efficacia e trasparenza, qualsiasi sia il colore del governo. Tuttavia è cosa nota quanto Kaczyński fosse una figura fortemente discussa in patria e fuori dai confini; nella Berlino delle diversità accettate o accettabili il suo comportamento aveva generato accesi contrasti e dibattiti. Eppure il senso di lutto negli spazi polacchi della città -istituti e gallerie o semplici negozi di musica tradizionale- è parso sincero e condiviso.
Nube islandese o altro tipo di scelta, i funerali di Lech Kaczyński a Cracovia sono stati disertati da quasi tutti i grandi. Coincidenza o altro, a Cracovia davanti alla bara si sono esibiti nella sera i Berliner Philarmoniker. Lo spazio che divide la Germania dalla Polonia è da sempre molto breve. Piatto e vedi lontano e così via.
Già si espresse al riguardo Tony Judt e non saprei se questa mia possa essere considerata come una grottesca appendice a quello scritto [di roba nuova ne tirerò fuori circa zero dal cilindro], senza contare quanto mettersi in scia a tizi del genere finisca per rivelarsi spesso una pensata poco producente. Ad ogni modo devo ribadirlo, al costo di passare per plagiatore davanti gli occhi dei tre o quattro individui che finiscono qui cercando Hank Skorpio nei Simpsons*: il Belgio è un posto interessantissimo e soprattutto reale. Paesaggi mozzafiato sia mai amaste la sobrietà [è periodo] uniti a una scena politica talmente consolante [in entrambi i sensi: forse in futuro saprò spiegarmi meglio] che a leggerne ricorda qualcosa tra la fiaba della buonanotte e un romanzo beat.
Il premier si chiama Elio Di Rupo e usa vestirsi come t’immagini potesse conciarsi ai bei tempi [seconda metà degli anni ottanta] lo sceneggiatore di un programma comico ex Fininvest, vale a dire papillon a pois e bretelle. Però anche lui è sobrio [è periodo] e dopo snervanti negoziati ha prestato giuramento: era lo scorso dicembre e in questo modo ha interrotto i cinquecentoquarantuno giorni di vuoto al potere.
Django Reinhardt è belga come i dEUS: entrambe precisazioni che diranno poco a chi s’interessi superficialmente di musica. Tuttavia pazienza. Io usavo andare spesso in Belgio quando mio cugino lì viveva e convolò a nozze: pure questo interesserà ad un numero ristretto di lettori.
Capita adesso che di Belgio debba [forse] scrivere per una faccenda grossotta dunque in questi giorni scavo con maggiore costanza nei ricordi. Su tutto emerge la vicenda di un bassista chiamato a suonare per la festa successiva alla cerimonia di questo cugino [fornisco le iniziali del cugino: N. d'A.] il quale per primo -o almeno tra i primi- mi introdusse ai segreti del rock, facendomi impugnare il suo strumento poi spiegandomi come toccare le grosse corde. E nemmeno disse niente quando feci cadere a terra un piatto di spaghetti; mi trovavo a pochissimi centimetri dallo stand sul quale aveva riposto il basso e sono convinto [lo resto a distanza di più di vent'anni] di avere macchiato quel bel mogano e tutto il resto in maniera piuttosto seria con gli schizzi. Però niente: la sobrietà. Si vede in Belgio era periodo anche nel novantuno.
Oppure la storia dei sommergibili che affollerebbero il mare sulle coste belghe come migliaia di giovani aringhe: questo deve essere collegato al racconto che mi fece un lontano [credo] zio della sposa sulla facilità con cui in Belgio possa capitarti di nuotare in mezzo ai sottomarini**. Zona di vitale importanza geopolitica ed ecco -ora che ci penso bene- dove nacque persino la mia seconda passione [la geopolitica: non i sommergibili. Che comunque non disprezzo.] Ascoltai l’aneddoto con il cuore in gola prima di far cadere a terra il piatto di spaghetti. Se non ricordo male sopra Bruxelles c’era una opprimente cappa d’afa. Vediamo di fare un po’ di ordine.
a. Il motto nazionale è l’unione fa la forza. Scritto in tre lingue.
b. Waterloo è in Belgio. Django Reinhardt non è nato a Waterloo.
c. La Germania invase il Belgio come tappa tra le prime del piano Schlieffen.
d. Il piano Schlieffen, come buona parte dei piani militari tedeschi e delle sortite tedesche ai mondiali, fallì.
e. Lovanio è detta la capitale della birra.
f. Liegi dette i natali a Jean-Michel Saive, numero uno del ranking mondiale di ping pong per 515 giorni.
g. I 515 giorni vanno dal 9 febbraio 1994 all’8 giugno 1995 e dal 26 marzo 1996 al 24 aprile 1996.
Adesso possiamo iniziare: continua.
** Ad essere ancora più puntuali: capita di
sfiorarli con i piedi se arrivi alle boe, in
un contesto non dissimile dalle balene sul
fondale di Belluca nel Treno ha fischiato.
Succede che il duemiladodici sarà per Václav Klaus l’ultimo anno da capo di stato in Repubblica Ceca. Lascito dell’individuo un impegno politico di durata trentennale all’interno del quale è possibile scovare centinaia di spunti per una riflessione [beninteso: sia mai che qualcuno intenda riflettere su Klaus al di fuori dei confini nazionali].
La recente scomparsa di Václav Havel può senza dubbio fornire un funzionale punto di partenza. Profondissime infatti le differenze tra i due presidenti della repubblica -gli unici nella storia del paese- ma senza dubbio entrambe figure imprescindibili per capirne le dinamiche.
Emersi dal periodo che precedette la caduta del regime, e di esso artefici indiscutibili, Havel e Klaus scelsero di aderire a parrocchie differenti una volta ristabilita la democrazia nell’area, e per le rispettive si spesero molto. Se arcinote risultano essere le battaglie di Havel, forse più oscure sono quelle di Klaus. Il costante invito a tenere le antenne ben drizzate contro una Europa della quale fidarsi ma fino un certo punto e cui aderire ma fino un certo punto, l’estenuante battaglia con il Trattato di Lisbona più l’impegno nella divulgazione a tema ambientale/ecologico con costante negazione dell’esistenza del surriscaldamento globale o qualsiasi relazione tra l’aumento della temperatura e le emissioni di CO2 [cito un brano al riguardo ma sarebbe possibile copia-incollarne altre migliaia dai suoi libretti: «il clima del pianeta rimane sostanzialmente immutato ma gli allarmisti sono riusciti a convincere i politici e molte persone comuni che il giorno del Giudizio si sta approssimando e, sulla base di questo falso assunto, hanno cercato di porre un freno alla nostra libertà e di limitare la nostra prosperità». Proverbiale l’ossessione del nostro per gli ecologisti, concepiti alla stregua di demoni persecutori o snervanti piazzisti.] Il tutto in contesti dei più vari: fasi d’ombra come anche momenti nei quali sulla Repubblica Ceca vennero a puntarsi i fari dell’intero continente per il semestre di presidenza*. [Continua su East Journal.]
* Inciso: il 2009. Periodo nel quale l’allora premier Mirek Topolánek vide bene di
cadere. Seguì l’ascesa del tecnico Jan Fisher poi, dopo le politiche del 2010,
l’arrivo di Petr Nečas: a conti fatti sono sei i primi ministri nominati da Klaus.
«Promise me you’ll always be around
when I call, and when I fall.»
Londra. Graham Road.
Mercoledì 15 marzo 2003.
«In the summer of 1973, the U.S. House of Representatives and the U.S. Senate heard months of testimony on Richard Nixon’s Reorganization Plan Number Two which proposed the creation of a single federal agency to consolidate and coordinate the government’s drug control activities. Drug use had not reached its all-time peak but the problem was serious enough to warrant a serious response…»
«God only knows what I be without you.»
Washington. White House. Venerdì 14 settembre 1973. Richard Nixon a
Myles J. Ambrose e John E. Ingersoll, direttore del BNDD, U.S Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs, poi rinominato DEA, Drug Enforcement Administration.
1. -Stronzi farabutti che non hanno lavorato neppure un minuto nelle loro maledette vite. Ecco cosa sono.
-Certo Richard.
-Ci pensi mai a dove andremo a finire noi gente perbene, Johnny? Ci pensi mai?
-Buon Dio Richard. Certo che ci penso.
-Perché alla fine questi stronzettu sai cosa vogliono? Te lo sei mai chiesto cosa vogliono?
-Sì che me lo sono chiesto, Richard.
-E allora dimmelo.
-Loro…
-Pace, amore e fratellanza? Aspetta che mi ci pulisco il culo. Perché sai qual’è la verità, bello mio? La vuoi sapere la verità?
-Voglio sapere la verità, Richard.
-Allora eccola qui la verità: la verità è che loro vogliono soltanto stramaledetta eroina per bucarsi le loro braccia bianche e strette da fichette. Oppure polvere da sparo perché tutta la notte…
-Tutta la notte. Sì.
2. -E certo potresti rispondermi: ma Richard. Il consumo di droga in questi anni non sta aumentando. Anzi è diminuito. No?
-Io…
-Vaffanculo. Guarda le strade John. Le guardi?
-Sì che guardo le strade Richard.
-Beh c’è fermento ed è un fermento destinato a diventare letale se non lo blocchiamo per tempo. Pensaci.
-Ci penso.
-La gente sta cominciando ad aprire gli occhi e guarda caso anche stavolta quelli con gli occhi più aperti sono i drogati.
-I drogati. Certo.
-Colombia e Messico. Eroina e cocaina ma anche semplicissima marijuana. Allora noi mettiamo su questa copertura della DUA e…
-DEA, Richard. Dipartimento Narcot…
-Lo so. Non interrompermi. Dicevo. Mettiamo su questa copertura della DEA poi riempiamo di tasca nostra le strade di droga. La droga migliore e più letale, John. A quel punto ci penseranno loro stessi a scomparire. Giusto?
-Giusto.
-E ora passami da bere, amore.
-Whisky, presidente?
3. -Ok. Bravo. Fondiamo questa DEA e nessuno sospetterà niente. I costi inoltre mi hanno assicurato che saranno minimi. No Myles? [Myles J. Ambrose, direttore per il biennio 1972-1973 dell'ODALE - Office of Drug Abuse Law Enforcement.]
-Per il millenovecentosettantatre prevediamo una spesa di circa settantanove punto nove milioni di dollari, signore. Che in due anni diverranno centoquaranta.
-Li stronco sul nascere io, pezzi di merda che non sono altro. L’eco di questa ondata di stupefacenti lo sentiremo per anni. Credimi.
-Senza dubbio. Ma noi presidente…che figura ci facciamo? Intendo dire. Riempire una nazione di…
-Ehi. Fermo un po’. Tu pensi che io non sappia fare il mio lavoro?
-Non ho detto questo tuttavia…
-Fidati zucchero. Nessuno verrà mai a sapere niente…nes-su-no.
[...]
«La marea di sostanze illegali che investì il paese in quegli anni fu allo stesso tempo una sciagura e un miracolo. Motore e stimolo, arma letale e irrimediabile» [cit.] Richard Nixon si dimise dalla carica di Presidente il 9 agosto del 1974 per anticipare l’imminente impeachment.
Giovedì 16 marzo 2003.
4. Come al solito sputerò il rospo alla fine delle danze. E lo farò confessando che era una mia prassi abituale, ogni qualvolta se ne presentava l’occasione, sperimentare sul mio amico Charles N. ogni racconto -o tentativo di- che producevo in salotto, magari nel corso di una concitata notte di angoscia e terrore. Ciò nonostante, malgrado l’evidente volontà che avevo di coinvolgere il mio arido interlocutore dentro i meandri più spigolosi di infinite discussioni editoriali, il più delle volte non ricevevo che sbadigli e/o rarissimi applausi. Temo -e lo faccio dopo indagini assai scrupolose- che il sopracitato testo possa essere considerato come il suo modo per vendicarsi di me e quei supplizi che nel tempo gli avrei inflitto, grazie all’amore per la letteratura che covavo e l’auto-flagellazione. Diventare uno scrittore lui con l’unico scopo di umiliare me: questo il suo personalissimo stratagemma per farmi fuori? Forse. Non posso escluderlo. Sia come sia non sta a noi giudicare [...]
7. Caccia ai rom. Massacri in Slovacchia dove girano troppe armi [più o meno] da caccia.
*Reprise. 16-09-2010. Bratislava.
Questo era rimasto fuori dal post precedente.
Ribadisco che il titolo [escluso le quadre] non è mio.
Il «fronte freddo autunnale», per riciclare l’incipit di Franzen, inizia a farsi vivo con folate pungenti. Eppure è complicato trovare una sedia libera nei bar lungo la strada e le cameriere hanno un bel daffare per non scontentare nessuno tra i clienti [scopro infatti che, per quanto uno possa essere riservato, non è mai carino farlo aspettare più del dovuto].
Calandosi nei panni e nel linguaggio della guida turistica tocca specificare come in Obchodná -pieno centro di Bratislava- si trovino svariate attrazioni™: birrerie e negozi, alcuni anche grossotti, nonché tavole calde e ristoranti a sfornare la tipica eterogenia dei luoghi più bolliti di un qualsiasi centro urbano [piatti locali del genere bryndzové halušky si mischiano con scioltezza alla pizza quatro stagionni e al kebap, piadina o panino]. Ostelli in perenne lotta l’uno con l’altro nei prezzi e sale giochi dalle insegne al neon più o meno ronzanti e ambigue.
Hodžovo námestie e il Palazzo Presidenziale stanno a pochi metri, idem Hlavné námestie con la fontanella tonda che piace da matti alle comitive principalmente di tedeschi. Cinema e teatri e un numero imprecisato di pesanti tram a sferragliare nel centro della carreggiata [il forestiero pessimista e timoroso vedrà sempre come un mezzo miracolo il fatto che nessuno tra coloro che arrancano sui bordi con pesanti buste da shopping ci finisca sotto].
Traducendo: siamo nel cuore pulsante di una città, una tra le arterie più bazzicate di Bratislava, Slovacchia.
Tuttavia stupisce il senso di calma facilmente avvertibile nell’aria, sensazione che -agevolata forse dal tramonto rossastro e la bella luce dietro il Castello- conferisce alla scena un’idea piacevole di sospensione e fissità. Un sentore difficile da spiegare [specie se chiamato a scriverne: meglio mimarlo] ciò nonostante ripreso e gentilmente avallato da due bratislavesi fatti e rifiniti che siedono al mio tavolo. Nonostante tutto, spiegano -ovvero nonostante la crescita della città e il proprio dinamismo- Bratislava era e rimane un luogo calmo. O meglio composto. Misurato. Sostanzialmente pacifico. Dimensioni ridotte o sortilegi di vario tipo, non è dato saperlo. Resta il fatto che la trascurata magnificenza di alcuni palazzi e le esplosioni di modernità di altri si fanno fondali ideali per questo deciso ma mai entrante viavai di anime. Non è tanto la modernità quanto la graziosa riproduzione teatrale della modernità.
Qualcuno ha parlato di perdita dell’innocenza. Nei fatti un bagno di sangue può causarla. Difficile, se non impossibile, tirarci fuori altro. Ognuno ne tragga le proprie conclusioni e metabolizzi la faccenda come meglio crede. Però resta il dato: ciò che è avvenuto a fine agosto è stata la prima strage omicida nella storia della Slovacchia. La prima ad opera di uno psicopatico prodotto dall’interno. Sui giornali si è anche azzardato: la prima volta che una mattanza di questo tipo ce la ritroviamo in salotto e non nella televisione a metà circa di un film americano [qui cito la Pravda]. Ora, in qualche doloroso modo, siamo una nazione adulta.
Devínska Nová Ves -luogo nel quale tutto è accaduto- è un quartiere periferico piuttosto verde e ben tenuto. Sulle dinamiche della strage si è scritto parecchio e trattasi di numeri oramai cupamente noti: otto morti e diversi feriti, alcuni messi malissimo. Servirà però forse spendere qualche parolina anche sulle modalità attraverso le quali la società ha risposto alla follia e le mosse che il governo preparerebbe per scongiurare altre azioni del genere. Come spesso accade infatti le telecamere dei media sono state rapide a spegnersi una volta inquadrato l’asfalto e le macchioline di sangue. Partiamo dall’esecutivo e nello specifico dal Ministro dell’Interno, nelle cui mani è finito l’incarto. Proposta di revisione di una legge [la 190/2003] riguardante il possesso di armi, con conseguenti restrizioni. Riduzione di validità del permesso da dieci a cinque anni e severi [nonché ravvicinati] esami psicologici, da qualche tempo rimossi [dicono] a causa della potente lobby dei cacciatori. Tutto entro breve. Magari entro la fine di settembre.
Secondo le informazioni fornite al quotidiano Slovak Spectator da Viktor Plézel, un portavoce del Corpo di Polizia, in Slovacchia ci sarebbero attualmente circa 157.500 titolari di licenze per armi da fuoco; cifra che rappresenta più o meno il tre per cento della popolazione [ma, ribatte Ľudovít Miklánek il presidente di una associazione di settore, il suddetto numero non tiene conto dei possessori di pistole ad aria compressa, armi sportive o simili amenità: i primi che finiranno schedati al prossimo giro di boa e che dunque stanno ergendosi polemici contro il Ministro e le sue sciabolate.] Rimanendo ai parametri esposti -qualcuno fa notare più o meno provocatoriamente- finirebbero illegali anche i cannoni in vendita da certi antiquari del centro storico.
Non trascurabili inoltre i controlli sulle vendite di armi giocattolo, spesso modificabili con relativa facilità in aggeggi capaci di pescare con precisione un potenziale bersaglio e omaggiarlo di servizietti sgradevoli.
Poi viene la popolazione, viene la società civile. Il contenitore delicatissimo di vittime e carnefici. Nota essenziale: sempre, dopo una mattanza come quella di Devínska Nová Ves, leggiamo che spunterebbero tra le persone versioni più o meno oneste di esami di coscienza collettivi con domande tipo: «…ma questo bagno di sangue dice qualcosa anche di me? Del sistema nel quale vivo?». Naturalmente è complicatissimo stabilire gli esiti di introspezioni simili, specie nel breve. Alcuni analisti nel mese appena trascorso hanno scritto che volontà di questo tenore non siano state così evidenti all’interno della cittadinanza; tuttavia -nonostante l’etnia delle vittime, quei rom che tante discussioni e polemiche hanno generato qui- è stato registrabile un profondo e [parrebbe] reale turbamento accompagnato da pochi scivoloni ambigui [le reazioni più temute, tipo «le vittime sicuramente spacciavano droga oppure erano troppo rumorosi», cavalcando così i più triti stereotipi sulla minoranza rom in Slovacchia]. Né bene né male. Cioè anche la reazione al massacro è stata composta, silente. Contenuta. Forse troppo? Certo in questa sottile ambiguità magari c’entra qualcosa la compostezza di cui sopra. Chiadere altro sarebbe fuorviante. In molti se lo domandano. Al nuovo esecutivo guidato dalla signora Radičová il compito di monitorare la situazione. Di perdite della innocenza, di ingressi nel mondo adulto è bene che ce ne sia solo uno, dicono gli amanti del parallelismo. Numeri maggiori e forse l’organismo non potrebbe reggerli. Tutti concordi nell’affermare che quando capita poi sono sempre guai seri.
Materiale pubblicato tra il 2010 e il 2011
su Europa Orientale di Domani. In vista
della chiusura del sito riscaldo la zuppa.
La mia pagina è [era?] questa.
I titoli non sono miei.
1. «I turchi votano sinistra ma non lo vogliono dire» [cit.]
29-03-2010. Berlino.
Da circa mezzo secolo una analisi della situazione politica e sociale tedesca sarebbe parziale prescindendo dalla comunità turca residente in Germania, la più numerosa in Europa. L’inizio degli arrivi di «lavoratori ospiti» dall’Anatolia nella Repubblica Federale risale infatti ai primi anni sessanta e -al momento del primo blocco del flusso migratorio nel settantatré- già venivano stimati attorno al milione. Aumentati fino a toccare il milione e mezzo negli anni ottanta, le attuali cifre indicano circa due milioni di cittadini turchi stabilmente residenti in suolo tedesco.
La Germania riceve, prova ad offrire e si propone come partner privilegiato di Ankara sul piano economico: prima nazione esportatrice e proprietaria di qualche migliaio di aziende in Turchia, nonché recettivo importatore. Tra alti e bassi tenta di dare un buon esempio nel campo della integrazione [per altro il più celebre attacco verbale sui turchi-tedeschi in zona è partito proprio da una sociologa turca emigrata a Berlino, secondo le cui tesi i suoi concittadini «vivono in Germania seguendo le regole di un villaggio anatolico». Le polemiche e il dibattito che ne seguì furono ampie nelle proporzioni ma piuttosto brevi nella durata] o nel dialogo interreligioso. Naturale che in un contesto simile sia doveroso valutare anche il peso del voto turco per la scena politica locale; nelle passate tornate elettorali, e con chiarezza sufficiente per farsi un quadro utile in vista delle future.
Da sempre orientata con decisione verso la Spd e i verdi, la componente turca in Germania ebbe secondo alcuni un ruolo notevole ai tempi della ultima campagna elettorale di Schröder, quando il cancelliere si spese per l’adesione della Turchia alla EU contrapponendosi ad Angela Merkel, la quale invece avrebbe preferito lavorare per una «partnership privilegiata», che per altro già esisteva. La tesi di Schröder era di accogliere un Islam moderato che sarebbe stato la migliore precauzione contro derive e fanatismi. Vinse la Merkel.
I dati riportano come la posizione della comunità turca non sia cambiata sostanzialmente con le elezioni del duemilanove; il grande successo -già ridimensionato, per altro- dei liberali di Westerwelle non può certo essere accreditato al voto turco.
Berlino è città particolare sotto una moltitudine di aspetti tuttavia è la capitale e il più esteso centro urbano dunque una decorosa torretta sulla quale arrampicarsi per dare un’occhiata al fenomeno. La comunità turca cittadina dovrebbe contare circa 150.000 individui e mentre alcuni zone -tra le quali le centralissime Mitte e Prenzaluer Berg- ne sono quasi totalmente prive, altre come Wedding, Neukolln e Kreuzberg hanno ormai radicata una forte connotazione etnica. Per la maggior parte si tratta di persone nate in Germania o residenti in suolo tedesco da anni e nelle chiacchiate si preferisce evitare di esprimersi sui singoli partiti, o forse questo succede soltanto quando l’interlocutore è uno sconosciuto come me. Piuttosto viene ribadito quanto, soprattutto in un periodo come questo di notevoli distanze da elezioni di vario tipo, sarebbe preferibile focalizzare l’attenzione su richieste e necessità che dovrebbero prescindere dai singoli schieramenti [è utopia diffusa questa che, in determinate situazioni, conservatori e progressisti possano agire nello stesso modo]. Più sicurezza sociale e risposte alla crisi, magari in fase decrescente ma ancora evidentemente ben capace di destare preoccupazioni.
Il fatto che gli adolescenti turchi facciano gruppo a parte nei locali e sulle pensiline della U-Bahn non viene letto come un grosso guaio, o indice di qualche guerra in vista contro coetanei tedeschi. Il guaio -si conclude- è piuttosto quando la politica a qualsiasi livello dimentica o finge di spendersi per le fasce più deboli della popolazione. Farà comodo ricordare che questo vale esattamente per i turchi-tedeschi come per i tedeschi-tedeschi.
Angela Merkel lunedì si recherà in Turchia per la prima volta in quattro anni e i temi del giorno non sono i più semplici. Ad ogni modo la cancelliera si è sempre dimostrata piuttosto abile negli equilibrismi, anche con primi ministri decisamente distanti da lei. Stavolta dal cucù di Berlusconi dovrà passare alla faccenda del nucleare iraniano e certe frasi di Erdoğan che avrebbe negato il genocidio degli armeni compiuto dall’Impero Ottomano.
2. Praga [che] vuole cambiare faccia.
12-04-2010. Praga.
Sembrerebbe che negli anni Ottanta e primi Novanta le cose fossero più lineari. O almeno così deduciamo da Jana Hensel e il suo Zonenkinder: «I ragazzi polacchi, pigiati in cinque su una Fiat Polski, si riconoscevano dai marsupi fatti in casa con i loghi taroccati dell’Adidas, le toppe Sandra o le rose dei Depeche Mode. Le ragazze russe portavano fiocchi rosa tra i capelli, indossavano uniformi scolastiche marroni ed erano spesso accompagnate da tizi con visi spigolosi. I cechi amavano le scarpe da ginnastica di stoffa a strisce rosse e blu, mangiavano le loro tipiche cialde e giravano in Škoda, mentre l’ungherese era molto elegante d’aspetto e non manifestava interesse per il blocco orientale.» Al contrario adesso, causa il mondo unipolare e l’inevitabile globalizzazione, tutto è più complicato e riconoscere un trentenne ceco da un coetaneo polacco -così come da uno di Dresda o un viennese- parrebbe faccenda rischiosa forse persino per Fräulein Hensel. Mi ricollego a quanto scrive Angela de Gregorio in La Repubblica Ceca:
Il trauma del mutamento è stato rapidamente assorbito dalla società (ceca) anche grazie a una opera di purificazione (o lustrace) che rispetto ad altre realtà dell’ex mondo socialista è risultata alquanto incisiva, consentendo la chiara riappropriazione delle proprie tradizioni democratiche, ancora vivide nella memoria di un popolo che si è sempre sentito orgogliosamente parte d’Europa.
Dunque riappropriazione della propria natura continentale dopo l’uscita dall’«ombrello sovietico» e sempre minori differenze sia con i coetanei dei paesi confinanti che con quelli provenienti dalla [termine orrendo] «vecchia Europa». Ecco a grandi linee un quadretto dei trentenni in Repubblica Ceca, prima generazione ad affermarsi nel mondo del lavoro dopo una bella fetta di esistenza trascorsa in democrazia e con ampie possibilità -spesso sfruttate- di gironzolare in Europa e nel mondo. Ma quali sono le priorità che chiedono alla politica? Domanda complicata ed a enorme rischio generalizzazione, tuttavia attuale visto che tra quaranta giorni circa ci saranno le elezioni e tutti a Praga e dintorni saranno chiamati a esprimersi.
Breve riassuntino, forse necessario, della situazione in zona: al momento in Repubblica Ceca governa un esecutivo guidato dal tecnico Jan Fischer, che ha sostituito il primo ministro Mirek Topolánek durante lo sgangherato semestre di presidenza europea, mentre al Pražský hrad siede come presidente quel Václav Klaus che l’Europa non la può vedere nemmeno in cartolina. Topolánek e la Ods -Občanská demokratická strana, il partito civico democratico di centrodestra- ha vinto le passate elezioni battendo assieme ai verdi del Demokratická strana zelených i socialdemocratici del ČSSD di Jiří Paroubek.
Il tentativo di chiarirmi le idee avviene in una birreria di Dejvická, prima periferia della capitale. I miei interlocutori sono tutti giovani professionisti più o meno stabili da un punto di vista lavorativo; principalmente architetti, designer e pubblicitari con mansioni che fingo di capire, nessuno di loro ha perso il lavoro con la crisi. E certo la tendenza a screditare la politica è faccenda piuttosto diffusa anche qui e in pochi si aspetterebbero un futuro migliore dalla elezione di questo o quest’altro individuo. Molti si trovano d’accordo su quanto alla fine sia possibile andare avanti solo per spinte e spintarelle [ebbene la cosa accadrebbe anche al di fuori dell’Italia] tuttavia -per quanto debba specificare che si tratti di un campione piuttosto ristretto e reduce da molte pinte- è possibile notare una certa uniformità di pensiero nelle risposte alla mia prima domanda: «quali dovrebbero essere le priorità del partito da votare?» Risposta: ricambio generazionale, maggiore presenza di donne [ovviamente ad affermare ciò le signorine in sala, ma anche i ragazzi paiono onestamente convinti] e soprattutto un deciso cambio di marcia nelle politiche estere, con conseguente maggiore peso, prestigio e responsabilità della Repubblica Ceca in seno all’EU. Successivo quesito, anch’esso piuttosto scontato ma inevitabile: «e quali partiti o movimenti meglio rappresentano ciò?» La risposta contiene elementi interessanti.
Rapido salto oltre il confine. Nella vicina Germania si è assistito di recente a ciò che comunemente viene chiamato «il lento declino dei Volksparteien», vale a dire dei maggiori partiti che hanno segnato la storia della nazione pre e post-unificazione: la Spd e la Cdu, capaci di prendere il novanta percento dei consensi nel settanta, l’ottanta negli ottanta, il sessanta nei novanta e via a scendere. Al momento sembrerebbe che la stessa cosa stia verificandosi anche in Repubblica Ceca attraverso la preferenza che i miei interlocutori concederebbero a due nuovi movimenti guidati da una coppia di individui diversissimi tra loro, per quanto entrambi abili a capire gli umori di una buona fetta di elettorato: i nomi dei partiti sono Top 09 e Věci veřejné, quest’ultimo traducibile più o meno con «la cosa pubblica, l’amministrazione di tutti».
I rispettivi leader si chiamano Radek John e Karel Schwarzenberg, tizi opposti sia da un punto di vista fisico-mediatico che di storie personali: il primo infatti è un giovanilistico scrittore/giornalista/sceneggiatore con trascorsi da attivista in difesa di prostitute e tossicodipendenti, mentre il secondo un esperto ex ministro e Sua Altezza Serena [il nome completo di Schwarzenberg è Johannes Nepomuk Karl Josef Norbert Friedrich Antonius Mena Wratislaw zu und von Schwarzenberg.]
Fattori a premiarne i programmi -pur con la consapevolezza che imporsi in solitaria sarà impossibile e servirà accordarsi con i fratelli maggiori- appunto un ventilato rinnovamento generazionale, una maggiore presenza di donne nella dirigenza nonché lo sguardo più europeista in politica estera di cui sopra.
E sebbene cosa ciò voglia dire nello specifico resti ancora un po’ fumoso nella bocca di molti, è ben delineata l’assoluta necessità di non ripetere i recenti errori screditanti di Klaus e Topolánek nei mesi appena trascorsi, i continui rinvii alla ratifica del Trattato di Lisbona, le frasi fuori posto e il conseguente scetticismo nei confronti della Repubblica Ceca da parte di gran parte della stampa -e non soltanto- estera. Chi è cresciuto in una Europa diversa si aspetta un diverso approccio con l’Europa; è la nuova generazione sulla quale molto si è scritto, drammatizzandoci e ricamandoci a dovere, capace di mischiare i ricordi d’infanzia delle vacanze sul Baltico a quelli di qualche anno dopo in Spagna o in Italia, e le file ai posti di blocco con quelle al gate Ryanair; che ha saputo scoprire un mondo diverso senza cadere nella facilissima trappola del nazionalismo, come invece è accaduto in stati vicini, e che con la propria ottima educazione sta contribuendo al progresso scientifico e culturale non solo nazionale ma di tutta Europa. Affrontare e comprendere il passato ma anche superarlo e guardare avanti. In tedesco c’è una parola per questo, un po’ complicata ma dal suono elegante: Vergangenheitsbewältingung. In ceco non so. Ad ogni modo gli zonenkinder della Hensel piano piano iniziano a ricoprire incarichi di rilievo in Repubblica Ceca, votano e talvolta il voto lo chiedono. È la prima volta che accade e sarà interessante seguirne gli sviluppi.
Un aspetto piuttosto intrigante da sottolineare riguardo la morte di Václav Havel è che in questi giorni a celebrarne la memoria siano, per buona parte, individui che hanno smesso di essere bambini nel 1989. Una generazione di trenta-trentacinquenni con esistenze tagliate in due dalla Sametová revoluce, nomignolo bruttino di marca occidentale traducibile con rivoluzione di velluto. Certo taluni provati dalla crisi internazionale ma altri [un numero più corposo rispetto a certi esteri] protagonisti attivi della affermazione di uno stato dinamico e in crescita. Tizi che in quel novembre di ventidue anni fa avevano dieci anni e tendenzialmente capivano poco di quanto stesse accadendo tra Václavské náměstí e la Laterna Magica. I motivi dell’entusiasmo dei genitori miscelato alle rispettive paure solo coperte dal tintinnare delle chiavi davanti al museo nazionale. Si gridava «Havel na Hrad», che significa «Havel nel Castello»: questa la volontà. Havel nel castello ci finì sul serio e da lì tutto ebbe [nuovo] inizio.*
Adesso i giornali celebrano a dovere -o come meglio credono- Havel. Il rivoluzionario intellettuale dissidente baffuto comico drammaturgo forse inadatto presidente con abitudini strane e strane frequentazioni. Che continuino a farlo. Idem la blogosfera, terra di mezzo nella quale ognuno ha da riassumere la biografia di Havel o raccontare il personalissimo aneddoto al riguardo. Mano più o meno calcata sul presupposto abbandono di molti cechi alla causa haveliana attorno la fine dei novanta è indice di quanto l’autore voglia innalzarsi a critico integerrimo o ammirabile conoscitore del soggetto. Poco importa. Qualcuno ha scritto che nessun ceco potrà mai riassumere Havel in una frase. Figuriamoci un alieno.
Funerali fissati per venerdì nella Cattedrale di San Vito a Praga. Posticino [Praga] da Havel restituito all’Occidente secondo una felice definizione di Sandro Viola. La bara verrà trasportata sopra un carro militare come già accadde per Tomáš Garrigue Masaryk** nel 1937, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia [in zona si tiene tanto a questa estetica da interregno tra le due guerre]. Per adesso si abbassino le bandiere a Praga, nella intera Repubblica Ceca e Bruxelles o Strasburgo. Davanti al Parlamento Europeo e la Nato. Il consiglio di martedì inizi con un minuto di silenzio e tutti in piedi, lì o nella birreria di Karmelitská immersa nel fumo. Tanto è uguale. [continua su East Journal.]
L’ultimo di una lunghissima serie di scazzi si è verificato lo scorso marzo.
Un pensiero oggi per Václav Klaus: come devono sentirsi i rompicoglioni del
suo stampo quando viene a mancare la loro ombra saggia, ironica,
apprezzata all’estero? Che la trentennale invidia possa diventare
maggiore saggezza o scoperta di nuovi hobbies tipo il cucito.
Uno dice bianco. L’altro dice nero. Da trent’anni. Adorabili.
«Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva
preso in affitto sulla 17ª strada, qualche volta si immaginava
di essere una industria per la produzione di racconti autobiografici.
E si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita fino alla morte.
Su un foglietto arrivò ad ammettere: «non trovo giustificazione».
Saul Bellow. Herzog.
Conobbi L. all’inizio della nostra entusiasmante carriera liceale. Già ai tempi lei era una Bella e una Fortunata [anche se una Estranea al Dna e una Diffidente verso la Letteratura Latina] mentre io solo uno Spaesato e un Fifone. Quindi, come spesso accade durante l’adolescenza, cercai di emergere dal grigiore del mio noviziato mettendomi in mostra con ciò che meglio sapevo fare, vale a dire le equazioni a due incognite più i cross dalla destra [ed ecco già che arriva il tema portante della «Partita a Calcio»: come avrete modo di vedere, tutto da queste parti si sussegue con notevole rapidità] uniti a qualche sporadica battuta di spirito, spesso fuori luogo.
La nostra scuola -e il solo parlarne continua a mettermi nella commovente condizione dell’ex detenuto al quale scendono le lacrime ripensando ai vecchi compagni del Braccio D- era una enorme costruzione in aperta campagna. Forse qualcuno di voi l’avrà vista. C’è -o almeno c’era- una lunga aiuola a demarcare il vialetto in terra battuta dalle finestre ad ogiva dei laboratori, più una lugubre fila di alberi secchi a coprire i tetti di quell’ala adibita a dormitorio.
Un particolare senza dubbio gradevole è che [vuole la leggenda] il nome dell’edificio derivasse dalla spensierata vita di Santa Caterina di H. la quale proprio in zona ebbe il buongusto di farsi decapitare durante non so più quale guerra di religione [naturalmente gira voce che la testa della bella Caterina si trovi ancora nei paraggi e, constatata la sfortuna che mi ha perseguitato in quei lunghi anni di studio, continua a meravigliarmi il fatto di non essermela mai ritrovata tra le coperte.] Andiamo avanti.
«Un buon cronista deve possedere il dono della sintesi e rapportarsi con Václav Klaus, capo di stato ceco, aiuta sempre in questo senso. Infatti, suonando musiche assai simili tra loro da circa un ventennio, il presidente lo inquadri facile facile. Stando agli avvenimenti di questi giorni eccolo quindi a dichiarare esattamente ciò che tutti immaginavano avrebbe dichiarato alla prima occasione propizia [nello specifico una intervista radiofonica]: la Repubblica Ceca convive con un deficit che, come potete constatare, non è in grado di eliminare. In questa situazione sarebbe [perciò] da irresponsabili aumentare il nostro debito fornendo ulteriori prestiti a paesi fortemente indebitati, cosa che rimanderebbe l’identificazione di una soluzione reale [qui messa giù lievemente editata. Per chi masticasse con fluidità l’idioma locale ecco il testo riportato da České Noviny: Česká republika sama žije s deficitem, který, jak je vidět, není schopna eliminovat. V této situaci by bylo nezodpovědné naše zadlužení zvyšovat poskytováním dalších půjček pro extrémně zadlužené země.] Contestualizzando: la Repubblica Ceca dovrebbe contribuire al fondo salva-stati [l’Efsf: European financial stability facility] con 3,5 miliardi di Euro, l’equivalente di 89 miliardi di corone. Sulla decisione Klaus ha poi aggiunto che nessuna scelta dovrà essere dettata dalla paura per il possibile isolamento conseguente un no, che in ceco sarebbe un ne.» [Continua su East Journal.]
Ora se dovessi essere onesto in questo scritto e spiegare il motivo per il quale sono [o per il quale ero] un temibilissimo e costante infelice beh, i fiati si sprecherebbero e la situazione si farebbe accidentata. Piuttosto ammettiamo che si è trattato di una condizione maturata negli ultimi centomila anni e niente più. Un tremendo immobilismo le cui cause sono del tutto estranee a me ma connaturate nel profondo a questo mondo ingiusto e cattivo.
Chiarito ciò accartoccio il giornale e guardo la città. Riflessa sul vetro l’immagine della faccia è uno spot per schiuma da barba o l’intro di un romanzo di quelli che ci sbrodolo se nascosto dalla penombra della mia botola. Avanti con i cliché. «Quel me statico come un capitello di marmo e tutti attorno che fanno carriera. Quel me tremolante sopra il corpo sdraiato di una gallinella ubriaca ma giocosa [una condizione inevitabile, a quanto sembrerebbe] e tutti attorno che mettono su famiglia. Quel me sciaguattato tra mille lavoretti par-time mentre tutti sistemano i rispettivi culi in studi downtown con aria condizionata, pavimenti di marmo e connessioni internet velocissime» etc. Oh benedetto occidente votato al disfacimento, vorrei gridare mettendo il muso fuori dal finestrino della Porsche. Le occasioni scivolano tra le mie dita in un modo davvero incantevole di questi tempi. Una attivista con la quarta di seno che ride ad ogni battuta infelice sul Burkina Faso, una società di depravati mandata avanti da una combriccola di semianalfabeti che nicchia alle proposte che avanzo, una ricerca pagata quanto un leccalecca o la possibilità di diventare una stella del football e dirigere un bookstore simile ad un girone infernale solo attareverso i movimenti contratti di una piccola bacchetta adagiata tra la linea verticale del mio sedere [a proposito: chissà cosa penserebbe il buon Michael Foot senior di tutto questo brusio. Senza dubbio ci vedrebbe la fine, mi impongo di credere. Il più lungo suicidio politico della storia, borbotterebbe.]
«Tornare a leggere [e tendenzialmente ad apprezzare] Šklovskij è intento quantomai costruttivo per molti motivi: tra i tanti spicca il dare una bella sportellata ad alcune delle tendenze radicate più in profondità nella editoria contemporanea, che possono essere riassunte brevemente come segue: predilezione per i malloppi [il suo Zoo o lettere non d’amore è libretto agile e snello]. Strapotere del plot, trama intesa come elemento imprescindibile per la valutazione di una opera [Zoo o lettere non d’amore ha un plot quantomai labile, traendo la propria forza da tutt’altro]. Facile collocazione di un testo in una predefinita nicchia di mercato [Zoo o lettere non d’amore può finire senza problemi negli scaffali delle guide turistiche, di saggistica, narrativa, libri di cucina oppure libri da colorare. Cosicché l’acquirente si confonda e scelga la via della fuga tutto spaesato]. Però esistono anche ragioni meno distruttive per amare Šklovskij. Particolare non trascurabile il dato che ogni frase di Zoo o lettere non d’amore sappia suonare come una sentenza di notevole spessore poetico -per quello che significa- nonché un funzionale tramite per provare a contestualizzare al meglio i tempi e lo spazio della narrazione, periodo essenziale del novecento.» [Continua su East Journal.]
«Spero possa nascere quella separazione consensuale sul modello della Cecoslovacchia che noi cerchiamo da tempo.»
Sentire Calderoli che bazzica questi temi è sensazione,
per me, simile allo svegliarsi di notte e vedere un goblin
che fruga nel tuo cassetto della biancheria intima.
«Gridare al pericolo comunista e farne una ossessione è pratica capace di garantire un ventennio di ottimi risultati elettorali in Italia. Viceversa in Repubblica Ceca ci sta di passare per anacronistico imbonitore e la cosa porta minori benefici. Sarà che in zona il regime c’è stato davvero e il ricordo è ancora fresco al punto tale che contestualizzi e fai due paragoni, oppure semplicemente salta agli occhi [persino degli osservatori più distratti] l’evidenza che siano altri i problemi da fronteggiare con i tempi che corrono. Fatto sta che la proposta di richiedere la sospensione delle attività del Partito Comunista di Boemia e Moravia [Komunistická strana Čech a Moravy – KSČM] presa dal ministro della difesa Alexandr Vondra ha raccolto scarsi consensi sia tra la cittadinanza sia nella opinione pubblica, generando tuttavia un interessante dibattito sul ricordo e l’identificazione di un eventuale momento nel quale forse simile lustracja avrebbe potuto avere senso. C’è da dire che si tratta di una pensata alla quale viene ciclicamente tolta un po’ di polvere e che non è stata partorita ex novo da Vondra: è infatti da un pezzo che simile suggestione rimbalza negli ambienti politici cechi sia sotto forma di richiesta di valutazione sulla costituzionalità del movimento sia tirando in ballo il BIS [Bezpečnostní informační služba] ossia il locale servizio di sicurezza con sede in un edificio che, lui sì, andrebbe seriamente analizzato per l’eccessiva aderenza al quarantennio di dominazione sovietica [cit.]» [Continua su East Journal.]
Accenno di plot. A. e B. coronarono i rispettivi sogni di gloria dopo circa un anno di scuola. A. era un mediocre portiere. Io [C.] un’ala imprendibile. Fui io a presentare B. ad A. [fui io a sparare all’Arciduca a Sarajevo] dopo che D. conobbe B. al corso di teatro.
A. e B. finiti gli esami* nidificarono come una coppia di avvoltoi in una casa che trovai loro sul Loot tuttavia qualche tempo dopo si separarono, prendendo ognuno la propria strada. Dunque, in linea con i pronostici, anche io e D. durammo ben poco in quella strana situazione di isolamento e scegliemmo di farla finita nel giro di qualche settimana.
«Interessarsi ai rapporti ceco-tedeschi significa, girovagando tra le due nazioni, tenere le antenne perennemente dritte e puntate [non solo ma anche] in direzione di contesti all’apparenza secondari, faccende che esulano dalla pomposità dei comunicati ufficiali e amano infilarsi negli anfratti più in ombra della quotidianità. D’altronde dicono che succeda ovunque tra paesi confinanti: la realtà della percezione viene restituita meglio facendo benzina o sedendo dentro un bar, piuttosto che assistendo alla ennesima conferenza stampa congiunta con comunicato finale precotto. Sul fronte orientale della Germania il Land che meglio può relazionarsi con la Repubblica Ceca è per numerosi aspetti la Baviera. Si specificherebbe l’ovvio ripetendo quanto storia, geografia, gite in bicicletta e un dinamico commercio uniscano da tempo i due spicchi d’Europa contigui [ne abbiamo già parlato qui]. E proprio in Baviera usano riunirsi -quando il ruolo dei bravi padroni di casa spetta a loro- le molteplici associazioni/forum ceche/tedesche che si occupano di monitorare lo stato delle relazioni tra sponde del Nationalpark Bayerischer Wald e il corrispettivo Národní park Šumava.» [Continua su East Journal.]
«If it made any real sense -and it doesn’t even begin to-
I think I might be inclined to dedicate this account, for whatever it’s worth,
especially if it’s the least bit ribald in parts, to the memory of my late, ribald
stepfather Robert Agadganian, Jr. Bobby -as everyone, even I, called him-
died in 1947, surely with a few regrets but without a single gripe, of thrombosis.
He was an adventurous, extremely magnetic and generous man.»
Si sosterrà che, partendo dalla banalissima faccenda in questione, una serie di sviluppi anche ben congegnati non basteranno per definire la narrazione riuscita o almeno degna di essere presa in considerazione e magari data alle stampe. D’altronde di tranche de vie ne abbiamo avuti centinaia dunque -escludendo di poter contare su messaggi epocali [e non penso sia questo il caso]- meglio lasciar perdere. La tribù di cui sopra è composta da tizi con luminose educazioni alle spalle e sui petti medagliette di frequentazioni ricercatissime. Viaggi funzionali all’accrescimento delle turbolente sensibilità date loro in dotazione da una natura beffarda e generosa [con la stasi non si è che pezzetti di verdura muffita: ecco la tesi più diffusa al buio della cripta cui siedono] più pantaloni a sigaretta di svariate tonalità di grigio. Tuttavia per colpa di una vita scoppiettante capita di trovarsi con il niente da ributtare su carta nei rari momenti che vengono dedicati alla paraprofessione. Come tutto bruciasse girovagando in scomodi orari sullo stile di sfollati [sfollati con eccellenti con conti in banca] e la benzina finisse appena il sedere viene adagiato davanti lo scrittoio.
I precedenti tentativi di romanzo o racconti brevi che ho potuto visionare peccavano sotto molteplici aspetti e non intendo negarlo accampando tesi idiote. Dovessi enumerarli in questa sede temo per altro che finirei nel ricadere in uno dei loro più orridi scivoloni di gioventù, cioè le liste. Limitiamoci perciò a rendere pubblica la guerra senza quartiere che intendo stavolta muovere agli avverbi, elementi destabilizzanti per la prosa passata quasi quanto spiazzante fu la dipartita del gatto XXXXX per l’esistenza di un tale nel periodo dai sette agli otto anni.
«Periodo di congressi in Repubblica Ceca. Riunite le bande Top 09 e Ods, ovvero due dei tre movimenti di centrodestra attualmente al governo [il terzo è il Věci veřejné di Radek John, tizi che nel fine settimana preferiscono fare altro]. E tra attacchi al multiculturalismo -niente di eccessivo: non sarebbe in linea con lo stile locale, da sempre improntato ad un presupposto bon ton- o conseguenti dibattiti sull’Euro [«non possiamo curare mali altrui» etc.], ipotesi di coalizioni große o meno große per fare fronte alla crisi internazionale miscelata alla connaturata instabilità partitica ceca, ecco spuntare la dichiarazione che molti attendevano con ansia e nell’aria fluttuava da anni. Karel Schwarzenberg, ministro degli esteri e chairman di Top 09, si candiderà a Presidente della Repubblica nelle elezioni [indirette] che si terranno nel duemilatredici. Lo schematismo richiesto al buon articolo sullo stato delle cose impone la divisione in tre punti-chiave. Primo: chi è Karel Schwarzenberg? Secondo: chi è l’attuale Presidente della Repubblica rintanato nel Pražský hrad? Terzo: come si elegge un Presidente della Repubblica in Repubblica Ceca e di che professione stiamo parlando? Partiamo dalla fine.» [Continua su East Journal.]
«-Hai saputo di Kaczyński?
-Mi fa male la testa.
-Dovrai fare una TAC. Andiamo.
-Che ridere.
-Ho qui un ciddì. Posso?
-Di che si tratta?
-Si tratta degli Wire.
-Ti concedo cinque minuti di radio e non uno di più.
-Come on Barbie let’s go party.
-Ti prego. Oppure possiamo parlare. Cosa ne pensi dell’idea?
-Penso potrebbe essere rivoluzionaria.
-Allora parti tu.
-Lech Aleksander Kaczyński era un gigantesco figlio di puttana e la sua morte finirà per essere un bene.
-Sai che prima qui c’era un acquario?
-Non lo sapevo.
-Ma il proprietario mi ha comunicato che il vecchio inquilino non poteva prendersi i pesci al momento del trasloco e allora li ha messi in un sacco della Liedl e buttati nella Sprea.
-Ah. Comunque Kaczyński…
-Certo erano pesci tropicali. Delle Bahamas. Moenkhausia sanctaefilomenae o qualcosa del genere. Abituati ai ventisei gradi. Però vedrai sapranno cavarsela lo stesso a Berlino, giusto?
-Giusto.»
Moribondo: Io credo che lei sia una spia. Schweyk: [Allegro.] Macché spia. Solo ascolto regolarmente la radio tedesca. Anche lei dovrebbe sentirla un po’ più spesso. E’ una delizia. Moribondo: Niente affatto. E’ una vergogna. Schweyk: [Deciso.] E’ una delizia. Miope: Non dobbiamo fare i leccaculi con quella gente. Schweyk: [Con serietà.] Non lo dica. E’ un’arte, questa.
B. Brecht. Schweyk im zweiten Weltkrieg.
1957, Suhrkamp Verlag Berlin – Frankfurt am Main.
Matteo Zola e Gaetano Veninata di East Journal in onda su Radio Radicale, ospiti di Roberto Spagnoli a Passaggio a Sud Est. Questo il link all’ultima visitina da quelle parti.
Sia l’Europa centrale anche un funzionale tramite per faccende interne: d’altronde quando ne scrivo [o quando fisicamente mi trovo in loco] non vengo scisso per motivi inspiegabili dal passato e l’intima natura che mi/ci caratterizza. La valigia [la sacca. Il trolley] resta stracolmo/a di sollecitazioni italiane e l’estero si fa contesto scondario, sebbene amato e studiato e vissuto come personale. La forza dei ricordi [in questo caso le incazzature] per altro contribuisce a donare una patina di valore sempre più spessa al luogo nel quale vengono collocati: tante volte Berlino o Bratislava, oggi l’aeroporto internazionale Ruzyně di Praga. Posto di per sé tutt’altro che fatato e teatro soprattutto di irripetibili scene madri cui soprassiedo per quel minimo di buongusto rimasto*. Silenzio meglio su tutte tranne una. Ossia questa: ricordo che stavo per imbarcarmi alla volta di Pisa quando lessi sul giornale che Eluana Englaro era deceduta. Duemilanove: la storia è nota. Al lato delle dichiarazioni di Beppino l’oscenità dei commenti degli esponenti del governo di allora, vale a dire del presente. Irrispettosi, violenti, volgari, banali, prevedibili. Bimbi rancorosi e sciocchi, tendenzialmente assetati della classica voglia di vendetta tipica del represso, come li avessero appena fatti uscire dalle segrete di una fortezza. Pericolosi poiché scarsamente consapevoli delle parole sputacchiate, visibilmente non autonomi, capaci di parlare solo perché ricevuto dall’alto il placet accompagnato da qualche promessa/ricatto. Per gran parte fu l’ala cattolica a strombazzare cazzate. Quella che talvolta [si badi bene: sempre a parole] usa in questo periodo contrapporsi all’ala dei puttanieri e dei fraudolenti, salvo poi tornare ad appoggiarli quando la situazione si fa critica e rischiano di capitolare. Sono politici di lungo corso, neo-politici, politici che furono, pre-politici [la definizione sembra riscuotere un decoroso successo], società civile dei piani alti, cardinali e vescovi con innegabile talento per moniti dal sapore di campanella della ricreazione che termina e si torna in classe. Da qui il prurito che provo stamani a leggere del supposto rispetto che sarebbe dovuto al centrodestra dal mondo dei credenti, adesso in subbuglio per i fatti stranoti che coinvolgono l’esecutivo e chi lo rappresenta. Com’era scontato è tornato in ballo il decreto Englaro.** C’è preoccupazione che i topolini possano abbandonare la nave e da qui il fermento: «si ricordino cosa abbiamo fatto per i valori cristiani» etc. C’è preoccupazione per un ravvedimento e magari una diaspora ma questo non accadrà mai. Due o tre giorni di indignazione significano niente per i tempi vaticani o di coloro i quali tirano al guinzaglio d’Oltretevere: come si profilerà all’orizzonte una qualsiasi scoreggia da sondino e fine-vita, ricominceranno gli sbrodolamenti. Tutto già visto. Prevedibile. Niente che valga un post. E proprio da questa constatazione l’unico aspetto [almeno per me] intrigante in ciò che scrivo: fu quella [allo stato attuale delle cose] nell’aeroporto Ruzyně l’unica volta che desiderai sul serio non rientrare nel mio paese, vestirmi da trombettiere e restare ben ancorato al Ponte di Carlo. Ma poi contestualizzi e -miracolo- passa.
* Ma sulle quali vengono redatti lunghissimi manoscritti.
** Pure Sacconi ieri l’ha riciclato contro Vito Mancuso.
«In termini kierkegaardiani un processo rivoluzionario non implica un progresso graduale ma un movimento ripetitivo, un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Ed è esattamente qui che ci troviamo oggi, dopo l’oscuro disastro del 1989, la conclusione definitiva dell’epoca iniziata con la Rivoluzione d’ottobre. Si deve dunque rigettare ogni senso di continuità con ciò che la sinistra ha significato negli ultimi due secoli. Sebbene momenti sublimi come il climax giacobino della Rivoluzione francese e della Rivoluzione d’ottobre rimarranno per sempre una parte chiave della nostra memoria, il quadro generale deve essere superato e ogni cosa deve essere ripensata, iniziando dal punto zero.»
Slavoj Žižek, Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo.
Ponte alle Grazie 2009.
«Capita con curiosa frequenza di incappare in qualcuno etichettato come trasversale. Ci troviamo nello smisurato campo delle accettazioni vaghissime tuttavia utilizzate come fossero infallibili, imprescindibili e ultra-qualificanti. Václav Havel è stato traversale per moltissimi individui: analisti politici, sociologi, critici teatrali, letterati e qualche dittatore. D’altronde la sua biografia parla chiaro. Parimenti, parla chiaro la lista dei tizi che hanno inviato i propri messaggi di auguri all’ex presidente ceco [nato a Praga il cinque ottobre del trentasei]. Bill Clinton e signora Hillary, di professione segretario di stato, Lou Reed e Angela Merkel [due che menzionati assieme nella stessa frase generano un inaspettato effetto art-rock] più l’imperatore giapponese Akihito e potenti di ogni sorta. Gruppetto al quale dobbiamo aggiungere persino l’attuale presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, ovvero uno che di Havel è stato cordialissimo antagonista per circa trent’anni. In questi giorni un giornalista ceco ha scritto che pure una scimmietta potrebbe svolgere in modo decoroso la professione di ministro da queste parti. Il riferimento va alla recente nomina di Petr Bendl al dicastero della agricoltura. Il governo di centrodestra guidato da Petr Nečas che l’ha proposto e fatto accomodare in poltrona risulta infatti essere piuttosto screditato tra popolazione e media, e simili constatazioni sono conseguenze di un diffuso malessere.» [Continua su East Journal.]
«Sconfitta per il Prawo i Sprawiedliwość, la formazione di
Kaczyński, al 29,9%, mentre il partito del capo del governo al potere
otterrebbe -secondo i primi dati ufficiali- il 37,2% dei consensi.»
Chiude la porta del salotto e ci fermiamo a metà corridoio. Alla vista di A., in piedi davanti al tavolo con il portatile tra spalla e orecchio, vorrei farmi talmente piccolo da entrare in quel cassetto o nel vaso bonsai e pisciare sulle radici come uno gnomo dopo la solita bevuta. Però resto delle mie usuali, banalissime dimensioni. Abbozzo un sorriso. -Ti stai divertendo?- domanda con voce neutra A. Sulla destra la porta della camera da letto nella quale ogni notte [ne sono convinto] delude il suo nuovo compagno B. mentre sulla sinistra una parete ricoperta di libri mai letti tuttavia con copertine intonate alle tende. Ciò che vorrei chiederea A. è «quante volte l’avete fatto lì dentro?» però mi stupisco nel trovare la forza di contenermi.
-Se mi diverto? Oh. Da matti- rispondo.
-I tuoi nuovi amici sono uno spasso [il corsivo viene sottolineato da un ruggito.]
-Ah.
-No. Davvero. Adoro parlare di circoscrizioni elettorali.
-Ah.
[Una precisazione: A. mi ha sempre reputato più dinamico e intraprendente di lei, ma anche abbastanza idiota. Non fatico dunque ad immaginare che mi abbia smascherato.]
-Germania- la sento ridere mentre si allontana in direzione della cucina. -Non è vero niente, giusto?- borbotta quando provo a raddrizzare una cornice alla parete. -Non toccarla. Senti- continua facendosi di nuovo vicina. Posso studiarle una minuscola vena sulla fronte. -Ancora mi sfugge il motivo per il quale non ti abbia già cacciato di casa a calci nel culo. Vuoi rinfrescarmi la memoria?
Le risate della sala arrivano ovattate: probabilmente qualcuno ha raccontato la storiella di Westerwelle e la tazza del cesso. La guardo. Certo sarebbe carino da parte sua se decidesse di afferrarmi per il naso facendomi strisciare lungo il pavimento fino alla sedia che occupavo, lasciando alle spalle solo una piccola scia di sangue e bava. Eppure noto con disappunto come stia limitandosi a farmi strada in modo anonimo con i palmi aperti in direzione della porta. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano e come al solito mi trovo a confessare la verità negli ultimi secondi del tempo che mi è stato concesso.
-Posso dirti una cosa?
Già ha una mano sulla maniglia.
-Spara.
-Viviamo in un mondo di coppie e non abbiamo neppure quarant’anni.
-Cosa intendi insinuare, scusa?
-Speravo che avresti trovato una via di fuga per restare a galla.
-Invece?
-Invece sei sprofondata come un sasso.
Silenzio. Solo dopo qualche meditabondo secondo A. sottovoce mi domanda: e se invece fossi felice sul serio?
-Tu felice? Impossibile. Guarda il mondo nel quale vivi. Niente è vero.
Tocco il bonsai. -Oh mein Gott [...]. Parli per stereotipi -mi viene cortesemente fatto notare. -La gente realizzata e ricca è sempre cattiva, no? Ma chi te li formula i pensieri? Il regista di Reich und Schön?* -Comunque ti sei acquattata sul fondale come una sogliola- concludo. -Oh, Mister G…ancora non riesco a capire se sei scemo oppure solo stronzo- confessa da A. nell’atto di aprire la vetrata che dà sulla sala da pranzo. E proprio con questo curioso interrogativo facciamo il nostro elegante ritorno in sala. Fuori la città risplende di neon.
Così Karl Schlögel nel suo «Im Raume lesen wir die Zeit: Über Zivilisationsgeschichte und Geopolitik»: «da una parte c’erano annunci pubblicitari [...] dall’altra ci si imbatteva nel vuoto delle superfici bianche. Da una parte c’era la propaganda, dall’altra la pubblicità. Da una parte si facevano le code, dall’altra si esitava davanti l’esorbitante varietà della offerta. Da una parte c’era il fardello della giornata lavorativa, dall’altra l’insostenibile leggerezza dell’essere». Esercizio non tra i più complicati capire quali fossero le parti al centro dell’analisi. Tuttavia di questi tempi Est e Ovest non esistono più, o quantomeno nei termini di Schlögel, senza contare quanto la faccenda sia radicalizzata al punto tale che l’Est odierno, contrapponibile al vaghissimo Ovest odierno, abbia scelto di inglobare non più Praga, Budapest o Varsavia, ma tenda a localizzarsi in un territorio indefinito che va da Dubai e Shanghai passando per l’India. Ossia quei posti che sono anche il nuovo Ovest. Dovrò aggiornarmi. Al vecchio Est si è sostituita l’Europa centro-orientale tornata di fatto al proprio posto. Un luogo rispetto al quale i principali parametri di analisi politica sono quasi sempre gli stessi: corruzione e spinte nazionalistiche, come se altre zone della terra ne fossero esenti o macchiate in maniera minore. Di rado filtrano news di altro stampo, escludendo sporadiche esondazioni di fiumi, pandemie di oche, festival culturali e altre sciagure.
La televisione -che ronza in un angolo dell’appartamento di Prenzlauerberg- passa dettagliati aggiornamenti sulle discutibili attività del presidente bielorusso Aljaksandar Lukašenko il quale, comunque la si voglia vedere, vanta l’innegabile dote di riproporsi perennemente uguale a sé stesso e incurante di tutto al netto degli estemporanei tuoni che talvolta possono abbattersi nelle vicinanze del suo culo. Tipologia comportamentale non dissimile da quella del premier italiano che per lui sbrodolò parole di lode circa due anni fa tipo «il popolo ti ama e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti.»*
La televisione dice che Vladimir Neklyayev è un poeta ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Andrei Sannikov è un diplomatico ma anche un candidato d’opposizione di Minsk. Entrambi al momento risultano in cella assieme alla signora Khalip del quotidiano Novaya Gazeta, per altro moglie di Sannikov.
Cupe restrizioni bielorusse cui fa eco l’Ungheria con le sue svariate leggi restrittive approvate dal governo di quel fenomeno di Viktor Orbán: cosa succede alla adorabile Europa centro-orientale? A Praga il presidente della repubblica Klaus e Václav Havel si sono a lungo battibeccati su politica interna e sull’intervento militare in Libia contro «l’insano criminale» [testuale: «šílený zločinec»] Mu’ammar Gheddafi ora dissoltosi nel niente, e un medico gira film porno nell’ambasciata vaticana. In parallelo a Berlino la Merkel continua a prendere batoste come mette il naso fuori l’urna.
Slavoj Žižek tira in ballo Søren Aabye Kierkegaard per sostenere quanto un processo rivoluzionario non implichi un progresso graduale ma un movimento ripetitivo. Un movimento di ripetizione dall’inizio ancora e ancora. Il quadro generale deve essere perennemente superato e ogni cosa ripensata iniziando dal punto zero. Tutti i miei vestiti ed i pochi libri che ho comprato si trovano al momento dentro grosse scatole di cartone poiché sto lasciando la Germania senza tormenti al proprio destino verdissimo e denuclearizzato. Ho deciso di tornarmene a casa per re-iniziare dal mio personalissimo punto zero e poi, casomai si rivelasse una scelta sbagliata, amen.
…continua.
* Risposta dell’estremista Casini: «Sbigottimento nel leggere gli elogi del nostro premier a Lukašenko, del quale il presidente del Consiglio italiano ha magnificato la popolarità e il consenso tra i cittadini: venga ora in parlamento.» [Repubblica; 1-12-2009.] Come vederlo.
«Il nome può ricordare una maratona televisiva di beneficenza o un concerto di Bob Geldof però Friends of Libya risulta essere un una faccenda piuttosto differente e quantomai delicata. Nei fatti si tratta della unione dei rappresentanti di circa sessanta paesi (più una decina di organizzazioni internazionali) costituitosi in occasione della conferenza di Parigi il primo settembre scorso. Curarsi di Tripoli e zone limitrofe viene percepita come una priorità, e da qui l’iniziativa. Il diplomatico Frattini non tarda a far notare che fu lui il primo a spendersi per la causa sostenendo il Cnt (Consiglio nazionale transitorio libico) mentre adesso sono tutti padri della vittoria. Raccogliere simpatie con dichiarazioni accomodanti è caratteristica dell’esecutivo italiano e sarà per questo che Obama mai dimentica l’Italia quando sceglie di ringraziare i paesi che per l’area si sono spesi.*» [Continua su East Journal.]
Ciò che rappresenta un gigantesco problema di questi tempi è filiazione direttissima dalla favolosa attitudine [sempre esistita ma solidamente strutturatasi nell'ultimo ventennio] di negare la realtà con qualsiasi mezzo. Di base una faccenda riconducibile alla grande predisposizione e senso di confort provato da tanti per chiunque inondi la vita pubblica di consolanti cazzate e pirotecnici attacchi verso qualsiasi entità capace di rappresentare un minimo la sfera del reale [questi rompicoglioni.] Consequenziale, quindi, l’assoluto straneamento riscontrabile a zonzo quando si fanno necessarie, pragmatiche e funzionali valutazioni, magari in tempi rapidi. Esempio: le recenti vicende interne, Berlino e Parigi che nei fatti bollono, e via di seguito. Se c’è una evidenza in questo risulta essere che non si tratta di schieramenti o ideologie quanto [più o meno] di polso della situazione [bipartisan] e quel minimo di rigore che esula dai comportamenti vergognosi. C’è chi è adatto e chi non ha credibilità, anche esulando dai sussurri dei preti. C’è chi gestisce e chi è obbligato a farsi gestire. C’è chi prima c’era nelle tavolate circolari e adesso non più. C’è chi si sacrifica e chi, invece, inizia a indicare gli stronzi tutto attorno e dare un po’ di matto prima di scegliere la via della finestra. Poi, in volo, garantisce che lo hanno spinto.
«I had a look on some books on the topic
and came to the conclusion that every nations
believes their system makes more sense.
But clearly a complex is at work here.»
«Domenica di pioggia, fredda e ventosa. Ad avere una vela in terrazza al posto del triste ombrellone Ikea certo schioccherebbe austera puntando i mari [la Sprea] in direzione sud-est. Ci sarebbe da restare chiusi in plancia e riscaldarsi al lume di candela tuttavia è giunto il tempo delle amministrative dunque abbassiamo i ponti e ruzzoliamo in terraferma. Ognuno ha il diritto di esercitare il proprio voto, così come ognuno ha il diritto a provviste fresche e una razione di liquore. Ognuno lavi la propria biancheria e scelga con coscienza. Chi diserta sarà punito con la morte in mare aperto.
Ringraziando il cielo, nessuno sulla carta stampata oggi ha proposto un incipit così idiota per commentare la tornata elettorale berlinese, quella dei Pirati che superano la soglia di sbarramento arrivando a quasi il nove percento dei consensi. Ma forse mi sono perso qualche scritto. Sia come sia, iniziamo dai dati generali: l’Spd del sindaco ri-eletto per la terza volta Klaus Wowereit perde terreno però si conferma primo partito cittadino con circa il ventotto percento delle preferenze. Sale la Cdu della cancelliera [di pochino ma sale] restando comunque all’opposizione. Continua la marcia abbastanza trionfale dei verdi che mettono il segnetto +4.5 alla voce crescita assesstandosi sul diciassette percento, mentre cala la sinistra-sinistra Die Linke. Coalizione dunque che passa, presumibilmente, dal colorito rosso-rosso [Spd+Linke] a rosso-verde [Spd+Grüne] sebbene esprimersi in questo modo sia da orticaria. Ultimo il dato dal quale abbiamo iniziato: i Pirati che crescono di quasi il nove percento per quindici seggi. Dimenticandosi -ma lo hanno fatto in tanti- dei liberali, i quali scivolano al due percento dal quasi-sei della volta scorsa. Tracce della debacle attestabili sui manifesti davanti a casa, nei quali ai candidati Fdp era stato disegnato un bel nasone rosso da clown, talvolta pure gradevole.» [Continua su East Journal.]
«Berlino. Per caso [immagino] chi sta scrivendo quasi mai è stato contemporaneamente nella stessa città con il papa, se escludiamo sporadiche giornate a Roma per turismo o lavoro. Non ero in Repubblica Domenicana con Wojtyła nel settantanove -in questo caso mi mette al riparo da accuse di relativismo il fatto che avessi sei mesi- e nemmeno a fine agosto in Spagna con Ratzinger. Ma [ancora: immagino] per caso sarò a Berlino il ventidue settembre quando Benedetto XVI sbarcherà in città dando inizio al proprio pellegrinaggio in Germania. Chi fosse interessato alle specifiche può fare un salto sul sito ufficiale [eccolo] e tenere d’occhio il countdown sulla destra. Ratzinger, si legge, volerà con un aereo Lufthansa battezzato Ratisbona. Al seguito: cento persone. In volo [un paio d’ore] verrà servito [a tutte e cento le persone?] un variegato menù incentrato su specialità italiane e tedesche. Prima della messa all’Olympiastadion capatina del Presidente della Repubblica Federale Christian Wulff e Angela Merkel. Incipit imprescindibile per sottolineare quanto la capitale tedesca stia vivendo un periodo di grande fermento. Infatti, a ridosso del papa -recitano i cartelli- anche il cancelliere si concederà una uscita pubblica in città: Die Kanzlerin kommt il diciassette settembre. Tuttavia in questo caso va specificato che la Merkel non arriverà alla piazza dello speach con un aereo battezzato Amburgo, essendo residente a dieci minuti di metro/cinque di delegazione con scorta.» [Continua su East Journal.]